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Quando gli oggetti riescono a parlare

Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2019 @ 00:47 In Cultura,Letture | No Comments

copertinadi Silvia Pierantoni Giua

«Oggètto s. m. [dal lat. mediev. obiectum, neutro sostantivato di obiectus, part. pass. di obicĕre «porre innanzi»; propr. «ciò che è posto innanzi (al pensiero o alla vista)»]. 1 In filosofia, ogni cosa che il soggetto percepisce come diversa da sé, quindi tutto ciò che è pensato: o. reale, immaginario, sensibile, ideale, materiale, immateriale […]; 2. Per estens. a. La cosa (materiale o non materiale) o la persona cui è diretta un ’azione, un ’attività, un comportamento, o alla quale è rivolto un sentimento […]. b. Nel linguaggio giur. o. del diritto, in senso generale, l ’attività umana nelle sue varie manifestazioni».Queste sono solo alcune delle definizioni che il Dizionario Treccani dà del lemma “Oggetto”, da cui si intuisce l’arborescenza di significati che esso racchiude. Rispetto ai primi due concetti che emergono si evince che oggetto è ciò che ci permette di stabilire una relazione con quel che è al di fuori di noi, ovvero la realtà ma, allo stesso tempo, può corrispondere ad un pensiero, un ’idea, ovvero alla sfera interiore. In ogni caso, esso ha sempre a che fare con la nostra persona e quindi con percezioni e sensibilità peculiari, con un particolare modo di vedere e pensare la vita. Infatti, uno stesso oggetto posto dinnanzi a due individui diversi può essere significativo per uno e completamente indifferente per l’altro.

Più avanti nella definizione troviamo: «la cosa (materiale o non materiale) o la persona cui è diretta un’azione o un sentimento». In questi due punti si delinea l’aspetto più intimo dell’oggetto poiché si esplicita come esso possa essere inteso anche come “persona” e appare il termine “sentimento” che ben testimonia il valore di cui una cosa può essere investita. Nell’ultima parte si legge: «l’attività umana nelle sue varie manifestazioni». In questo caso emerge la dimensione attiva dell’oggetto ovvero la sua utilità, il legame con l’uso che ne fa l’uomo. Ogni oggetto infatti ha una storia, cambia funzione, assume significati diversi, perde il suo senso originario, ne acquisisce uno nuovo, si rovina, si rinnova e così via; allora non è solo il prodotto passivo dell’uomo bensì un ’entità che, a sua volta, influenza la vita e le pratiche degli individui.

1Quando pensiamo agli oggetti è importante inserirli anche in un contesto culturale perché il valore e la funzione che la società gli attribuisce avrà certamente un impatto sulla nostra personale percezione. In questo senso si potrebbe dire che ci sono oggetti di ordine pubblico e oggetti di ordine privato. Ad esempio, in Cina la teiera rientrerebbe nella prima categoria in quanto profondamente radicata negli usi e costumi di ogni famiglia; mentre un braccialettino regalato dalla nonna al nipote farebbe parte della seconda perché tale oggetto avrà importanza solo per quest’ultimo.

Nella nostra vita quotidiana diamo per scontato gli oggetti sociali (di ordine pubblico) in quanto sono a nostra disposizione senza alcuno sforzo e sono talmente radicati nella cultura in cui viviamo che la loro rilevanza non è percepita. Ma se lasciassimo il nostro Paese sarebbe la stessa cosa? Un bene di valore individuale (di ordine privato) riceve forse maggiore attenzione anche se, sapendo di potervi accedere ogni qualvolta lo si voglia, spesso ce ne dimentichiamo. Se non potessimo più rivedere chi ce l’ha donato o il negozio preferito in cui lo abbiamo comprato, ne avremmo la stessa percezione?

Nell’epoca del consumismo il valore delle cose ha una valenza ambigua senza precedenti. Nonostante esso preveda per definizione il consumo sfrenato dei beni, togliendone di fatto importanza, si assiste allo stesso tempo ad un attaccamento alle cose altrettanto rilevante poiché esse rappresentano lo status symbol della persona che le possiede. Nelle nostre società occidentali il progresso tecnologico avanza ad una rapidità tale per cui il nuovo diventa obsoleto in tempo record rendendo necessario un investimento straordinario su immagine e comunicazione per poter concorrere sul mercato. La stessa tecnologia ha trasformato profondamente la natura degli oggetti per cui è in corso un incalzante processo di de-materializzazione delle cose col risultato che concreto e astratto si avvicinano fino a sovrapporsi.

