di Giovanni Gugg
Quando il brigante prende parola
Il libro di Alessio Petrizzo, Parole di brigante. Scrivere di sé in un carcere dell’Italia unita (Viella, 2025) si presenta come un oggetto storiografico anomalo in senso preciso: non perché eccentrico, ma perché costruito intorno a una fonte che resiste alle classificazioni consuete. Al centro sta l’autobiografia manoscritta di Luigi Martino, brigante molisano nato nel 1841 e morto nel 1902, detenuto per lunghi anni nel penitenziario borbonico di Santo Stefano, dove tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento redige un testo ampio e ambizioso, significativamente intitolato Vita e biografia del flebotomo dei briganti, in cui si concentra già un gesto di autorappresentazione ambivalente, insieme tecnico e simbolico, che segnala come Martino non si limiti a raccontare la propria esperienza, ma tenti di inscriverla in una figura riconoscibile e dotata di senso.
Martino scrive «al chiuso del bagno penale di Santo Stefano», in quello spazio che definisce «il più rado ed inevitabile» (ivi: 75), dando forma a un’opera materialmente segnata dalla disciplina carceraria ma capace di trasformare quel vincolo in occasione narrativa. Non si tratta soltanto di scrivere, perché l’opera imita l’aspetto di un prodotto editoriale del tempo, riproducendo la forma del libro illustrato e appropriandosi dei codici della stampa e dei suoi dispositivi formali, come se la legittimità del racconto passasse anche attraverso la sua messa in forma. Il testo non è clandestino, anzi è timbrato, controllato, prodotto dentro un regime di concessione istituzionale; e tuttavia non è muto. Proprio entro quel perimetro prende forma un gesto di autorappresentazione che ambisce a durare e che si costruisce un pubblico, come quando l’autore interpella la «società dei onesti cittadini» (ivi: 44), collocando la propria storia – per quanto infame – in un orizzonte di ascolto che non coincide con quello carcerario.
È a partire da questo dato che Petrizzo prende le distanze tanto dall’idea del “documento che parla da sé” quanto dalla tentazione di ridurre l’ego-documento a semplice prodotto dei dispositivi di controllo. L’autobiografia di Martino viene letta come un campo di forze, cioè un testo che aspira a dire il vero ma lo fa attraverso i registri della performance, dell’iperbole e della cultura orale; un testo che porta la traccia della sorveglianza senza coincidere con essa; un testo che non si limita a ricordare, ma cerca di spiegare e legittimare. Quando Martino confessa «Miei lettori, allora era inalfabeto» (ivi: 55), e descrive l’accesso progressivo alla scrittura come una nuova forma di esperienza – «arrivato fino a quest’età […] ed avendomi insegnato quel dono di poter conoscere le vicende mondane per mezzo di scritti, e di pratica» (ivi: 55-56) – non offre soltanto un dettaglio biografico, ma mette in scena una postura culturale: la consapevolezza che la scrittura possa diventare insieme distanza dalle origini e risorsa di reinvenzione del sé. Nel far dialogare questa voce con regolamenti penitenziari, archivi giudiziari e materiale iconografico, Petrizzo restituisce l’autobiografia come oggetto storico collocato in un contesto preciso, non come finestra trasparente sul brigantaggio.
Architettura e dispositivi
Una delle difficoltà – e insieme una delle promesse – di Parole di brigante sta nel fatto che l’oggetto messo in scena da Petrizzo non coincide con un libro “lineare”. Qui convivono tre libri che non si limitano a sommare materiali: si correggono, si disallineano e talvolta si smentiscono, obbligando il lettore a seguire i passaggi di regime da una voce all’altra. È un punto preliminare decisivo: la Parte II non è “Petrizzo che racconta”, ma è anzitutto Martino che parla, con le implicazioni di un testo d’epoca scritto dentro un’esperienza e non dopo una distanza storiografica.
