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Quella flebile voce

>ANSA-LA STORIA/ Belice: Cudduredda, la bimba simbolo del sisma

Cudduredda (ph. N.Scafidi)

di Antonino Cangemi

Quella flebile voce – un gemito fievole – che invoca soccorso e reclama la vita tra le macerie, gli resterà sempre dentro, gli rimbomberà come un eco – martellante, ossessivo, incessante – per tutti i suoi giorni. È la voce di Eleonora Di Girolamo, la bambina di sette anni di Gibellina, passata alla storia come Cudduredda e immortalata da due foto di Nicola Scafidi icona del terremoto belicino del ‘68. A sentirla – dolce e straziante – ancora dopo più di cinquant’anni è Ivo Soncini, vigile del fuoco emiliano da tempo in pensione. A volte, quando neanche se l’aspetta, giunge di notte a turbare il suo sonno, quella vocina incastrata indelebilmente nella sua memoria.

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Cudduredda e la madre (ph. N. Scafidi)

Aveva 20 anni, allora, Ivo Soncini. Con la compagnia di vigili cui faceva parte era stato comandato a prestare soccorso alla gente della Valle del Belìce devastata da un sisma con pochi precedenti in Italia; sisma che apriva una ferita, difficile da sanare, su un lembo allora sconosciuto della Sicilia occidentale, su paesi prima ignorati dai più: Santa Ninfa, Montevago, Santa Margherita del Belìce, Menfi, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Gibellina.

Circa 54 ore dopo la terribile scossa che fece tremare quel territorio la notte tra il 14 e il 15 gennaio, mentre i vigili rovistavano tra le macerie e urlavano «C’è nessuno»?, si sentì quella voce – soffiava tra i ruderi, tra le pietre caoticamente ammassate: «Ci sono anch’io» implorava. Ivo Soncini si diresse verso la voce, insieme ad altri intensificò lo scavo e cominciò a parlarle, a farle coraggio, ad assicurarla che l’avrebbero salvata; le chiese inoltre come si chiamava e quanti anni aveva. Era incuneata, Cudduredda, tra due trave incociate. I vigili la estrassero e la bimba vestita di bianco con due occhioni più neri della pece in braccio a Ivo Soncini commosse gli italiani. Il tutto era stato ripreso dalla televisione con la partecipe guida di un giornalista di raro talento, Sergio Zavoli.

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Cudduredda (ph. N. Scafidi)

Il 17 gennaio del ’68 Cudduredda abbandona i ruderi sotto cui era rimasta seppellita per più di due giorni. Le sue condizioni sono assai precarie, respira con fatica, riesce a spiccicare poche parole, è cosciente ma debilitata, priva di forze. La Gip dei Vigili del Fuoco la conduce all’ospedale di campo allestito sotto Gibellina. Da lì la bambina, che versa in uno stato palesemente grave, è trasferita all’ospedale di Salemi. Ma anche a Salemi i medici gettano la spugna: la piccola man mano passano le ore è sempre più debole. Si tenta un salvataggio estremo: con l’elicottero viene portata a Palermo, presso Villa Sofia. Ed è lì che la raggiunge la madre, Leonarda Fontana.

Già, perché la mamma non si trovava a Gibellina la terribile notte tra il 14 e il 15 gennaio: era ricoverata all’ospedale di Marsala insieme al marito Salvatore (morto nel 2004) e al figlio Nicola di 14 anni che doveva subire un intervento chirurgico. Cudduredda era invece, con altri familiari e il fratello Francesco di 12 anni, in una casa di campagna in contrada Zubbia. Dove si pensava fossero al sicuro anche perché la scossa delle 13,30 del 14 gennaio aveva destato un panico relativo e non se ne temeva una successiva ben più potente.

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dal Museo della Memoria di Santa Margherita Belice

Quando Cudduredda è disseppellita dalle macerie con un filo di vita addosso e tanta speranza, inizia la corsa alla ricerca dei genitori. Vengono cercati, scandendo bene nomi e cognomi con l’altoparlante, nelle tendopoli di Gibellina, di Santa Ninfa, di Castelvetrano; successivamente vengono passati al setaccio gli ospedali: innanzitutto quello di Castelvetrano, poi quello di Mazara del Vallo. Ma di loro non v’è traccia: li si scopre ricoverati laddove meno si prevedeva trovarli, al San Biagio di Marsala.

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dal Museo della Memoria di Santa Margherita Belice

Anche mamma Leonarda giunge a Villa Sofia con l’elicottero, grazie a una combinazione casuale. È il 18 gennaio, il volto di Cudduredda distesa sul letto dell’ospedale è sereno – non pare avvertire la sofferenza di una malattia crudele (forse una polmonite) –, i suoi occhi neri sono socchiusi, la manina le accarezza il volto, la madre le bacia una guancia e sembra sentirsi il dolce rumore del bacio. È in quel momento che Scafidi scatta la foto che consegna ai posteri la tragedia del terremoto del ’68: vi è il dolore senza conforto di una madre che vede spegnersi la sua creatura, «quasi una Madonna siciliana» – come è stato scritto – emblema della maternità (Leonarda Fontana ha in grembo un’altra vita), e quel dolore è espressione di tutta una comunità povera e contadina – quella belicina –, colpita dritta nel cuore dalla calamità, privata degli affetti più cari, delle case, dei beni, della propria identità.