«Le cose che abitano il nostro tempo digitalizzato sembrano esistere e vivere nel regime platonico delle idee, nella evanescenza di una realtà liquefatta, nel flusso ininterrotto che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Gli oggetti, ridotti a proiezioni fantasmatiche del soggetto, apparentemente non posseggono più corpo né anima, non passano più tra le mani degli uomini, non hanno più referenti tangibili, dissipano – come direbbe Barthes – «il piacere, la dolcezza e l’umanità del tatto», sostituiti da icone, simulacri e pixel a cristalli liquidi. Nel grande potlàch della società dei consumi sulla funzione utilitaria prevale un’ipertrofia del senso che ha convertito l’uso in segno di questo uso» (Cusumano, Se le cose non sono soltanto cose, in “Dialoghi Mediterranei”, n.13, maggio 2015)

Allora possiamo dire che viviamo in una società di un materialismo immateriale, contesto per cui la virtualità ed il marketing sfrenato contribuiscono a forgiare quel rapporto ambivalente con gli oggetti per cui sono indispensabili ma facilmente sostituibili. Se ci trovassimo senza niente tra le mani, avremmo lo stesso atteggiamento?

2Queste ed altre riflessioni sono emerse dentro di me dopo la lettura di due libri pubblicati da poco sul fenomeno della migrazione: Il bagaglio intimo di Luca Pisoni e Naufraghi senza volto di Cristina Cattaneo. Si tratta di due testi per alcuni aspetti molto diversi ma che, nel loro fulcro, si rivelano particolarmente affini in quanto entrambi raccontano le storie dei migranti che attraversano il Mediterraneo con una delicatezza che fa sì che il lettore vi entri con sensibilità e rispetto.

Le differenze risiedono nel punto di vista degli autori rispetto al soggetto trattato: l’archeologo conduce un’inchiesta su quali siano gli oggetti che i richiedenti asilo si sono portati in viaggio attraverso alcune interviste ad essi dirette; mentre il volume della Cattaneo dà voce ai profughi morti nel Mediterraneo attraverso il suo lavoro di medico forense ovvero cercando di identificarli.

Come accennavo prima però, nonostante la diversità di prospettiva, di materiale e di lavoro, entrambi i testi offrono uno sguardo profondamente umano nei confronti dell’argomento. Tale sensibilità è trasmessa al lettore grazie all’atmosfera di intimità che si viene a creare, grazie alla cura con cui vengono trattati i beni dei migranti e i loro corpi. Pisoni ci ricorda che l’antropologia ha cominciato a partire dagli anni ’80 del Novecento a indicare come il corpo

«costituisca il luogo essenziale della conoscenza, l ’intreccio tra un ’entità fisica e una psicologica e la scena delle diverse pratiche del mangiare, gioire, socializzare, ammalarsi, ecc. (Shoper-Hughes 1987). In tal senso è possibile considerare come i corpi dei migranti abbiano “ospitato” sia i rituali di preghiera quotidiana con gli oggetti portati da casa che i piccoli momenti di socialità con quanti condividevano lo stesso vissuto e le medesime prospettive».

Tra i vari oggetti che Pisoni analizza ci sono dunque i diversi tatuaggi che i migranti decidono di mostrargli e che, al pari degli oggetti, davano loro un certo grado di sollievo nei momenti più duri del viaggio, in quanto quei simboli e quelle scritte «erano intimamente collegati sia agli amici che li avevano realizzati che alla dimensione consolatoria della religione».

Il libro di Pisoni è il risultato di numerose interviste svolte tra il 2015 e il 2016 e rilasciate da diversi richiedenti asilo di differenti Paesi (Pakistan, Senegal, Mali, Afghanistan, Nigeria, Etiopia, Eritrea) in parte sul treno – nelle tratte da loro più utilizzate (come il notturno da Roma a Bolzano) – e nelle sale d’aspetto delle stazioni di Bolzano e Brennero, e in parte nel centro di accoglienza gestito da Volontarius a Bolzano e in quello denominato Residenza Fersina a Trento. Come anticipato, l’argomento delle interviste indagava sugli oggetti che essi si erano portati lungo il tragitto dal loro Paese di origine all’Italia.