La Parte I costruisce l’infrastruttura di leggibilità del manoscritto, nel senso che prima ancora di “credere” o “non credere” a Martino, Petrizzo mostra come nasce una narrazione pubblica del brigantaggio e quali stereotipi la reggono. È la zona in cui lo sguardo istituzionale definisce il fenomeno come retaggio di arretratezza e come questione di ordine civile: basti la formula di Aurelio Saffi, esponente del repubblicanesimo postunitario, che lo descrive come «lascito della barbarie alla civiltà», oppure l’affondo in cui «il male è sociale» e dunque il rimedio non può essere solo poliziesco, ma una «nuova vita morale ed economica» (ivi: 34). A questo sguardo dall’alto si affianca la materialità del territorio, che il generale garibaldino Nino Bixio descrive come «una vera spiniera dove è facile nascondersi», insistendo sulla morfologia aspra e impervia come fattore decisivo del brigantaggio. Saffi, da parte sua, coglie lo scarto tra paesaggio e struttura sociale: parla di una «scena da idilio» che però si rovescia in «strano contrasto alle condizioni sociali» (ivi: 36), segnalando come dietro l’apparente armonia naturale si nascondano miseria e tensioni irrisolte. Questa doppia rappresentazione – geografica e morale – costruisce già una cornice interpretativa forte, entro la quale il brigantaggio viene spiegato prima ancora di essere ascoltato. È proprio tale cornice che impedisce di leggere l’autobiografia di Martino come accesso immediato e neutro ai fatti: il suo racconto si inserisce in un campo discorsivo già strutturato, e non può esserne separato.
La Parte II è il “corpo caldo” della testimonianza. Martino si consegna a un patto emotivo e veritativo, promettendo di porgere «questo libro da me compilato alla meglio descrivendo tutte le mosse pericolose del Brigantaggio ove io viddi e mi accadettero», e chiedendo indulgenza, «sperando non esagerare, e di essere compatito» (ivi: 173). Qui il linguaggio non organizza l’esperienza in categorie astratte, ma ne restituisce l’immediatezza e la tensione: la guerra civile, ad esempio, non è una nozione storiografica, ma una condizione vissuta, e lo si vede nella formula che torna come legge sociale, «per noi poveri pastori, i quali eravamo fra l’incudine, ed il martello» (ivi: 183). Il lettore entra così in un mondo in cui la violenza non è solo evento, ma principio ordinatore della quotidianità.
La Parte III, infine, introduce un cambio di prospettiva. Quando nel manoscritto la narrazione si arresta davanti alla violenza – «trovammo quivi un spettacolo!!!» (ivi: 321) – ciò che emerge è l’impatto emotivo dell’evento, più che la sua ricostruzione analitica. Ma è a questo punto che interviene un altro linguaggio, quello della giustizia. Petrizzo osserva che «la giustizia italiana farà parlare lui e i suoi coimputati in un italiano privo di incertezze» (ivi: 323). La stessa esperienza viene così riformulata in termini tecnici e giuridici: le vite diventano imputazioni, le violenze si trasformano in capi d’accusa, le biografie vengono ricondotte a categorie amministrative. Non si tratta di una correzione del racconto precedente, ma di una sua traduzione in un diverso regime discorsivo. È proprio questo passaggio tra linguaggi – dalla testimonianza alla formalizzazione giudiziaria – a costituire uno degli elementi più solidi del volume, perché mostra come la verità non sia un dato immutabile, ma assuma forme diverse a seconda dell’istituzione che la enuncia.
Il primo asse, formulato senza equivoci, è che la scrittura di Martino non è una “voce libera” che sgorga contro l’istituzione, ma nasce dentro un regime disciplinare materiale e vincolante, dove la facoltà di scrivere è concessa e dunque sempre revocabile. Petrizzo colloca con precisione la genesi del testo negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, nel penitenziario di Santo Stefano, mostrando come luogo e cronologia non siano semplici sfondi ma condizioni strutturali dell’esperienza narrativa. Questa autobiografia non rappresenta un’uscita dalla reclusione, ma è un suo stesso prodotto, e proprio per questo va letta alla luce dei vincoli che l’hanno resa possibile. È nel corso di quasi due decenni di detenzione che la competenza scrittoria si sedimenta: l’autorialità di Martino non è un evento improvviso, ma l’esito lento di un apprendistato che si svolge interamente dentro l’istituzione penale.
