di Enzo Pace
Una buona metà degli insediamenti nei territori occupati dall’esercito israeliano dal 1967 a oggi sono stati realizzati da movimenti e gruppi che vengono chiamati messianici, appartenenti alla galassia del sionismo religioso [1]. I loro militanti vivono nell’attesa della venuta del Messia; essi giustificano la loro pretesa di occupare la terra abitata dai palestinesi, sostenendo che quella terra è stata promessa da Dio al popolo d’Israele, come attesta la Bibbia; dunque, non è nella disponibilità umana cederla a chi non è ebreo, a chi non è vincolato da alcun patto di fedeltà nei confronti dell’Altissimo.
Guardando la mappa degli insediamenti, il piano di costruzione sembra del tutto casuale. Formano, infatti, punti discreti su tutto il territorio, sparsi come tante macchie di leopardo senza alcuna apparente continuità. I villaggi non corrispondono generalmente a un piano di sviluppo urbano esplicitamente proposto dai vari governi (di destra o di sinistra) che si succedono nello Stato di Israele. La pianificazione interessa anche altre aree della Cisgiordania che sono state intensamente cementificate, soprattutto negli ultimi quindici anni [2].
In particolare la costruzione di nuove unità abitative è proseguita anche durante l’ultima guerra di Gaza sulle colline di Gerusalemme Est. Negli ultimi dieci anni, con il governo Netanyahu ne sono state realizzate ventimila e nell’agosto di quest’anno il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha annunciato l’edificazione di altre 3401 unità con l’intento, stando alle sue parole, di staccare definitivamente Gerusalemme dal territorio abitato dai palestinesi, «seppellendo così l’idea dello Stato Palestinese» [3].
Gli insediamenti dal 1967 a oggi costituiscono il risultato d’una impresa sociale e politica che ha coinvolto vari attori. Essi sono stati progettati e realizzati da diversi movimenti collettivi che spesso li hanno realizzati prima che qualsiasi governo decidesse di sostenerli. In molti casi, questi movimenti hanno eluso leggi nazionali, trattati internazionali e le risoluzioni dell’ONU che vietavano qualsiasi tipo di confisca di territori destinati al futuro Stato della Palestina [4]. Studiare la geografia di questi insediamenti può far luce sui movimenti collettivi che li hanno voluti, i loro progetti politici e, in alcuni casi, l’eventuale immaginario religioso che li ispira.
È importante chiarire, in via preliminare e per meglio delimitare l’oggetto dell’analisi, le caratteristiche principali dei villaggi costruiti nei territori occupati. Essi sono abitati da cittadini israeliani, quasi tutti ebrei, e si trovano in Cisgiordania, Gerusalemme est e nelle Alture del Golan (in territorio siriano) [5]. Ce n’erano altri anche nella penisola del Sinai e nella Striscia di Gaza. I primi furono evacuati nel 1979 come conseguenza dell’accordo di pace di Camp David tra Egitto e Israele (firmato da Menachem Begin e Anwar al-Sadat, grazie alla mediazione dell’allora presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter). Per quanto riguarda i secondi della Striscia di Gaza, nel 2005 il Primo Ministro Ariel Sharon decise di smantellarli, ritenendo che non fosse più possibile garantire la sicurezza dei circa quattromila coloni che si trovavano a vivere in un territorio controllato politicamente da un movimento di lotta armata come Hamas.
La Guerra dei Sei Giorni segno dei tempi ultimi
Fu subito dopo la fine della guerra dei Sei Giorni che la costruzione degli insediamenti si intensificò, tollerata dal governo di sinistra dell’epoca e incoraggiata negli anni successivi da quella di destra che lo soppiantò. L’espansione degli insediamenti acquistò slancio in particolare sotto i governi guidati dal partito Likud, il cui leader Begin dichiarò nel 1977 che tutta la terra, che era stata storicamente parte di Israele, rappresentava l’eredità inalienabile del popolo ebraico. Ariel Sharon, a sua volta, ministro dell’agricoltura, annunciò un piano per insediare due milioni di ebrei in Cisgiordania entro il 2000.
