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Quando la musica popolare siciliana conquistò l’America

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2016 @ 00:11 In Letture,Migrazioni | No Comments

 copertina di   Mario Sarica

Avvincente e vincente la singolare storia di emigrazione, con dentro la “truscia” la musica popolare siciliana, di “Rosario Catalano e del suo quartetto nell’America degli anni Venti”. A raccontarcela con passione e competenza, e con taglio narrativo da esemplare “reportage sul campo”, l’etnomusicologa Giuliana Fugazzotto. Una ricerca originale, che prende le mosse da quella polverosa pila di dischi a 78 giri che l’adolescente pianista Giuliana si ritrova in casa, lascito di un nonno andato e tornato dalle lontane Americhe, da New Yok più esattamente, dunque, a stretto contatto con un vissuto familiare intriso di suggestioni di progresso e modernità dell’altro mondo.

In quegli antichi solchi, incisi chissà quante volte da ostinate puntine, oltre l’anima musicale, Giuliana Fugazzotto, in età matura, con acuto sguardo disvela una storia musicale colpevolmente dimenticata e tante esperienze esistenziali di emigrazioni siciliane, declinate alla rivoluzione discografica del primo ventennio del XX secolo. Un passaggio epocale che, all’ombra dell’acuto pensiero filosofico di Walter Benjamin, teorizzatore della «riproducibilità seriale dell’opera d’arte», cambia nel profondo il “fare” e il “fruire” la musica che, nella fattispecie, «immobilizza» nel disco la performance musicale, mettendola a disposizione di tutti, con dubbio anelito di generosa «democrazia culturale», grazie a quelle «diaboliche macchine musicali».

In verità, il “pensiero fisso” di replica meccanica della musica, l’uomo, soprattutto quello europeo, l’ha sempre avuto. Ci piace riferirci, ad esempio, a quei prodigiosi carillon settecenteschi, “orologi musicali” dai preziosi profili. Ma con l’invenzione del disco è tutta un’altra cosa. Con quelle spettacolari e sonore trombe dei grammofoni, che fanno bella vista in tutte le case, questo sì, senza distinzione di classe sociale, ha inizio il consumo culturale musicale di massa. E così la Popular Music, si prende – è il caso di dirlo – una sonora rivincita nei confronti della musica d’arte, seguendo un’infinità di caleidoscopici sentieri, che porteranno all’affermazione dei diversi generi musicali del Novecento (dal jazz, al rock, al pop, e tutte le mode e sottoclassi connesse), e dunque alla cangiante e caotica globalizzazione dei nostri giorni.

Narrare la “straordinaria vicenda” dell’oscuro mandolinista siciliano Rosario Catalano, nato nel 1886, che lascia la sua Marsala nel 1907, per inseguire il suo personalissimo sogno americano, non è da rubricare in un esercizio “nostalgico-patriottico”, o, ugualmente peggio, nella nicchia degli addetti ai lavori, giusto per mettersi in pace con la propria coscienza. Io ritengo invece – e come si dice “le carte parlano chiaro” – che il racconto della vita musicale di Catalano ci dica tantissimo, a cominciare dalla tenace fedeltà alle “radici musicali etniche siciliane”, che trovano immediata, ma calcolata ospitalità nelle nascenti Major discografiche americane Queste ultime fiutano la crescente domanda delle nuove comunità di emigrati europei oltreoceano, le quali non vogliono per niente recidere i legami musicali con la Madrepatria. E Catalano non fa una piega, con impressionante tempestività, orgoglioso del suo dna musicale siciliano, capisce subito che la sua vita può cambiare in meglio, mettendo a disposizione del mercato discografico i suoi saperi strumentali tradizionali.