Il testo è strutturato in tre parti. In quella introduttiva, di carattere saggistico, l’autore colloca la sua ricerca all’interno della letteratura antropologica e ne definisce la prospettiva; essa è affine a quella di Igor Kopitoff e Arjun Appadurai, i quali considerano gli oggetti alla luce della rete di rapporti sociali che li riguarda in modo da delineare la loro “biografia sociale”, e a Pierre Bourdieu, il quale sottolinea come gli oggetti siano determinati diversamente a seconda del contesto culturale e dell’uso che ne viene fatto. Sulla scia di queste posizioni Pisoni ha impostato l’approccio della sua ricerca in modo tale per cui, ad ogni intervista, prendendo appunti sul diario di campo, ha tentato di ricostruire la vita dell’oggetto chiedendo chi l’avesse realizzato, dove, con quale materiale, chi lo avesse regalato e perché o, in caso di acquisto, il luogo, il prezzo e il motivo; poi, per ogni oggetto, ne ha scattato una foto per poter costruire una sorta di catalogazione.

A tal proposito, in un passaggio del libro, l’autore ci racconta un episodio in cui si era venuto a creare un vero e proprio dibattito tra un gruppo di migranti: da un lato veniva difesa l’importanza del suo lavoro in quanto utile a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei richiedenti asilo; dall’altro, si considerava l’uso delle fotografie come una sorta di mercificazione delle terribili esperienze da loro vissute. Questo era lo stesso scrupolo che si era posto egli stesso all’inizio della sua ricerca, timore che però era andato a stemperarsi dopo aver riscontrato una spontanea disponibilità da parte dei soggetti intervistati. Infatti, a parte quel caso, nessuno aveva manifestato reticenza nel mostrare i propri oggetti e nel lasciare che venissero fotografati anche perché, come sottolinea lo stesso Pisoni, molti si erano interessati a loro dal punto di vista legale ma quasi nessuno da quello umano e culturale, tanto più che «essere considerati come persone con una storia e delle prospettive restituiva loro la dignità che durante il viaggio si era smarrita».

3Nella parte centrale del libro, alla quale è dedicato maggior spazio, si dispiega la vera e propria narrazione – con molti dialoghi intarsiati – delle storie più toccanti emerse dalle interviste e infine nella terza vengono esposte le considerazioni tratte dalla ricerca aggregate per “temi” e “pratiche”. Gli oggetti emersi da quei bagagli intimi sono croci, Corani (miniati o meno), Bibbie, tasbeeh (specie di rosari musulmani dove a ciascun grano corrisponde un nome di Allah), kajal, palle da cricket, scarpe, vestiti, magliette della squadra nazionale di calcio, amuleti, anelli, braccialetti, fotografie e smartphone.

Qualsiasi fossero gli oggetti che ognuna delle persone intervistate aveva deciso di portarsi nel tragitto, questi rappresentavano una «piccola pratica di resilienza quotidiana che dava loro la forza necessaria per proseguire il viaggio». Possiamo immedesimarci nel processo di scelta di quegli oggetti, certamente molto selettiva vista la tipologia di percorso che il soggetto avrebbe intrapreso.  Da qui il loro profondo significato, essendo stati investiti di una carica affettiva estremamente forte poiché rappresentavano la propria Terra, e tutto ciò ad essa legato (famiglia, cultura, usi ecc.), luoghi e persone che forse non avrebbero mai più rivisto. In un passaggio del libro, questo concetto si percepisce in modo toccante senza molte spiegazioni. Pisoni racconta della disperazione di un richiedente asilo dopo aver perso il portafoglio: non per i soldi che conteneva bensì perché vi erano alcune fotografie della famiglia.

Tutti abbiamo esperienza del fatto che la preziosità di un oggetto non è direttamente proporzionale al suo costo sul mercato. Quante volte abbiamo apprezzato in modo particolare un dono anche piccolo ma pensato, denso del significato immateriale; e quante altre un oggetto ha assunto un nuovo valore proprio perché diventato ricordo di un proprio caro.

