Non potrò mai dimenticare l’incredibile personaggio che molti anni fa conobbi durante il mio primo viaggio in Tunisia. Andai in una torrida mattina d’estate a visitare le rovine di Cartagine, e mi si parò davanti un omaccione scuro e tarchiato, una specie di orco barbuto, esuberante e gentile, che in modo imperativo mi si offrì come guida turistica degli scavi. Rimasi travolto dalla sua loquacità enfatica, incontenibile, ma anche assai spassosa. Lo ascoltavo in estasi, ma soprattutto, dopo un po’, restando colpito dalla lingua bislacca in cui quell’uomo si esprimeva. Che diavolo di lingua era mai? Arabo? Berbero? Francese? Spagnolo? Italiano? Siciliano? Napoletano? Greco? Turco? O che altro ancora? Ma la cosa più assurda e inspiegabile è che quella gustosa macedonia di tutti gli idiomi e i dialetti mediterranei non suonava affatto oscura, ma era del tutto chiara e comprensibile.
Un vero spettacolo di fuochi d’artificio lessicali, che come per magia si traducevano all’istante in perfetto italiano nella mia mente. Che miracolo sarà mai stato quello? Forse un’allucinazione dovuta al sole che picchiava senza pietà? Non potei fare altro che archiviare la questione sotto la voce “enigmi e misteri”.
Ma pochi anni dopo, mentre leggevo per la seconda volta quello che per me è il romanzo più bello del mondo, ossia il Don Chisciotte, giunto al capitolo quarantunesimo della prima parte, ecco il colpo di scena. In un passo della lunga digressione intitolata Storia del prigioniero – romantica e avventurosa vicenda ambientata ad Algeri – si profilava in modo lampante e inequivocabile la vera e lontana origine della sorprendente lingua parlata da quel pronipote di Annibale e della regina Didone.
Ecco le righe centrali di quel passo del Chisciotte, nella nobile lingua del suo autore:
«… un día, antes de mi partida, fuí allá, y la primera persona con quien encontré fué con su padre, el cual me dijo en la lengua que en toda la Berbería, y aun en Constantinopla, se habla entre cautivos y moros, que ni es morisca, ni castellana, ni de otra nación alguna, sino una mezcla de todas las lenguas, con la cual todos nos entendemos, digo, pues, que en esta manera de lenguaje me preguntó 1
(… un giorno prima della mia partenza, andai là, e la prima persona in cui mi imbattei fu suo padre, il quale mi parlò nella lingua che si parla in tutta la Berberia, e anche a Costantinopoli, tra schiavi e mori, che non è né moresca né castigliana né di alcun’altra nazione, ma un miscuglio di tutte le lingue, con la quale ci intendiamo tutti; dicevo, dunque, che in questo genere di lingua mi domandò…) 2
Dunque, altro che bizzarria di uno stravagante personaggio! Dopo aver letto le parole di Cervantes mi bastò una breve ricerca per scoprire che la lingua che avevo udito parlare in Tunisia aveva una storia straordinaria e affascinante, e che il simpatico mangiafuoco cartaginese che ancora la parlava doveva essere, probabilmente, uno degli ultimissimi eredi di una tradizione linguistica molto antica: quella che gli studiosi oggi definiscono “lingua franca mediterranea”, o più brevemente “sabir”3, ossia il cangiante idioma che a partire dall’epoca delle Crociate, e per almeno otto secoli, aveva permesso a un’infinita schiera di navigatori mediterranei d’ogni risma, fede e nazione – mercanti, avventurieri, pirati, pellegrini, nobildonne rapite e bajadere, schiavi delle galere e dei famigerati “bagni”, missionari e soldati – di poter dialogare tra loro non col linguaggio primitivo dei gesti ma con quello civile delle parole 4.
Non solo, ma c’è da aggiungere un particolare importante, e cioè che il sabir era diventato, soprattutto nei secoli XVI e XVII, la lingua quasi ufficiale dei cosiddetti Stati barbareschi di Algeri, Tunisi e Tripoli – prosperati dopo il 1492, con la definitiva cacciata dei musulmani dall’Andalusia – che all’epoca erano di fatto i principali covi dei pirati “maomettani”, o “turchi”, o “moreschi” che infestavano il Mediterraneo. Lo fa intendere chiaramente lo stesso Cervantes, quando dice che quella lingua era parlata «en toda la Berbería, y aun en Constantinopla», e che praticamente tutti ad Algeri la parlavano e comprendevano perfettamente: «con la cual todos nos entendemos».
