Vi sono opere che rendono intelligibile il mondo sociale attraverso pratiche descrittive e analitiche, e altre che, muovendosi sul piano critico-interpretativo, ne interrogano le fondamenta simboliche. Non si tratta di una distinzione gerarchica, ma di differenti posture conoscitive che, intrecciandosi, contribuiscono a chiarire la complessità del vivere insieme. È in questo spazio di tensione feconda tra descrizione, interpretazione ed esperienza che si colloca il volume di Sabina Leoncini, Genere, stereotipi, educazione. Strumenti pedagogici per formare alla parità (ETS, 2025) edito per la collana “Scienze dell’educazione” diretta da Simonetta Ulivieri, un lavoro che attraversa la pedagogia di genere con uno sguardo insieme autobiografico, critico e socio-antropologico, senza mai ridursi né a manuale né a testimonianza privata.
Il testo si muove infatti in un’area di confine tra riflessione teorica, esperienza vissuta e analisi delle disuguaglianze sociali. Più che offrire una sistematizzazione concettuale chiusa, costruisce un percorso interpretativo che assume il genere come dispositivo capace di rendere leggibili relazioni di potere diffuse nei contesti educativi, culturali e politici. In questa prospettiva, il genere non è mai utilizzato semplicemente come categoria analitica, ma è concettualizzato come una struttura profonda di relazioni di potere che attraversa corpi, linguaggi e istituzioni. Per questo appare “pericoloso” agli sguardi conservatori: esso rende visibile ciò che regge silenziosamente l’ordine costituito. Non a caso viene descritto come «una dimensione della realtà sociale a lungo occultata […] perché rivela una struttura profonda di relazioni di potere» (ivi: 25). L’educazione non può quindi più configurarsi come trasmissione neutrale di saperi e diventa spazio politico di trasformazione simbolica, in continuità con quella tradizione critica che, da Simone de Beauvoir a Judith Butler, ha mostrato la storicità e la performatività delle identità di genere, e con le analisi sociologiche di Pierre Bourdieu e Raewyn Connell sull’ordine simbolico e sulle gerarchie incarnate nei corpi.
Ciò che rende il volume antropologicamente rilevante è tuttavia un ulteriore spostamento: la teoria non precede la vita, ma ne emerge. L’esperienza autobiografica non compare come elemento accessorio, bensì come vero e proprio dispositivo epistemico. Raccontarsi diventa atto di resistenza e possibilità di riappropriazione della propria voce dentro contesti che tendono a silenziare, soprattutto quando il corpo femminile è attraversato dalla violenza o dall’esclusione. In questo senso, «la scrittura di sé è un atto di resistenza» (ivi: 16), capace di trasformare l’esperienza individuale in sapere condiviso. Una simile postura dialoga con le pratiche femministe dell’autonarrazione e con le epistemologie situate che hanno messo in discussione l’illusione di una conoscenza neutrale e universale, mostrando come ogni sapere sia inscritto in posizioni corporee, relazionali e storiche (Haraway; Collins; hooks; Rich; Demetrio).
Il cuore socio-antropologico del lavoro emerge nella tensione tra differenza e gerarchia. Le società producono opposizioni asimmetriche – maschile/femminile, normalità/devianza, centro/periferia – naturalizzandole al punto da sottrarle alla discussione critica e inscriverle nell’evidenza stessa dell’ordine sociale. La differenza biologica diventa così principio di organizzazione dell’ordine sociale, risultato di processi di naturalizzazione e destoricizzazione analoghi a quelli che presiedono alla costruzione di razze ed etnie, come mostrano le analisi sulla violenza simbolica e sull’incorporazione del dominio (Bourdieu), sulla performatività del genere (Butler) e sui sistemi storici di gerarchizzazione sessuale e razziale (Rubin; Guillaumin; Stoler; Mbembe).
Questa prospettiva consente di collocare la pedagogia di genere entro una più ampia teoria critica delle disuguaglianze, in dialogo con l’intersezionalità di Kimberlé Crenshaw, con le analisi di bell hooks sulla razzializzazione dell’esperienza femminile e con la nozione di matrice di dominio elaborata da Patricia Hill Collins. Il genere appare così come nodo relazionale in cui si intrecciano potere, storia e soggettivazione.
Particolarmente significativa, in chiave antropologica, è l’attenzione ai contesti di conflitto e frontiera, dove il genere si intreccia con guerre, migrazioni e appartenenze. Le esperienze educative tra comunità israeliane e palestinesi mostrano come la convivenza non sia un ideale astratto, ma una pratica fragile fatta di linguaggi condivisi, spazi comuni e gesti quotidiani di cura, in linea con le ricerche sull’educazione nelle società divise (Salomon; Bekerman & Zembylas). In questi scenari l’inclusione cessa di essere semplice parola pedagogica e diventa condizione di sopravvivenza simbolica, ricordando come l’educazione operi sempre dentro configurazioni storiche concrete e rapporti di forza asimmetrici, come evidenziato dalla pedagogia critica di Freire e dagli studi sulla costruzione della pace di Lederach. Qui la pedagogia incontra l’antropologia della violenza e del riconoscimento (Das; Fassin; Honneth), mostrando come i processi educativi possano aprire micro-spazi di riconoscimento anche all’interno di strutture di violenza persistente.
