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Quando in Sicilia arrivarono gli Arabi

Architettura arabo normanna, stampa

Architettura arabo normanna, incisione

di Ahmed Somai 

Eufemio vs Assad ibn al-Furât

Sicilia. Per gli arabi è Siqillìa o Sisilia.  Terra di prede e di bottino. Dall’avvento del califfo Mu’awia che spostò la sede del califfato da Medina a Damasco, e dopo la conquista dell’Ifriqia, del Marocco e della Spagna numerose furono le incursioni degli Arabi, dei Berberi e degli Andalusi di Spagna in Sicilia e nei territori italiani che si affacciano sul mare. Erano per lo più scorrerie a scopo di prede e di bottino che talvolta si inoltravano nel retroterra inseguendo i fuggiaschi o attaccando i borghi non troppo lontani dalla costa dove avevano lasciato le loro imbarcazioni.

Essi non vedevano nella Sicilia una terra da conquistare, perché la sapevano difesa dalla flotta bizantina e dalle numerose piazzeforti, nonché dalla guarnigione bizantina stanziata a Siracusa. I Musulmani vedevano nella Sicilia una terra che li faceva sognare. Ecco come la descrive Yaqut [1] nel suo Mu’jem al Bulden, alla voce Siqillìa: 

«Isola fertile ricca di città, di paesi e di contrade [...]. Ho letto nella Storia della Sicilia di Ibn al Qatta’, che nell’isola ci sono ventitré città e tredici fortezze e un numero infinito di fattorie. Dice Abu Ali al-Hassan ibn Yahya faqih nella sua storia della Sicilia citando il Qadi Abul Fadhl che in Sicilia ci sono diciotto città una di esse è Palermo, e ci sono più di trecentoventi fortezze, ed è nel tempo passato e in quello presente in mano di un sovrano che non cede ad alcun altro regnante qualunque fosse il suo prestigio e ciò per la forza delle sue difese e per la ricchezza delle sue entrate, in essa ci sono fonti ricche d’acqua e fiumi che scorrono in continuo e giardini meravigliosi, perciò canta Ibn Hamdis “ricordo con amore la Sicilia / e il ricordo mi sconvolge l’anima/ Se mi sarà dato di tornare dal paradiso/ racconterò le sue novelle”». 

coverimageNell’anno 800, il califfo Harun ar-Rashid [2] nominò Ibrahim ibn al-Aghlab [3], della tribù araba dei Banu Temim, a capo di un emirato ereditario dell’Ifriqia (l’attuale territorio della Tunisia, l’Algeria orientale e la Tripolitania). Il califfo, non potendo più garantire il controllo di territori tanto lontani dalla capitale Baghdad, aveva delegato il potere agli Aghlabiti, con gestione autonoma del potere. In compenso era dovuto al califfo un tributo annuo e la proclamazione della sua sovranità come citando il suo nome nella predica del venerdì (la khutba).

Non esistendo più nessuna dipendenza dal Califfato di Baghdad, le dinastie che governavano il Nord Africa, ossia gli Aghlabiti in Ifriqia, gli Idrissiti [4] nel Marocco e gli Omeyyadi [5] in Andalusia, agivano in modo indipendente, stringendo alleanze, razziando le coste del Mediterraneo insieme o per proprio conto. Quando Ibrahim ibn al Aghlab firmò nell’805 un patto (rinnovato nel 813) [6] che garantisse la libera circolazione delle merci e dei mercanti, le altre due dinastie, Idrissiti e Omeyyadi, non si ritennero obbligati a rispettarli. La scomparsa dell’autorità centrale creava uno stato precario che si traduceva in rivolte interne e in congiure e assassini per impossessarsi del potere. Inoltre, gli Aghlabiti dovevano domare le resistenze sempre vive dei Berberi e vincere l’ostilità della gente di Tunisi, che non accettava l’autorità degli Aghlabiti di Qairawan. Tali problemi interni rendevano impensabile avventurarsi in una conquista della Sicilia, che si sapeva ben difesa da diverse città fortificate e dalla presenza della guarnigione e della flotta bizantina a Siracusa.