Non tutti i nuovi villaggi sono uguali fra loro, tuttavia. Le loro caratteristiche dipendono in gran parte dal tipo di movimento collettivo che li ha fondati. In base al diverso retroterra ideologico, possiamo distinguere quattro modelli di colonizzazione territoriale: due con un orientamento esplicitamente religioso, il terzo espressione di una visione secolare e il quarto misto. Grosso modo il diverso peso di ciascuna di queste componenti nella distribuzione degli insediamenti (dato riferito al 2018) è il seguente:
Distribuzione delle colonie per diversa affiliazione ideologica
| Affiliazione ideologica | Percentuale sul totale dei 223 insediamenti |
| Ispirazione laica | 15% |
| Nazional-religiosi (messianici o sionisti religiosi) | 24% |
| Haredim (c.d. ultra-ortodossi) | 29% |
| Religiosi e laici | 32% |
(fonte: elaborazione dell’autore sulla lista degli insediamenti fornita dallo Israel Central Bureau of Statistics [6]).
Tra i gruppi di coloni secolari, ci sono quelli che aderiscono al sionismo laico e che hanno ottenuto il permesso di costruire colonie in luoghi che il governo considerava strategicamente importanti per la sicurezza dello Stato di Israele. Per coloro che non hanno familiarità con la situazione israeliana, è bene ricordare come la sicurezza costituisca, dopo la lunga serie di attentati-suicidi compiuti fra il 2000 e il 2006 da parte dei principali gruppi di lotta armata palestinese, il criterio strategico fondamentale che orienta le decisioni politiche del governo [7]. In nome della sicurezza, ad esempio, l’esercito può intervenire praticamente senza ostacoli per espropriare, requisire terreni e case, se ciò serve a garantire il pieno controllo del territorio.
I primi insediamenti, realizzati fra il 1967 e il 1977, sono stati progettati proprio per rispondere a esigenze di sicurezza militare. Erano dei veri e propri avamposti che solo successivamente sono stati trasformati in stabili villaggi di coloni. Dal 1977 a oggi, dunque, le colonie che riflettono una visione religiosa sono una minoranza, ma la più intransigente e combattiva. Dei 750.000 coloni [8], infatti, che complessivamente abitano oggi nei territori occupati, 120.000 appartengono a comunità religiose, molte delle quali fanno parte della galassia dei movimenti Haredim [9]. Alcuni sono stati e sono direttamente interessati alla costruzione di villaggi nei territori palestinesi occupati; altri non lo sono affatto, altri realizzano il sogno di abitare lo stesso quartiere o in un nuovo villaggio fuori però dei territori occupati.
Concentrandoci sulle colonie d’ispirazione religiosa, il messianismo è la componente principale dell’ideologia dei gruppi di ebrei che sono diventati sempre più aggressivi nella loro pretesa di appropriarsi della terra abitata dai palestinesi. Francesca Mannocchi, giornalista de La Stampa, ha documentato spesso la violenza con cui i coloni assaltano i villaggi palestinesi in Cisgiordania, cacciandoli o mettendoli in condizione di abbandonarli, impunemente e, a volte, coperti da militari dell’esercito israeliano.
Del resto, fanno parte del governo due esponenti di peso (rispettivamente, il ministro delle finanze e quello della sicurezza nazionale) che apertamente sostengono la tesi della indivisibilità della Terra promessa, così come è stata disegnata nei suoi confini sacri dalla mente di Dio. La mappa è conservata nel testo sacro, la Bibbia. Tant’è che una delle strategie usate dai coloni per sigillare o sacralizzare i luoghi che occupano è il cambio della toponomastica: cancellare il nome arabo e sostituirlo con un nome tratto da un versetto o un passo della Torah è il primo scrupolo religioso che i coloni hanno. La ricomposizione dei confini biblici della Terra promessa – che coincideranno un giorno con quelli del nuovo Stato d’Israele allargato dalle Alture del Golan all’ipotizzato luccicante resort della Nuova Gaza – è concepita dai coloni sionisti religiosi come il segno indubitabile dell’imminente venuta del Messia. Ma di quale Messia si tratta? Qual è il Messia di questi ebrei? Il Messia discendente dalla famiglia di Davide oppure il Messia servo sofferente di cui parla il profeta Isaia?