Il verbo musicale dominante del primo decennio del Novecento è far ballare la gente, concedendo loro spazi di festa, senza trascurare ovviamente le canzoni, che trovano parimenti posto nei gusti musicali dell’epoca, con riscritture di motivi tradizionali delle rispettive culture d’origine, nobilitate, magari, da un nuova patina autoriale, senza trascurare le canzoni-skecht. E Catalano sul tema, assieme ai suoi compaesani-suonatori ha molto da dire. La triade del liscio, polka, valzer mazurka, danze che hanno, come si sa, storicamente origine nel profondo cuore popolare dell’Europa, trova sul finire dell’Ottocento una via siciliana nelle sale da barba isolane, luoghi del fare musica con gli strumenti a plettro (mandolini, chitarre), ai quali si aggiungono regolarmente il violino e gli strumenti da banda (clarinetto e basso tuba). E proprio qui, Catalano fa il suo fondamentale apprendistato musicale.

cover discoMa l’intraprendente marsalese, svelto di pensiero, che poi è il tratto antropologico di molti siciliani in America, soprattutto di quelli che si cimentano nelle arti, e soprattutto quelle musicali – non si dimentichi che l’affermazione del Jazz in America, deve molto ai siciliani, da Nick La Rocca, a Joe Venuti, fino a Tony Scott (di prima e seconda generazione, per essere anagraficamente corretti), e così via dicendo – si spinge ben oltre le pur apprezzatissime qualità musicali di cui è dotato. Altro che tradizione orale e paternità collettiva dell’opera musicale! Incarnando in pieno lo spirito della nuova frontiera americana del self-made-man, il buon Catalano, oltre a essere riconosciuto fondatore e leader indiscusso de I Quattro Siciliani, diventa presto manager di se stesso, della sua creatura musicale dalle uova d’oro, nonché autore dei brani che incide. E così mette su bottega, anche fisicamente parlando, mettendosi sulle tracce di nuovi brani musicali, ballabili soprattutto, anche controddanze, quadriglie, scottish, che rintraccia presso oscuri compaesani-strumentisti siciliani, oltre che averli dal suo principale compagno di viaggio il clarinettista Giuseppe Tarantola, di Camporeale, al prezzo di due soldi o poco più, per poi inciderli e rivenderli prontamente e profumatamente alle Major con i diritti perpetui alle royalties.

Emblematico, in tal senso, il valzer Speranze perdute. Si tratta – come scrive Giuliana Fugazzotto – di «uno dei primi successi de I Quattro Siciliani, pubblicato dalla Columbia a New York nel luglio del 1918. Il brano appare in una pubblicazione francese di composizioni originali per mandolino di Alessandro Morelli (1875-1918) senza data, ma probabilmente anteriore al 1900. Ciononostante, sull’etichetta del disco e nelle schede di registrazione della casa discografica non si fa alcun cenno all’autore. Speranze perdute – aggiunge la Fugazzotto – fornisce grandi soddisfazioni economiche ai produttori discografici e a Rosario Catalano stesso che, incoraggiato dalla notorietà raggiunta dalla sua incisione, comincia a intravedere buone opportunità imprenditoriali in ambito musicale». Un’avventura discografica, dunque, di successo quella de “I Quattro Siciliani”, che, pur non rinnegando le origini, anzi senza subire le contaminazioni di stili musicali “altri” e di strumenti jazz, che altri ensemble di matrice siciliana e di cultura regionale italiana, in genere, subiscono, incarnano esemplarmente le nuove tendenze musicali, con esiti artistici di livello assoluto, al punto, da essere proposti, sotto mentite spoglie, con altre etichette.

L’ensemble strumentale siciliano esce infatti nei cataloghi discografici destinati ad altre comunità di emigrati europei in America. I loro ballabili varcano, poi, l’Oceano per sbarcare in Europa, e influenzare le scelte musicali dei suonatori di tradizione, ad iniziare dalla Sicilia. E i temi musicali destinati alla danza, di cui Rosario Catalano e compagni diventano interpreti insuperabili, in virtù della straordinaria qualità performativa e del favore che incontrano nelle sale da ballo, resistono nei cataloghi discografici, e dunque sul mercato, con vendite significative, fino agli anni Quaranta del secolo scorso. Ovvero, ben oltre la stessa attività del gruppo che si chiude nel 1925, dopo la morte prematura dell’indiscusso leader Rosario Catalano che, comunque, assicurerà, oltre la sua vita terrena, una rendita finanziaria costante, grazie ai contratti discografici sottoscritti e ai diritti di proprietà, alla sua famiglia.