In questo senso, la scrittura appare come una pratica che nasce dentro condizioni concrete, legata a dispositivi istituzionali che ne regolano forme e margini di espressione, secondo una prospettiva ormai consolidata nella storia culturale del libro (Chartier 2015).
Il carcere emerge come macchina di spersonalizzazione – riduzione del detenuto a numero, anonimato, matricola – ma anche come spazio poroso, in cui la socialità forzata favorisce la circolazione di competenze e una familiarità progressiva con la cultura scritta. La distinzione tra alfabetizzazione e appropriazione culturale della scrittura – ben chiarita da Petrucci (1987) – aiuta a comprendere questa ambivalenza: si può non saper scrivere correttamente e tuttavia imparare a usare la scrittura come risorsa simbolica. Martino stesso ricorda di essere stato «inalfabeto» e insieme mostra di aver acquisito gli strumenti necessari per trasformare la propria vita in racconto. Il suo testo non è dunque soltanto una memoria personale, ma il risultato di un processo di mediazione istituzionale e archivistica che ne condiziona forma e sopravvivenza, secondo quella dinamica di cattura e riorganizzazione documentaria che Philippe Artières (2019) ha messo in luce nelle sue riflessioni sul dossier e sulle vite prodotte dall’archivio.
Guerra civile e linguaggi della violenza
Se la Parte I impedisce una lettura ingenua, la Parte II immerge il lettore nella guerra civile come sistema sociale totale, in cui la violenza non è soltanto mezzo di conflitto ma vero e proprio linguaggio pubblico. Fin dal proemio Martino promette di raccontare ciò che ha visto e vissuto, costruendo un patto emotivo che non mira alla distanza analitica ma all’urgenza della testimonianza: ciò che è in gioco non è la classificazione di un fenomeno, ma la restituzione di un’esperienza.
Nel suo racconto la guerra diventa routine, per cui gli scontri irrompono nel tempo ordinario e si susseguono con una continuità tale da dissolvere la distinzione tra evento ed eccezione. Gli anni scorrono come un unico tempo di guerra, in un regime in cui la popolazione subalterna è stretta in una triade di violenze – bande, forza pubblica, notabili locali – che si contendono territori e corpi. La condizione dei pastori è nominata con una formula che torna come legge sociale, «per noi poveri pastori, i quali eravamo fra l’incudine, ed il martello» (ivi: 183): non si tratta di un’immagine occasionale, ma della sintesi di una vulnerabilità strutturale, fatta di fame, fatica, repressione e ricatto. In questo quadro la scelta brigantesca appare meno come decisione morale e più come esito di una pressione sistemica, inscritta in un contesto dove sopravvivere significa negoziare continuamente la propria posizione tra forze antagoniste.
Accanto alla coercizione agisce tuttavia la seduzione. I briganti «parevano tanti Paladini di Francia» (ivi: 216), infatti la loro figura carismatica esercita un’attrazione che è prima estetica e simbolica che politica. Abiti, ornamenti, posture costruiscono un’immagine eroica capace di compensare, almeno sul piano dell’immaginario, la marginalità sociale; la devianza emerge così non soltanto come trasgressione normativa, ma come investimento simbolico su un modello alternativo di prestigio. In questo scenario anche la violenza assume una forma pubblica e visibile, perché le decapitazioni, le punizioni esibite e i corpi mostrati alla comunità non sono soltanto atti brutali, ma diventano messaggi, segnali indirizzati a chi guarda. Servono a intimorire, ma anche a costruire reputazione e dominio, per cui la folla non è semplice spettatrice, bensì coinvolta in una scena che trasforma l’atto violento in dimostrazione di potere. La guerra civile si configura così non solo come successione di scontri armati, ma come un sistema di segni condivisi, in cui la forza viene mostrata, riconosciuta e temuta.

Martini va di sera nella Masseria di Ripalto, ove incontrò una sua conoscente a nome Rosella: con questa egli cenò… occultamente indi partì. Addio Rosella. Addio Luigi rispose Lei.