Il fatto, poi, che Cervantes potesse includere con tanta disinvoltura queste osservazioni nel suo racconto, dando come per scontate quelle rivelazioni, non deve ovviamente sorprendere: nulla egli inventava, ma tutto era vero, ed era frutto della sua diretta esperienza. Notissima e avvincente è infatti la storia dei cinque anni che il sommo scrittore castigliano fu costretto a passare in prigionìa ad Algeri, sotto la custodia implacabile dei pirati da cui era stato rapito 5.
Tutta la vita di Cervantes è un romanzo appassionante, ma la vicenda di quel lungo periodo ha un sapore e un valore unico e speciale, perché, proprio grazie alle varie elaborazioni letterarie e teatrali che lo scrittore vi dedicò, ci permette di penetrare nella realtà viva di un luogo che per oltre due secoli fu uno dei punti focali più policromi e caleidoscopici del mondo mediterraneo. Luogo infernale, certo, ma anche ricco di sorprese, come testimonia appunto il ricordo di quella strana lingua internazionale, che tanto dovette colpire la fantasia del futuro autore del Chisciotte: autentico miracolo culturale… o vero “fiore nato dal letame”, per dirla con le parole di una canzone di De Andrè.
Come nei drammi La vita di Algeri (del 1584), e I bagni di Algeri (del 1615), un velo di fiaba nasconde e al tempo stesso rivela l’esperienza di quegli anni interminabili vissuti da Cervantes in bilico perenne tra la disperazione e l’esaltazione, sempre divorato dal sogno febbrile della libertà, nello scenario tumultuoso e inverosimile della città che il pirata Barbarossa aveva strappato pochi decenni prima al potere di Carlo V. Ne emerge l’immagine di un mondo che insensibilmente si eleva, sopra i sussurri nei cortili e lo scalpiccìo dei passi nei vicoli della kasbah, a pittoresco emblema dell’eterna condizione umana.
Torre di Babele e Arca di Noè: tale dové apparire Algeri agli occhi del giovane Miguel (aveva 28 anni quando fu catturato), che insieme al fratello Rodrigo vi fu condotto in catene dal corsaro turco Dalì Mamì verso la fine di settembre del 1575. La galera Sol, che trasportava il futuro scrittore da Napoli verso la Spagna, era stata intercettata pochi giorni prima dai predoni nel Golfo del Leone, non lungi dalle foci del Rodano. Benché monco della mano sinistra, che gli era stata maciullata da un’archibugiata turca nella battaglia di Lepanto, Miguel si era battuto fino allo stremo delle forze prima di arrendersi alla furia degli odiatissimi maomettani. Ma contro il destino non c’è rimedio. Lo attendeva la schiavitù ad Algeri, «covo di ladri e vergogna dell’umanità», capitale ormai incontrastata della pirateria mediterranea, roccaforte degli avventurieri e dei rinnegati di ogni angolo d’Europa.
Fortuna e disgrazia insieme legate, vollero che il Dalì Mamì gli trovasse addosso una lettera di raccomandazione firmata dal grande Giovanni d’Austria, terrore degli ottomani. «Costui sarà senz’altro un personaggio di elevata condizione», pensò ovviamente il pirata. Lo si doveva perciò trattare con un occhio di riguardo, e non lo si doveva liberare se non in cambio d’un lauto riscatto.
Ecco dunque Miguel “a spasso” per le strade di Algeri, nella strana condizione dello schiavo semilibero, del prigioniero di lusso che da un lato subisce gli oltraggi e gli sberleffi della plebe e dei monelli, e dall’altro suscita le invidie di altri schiavi meno “preziosi”, costretti a una vita di ceppi, nerbate, supplizi e infami fatiche. Non è difficile incontrarne, di quegli sventurati, col naso mozzo o mutilati delle orecchie: sono i terribili segni di punizioni inflitte per colpe a volte insignificanti, come nel caso di quel giovane di Ibiza che aveva subìto l’amputazione del naso per avere strappato un arboscello nel giardino del suo padrone. E per coloro che tentavano la fuga? Per quegli sciagurati, che inesorabilmente venivano riacciuffati in terra o in mare, l’unica certezza era quella di andare incontro a una morte preceduta da orribili torture.