Dio degli eserciti e Dio della misericordia
Nell’ebraismo antico, dall’VIII secolo prima di Cristo, si sono fronteggiati per almeno ottocento anni due correnti teologiche: una messianica e l’altra antimessianica. La seconda è stata rappresentata dal ceto dei sacerdoti che gestivano il Tempio, i sadducei; la seconda, invece, ha avuto vari interpreti: i farisei (ebrei rigorosamente osservanti delle regole di purità) e gli esseni (una setta che ha lasciato tracce nei manoscritti di Qumran). Queste due tendenze sono giunte sino ai tempi moderni, come un fiume carsico, passando da fasi di latenza a fasi di effervescenza collettiva. Dobbiamo a Israel Knohl un’aggiornata rilettura della storia dei due messianismi [10].
Con la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. della nostra era da parte degli eserciti romani, gran parte dei sadducei morì nelle fiamme che divorarono le mura del luogo santo. Senza il Tempio i pochi che riuscirono a scamparla non poterono più esercitare le funzioni sacerdotali. Di conseguenza l’antimessianismo che li aveva caratterizzati da sempre non ebbe più una voce autorevole per esprimersi. Ne rifiutavano l’idea proprio per lo status sacrale che essi ricoprivano. Il sommo sacerdote concentrava nelle sue mani il sapere e il potere religioso dell’intera comunità. La figura straordinaria di un messia (l’unto dal Signore) era per loro incomprensibile e soprattutto un potenziale antagonista del potere che la casta sacerdotale deteneva.
Il sapere e potere religioso passò, dopo la distruzione del Tempio, gradualmente a una nuova figura che accompagnerà da allora in poi la vita delle comunità ebraiche nella diaspora. Mi riferisco a quella dei rabbini, depositari e custodi della conoscenza dei testi sacri e della legge divina, spogliati di funzioni sacre, in particolare del potere di fare sacrifici. Nella diaspora, dunque, il messianismo trovò terreno fertile per rinascere appieno; esso continuò ad alimentare la speranza di un ritorno alla terra che gli ebrei erano stati costretti ad abbandonare. L’equazione terra e redenzione divenne così di secondo grado: l’identità ebraica, custodita dalla memoria religiosa affidata ai rabbini, fu concepita come pienamente realizzata solo quando sarebbe stato possibile riscattare la terra promessa da Dio a Mosè.
Mentre le comunità ebraiche della diaspora si organizzarono come comunità della memoria, la terra lontana prese i contorni di una comunità immaginata che un giorno si sarebbe finalmente ritrovata e ricomposta. Tale prodigioso avvenimento avrebbe coinciso con la venuta del Messia. Ho usato poche righe sopra la parola equazione non a caso, giacché in alcune comunità della diaspora durante l’epoca medioevale si farà strada l’idea che la fede potesse individuare con precisione matematica i segni dei tempi che annunciavano l’approssimarsi del Messia. La Qabbala divenne così la traduzione in formule matematiche e in calcoli numerologici dei versetti della Torah che rafforzava dall’Andalusia sino, più tardi, alle comunità del Centro-est europeo, nei mistici messianici – gli hassidici – la certezza della redenzione portata dal Messia al suo popolo tornato nella Terra promessa. Il misticismo ebraico ha in tal modo pensato l’impensabile, esercitandosi a calcolare i tempi ultimi [11].
La linea di frattura tra le diverse concezioni del Messia che ritroviamo anche oggi nel mondo ebraico si affronteranno a distanza nell’epoca della diaspora. Solo con il progetto di uno Stato ebraico e, successivamente con la sua fondazione nel 1948 per impulso del movimento sionista, la linea di faglia attraverserà sin dall’inizio la vicenda dello Stato d’Israele, tormentatissima se è vero che lo stato di guerra o di eccezione dura ormai da quasi ottanta anni.