Regimi di verità in conflitto
La Parte III non si limita a verificare o correggere la testimonianza di Martino, ma la espone a una serie di traduzioni successive che ne modificano radicalmente lo statuto. È qui che il libro mostra con maggiore chiarezza come una stessa vicenda possa assumere configurazioni differenti a seconda del dispositivo che la intercetta, la riformula e la rende intelligibile secondo propri criteri di validità. Non si tratta semplicemente di versioni concorrenti di uno stesso fatto, ma di regimi di produzione del vero che operano secondo logiche eterogenee, ciascuna delle quali seleziona, riduce e ricompone l’esperienza entro un proprio campo di coerenza.
Lungi dall’essere una registrazione neutra degli eventi, l’autobiografia è innanzitutto un’operazione di costruzione dell’autorità narrativa. Martino, cioè, scrive rivolgendosi a un pubblico evocato e interpellato fin dalle prime pagine; anticipa il giudizio, dosa le confessioni, situa le proprie responsabilità dentro un orizzonte di guerra e disordine che rende le scelte meno lineari di quanto la successiva imputazione suggerirà. La sua è una verità performativa che non cancella la colpa, ma la inscrive in una trama di costrizioni, paure, pressioni collettive. In questo senso, la sua scrittura da un lato racconta il passato, mentre dall’altro tenta di governarne retroattivamente il senso.
Quando la parola si arresta o si incrina, interviene il piano iconografico, ossia un ulteriore livello di mediazione. Le scene di violenza che nel manoscritto appaiono talvolta compresse o allusive trovano nelle immagini una diversa forma di esposizione, per cui l’ostensione del corpo punito, della testa mozzata, della scena repressiva va oltre l’illustrazione e diventa produzione visiva di evidenza. La memoria del brigantaggio non circola soltanto attraverso il racconto scritto, perché passa per la visualizzazione, per la teatralizzazione della punizione, per la fissazione dello sguardo collettivo su corpi resi esemplari. Anche in questo caso, ciò che appare come realtà non è qualcosa di immediato, ma il risultato del modo in cui la scena viene mostrata e resa visibile.

Brigante Calabro, era soldato di Linea è fu fatto prigioniere del Capo Brigante Villano Angelo. M.e Gargano. Chiamavasi Abate Vincenzo.
La traduzione giudiziaria introduce una trasformazione ancora più radicale, perché l’esperienza vissuta viene progressivamente ricondotta entro categorie funzionali alla decisione penale, come mostra la formula «associazione di malfattori in numero non minore di cinque» (ivi: 363). In questa definizione si produce uno scarto decisivo: ciò che nel manoscritto si presenta come durata, relazione, contesto e giustificazione personale viene ricondotto a una fattispecie tipizzata, pronta a essere valutata e sanzionata. Il soggetto che scrive e tenta di spiegarsi diventa così soggetto imputato, definito dall’atto di accusa e collocato entro una griglia normativa già data. La chiarezza linguistica del dispositivo giudiziario non coincide soltanto con una maggiore precisione terminologica, ma con una necessaria riduzione della complessità, attraverso la quale l’istituzione produce una verità che possa essere amministrativamente operativa.
Anche il sapere medico-legale entra in gioco con una propria grammatica di accertamento, che non coincide con la narrazione dei fatti ma con ciò che può essere osservato, descritto e certificato. Nel caso di Maria Giantommaso – la giovane contadina di Rotello rapita nel febbraio 1863 dalla banda Minotti, tra cui Luigi Martino e Nunzio di Paolo – i periti riconoscono esplicitamente il limite della loro prova: a distanza di giorni, sulla base delle sole lesioni riscontrate, dichiarano di non poter stabilire se la «copula» sia avvenuta con violenza, sostenendo che la prima può forse essere accertata, ma la seconda non è dimostrabile con certezza. È qui che la vicenda compie uno scarto decisivo, nel senso che la parola della vittima non viene formalmente smentita, ma resta sospesa, perché la verità ammissibile è solo quella che può essere dimostrata attraverso segni corporei ritenuti oggettivi. L’incertezza non nasce dunque da un rifiuto del fatto, ma dalla sua traduzione entro un regime di prova che, restringendo il campo a ciò che è tecnicamente attestabile, produce un dubbio istituzionale e ne fa un esito legittimo. In questo passaggio si vede come il sapere medico non sia esterno al conflitto, ma contribuisca a delimitare ciò che può essere riconosciuto come verità pubblica.