E poi c’erano i “bagni”, le oscure, famigerate prigioni sotterranee dove gli schiavi, anche senza colpa, venivano abbandonati per mesi, a languire incatenati, denutriti, divorati dalle febbri. E all’inferno dei bagni, nemmeno il Saavedra riuscì a sfuggire; più di una volta vi fu gettato, dopo i suoi vani e rocamboleschi tentativi di fuga. Era comunque il prezzo da pagare in cambio del privilegio di avere avuta salva la vita.
Non tutto era però dolore, sopruso e oppressione tra quelle genti derelitte e in quella terra che sembrava segnata da una maledizione del cielo. Come fiori del male, da quegli abissi nascevano strane bellezze, sapori di vita, profumi di speranza ed esempi di virtù. Pensiamo appunto al sabir, alla lingua franca: vero miracolo che infrangeva le barriere linguistiche che rendevano impenetrabili, altrove, il mondo dell’Islàm e quello della Cristianità. Nell’Algeri vissuta da Cervantes un’intera popolazione, composta di arabi e berberi, turchi e spagnoli, italiani e greci e albanesi e francesi e genti di ogni stirpe, un’intera città dedita a mille mestieri ma sorretta dai proventi dei riscatti e delle razzie dei pirati, poteva così superare le barriere di cultura e di religione.
E c’era comunque ancora un riverbero dell’antico spirito di tolleranza dell’Islàm verso le “genti del Libro”, cristiani ed ebrei, che a Cervantes, passionalmente cristiano, dovette procurare una forte, inattesa impressione, paragonato alla realtà della Spagna paralizzata dall’incubo della Santa Inquisizione.
E infatti confessa lo scrittore stupefatto ne I bagni di Algeri:
«Questo è un mistero mai visto. Sono venti i religiosi che oggi hanno celebrato la Resurrezione di Cristo con musica accordata… A quanto vedo, Algeri è una piccola Arca di Noè: qui ci sono dissimulate abilità di ogni sorta di professione e di mestiere… Se fai attenzione, c’è un’altra cosa che stupisce ancor di più, ed è che questi cani senza fede ci permettano, come si vede, di mantenere la nostra religione».
Non mancavano poi i confortevoli incontri, e le inattese amicizie. Come quella che lo scrittore spagnolo poté stringere nella primavera del 1578 con il poeta siciliano Antonio Veneziano.
Ma su questo argomento vorrei riportare almeno qualche riga di ciò che ne scrisse Leonardo Sciascia, che con tanto vivo interesse indagò su quella straordinaria vicenda umana e letteraria:
«Cervantes si trovava prigioniero in Algeri già da tre anni. Può anche darsi avesse già conosciuto il Veneziano durante il suo soggiorno a Palermo, nel 1574; certo è che ad Algeri si trovarono (o si ritrovarono) e che tra loro nacque una qualche dimestichezza e un rapporto di reciproca estimazione letteraria, se non di amicizia. Di questo incontro ci restano due poesie: una di Cervantes a Veneziano, dodici ottave scritte dopo la lettura della Celia; una di Veneziano a Cervantes, incredibilmente brutta, di ringraziamento e di ammirazione» 6
Eppure in quell’Arca di Noè, dov’è ammessa perfino l’omosessualità, e dove il gran lusso è pranzare a cuscus innaffiato con buon vino di Francia, dove i pirati più crudeli e perfino l’efferato bey Hassàn Pascià sono pronti a ripagare gli atti di fierezza e di valore con imprevista magnanimità, dove al grido degli agonizzanti si mescola talora lo strepito di chi «danza e canta e suona e fa capriole sulla riva del mare», il prigioniero si perde nel sogno sfrenato della libertà. E se dalle fessure di una musharabiyya, la finestrella orientale chiusa da una fittissima grata di legno che rende invisibili gl’interni delle case, egli scorge per avventura protendersi le dita sottili di una donna – come narrato appunto nella Storia di un prigioniero – allora sogna ch’ella sia una mora di ineguagliabile bellezza, che in cuor suo abbia abbracciato la fede cristiana, e che sia pronta a lasciare la sua terra di pirati per correre insieme a lui sull’altra sponda. Liberi lei dall’harem, e lui dalla schiavitù.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] Miguel de Cervantes, El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, I, XLI, Editorial Magisterio Español, Madrid 1971: 407-408.