Una dimensione ulteriore riguarda il linguaggio adottato nel volume. La scrittura alterna registri differenti: da un lato un lessico teorico ancorato alla tradizione degli studi di genere e della pedagogia critica; dall’altro una narrazione accessibile, attraversata da episodi autobiografici e scene di vita quotidiana. Questa oscillazione rompe la separazione tra discorso scientifico ed esperienza vissuta e rende il testo fruibile anche oltre il perimetro accademico, senza rinunciare alla precisione concettuale. Il linguaggio diventa così esso stesso pratica pedagogica, spazio in cui si sperimenta una conoscenza relazionale e situata.
Analoga complessità emerge nella costruzione del quadro bibliografico, che attinge a tradizioni teoriche differenti e a una pluralità di ambiti disciplinari. Accanto ai riferimenti del femminismo internazionale – da de Beauvoir a Butler, da hooks a Crenshaw, insieme alle analisi sociologiche di Bourdieu e Connell – compaiono contributi della pedagogia italiana delle differenze e della cura, con autrici e autori quali Ulivieri, Mortari, Pinto Minerva e Cambi. A questi si affiancano prospettive provenienti dalla teoria sociale, dall’antropologia culturale e dalla filosofia morale, come nel caso di Levinas, Morin o Mead. Ne risulta una trama teorica composita che attraversa confini disciplinari e geografici, mettendo in dialogo studi italiani e internazionali, saperi pedagogici, sociologici, antropologici e filosofici. Tale eterogeneità appare coerente con l’assunto di fondo del volume: comprendere il genere richiede uno sguardo interdisciplinare capace di cogliere la complessità delle relazioni sociali contemporanee.
L’educazione appare allora come campo di forze ambivalente: può riprodurre stereotipi e subordinazioni, come mostrato dalle analisi sulla funzione riproduttiva dei sistemi scolastici (Bourdieu e Passeron), oppure aprire possibilità trasformative, secondo la prospettiva della pedagogia critica che legge l’educazione come pratica di libertà e coscientizzazione (Freire; Giroux). Non attraverso enunciazioni astratte di emancipazione, ma tramite micro-pratiche, scelte linguistiche e relazioni che agiscono nel quotidiano, in linea con le riflessioni sulle pratiche ordinarie della vita sociale (de Certeau; Goffman) e sugli spazi di significato che persistono anche dentro esperienze di violenza (Das). Si delinea così una possibile “pedagogia della possibilità”, capace di connettere pensiero complesso (Morin), responsabilità etica verso l’altro (Levinas; Noddings) e pratiche di cura educativa (Mortari), mantenendo aperto l’orizzonte della trasformazione e della speranza storica (Bloch; hooks) oltre la semplice ripetizione degli schemi sociali.
Ciò che resta, al termine della lettura, non è un repertorio di strumenti didattici né una teoria conclusiva del genere. Rimane piuttosto una postura etica: la disponibilità al dubbio, all’ascolto dell’alterità, al riconoscimento che l’identità si costruisce sempre dentro relazioni di potere ma anche dentro possibilità di trasformazione. È una postura che riguarda non solo l’educazione, ma il modo stesso di abitare il sociale.
Il contributo di Leoncini offre materiali rilevanti per una riflessione interdisciplinare tra studi di genere, antropologia dell’educazione e teoria sociale critica. Il valore del volume non risiede tanto nell’originalità delle singole categorie teoriche – ampiamente discusse nel dibattito internazionale – quanto nella loro articolazione attraverso l’esperienza vissuta e le pratiche educative concrete. Ne deriva un testo che invita a considerare il genere non come ambito specialistico separato, ma come dimensione costitutiva dei processi di soggettivazione, delle relazioni sociali e delle trasformazioni educative contemporanee. Più che offrire risposte, il libro propone spazi di interrogazione e messa in discussione. E forse è proprio questo l’aspetto più rilevante: ricordare che comprendere il genere significa interrogare le forme stesse del vivere insieme, le gerarchie che lo attraversano e le possibilità — sempre fragili, ma reali — di trasformarle.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Tiziana Chiappelli, PhD, è ricercatrice presso l’Università di Siena, dove insegna Strategie e politiche educative per l’infanzia e Laboratorio di progettazione educativa e formativa. Si occupa di pedagogia sociale e interculturale, con particolare attenzione a migrazioni, disuguaglianze educative, studi di genere ed epistemologie critiche. Svolge attività di ricerca e intervento, attraverso progetti nazionali e internazionali, in Europa, Nord Africa, Africa subsahariana, Medio Oriente e America Latina sui temi dell’educazione, dell’inclusione delle minoranze, dei diritti e dei processi di democratizzazione dal basso. I suoi lavori si collocano all’incrocio tra pedagogia, studi di genere e decoloniali e pedagogie critiche trasformative.
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