Infine, la rilettura criminologica di fine Ottocento ricolloca l’intera vicenda entro un linguaggio che si presenta come oggettivo e scientifico, ma che continua a operare attraverso forti selezioni interpretative. Nella ricostruzione proposta da Abele De Blasio, medico e studioso vicino alla cultura positivista e all’antropologia criminale del tempo, il brigantaggio non è più esperienza storica specifica, ma caso da classificare. Petrizzo osserva che si tratta «a tutti gli effetti [di] una nuova versione», che «non dichiara le proprie fonti» (ivi: 404): il brigantaggio, che nella pubblicistica e negli ambienti criminologici di fine Ottocento viene ormai dato per «moribondo» o «tramontato», non è più letto come espressione di un conflitto storico preciso, ma come manifestazione di un tipo umano riconoscibile. Il brigante smette di essere un protagonista di una guerra civile e diventa il rappresentante di una categoria: un soggetto deviante, spiegabile attraverso tratti morali, ambientali o antropologici. In questo modo ciò che era nato dentro una frattura politica e sociale viene ricondotto a un problema di ordine pubblico e di patologia sociale. La pretesa oggettività del discorso scientifico non cancella la retorica, anzi la ricolloca entro classificazioni che si presentano come definitive, ma che contribuiscono a stabilizzare il fenomeno in una forma depoliticizzata e durevole.
Da questa successione di passaggi prende forma una trama complessa di procedure che si sovrappongono e si intrecciano. Le diverse istanze in gioco non competono per stabilire quale sia la verità più autentica, siccome ciascuna istituisce il proprio regime di validazione, definendo criteri, soglie di accettabilità e modalità di prova. Ogni dispositivo genera così un proprio tipo di vero, legato alle costrizioni che lo regolano. In questo processo di traduzione, l’esperienza viene ogni volta rimodellata, per cui qualcosa si perde, qualcosa viene selezionato, qualcosa si fissa in forma più rigida. La verità che ne risulta è l’effetto di queste operazioni successive, non un dato originario che attende semplicemente di essere riconosciuto. La pluralità dei regimi che attraversano il libro richiama pertanto una questione formulata con nettezza da Michel Foucault: «La verità è di questo mondo; essa vi è prodotta grazie a molteplici costrizioni e vi detiene effetti obbligati di potere. Ogni società ha il suo regime di verità» (1977: 25). Letto alla luce di questa prospettiva, il volume di Petrizzo appare come un laboratorio in cui si osserva, quasi in presa diretta, il passaggio da una vita vissuta a una vita classificata, da un racconto che tenta di spiegarsi a un archivio che lo stabilizza. Non vi è sintesi finale, ma una tensione permanente tra parola, istituzione e memoria: è in questa tensione che il libro trova la sua densità analitica.
Documento e destino
Il principale punto di forza del volume di Petrizzo risiede nella costruzione di un protocollo comparativo rigoroso tra fonti eterogenee, mai gerarchizzate in modo ingenuo. Il manoscritto di Martino è letto come una pratica di scrittura la cui intelligibilità nasce dal confronto con l’insieme dei dispositivi che lo hanno prodotto, registrato e rielaborato nel tempo. La formula secondo cui la scrittura ha offerto a Martino le risorse di una «seconda esperienza» (ivi: 56) è particolarmente significativa: attraverso la pratica del racconto egli costruisce una distanza da sé, rielabora gli eventi e li deposita in una memoria organizzata, capace di lasciare tracce durevoli.
Un secondo elemento di rilievo è l’uso non ornamentale dell’iconografia. Le immagini accompagnano il racconto, ma lo interrogano anche, lo complicano, lo mettono in tensione con ciò che il documento scritto organizza e semplifica. In questa frizione emerge con chiarezza come la repressione agisca anche sul piano visivo, producendo evidenza e memoria.