Negli anni 821-826, la Sicilia fu scossa da continui atti di rivolta e di ribellione contro il governo bizantino. Non valsero i vari patrizi ed i rinforzi mandati da Costantinopoli in Sicilia a restaurare l’autorità dell’Impero. L’Isola viveva in un costante clima di rivolte e di instabilità politica, sociale ed economica, e come diceva Michele Amari: «in una parola, la Sicilia era diventata dentro e fuori ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza; sì che, contemplando le misere condizioni sue, non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò» [IX: 531].

storia-dei-musulmani-di-siciliaSull’altra sponda del Mediterraneo, gli Aghlabiti, dopo aver domato la ribellione berbera, affrontavano un’ostilità sempre più acerba proveniente dalla città porto di Tunisi. Nell’anno 825, Ziedat Allah ibn al-Aghlab, emiro di Qairawan, ebbe a fronteggiare le milizie che si erano sollevate contro di lui condotte da Mansûr at-Tonbodhi, le quali si accamparono sotto Qairawan, e chiamarono la popolazione ad unirsi a loro nella ribellione. Il Paese rischiava di sprofondare nella guerra civile. Uscirono a parlamentare i due qadhi: Abu Mehrez e Assad ibn al-Fûrat. Quando furono alla presenza di Mansûr, questi li invitò ad unirsi a lui dicendo loro: «Uscite con noi! Non sapete che quel miserabile tiranneggiò i musulmani?». Abu Mehrez, alquanto impaurito, rispose «Vero è, tiranneggiò anche gli ebrei ed i cristiani!». Assad disse loro invece: «Ma voi, tempo fa eravate suoi militi, e come allora riuscimmo a tenerlo a freno quando era con voi, tanto più riusciremo a farlo ora che è solo» [Riadh an-Nufûs: 309]. Le parole di Assad sollevarono un uragano nel campo, e i due Qadhi dovettero scappare in fretta e rifugiarsi dentro le mura della città. Ma anche lì non furono accolti a braccia aperte poiché i cittadini di Qairawan soffrivano della prepotenza e della crudeltà del loro emiro Ziadat Allah. Ma Assad non abbassò il tono ricordando a tutti con fierezza chi era lui: «Io son Assad (leone), e quale belva non cede al leone? Figliuol sono io di Furât (fiume Eufrate), né altro fiume ha miglior acqua. L’avol mio appellossi Sinân (lancia), e questa è invero fortissima tra le armi» [Ibn Abbâr. in Amari II: 581].   

Questo era il clima che regnava nell’Ifriqia degli Aghlabiti. Un clima che non accennava alla presenza di nessun progetto di “Jihad” o di conquista della Sicilia. Il secondo libro della Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari, inizia con questa frase significativa: «Fu aperta la Sicilia ai Musulmani da una rivolta militare, della quale si narra variamente l’origine» [II: 552].  

Figura centrale di questa “rivolta militare” fu il ricco siciliano e capo della milizia Eufemio. Nelle fonti arabe lo troviamo sotto il nome di Fimi con il grado militare di Muqaddam (Nuwairi), ossia comandante di truppa, talvolta come ammiraglio della flotta bizantina (Athir). Personaggio ambiguo, ambizioso e ostile alla presenza dei bizantini in Sicilia. Il suo sogno era di strappare l’Isola a Bizanzio e diventare imperatore, muovendo magari guerra a Costantinopoli per impadronirsi della corona imperiale. Nella memoria collettiva egli è colui che ha aperto la Sicilia ai Musulmani, e quindi traditore, ma alcuni vedono in lui il precursore del movimento autonomista.   