foton2A guidarci alla riscoperta di questa storia di successo discografico siciliano in America, facendoci riascoltare suoni e parole, con un mirabile intervento di restauro degli originali documenti discografici a 78 giri, dispiegando un ricco catalogo epistolare ed iconografico, dove la musica prende forma, anche nell’attraente comunicazione grafica del tempo, certo lontano da noi, ma ancora in grado di comunicare con noi con grande intensità e verità di vita, il bel volume di Giuliana Fugazzotto, che ci consegna un saggio di alta scuola di ricerca, bello da leggere, vedere e ascoltare. Per l’etichetta editoriale Nota-cd book, curata da Valter Colle, dunque, I Quattro Siciliani, che si aggiunge alla precedente opera, di pari qualità, Sta terra nun fa pi mia – i dischi a 78 giri e la vita in America degli emigranti italiani del primo Novecento. Un volume di grande pregio editoriale, che mi piace definire in 3D, dal momento che fa interagire con grande coerenza e rigore narrativo, e forte impatto emozionale, tre registri di comunicazione, in intrigante rapporto spaziotemporale e stretto scambio dialettico fra di loro, ovvero quello della Scrittura, quello delle Immagini, e quello Musicale (con il godibilissimo cd), necessari a vicenda, ed imprescindibili per una lettura d’insieme, solistica se volete, della «straordinaria vicenda di Rosario Catalano e del suo quartetto nell’America degli anni Venti».

La scansione narrativa ha inizio con La nascita della produzione discografica “etnica” americana, uno degli esiti culturali più originali dovuto alla new immigration, che vede leader il gruppo degli italiani, quelli meridionali, soprattutto. Quindi è la volta de Le case discografiche investono nella musica strumentale, che favoriscono la fusione di stili e procedimenti compositivi, funzionali alla domanda di musiche da ballo, per le serate di danza organizzate da società, fratellanze, enti di mutuo soccorso, necessari a rafforzare i vincoli di identità comunitari. Poi, entrano in scena trionfalmente I Quattro Siciliani e la musica da ballo, vale a dire, il gruppo più importante fra i tanti ensemble italiani che incisero musica da ballo in quegli anni. I musicisti erano tutti emigrati dalla Sicilia – scrive la Fugazzotto – dove svolgevano varie attività lavorative di tipo artigianale. Come da tradizione, facevano parte di quei gruppi di musicisti semi-professionisti di area urbana, spesso barbieri o sarti, che eseguivano principalmente, musica per il ballo. Il quartetto era formato da Rosario Catalano (Marsala 1886-New York 1925), mandolinista e direttore dell’ensemble, Giuseppe Tarantola (Camporeale 1893-New York 1945), al clarinetto, Carmelo Ferruggia (o Farruggia, prob. Agrigento 1862), alla chitarra, e Girolamo Tumbarello, alternativamente al contrabbasso o al bassotuba. Si approfondisce, poi, Lo stile musicale che fece “tendenza”, quello appunto de “I Quattro Siciliani”, caratterizzato dalla costante e dominante presenza del clarinetto, utilizzato quasi sempre con molta libertà interpretativa rispetto alla partitura e spesso spinto verso il virtuosismo. Co-protagonista nello strumentario del gruppo era il mandolino che, a volte, raddoppiava le linee principali della melodia, ma più spesso interagiva con essa con controcanti e note d’armonia. La chitarra e il basso garantivano il supporto ritmico-armonico costruito sempre in battere e, diversamente da quanto accadeva nei coevi primi gruppi jazzistici, senza movimenti sincopati. Poi uno sguardo penetrante sul salto di qualità di Saro Catalano musicista, manager, discografico. L’attività imprenditoriale del siciliano, ci fa sapere Giuliana Fugazzotto, è attestata dall’esercizio commerciale che apre, probabilmente dopo il 1917 in Flushing Ave, a Brooklyn, la Catalano Phonograph Co., per la vendita dei dischi, fonografi, rulli per piano automatico e edizioni musicali, e ancora, per l’acquisto dei copyright delle musiche eseguite da “I Quattro Siciliani”, ai quali si aggiungono, con grande lungimiranza, quelli registrati dal Sestetto Marsalese, dai Quattro Buffoni, ed anche di cantanti, quali Fernando Guarneri, Michele Scialpi, Raoul Romito.