Una possibile criticità – da intendersi come scelta narrativa e non come errore – riguarda lo sbilanciamento empatico deliberato dell’analisi. La decisione di concentrare l’attenzione soprattutto sulle forme della violenza statale e sui dispositivi istituzionali che catturano, traducono e stabilizzano la figura del brigante consente di mettere a fuoco con grande efficacia i meccanismi di produzione della devianza; al tempo stesso, però, riduce lo spazio per un confronto sistematico con altre scritture brigantesche o con ego-documenti coevi di area criminale. Ne risulta che la specificità della voce di Martino emerge soprattutto nel rapporto verticale con lo Stato e meno nel confronto orizzontale con altri percorsi autobiografici analoghi. È una scelta coerente con l’impianto del volume e sostenuta da argomentazioni solide, ma contribuisce comunque a orientare il campo interpretativo, privilegiando la dimensione del conflitto istituzionale rispetto a quella comparativa.
Nel complesso, il libro mostra come istituzioni, archivi e saperi scientifici non si limitino a registrare la devianza, ma concorrano a produrla e a stabilizzarla nel tempo. Martino emerge così non soltanto come brigante che scrive, ma come autore progressivamente spogliato della propria autorità, fino a diventare numero, repertorio, caso. Nel volume, la scrittura non coincide mai con una liberazione né con un accesso diretto alla verità, ma è una pratica che lascia tracce e apre conflitti interpretativi. Da un lato, la voce di Martino si costruisce come desiderio di permanenza e di interlocuzione, come appello a un pubblico immaginato che l’autore evoca e spera di raggiungere; dall’altro, il destino materiale del manoscritto mostra la fragilità del rapporto tra narrazione e istituzione.
Petrizzo insiste con particolare attenzione sulla frattura concreta che si produce tra l’autore e il testo che ha scritto. Martino viene «costretto a separarsi dal manoscritto a cui aveva dedicato tante cure», il quale diventa «di proprietà dell’istituzione e non dell’autore» (ivi: 425). Da quel momento la scrittura continua a esistere, ma come oggetto trattenuto dall’apparato che l’ha resa possibile e che ora la incorpora nei propri archivi. Il registro matricolare seleziona e ricompone l’esperienza secondo categorie amministrative, traducendo la vita in dato e l’individuo in pratica. L’archivio non restituisce la continuità dell’esistenza, bensì la riorganizza attraverso omissioni, tagli e semplificazioni che ne ridefiniscono il senso. Quando si apprende che, riferendosi agli anni complessivi della sua vita, «esattamente la metà li aveva passati in prigione» (ivi: 433), il dato non ha soltanto valore statistico, ma rende visibile la misura in cui un’esistenza viene progressivamente identificata con la propria permanenza carceraria e infine registrata come tale. Ciò che resta non è tanto una storia ricomposta quanto una traiettoria amministrata, una vita filtrata attraverso le procedure con cui lo Stato la acquisisce e la conserva.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Riferimenti bibliografici
Artières, Philippe (2019), Le dossier sauvage, Paris, Verticales.
Carli, Maddalena (a cura di) (2025), Briganti per caso. Usi, riusi, revival nella cultura di massa, Milano, Unicopli.
Chartier, Roger (2015), La mano dell’autore, la mente dello stampatore. Cultura e scrittura nell’Europa moderna, Roma, Carocci.
Foucault, Michel (1977), Microfisica del potere, Torino, Einaudi.
Petrizzo, Alessio (2025), Parole di brigante. Scrivere di sé in un carcere dell’Italia unita, Roma, Viella.
Petrucci, Armando (1987), Scrivere e no. Politiche della scrittura e analfabetismo nel mondo d’oggi, Roma, Editori Riuniti.
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Giovanni Gugg, dottore di ricerca in Antropologia culturale è assegnista di ricerca presso il LESC (Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative) dell’Université Paris-Nanterre e del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e docente a contratto di Antropologia urbana presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli. Attualmente è scientific advisor per ISSNOVA (Institute for Sustainable Society and Innovation) e membro del consiglio di amministrazione del CMEA (Centro Meridionale di Educazione Ambientale). I suoi studi riguardano il rapporto tra le comunità umane e il loro ambiente, soprattutto quando si tratta di territori a rischio, e la relazione tra umani e animali, con particolare attenzione al contesto giuridico e giudiziario. Ha recentemente pubblicato per le edizioni del Museo Pasqualino il volume: Crisi e riti della contemporaneità. Antropologia ed emergenze sanitarie, belliche e climatiche.
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