Ibn al-Athir racconta che il re dei “Rûm” (Michele il Balbo) nominò governatore della Sicilia il patrizio Costantino (211 H./ 826). Giunto in Sicilia Costantino mise al comando della flotta un “Rûmi” (siciliano) di nome Fimi, uomo coraggioso e audace, il quale compì varie incursioni sulle coste dell’Ifriqia, depredò quelle terre e fece prigionieri alcuni mercanti. Nel mentre giunse a Costantino l’ordine dell’imperatore di arrestare Fimi, l’ammiraglio della flotta, e di sottoporlo a tortura (mozzandogli il naso), per un misfatto da lui compiuto. Fimi seppe del fatto, mobilitò i suoi seguaci e sbarcò in Sicilia con l’intenzione di occupare Siracusa. Costantino gli mosse contro il suo esercito, ci fu battaglia e Costantino fu sconfitto e ucciso durante la fuga.

madridskylitzesfol100vdetailFimi fu proclamato re. Egli nominò un certo Palata governatore su una parte della Sicilia, ma quest’ultimo si alleò con un suo cugino, Mikhail, il quale era governatore di Palermo e si rivoltarono contro Fimi dichiarandosi fedeli al re dei “Rûm” (Michele il Balbo). Riunirono un grosso esercito e costrinsero Fimi alla fuga. L’unica via di salvezza per Fimi era quella di lasciare la Sicilia con i suoi uomini e di recarsi in Ifriqia per cercare aiuto presso gli Aghlabiti dell’Ifriqia.

Giunto a Qairawan, Eufemio fu ricevuto dall’emiro Ziadat Allah ibn al Aghlab, al quale chiese soccorso contro i Bizantini di Siracusa. In compenso gli offrì la sovranità sulla Sicilia che sarebbe diventata una provincia dello Stato aghlabita a condizione di essere nominato governatore della Sicilia con il titolo e le insegne di imperatore e l’emiro aghlabita avrebbe ricevuto un congruo tributo annuo. Ziadat Allah riunì il consiglio della “djamā’a” composto di ottimati della comunità, dei “faqih” o ulema e dei due qadhi della città: Abu Mehrez e Assad ibn al-Fûrat. Alla fine della riunione fu deciso di mandare un’armata in Sicilia sotto il comando di Assad ibn al-Fûrat il quale assumerà il titolo di qadhi-emiro [Athir, VI: 155].

Ibn Khaldûn riassume in poche righe la versione di Ibn al-Athir, senza aggiungere altri particolari dell’incontro di Eufemio con l’emiro Ziadat Allah. Anzi, non menziona neanche il nome di Fimi (Eufemio) accontentandosi di disegnarlo con il titolo di “muqaddam”, cioè comandante di truppa [Tarikh, IV: 257].  

Nuwairi, Nihayet al Arab fi Funûn al Adab, copertina

Nuwairi, Nihayet al Arab fi Funûn al Adab, copertina

Nuwairi, nel suo Nihayet al Arab fi Funûn al Adab, ci offre maggiori particolari e informazioni sulla vicenda di Eufemio e sulla significativa presa di posizione di Assad ibn al-Fûrat che avrà, come vedremo, un impatto cruciale sui progetti di Eufemio e sul destino della Sicilia. Narra dunque il Nuwairi che nell’anno 211 H./ 826, il re di Costantinopoli (l’imperatore Michele il Balbo) incaricò del governo della Sicilia Cosantin [così nel testo] un patrizio soprannominato Sûda, il quale approntò una flotta che inviò in terra di Ifriqia. Nominò a capo della flotta Fimi (Eufemio) il “Rûmi” (siciliano), il quale occupò una parte della costa (africana) e vi rimase un certo tempo. Giunse dal sovrano di Costantinopoli uno scritto a Cosantin con l’ordine di arrestare Fimi e di torturarlo per un misfatto che gli era stato comunicato. La notizia (dell’arresto) giunse a Fimi, il quale venne a Siracusa. Indi occupò la città, e si ribellò contro Cosantin e questi uscì a fargli guerra. Si affrontarono e Cosantin fu sconfitto e ucciso. Fimi fu proclamato re. C’era al suo fianco (nella ribellione) un armeno di nome Palata che Fimi promosse a governatore di una parte dell’isola. Questi si ribellò poi contro Fimi e gli mosse guerra. Fimi fu sconfitto e mille dei suoi furono uccisi. Palata s’impossessò di Siracusa.