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dal Museo della Memoria di Santa Margherita Belice

Quel giorno, a Villa Sofia giunge pure dall’America un giornalista del periodico Life. È stato inviato per scrivere un servizio su quel pezzo di Sicilia – sin’allora sconosciuto – su cui si è abbattuta l’ira divina, e su Cudduredda, la bambina assurta a simbolo la cui storia si diffonde nel mondo in un baleno. Il giornalista, che nella sua lunga carriera ne ha viste di cotte e di crude, e dinanzi ai cui occhi sono passati tantissimi bambini morti nella guerra del Vietman, rimane immobile a guardare Cudduredda. Poi va via e ritorna in America senza scrivere un rigo. Quelle pupille nere lo stregano, gli annebbiano la vista, stritolano ogni dovere professionale.

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dal Museo della Memoria di Santa Margherita Belice

La notte, verso le quattro, gli occhi di Cudduredda si chiudono. Un’altra foto di Scafidi ritrae la madre piangente (il velo le copre i capelli) chinata sulla piccola bara dove la bambina, avvolta in una veste candida, sta dormendo. Stavolta per sempre.

Un cantastorie di Partinico, Fifo Costanza, con versi semplici e toccanti canta la sua scomparsa: «Cudduredda, Cudduredda / bedda comu ‘na madunnuzza / quantu lacrimi e spaventi / suppurtau lu cori tò / ora tu nun ci si cchiù / lu Signuri ti chiamau / ora sì a la to casa / e nun soffri mai cchiù».

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Dal Museo della Memoria di Santa Margherita Belice

Gli anniversari non dovrebbero esistere: rinnovano, complici i media, i dolori più lancinanti, i lutti più improbabili da elaborare. Il 15 gennaio del 2018 Ivo Soncini era tornato nel cuore del Belìce, cinquant’anni dopo. In una solenne cerimonia in quel di Partanna, il presidente della Repubblica lo aveva insignito di uno speciale riconoscimento. Non aveva detto niente, Ivo Soncini, il vigile venuto dal Nord per vivere e far vivere la più amara delle illusioni, ma in cuor suo avrebbe preferito rimanere nella sua Reggio Emilia per sentirla di meno quella vocina che ancora lo perseguita. Difficile che tornerà più in quei luoghi.

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dal Museo della Memoria di Santa Margherita Belice

Mamma Leonarda è assediata dai giornalisti ogni anno, in quel 15 gennaio per lei maledetto. Lo sarà anche per il prossimo. Adesso ha quasi novant’anni e nel collo porta un medaglione, che non la lascerà mai fino ai suoi ultimi giorni: vi è la foto della sua Cudduredda.

Ogni anniversario è un calvario anche per Eleonora Di Girolamo. Il miracolo della vita che si perpetua. Era in grembo a mamma Leonarda quando Cudduredda si spense.

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Ivo Soncini, a Gibellina oggi

Nascerà qualche mese dopo la sua morte e porterà il suo stesso nome. Ma nessuno la chiamerà Cudduredda, pane o dolcino a forma di cuore: di Cudduredda ve ne è una sola, nessuno potrà mai avere gli occhi grandi, belli e neri come i suoi.

Eleonora conserva come reliquie la cartella, i libri, i quaderni della sorella. L’ultimo quaderno si è fermato all’11 gennaio. Poi le pagine sono tutte bianche. Con bella grafia, Cudduredda aveva correttamente scritto quello che la maestra le aveva dettato: «È inverno. L’aria è fredda, spesso piove, tira il vento di tramontana e cade la neve. Le piante dormono e la terra riposa sino a primavera. Primavera ti aspettiamo….». La maestra l’aveva premiata con un bel dieci, ignara che la primavera Cudduredda l’avrebbe attesa invano.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020

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Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, attualmente è preposto all’ufficio che si occupa della formazione del personale. Ha pubblicato, per l’ente presso cui opera, alcune monografie, tra le quali Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi e Mobbing: conoscerlo per contrastarlo; a quattro mani con Antonio La Spina, ordinario di Sociologia alla Luiss di Roma, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, 2009). Ha scritto le sillogi di poesie I soliloqui del passista (Zona, 2009), dedicata alla storia del ciclismo dai pionieri ai nostri giorni, e Il bacio delle formiche (LietoColle, 2015), e i pamphlet umoristici Siculospremuta (D. Flaccovio, 2011) e Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, 2013). Più recentemente D’amore in Sicilia (D. Flaccovio, 2015), una raccolta di storie d’amore di siciliani noti e, da ultimo, Miseria e nobiltà in Sicilia (Navarra, 2019). Collabora col Giornale di Sicilia, col quotidiano on-line BlogSicilia e con vari periodici culturali.

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