Gli oggetti dunque possono cambiare uso e significato. Nel libro di Pisoni, ad esempio, viene annotato come Bibbie e Corani, oltre alla valenza religiosa in senso stretto, avessero per i loro possessori anche un valore magico, assumessero una funzione di protezione e una dimensione consolatoria. A ben vedere, i libri sacri potevano dunque rientrare nella lista degli amuleti insieme all’anello vudù di un ragazzo nigeriano, ad un libricino degli Arcangeli di un profugo eritreo e alle più disparate tipologie di croci mostrategli.

Il tema della fede è forse quello che più ci si aspetta in quanto la religione spesso ricopre una funzione di consolazione e speranza; quello sportivo, invece, – magliette di calcio e palline da cricket – colpisce  maggiormente; Pisoni ne spiega il valore rivelandoci come questi venissero identificati con il Paese di provenienza, in particolare nei casi di India, Pakistan e Afghanistan, dove lo sport agisce come elemento unificatore delle diverse etnie spesso in forte contrasto tra loro. Interessante anche il parallelismo con altre situazioni di grande disperazione come quella della Shoah per cui alcune ricerche affermano quanto «gli sport e i passatempi siano piuttosto diffusi nelle situazioni difficili e siano da interpretare come dei disperati tentativi di rimanere attaccati alla realtà, che aiutano a non cadere in depressioni o nella pazzia».

Ancora diversa la storia di un paio di scarpe nuove che per il proprietario che le aveva gelosamente custodite durante il viaggio rappresentavano la possibilità di farsi degli amici in Italia. Anche se in una prospettiva in qualche modo ribaltata, quell’oggetto racconta sempre dell’importanza dei rapporti sociali, di come ci sia uno stretto legame tra l’oggetto, il suo utilizzo e il significato che esso assume all’interno di una società e per l’immagine che si ha di sé e che si vuole dare di sé. Lo stesso discorso vale per il kajal degli afghani, testimone dell’appartenenza a una particolare categoria socio-culturale, al retroterra intimo delle mura domestiche.

A tal proposito, l’autore ci racconta anche come venivano allestite le stanze della Residenza Fersina dove «la facoltà di modificare gli spazi a disposizione da parte dei migranti era limitata all’appendere poster o bandiere alle pareti o all’utilizzare, ricostruendo un’atmosfera che si ricollegava idealmente a quella di casa, le coperte come tappeto da usare come spazio adibito alla socialità». Pisoni approfondisce l’argomento inserendo il concetto di homing che significa “fare casa” ovvero sistemare uno spazio in modo che esso assomigli alla propria dimensione cognitiva, emozionale e socio-culturale.

4Come lo spazio, anche il corpo e il vestito che lo ospita sono implicati in questo concetto. Infatti, i trucchi e gli abiti tradizionali di pakistani e afghani più che essere utilizzati per rivendicare un’appartenenza etnica «erano indossati per rientrare in una dimensione domestica e di agio propria della situazione d’origine, che i profughi ricercavano vicendevolmente per sanare la nostalgia di casa». Nello spazio asettico e anonimo dei Centri d’accoglienza e nel tempo sospeso in un’attesa angosciante, la personalizzazione è dunque fondamentale per cercare di non perdere la propria identità.

Al pari del corpo e dello spazio, anche i cellulari hanno avuto un ruolo significativo nella pratica di homing. Il telefono, infatti, è “il luogo” dove i richiedenti asilo svolgono le principali relazioni sociali, il mezzo attraverso il quale possono mettersi in contatto con i familiari, lo spazio dove conservano fotografie di casa, la possibilità di rimanere in contatto, attraverso internet, con la propria cultura. Lo smartphone, contrariamente a certe malevole e faziose interpretazioni, non sono per i migranti beni superflui e voluttuari ma preziosi e necessari strumenti per tracciare percorsi, per costruire reti transnazionali, sono spazi da abitare, strategie per essere.

Attraverso la ricerca di Pisoni emerge quanto un oggetto possa essere strumento di elaborazione e resistenza alla tragicità del proprio vissuto, possa servire come mezzo di socializzazione e di conservazione del baricentro della propria identità, assumendo quindi una funzione di aiuto nel preservare una certa integrità psichica, come ben rileva Christian Arnoldi nella postfazione.