Fimi s’imbarcò con i suoi uomini per l’Ifriqia, presso Ziadat Allah ibn Ibrahim ibn al Aghlab chiedendo il suo soccorso. Ziadat Allah riunì gli ottimati del popolo di Qairawan ed i suoi ulema e chiese il loro parere riguardo l’invio della flotta in Sicilia. Alcuni dei presenti dissero: «la conquistiamo senza risedervi né farne una nostra patria». Sohnûn ibn Qadem, che Allah l’abbia nella Sua Misericordia, chiese: «Quanto dista essa dal territorio dei “Rûm” (il continente)?» Gli risposero «ci si va due o tre volte al giorno e ci si ritorna»; chiese: «e dall’Affrica ?»; gli risposero «un solo giorno». Disse: «se fossi un uccello mai ci sarei volato» (scherzando sul suo nome (Sohnûn) che in arabo indica una specie di uccellii. Altri infine erano favorevoli all’intervento. Allora Ziadat Allah dette ordine a Fimi di recarsi al porto di Sûssa (Sousse), e di aspettare lì l’arrivo della flotta. Al comando della flotta nominò Assad (dietro la sua insistente richiesta) e il sabato della metà del mese Rabî’ Primo dell’anno 212 H/ giugno 827, la flotta composta di circa cento navi più quelle di Fimi prese il mare in direzione della Sicilia e giunse il martedì seguente a Māzir (Mazara) [Nuwairi, vol.24: 195].

A questo punto sarebbero necessarie alcune considerazioni. Sia nella narrazione di Ibn al- Athir che in quella del Nuwauri e ancora meno in quella di ibn-Khaldûn, non troviamo nessun accenno alla natura del “misfatto” di cui era stato incolpato Eufemio, in seguito al quale giunse da Costantinopoli l’ordine dell’arresto e della tortura. Eppure era un fatto dal quale prese inizio il folle progetto di Eufemio di ricorrere all’aiuto degli Aghlabiti, accecato com’era dall’ambizione di diventare re di Sicilia. Egli contava sul fatto che una volta sconfitto Palata e ripresa Siracusa avrebbe cacciato a sua volta gli Arabi. Ma aveva fatto i conti senza l’oste, o piuttosto senza Assad.

Come sappiamo dalla Storia di Amari, ci sono due versioni contradittorie su questo famoso misfatto. La prima versione, quella dell’Anonimo Salernitano, narra «come un certo grechetto che reggeva la Sicilia, ingiuriasse mortalmente Eufemio, ricchissimo siciliano. Corrotto per danari, il prefetto violentemente toglieva ad Eufemio la fidanzata Omoniza, fanciulla di rara bellezza, per darla in braccio a un rivale. Ed Eufemio, cercando vendetta, si imbarcava coi servi suoi per l’Affrica; andava a profferire la signoria della Sicilia a quel barbaro re; il quale, colmatolo di doni, lo rimandò nell’isola con un esercito. L’ingiuriato amante, così entrato per forza d’armi in Catania e fattavi molta strage, ammazzò tra gli altri il prefetto» [Amari, II: 557].

L’altra versione, da vittima faceva Eufemio aggressore. Nella Compilazione Imperiale si legge che «Eufemio turmarca di milizie in Sicilia, invaghito di una donzella che vivea nel chiostro e che portava da lungo tempo l’abito monastico, avea cerco ancor da lungo tempo di soddisfare all’amor suo, prendendola in moglie. [...] rapita la vergine dal monastero, portossela, riluttante a casa. I fratelli di lei se ne richiamavano allo imperatore e questi ingiungeva allo stratego di Sicilia che, sendo vero il misfatto, si mozzasse il naso rapitore, secondo il rigor della legge» [Amari, II: 560].