[2] M. de Cervantes Saavedra, L’ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancha, I, XLI, in Tutte le opere di Cervantes, II, a cura di Franco Meregalli, Milano 1971: 328.
[3] Una tipica “lingua di contatto”, o “pidgin” nella terminologia dei linguisti anglosassoni.
[4] Si vedano, tra i molti studi sull’argomento, di Guido Cifoletti: La lingua franca mediterranea, Padova 1989; e La lingua franca barbaresca, Roma 2011.
[5] Da questo punto, i testi di riferimento del mio racconto saranno i seguenti: Sebastián Juan Arbó, Cervantes, Milano 1947: 117-210 (Arbó dedica quasi cento pagine della sua bellissima biografia di Cervantes al periodo della prigionia in Algeri); Salvatore Bono, Corsari nel Mediterraneo, Milano 1993; Philip Gosse, Storia della pirateria, Firenze 1991; Antonio Veneziano, Ottave, Torino 1967, Introduzione di Leonardo Sciascia: 5-29 (Sciascia si sofferma a lungo sull’incontro avvenuto ad Algeri tra Cervantes e Antonio Veneziano. Ricordo qui, per inciso, che un altro illustre prigioniero dei pirati barbareschi – non però ad Algeri, ma a Tunisi – fu Vincenzo de’ Paoli, ovvero Vincent de Paul, futuro santo e fondatore delle ben note congregazioni caritative. De’ Paoli fu catturato dai pirati mentre viaggiava per mare tra Marsiglia e Narbona nel 1605, e fu liberato dalla prigionia dopo due anni). Alla vicenda di Cervantes dedicai un breve capitolo del mio libro I sogni della storia (Milano 1991, “Don Chisciotte ad Algeri”: 47-51).
[6] L. Sciascia in A. Veneziano, cit.: 19.
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Massimo Jevolella. Si laurea in filosofia nel 1974 con Remo Cantoni con una tesi sull’utopia surrealista. Fin dal 1979 si dedica allo studio del pensiero islamico ed ebraico medievale. Negli anni ‘80 collabora con la rivista “Studi cattolici” e con l’Istituto di Storia della Filosofia dell’Università Statale di Milano. Pubblica articoli sulla rivista “Acme” della Facoltà, traduce testi filosofici dall’arabo (come il Libro dei cerchi di Ibn As-Sid al-Batalyawsi, Arché Editore), ed entra in contatto con i professori Giuseppe Sermoneta e Shlomo Pines dell’Università Ebraica di Gerusalemme (dove nel 1985 partecipa a un convegno internazionale su Maimonide, con uno studio sulle fonti arabe della profetologia nella Guida dei perplessi). Inizia lo studio dell’ebraico biblico con il Rabbino capo di Milano Giuseppe Laras. Negli anni ‘90 dirige la collana di libri “Spazio interiore” della Red di Como. Nel 1991 pubblica il libro di saggistica-narrativa I sogni della storia (Mondadori Oscar). Seguono i saggi: Non nominare il nome di Allah invano (Boroli 2004, con postfazione di Franco Cardini); Le radici islamiche dell’Europa (Boroli 2005); Saladino eroe dell’Islàm (Boroli 2006); Rawà, il racconto che disseta l’anima (Red 2008); la traduzione dall’arabo e curatela del Collare della colomba di Ibn Hazm (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2010); l’antologia coranica Corano, libro di pace (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2013). La traduzione integrale in prosa e curatela del Romanzo della Rosa di J. De Meun e G. De Lorris (Feltrinelli UE 2016). Torna sul tema dell’utopia con uno studio sulla “città ideale” dei filosofi arabi, pubblicato nel 2012 sui “Quaderni di studi Indo-Mediterranei”. Intensa la sua attività di conferenziere, fin dai primi anni ‘80 e in molte città d’Italia, indirizzatasi sempre più sul versante del dialogo interreligioso e interculturale. Di recente, ha fatto dono degli oltre 700 volumi della sua biblioteca di cultura islamica ed ebraica alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Mazara del Vallo (Fondo Jevolella).
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