In conclusione l’autore pone l’accento sul «sistema relazionale che lega la cultura materiale al contesto lasciato al momento della partenza, determinando la scelta degli oggetti da mettere nel bagaglio e influenzando le pratiche di homing e storytelling che, con un occhio al passato, tentano di riconfigurare la bussola dei migranti verso il futuro». Nel leggere i dialoghi delle interviste, la descrizione degli oggetti, le fotografie scattate a corredo degli incontri, ci si immagina i volti dei migranti a cui appartengono. Cogliendo lo spunto tratto dalla catechesi del Papa svolta nel suo viaggio in Marocco del 4 marzo 2019, accostiamo ora alla parola “migrante” quella di “persona” perché, ci dice Bergoglio, è legando l’aggettivo a un sostantivo che c ’è rispetto e non si cade in questa cultura dell’aggettivo che è troppo liquida e gassosa rischiando, aggiungo io, di scivolare nel generico e di perdere di vista il senso delle cose.

Facendo ancora un ulteriore passaggio, proviamo a dimenticarci per un momento che gli oggetti raccontati in queste pagine appartengono ad alcuni richiedenti asilo e in questo oblìo inseriamoci anche tutte quelle immagini che hanno saturato internet e televisioni che possono racchiudersi nella etichetta “poverini”. Il risultato è che abbiamo davanti degli uomini e constatiamo come «gli oggetti che stanno nelle tasche dei profughi sono gli stessi che stanno nelle nostre e richiamano alcune tra le nostre principali questioni relazionali ed etico-morali quali famiglia, religione, identità personali, appartenenza etniche o nazionali e passioni sportive». Questa banale constatazione colpisce perché rende manifesto quanto quelle persone migranti potremmo essere noi o dei nostri cari.

Solo con questa consapevolezza si può affermare ora che no, in realtà non sono gli stessi oggetti perché, nelle tasche di coloro che non hanno solo immaginato la tragedia di una traversata del genere ma l’hanno vissuta, hanno acquisito un valore in più, quel valore che Pisoni ha ben definito nel titolo come “intimo”. Quegli oggetti sono davvero ciò che rimane del loro vissuto ed assumono inevitabilmente una connotazione ambivalente in quanto, come ricorda uno degli intervistati, rappresentano ricordi belli e brutti insieme, fanno venire in mente la propria casa ma anche tutte le disavventure del viaggio.

5Ecco che allora le mani vuote mostrate da un richiedente asilo intervistato mentre risponde a Pisoni che non gli era rimasto nulla è forse l ’oggetto che più degli altri rende il lettore cosciente della serietà e della profondità di ciò di cui si sta parlando; ed è proprio quel vuoto lasciato dal silenzio di tutti i morti nel Mediterraneo che assume una voce assordante nel libro Naufraghi senza volto di Elena Cattaneo poiché «anche il più atroce racconto ha un tono diverso se è riportato da un sopravvissuto. La vera angoscia e l ’orrore del viaggio li possono raccontare solo i morti».

In quel silenzio, infatti, sono racchiusi speranze e desideri abortiti, persecuzioni e torture subìte, ma anche il fallimento e le contraddizioni delle Istituzioni europee, la tiepidezza della maggioranza dell’opinione pubblica, degli appartenenti alla “banalità del ma” – per usare un ’espressione di Mauro Biani – che finito l’impatto della tragedia del barcone che affonda, tornano a disinteressarsi della questione se non a parlarne come problema svuotato totalmente di umanità.

Di fronte ad un Mediterraneo che, per usare le parole di Tahar Ben Jelloun nell’intervista di Marta Serafini pubblicata ne La lettura del Corriere della Sera del 31 marzo 2019, si è trasformato in un cimitero con i suoi trentamila morti, ciascuno di noi ha il dovere morale di sondare le proprie responsabilità.

Ma anche per chi si interessa al fenomeno in modo più consapevole è comunque più semplice pensare alle questioni relative ai richiedenti asilo che non a coloro che non ce l’hanno fatta. Forse perché si vuole rimuovere la portata delle tragedie avvenute nel Mediterraneo? O perché si pensa «tanto ormai sono morti, non si può far niente»? O ancora perché si immagina il mare come un luogo in cui i naufraghi non possano essere ritrovati?