La seconda versione sarebbe più attendibile. L’imperatore non si sarebbe mosso per una semplice rivalità per una donna. Mentre, essendo stata presa con la forza una monaca e dopo il ricorso dei suoi fratelli all’autorità dell’imperatore, questi doveva per forza applicare la legge del caso (mozzare il naso). 

Altre considerazioni per capire l’improvvisa svolta assunta dagli avvenimenti a favore della conquista anziché della semplice incursione e a danno dei progetti e delle ambizioni di Eufemio, sono da ricercare nel ruolo cruciale assunto da Assad ibn al-Fûrat.

mongol_siege_mosulGiova innanzitutto sapere chi era questo personaggio: Assad nacque a Harrân in Mesopotamia nel 142 H/ 759-60. Suo padre venne in Affrica con l’esercito di conquista, lo portò ch’era ancora bambino di due anni a Qairawan dove, come di tradizione, Assad studiò il Corano. A 18 anni si spostò in Arabia,  e a Medina seguì le lezioni del famoso Malek ibn-Anas, fondatore della scuola malekita. Dopo la morte del maestro andò in Iraq presso i discepoli di Abu Hanîfa e in seguito venne in Egitto per seguire gli studi del malechita ibn-Qassem. Tornato a Qairawan nel 797, aprì una scuola di diritto. Scrisse un commento del Mowattâ del suo maestro Malek, intitolandolo Assadìa, che accrebbe la sua reputazione in Ifriqia. Uomo colto, di grande dottrina, diceva sempre la sua senza timore di nulla, convinto di servire Allah, nel rispetto del Corano e della Sûnna (insegnamenti del Profeta), uomo di grande forza morale, inamovibile e acceso sostenitore della fede.

Ziadat Allah lo chiamò alla funzione di qadhi a fianco dell’antico qadhi Abu-Mehrez, il quale non ne fu molto contento, ma accettò di malavoglia la decisione dell’Emiro. Così, Qairawan ebbe due qadhi della stessa scuola dottrinale (malekita): un fatto raro se non unico in una città musulmana.

Dopo la venuta di Eufemio, concluso il consiglio, la maggioranza votò l’intervento armato, ma d’incursione non di conquista (cosa che appare strana perché lo stesso Eufemio offriva la Sicilia allo Stato Aghlabita mentre l’assemblea riduceva la spedizione ad una semplice incursione). Ciò non piacque affatto a Assad: nella riunione la sua posizione era per la conquista ed era pronto a fare tutto il possibile per riuscire nel suo intento: conquistare la Sicilia, e per questo doveva essere a capo della spedizione. Si recò dall’Emiro e gli chiese di metterlo al comando della flotta. Ora, al comando ambivano in tanti che avevano maggiore esperienza di comando e di combattimento, oltre a nobiltà di stirpe, mentre Assad aveva settant’anni e nessuna esperienza di comando e di guerra combattuta. Tanto ardore sì! E tanta determinazione e audacia.

Ma Ziadat Allah rifiutò di dargli l’incarico, beffandosi quasi di lui. Ed ecco che Assad uscì fuori e si rivolse direttamente al popolo con queste parole: «guardate gente! Non mi vogliono perché credono che sono un buono a nulla! Hanno trovato i nocchieri per governare le navi. Che bisogno c’è di chi le governerebbe secondo il Corano e la Sûnna?». E tanto disse e tanto fece che Ziadat Allah si piegò al suo volere. Per finire Assad gli chiese di togliergli l’incarico di Qadhi ma l’Emiro gli disse «Non sarà mai! Vi aggiungo l’incarico di capitano e conservate anche quello di qadhi. Sarete il primo ad essere qadhi-emiro» [Riadh an-Nufûs, alla voce Assad] [7].