foto n.3L’importanza della produzione de “I Quattro Siciliani” nel mercato italo-americano e in quello italiano ed europeo emerge con chiarezza dai resoconti trimestrali di vendita inviati dalle case discografiche che attestano, se ce ne fosse bisogno, di come la musica veicolata dai dischi sia diventata in breve tempo un business molto remunerativo, da qui gli onnipresenti copyright, royalties e resoconti di vendita. Esemplare, a proposito delle frequenti controversie per le attribuzioni autoriali, La disputa su Cielito lindo, un successo da hit-parade, e in particolare sull’arrangiamento che porta la firma del fido clarinettista del gruppo Giuseppe Tarantola. Quanto mai interessante, poi, la gestione dell’eredità musicale di Saro Catalano, che vede impegnata la vedova Rosina Lazzara reclamare royalties e copyright, con dispute legali con le case discografiche, che vanno avanti per anni. Finita l’esperienza negli Stati Uniti, con la morte del leader Catalano, “I Quattro Siciliani” tornano in Italia dapprima con i dischi, che gli emigrati rientrati in patria avevano portato con sé, e successivamente con le ristampe che le lungimiranti case discografiche inseriscono in catalogo. In Italia i loro ballabili ispirati alla tradizione riescono a convivere con le novità giunte da oltreoceano nel primo dopoguerra, come il tango argentino, la rumba, il fox-trot e soprattutto, il charleston.

Una riflessione quanto mai stimolante è quella relativa a “I Quattro Siciliani” e la nuova musica da ballo italiana, che si chiede molto acutamente quali siano stati i rapporti del gruppo con il nascente jazz, e ancora, in che modo si possono collegare il loro stile e le loro scelte musicali a quelle degli ensemble di area emiliano/padana, che diedero origine al liscio romagnolo, quali siano le ascendenze culturali che stanno alla base di tante affinità con altre realtà musicali regionali italiane di tradizione deputate al ballo. Da non perdere, poi, l’analitico Catalogo discografico de I Quattro Siciliani, a cura del noto studioso americano Richard K. Spottswood, autentico pioniere della riscoperta, secondo un approccio di studio scientifico, dell’immenso giacimento discografico delle Comunità “etniche” americane, prodotto dalle imprese discografiche delle origini, la Columbia e Victor, innanzitutto. Sul finire, Catalano & Co.-I copyright; e la ricca presentazione del cd allegato, sterminata e canonica la Bibliografia e discografia, e, dulcis in fundo, semplicemente una goduria assoluta l’ascolto! E allora non resta che augurare buon viaggio con “I Quattro Siciliani”!

Dialoghi Mediterranei, n.18, marzo 2016

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Mario Sarica, formatosi alla scuola etnomusicologica di Roberto Leydi all’Università di Bologna, dove ha conseguito la laurea in discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, è fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina. È attivo dagli anni ’80 nell’ambito della ricerca etnomusicologica soprattutto nella Sicilia nord-orientale, con un interesse specifico agli strumenti musicali popolari, e agli aerofoni pastorali in particolare; al canto di tradizione, monodico e polivocale, in ambito di lavoro e di festa. Numerosi e originali i suoi contributi di studio, fra i quali segnaliamo Il principe e l’Orso. il Carnevale di Saponara (1993), Strumenti musicali popolari in Sicilia (1994), Canti e devozione in tonnara (1997).

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