La morte e tutto ciò che è legato ad essa, sappiamo bene avere un valore estremamente importante. Come ci viene ricordato nel libro, l’esigenza di identificare i nostri morti è atavica; abbiamo la necessità di accertarci che davvero non siano più in vita, di dare loro una sepoltura. Se non si vede il corpo il lutto non può avere inizio. Com’è possibile che di punto in bianco, di fronte ai naufraghi del Mediterraneo questa verità universale diventi un dettaglio trascurabile se non addirittura impensato?

Ecco che questo libro arriva dritto come un pugno allo stomaco perché avviene – come per un’improvvisa, epifanica emersione – una vera e propria presa di coscienza rispetto a quanto lavoro ci sia ancora da fare per accorciare quella distanza tra “noi” e “loro”.

Naufraghi senza volto è la testimonianza dell’importantissima iniziativa pazientemente e scientificamente condotta dalla Cattaneo per riuscire a mettere in piedi un sistema in grado di identificare i morti nel Mediterraneo, «restituire una storia, un ’identità, e persino la dignità, a resti umani». Una lotta per cercare di giungere a trattare queste vittime come le nostre, tutelare i loro diritti e quelli dei loro familiari.

Nel testo vengono raccontati tutti i passaggi che sono stati fatti per recuperare le vittime, ricomporne i resti e tentare di identificarli attraverso ogni minimo dettaglio. In questo caso, l’oggetto al centro dell’attenzione è il corpo, che riporta cicatrici e segni comuni (come l’otturazione di una carie o un callo osseo) ma anche torture, violenze e abusi. Di fronte a tanta sofferenza del corpo e dell’anima risulta profondamente ingiusto e atroce che quelle persone non siano giunte su quella costa che forse avrebbe potuto dar loro un futuro di pace.

Tra gli elementi importanti per effettuare questa delicata operazione di ricostruzione, gli oggetti ritrovati. Ecco il principale trait-d’union con il libro di Pisoni. In questo caso forse ancora di più essi acquisiscono valore poiché sono gli unici (comprendendo i corpi) che possono raccontare la storia di chi non ha più voce. Per questo probabilmente l ’autrice ci racconta quanto, ancor più dei volti, la colpissero gli effetti personali; forse, ci confida, «perché questi rappresentano gli ultimi gesti, le ultime scelte. O forse, più egoisticamente, mentre le facce sono chiaramente “di altri”, molti degli oggetti potrebbero facilmente essere i nostri: un giocattolo di tua figlia, un maglione di tuo padre».

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Elena Cattaneo e la sua equipe

Fra gli oggetti descritti in questo testo, quello che più mi ha colpito è un sacchettino con della terra del paese natale, oggetto con la duplice funzione di ricordo e auspicio di potervi tornare. Un dettaglio così concreto e allo stesso tempo così toccante nella sua semplicità e disarmante verità, parla più di tanti discorsi.

Il libro è composto da questi significativi dettagli, dalla descrizione accurata di come è stato messo in piedi il progetto per dare un nome alle vittime dei naufragi e dalle considerazioni dell’autrice di fronte a questa emozionante e terribile esperienza.

L ’iniziativa della Cattaneo è frutto di una pregressa esperienza ventennale all’interno del laboratorio LABANOF dell ’Università degli Studi di Milano, organo di identificazione di morti senza identità, come ad esempio vittime della mafia o antichi abitanti della Milano romana. La mancanza di banche dati che confrontino le informazioni dei cadaveri rinvenuti con quelle delle persone scomparse e la conseguente difficoltà nel procedere all’identificazione delle salme, tanto che alcune rimanevano senza nome, hanno fatto emergere la necessità di progredire in tal senso. Da qui il laboratorio e alcuni gruppi di attivisti hanno avviato una campagna mediatica fino a giungere a una interrogazione parlamentare nel 2007 il cui esito è stata una proposta di legge approvata nel 2012. È stato inoltre fondato l’Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse (UCPS) nonché una banca dati centrale RISC (Ricerca Scomparsi) con il compito di raccogliere le informazioni appartenenti ai morti senza identità (PM, post mortem) e alle persone scomparse (AM, ante mortem) e di incrociarle al fine di trovare possibili match tra le due categorie. Queste sono state le fondamenta che hanno permesso lo sviluppo dell’attività eccezionale svolta nel lavoro di riconoscimento delle vittime del Mediterraneo, a cominciare dalla tragedia del 3 ottobre 2013 in cui hanno perso la vita 366 persone.