La nomina di Assad al comando della flotta ribaltò completamente i piani di Eufemio. All’arrivo di Assad al porto di Sûssa con cento navi e migliaia di soldati e cavalieri, davanti all’entusiasmo che travolse la città mentre la popolazione invocava la vittoria di Allah e del suo Profeta, Eufemio probabilmente capì il suo fatale errore. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note

[1] . Shihab ad-Addin Abu-Abdallah Yaqût ibn Abdallah al-Hamawi ar-Rûmi al-Baghdadi (1178-1229), letterato poeta enciclopedico viaggiatore. La sua opera più famosa è Mu’jem al Bûlden ossia Glossario dei Paesi.
[2] . Harûn ar-Rashîd (766-809). Quinto califfo e il più famoso della dinastia degli Abbassidi, 24° califfo dalla morte del Profeta. Alla sua corte venivano i più grandi poeti e letterati dell’epoca. È rimasto leggendario grazie alle Mille e una notte.   
[3] . Ibrahim ibn al Aghlab (757-812). Fondatore dello Stato aghlabita e il suo primo re. Governò dall’anno 800 al 909.
[4] . dal nome del fondatore della dinastia: Idris I, pronipote di Al Hassen ibn Ali (genero del Profeta).Dopo aver regnato sull’attuale Marocco e su alcune parti dell’Algeria occidentale, la dinastia degli Idrissiti perse il regno nel 972.
[5] . Gli Omeyyadi di Spagna o Andalusia fondarono un Emirato nel 756, diventato Califfato nel 929. L’ultimo califfo di Cordova, Hishâm II, fu deposto nel 1031.
[6] . Fin dal 728 fu stipulato un patto che i Musulmani non tardarono ad infrangere approfittando delle difficoltà in cui si dibatteva l’impero bizantino, tanto da pensare di soggiogare la Sicilia, finché arrivò al potere Ibrahim ibn al Aghlab, il quale con i suoi desideri di mantenere la pace per favorire il commercio e la sicurezza dei mercanti che dall’Ifriqia andavano a soggiornare in Sicilia o il contrario, firmò una tregua nell’anno 805 con Costantino, patrizio di Sicilia. Ma fu violata più volte: la Sardegna e la Corsica furono assalite sia dagli africani che dagli andalusi (806-821). La tregua sarà rinnovata nell’813 da Ziadat Allah.
[7] . L’autore è Abu Bakr ibn Abdellah al-Mâliki al qurashî al-qairawānî (… – dopo il 1071).
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Ahmed Somai, italianista e traduttore tunisino. Co-autore dei tre primi manuali per l’insegnamento della lingua italiana in Tunisia (1995-1997). Autore di una Bibliografia italiana sulla Tunisia (ed. Finzi), ha curato per la collana “I Classici” i volumi: G. Verga, Vita dei campi; L. Capuana, Il marchese di Roccaverdina. Dalla metà degli anni ’80 è impegnato in una costante attività di traduzione in arabo di opere e autori italiani: I. Calvino, Fiabe italiane, vol.1, Finzi Ed. Tunisi, 1988; G. Bonaviri, Il sarto della stradalunga, Finzi, Tunisi, 1998; N. Ammaniti, Io non ho paura, Cenatra, Tunisi, 2008; di U. Eco ha tradotto in arabo i romanzi: Il nome della rosa (1991); L’isola del giorno prima (2000); Il cimitero di Praga (2014); Numero zero (2017) e i saggi Semiotica e filosofia del linguaggio (2005); Dire quasi la stessa cosa (2012). Co-traduttore e curatore dell’Antologia di Poeti Tunisini tradotti in italiano, Roma-Tunisi, 2018. Ha tradotto ultimamente per l’editore Madar al Islam, Beirut, 2019, La colonia saracena di Lucera di Pietro Egidi.

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