È stato l’UCPS a farsi carico di quella catastrofe umanitaria: nell’ottobre 2014 ha organizzato i primi appuntamenti tra i familiari delle vittime e lo staff della Cattaneo e nell’arco di un anno e mezzo si sono susseguite 70 interviste con parenti mossi da tutta Europa. L’autrice ci riporta nel libro le proprie emozioni e quelle dei parenti, la delicatezza e il rispetto con cui sono stati condotti gli incontri, così coinvolgendo il lettore in quel dolore e rendendolo consapevole della necessità di portare avanti il lavoro di identificazione delle salme. A seguito di determinazione e perseveranza nel cercare fondi e collaborazioni, il laboratorio ha mobilitato esperti di varie discipline e, combinando tecniche di antropologia, odontologia e analisi del DNA, lo staff è riuscito a identificare 35 cadaveri. In questa parte del libro (“Le prime identificazioni”) l’importanza di questo momento viene trasmessa in tutta la sua portata. I frutti di un’operazione così difficile davano ragione al lavoro del laboratorio milanese, dimostravano che qualcosa si poteva e si doveva fare, che, come affermò un collega della Cattaneo, era giusto essere lì.

A quella del 2014 è seguito, il 18 aprile 2015, un naufragio in cui sono morte quasi mille persone. Il Dipartimento della Cattaneo è stato chiamato inizialmente per identificare i primi 13 cadaveri rinvenuti; successivamente, da agosto a novembre 2016, per effettuare decine di autopsie al giorno.
Ecco che si giunge alla parte più toccante del libro: “L’operazione Melilli” dove, nonostante la tragedia in corso, si tocca con mano la bellezza dell’umanità all’opera, della solidarietà, della cooperazione: Marina militare, Questura, Corpo della Croce Rossa italiana, Polizia scientifica ed altre Istituzioni si sono adoperate al meglio per mettere in piedi un obitorio senza precedenti: hanno trasformato tende in sale refrigerate, procurato tavoli autoptici, si sono occupati delle faccende igienico-sanitarie, del seppellimento dei morti, dell’organizzazione della mensa e degli altri spazi (uffici, abitazioni, bagni e spogliatoi) e così via. Un compito fondamentale è stato svolto dai Vigili del Fuoco i quali si sono occupati dell’estrazione dei corpi dal Barcone, operazione che hanno condotto in modo eccellente superando l’estrema repulsione a cui erano sottoposti grazie alla consapevolezza dell’importanza umana del gesto che stavano compiendo.

Durante i primi tre giorni l ’equipe della Cattaneo con quella siciliana ha completato il lavoro su 40 morti. Hanno fatto seguito gli altri grazie all’aiuto dell’Università di Milano Bicocca, di Pavia, Torino, Brescia, Bari, Ancona e tante altre che si sono unite al nucleo già esistente. Nell’ultima parte del libro, l’autrice confessa che le emozioni sperimentate durante quell’esperienza coi morti ha cambiato profondamente il modo in cui ora guarda i vivi, ovvero i richiedenti asilo che visita come medico legale.

Il lavoro straordinario e unico della Cattaneo e della sua equipe sollecita quasi in modo provocatorio la grande e preziosa lezione della memoria che fa sì che il Barcone, contrariamente alle sue vittime, rimanga vivo, per raccontarne la storia degli uomini, delle donne e dei bambini naufragati. Rimanendo nella concretezza dell’attività svolta, nel leggere queste pagine si ha l’impressione di sollevarsi verso una dimensione intimamente universale e, se i corpi sono oggetti allora il libro Naufraghi senza volto ne testimonia nel minimo dettaglio l’importanza di ogni sfumatura, di ogni peculiarità. Testimonia allo stesso tempo la nostra unicità e l’universalità del valore della persona.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
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Silvia Pierantoni Giua, si specializza in arabo e cultura islamica durante il corso di Laurea Magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale all’Università degli studi di Milano. Approfondisce poi la tematica della radicalizzazione islamista in occasione della stesura della sua tesi di laurea di Ricerca in Psicoanalisi diretta dallo psicoanalista F. Benslama, che ha discusso nel giugno 2016 all’Università Paris VII di Parigi. Attualmente si occupa della stesura di un progetto per la prevenzione del fenomeno del fanatismo.

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