Il confronto aspro, teologico e politico allo stesso tempo, che il progetto sionista suscita all’interno delle comunità ebraiche, soprattutto in Europa ha, infatti, a che fare con il messianismo. Sino alla Guerra dei Sei giorni e all’occupazione militare dei territori palestinesi, intere comunità hassidiche si rifiuteranno di mettere piede su una terra nella quale era nato, secondo un giudizio netto e pesante, uno Stato empio, non fondato sul primato della Legge divina. Solo con la vittoriosa guerra del 1967, rabbini e saggi di queste comunità vedranno in questo successo militare un segno divino: il tempo di Davide era arrivato, il Messia era alle porte. Il Dio degli eserciti aveva spianato la via all’arrivo dell’Unto del Signore; ora era possibile tornare, a collaborare con i sionisti per la redenzione della terra, riconquistata in tutta la sua estensione e toponomastica biblica. Ora diventava urgente convertire tutti gli ebrei che si erano secolarizzati. Infine, era giunto il momento di lottare attivamente per accelerare i tempi della redenzione.
Il Messia del Dio degli eserciti, che mobilita l’immaginario dei coloni attuali, somiglia molto alla figura messianica cara ai farisei che Gesù il Nazareno mostra a più riprese di non condividere, seppur anche lui credesse di essere il Messia, il Figlio di Dio, che non veniva per portare la spada, ma per annunciare la misericordia divina [12]. Gesù sembra più vicino al profilo del Servo sofferente tratteggiato da Isaia piuttosto che a quella del Messia-Re di Israele, che si mette a capo della rivolta armata per cacciare lo straniero.
Accanto a chi attende il Messia degli eserciti, ci sono altri gruppi hassidici che credono di aver contemplato già la venuta del Messia nella figura della loro guida spirituale quando ancora era in vita. Il Messia si è incarnato in tale figura, venerata in vita come un leader carismatico e profetico; tant’è che alla sua morte, i seguaci hanno deciso di non nominare il suo successore [13].
Con il messianismo del sionismo religioso contemporaneo riprende vigore la tendenza a interpretare la figura del Messia come un leader semi-divino che guida alla vittoria il suo popolo, che non transige sulla idea stessa che la guerra possa essere condivisa con qualcuno altro che non sia uno zelante ebreo ortodosso, uno di quei fanatici di cui parla Amos Oz, che desiderano convertirti a tutti i costi. Se resiste, può anche ucciderti; se lo fa, è per il tuo bene.
Dare spazio alle forze politiche che oggi danno voce alle aspirazioni messianiche dei coloni sionisti religiosi vuol dire non solo portare a compimento il piano di pulizia etnica espellendo i palestinesi dalla loro terra, dopo aver distrutto tutta Gaza, ma anche dare forza al sogno di uno Stato confessionale ebraico, governato dalla Torah, seppellendo, come dice l’attuale ministro delle finanze Smotrich, la speranza di uno Stato palestinese. Democrazia bye, bye! [14].
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] R. Guolo, Terra e redenzione, Milano, Guerini e Associati, 1997; E. Pace, Movimenti messianici ebraici e sacralizzazione della terra, in Ricerche di storia sociale e religiosa, 2020: 92, 27-53; G. Luzzatto Voghera, Sugli ebrei, Torino. Bollati Boringhieri, 2024.
[2] Dal 2005 il governo israeliano ha inaugurato un organico piano di sviluppo urbanistico in previsione della continua crescita demografica. Attualmente la popolazione israeliana supera gli otto milioni e mezzo di persone; fra cinque anni, sfiorerà i dieci milioni e nel 2035 si prevede che arrivi agli undici milioni. Il piano di sviluppo, chiamato The Comprehensive National Outline Plan, è stato approvato nel 2005 e lo si può leggere integralmente online: https://www.oecd.org/regional/regional-policy/national-urban-policy-Israel.pdf
[3] Il Sole24ore del 14 agosto 2025. Ricordo che il parlamento israeliano ha ribadito nel 2018 che Gerusalemme è la capitale una e indivisibile dello Stato d’Israele in contrasto con varie risoluzioni dell’ONU, che affermano lo status particolare di Gerusalemme come città santa per le tre religioni monoteiste.
[4] In particolare, sulla base della IV Convenzione di Ginevra dell’agosto 1949, l’ONU con la risoluzione n. 2334 del Consiglio di Sicurezza ha stabilito che gli insediamenti sono in flagrante violazione del diritto internazionale e, dunque, illegali. La mozione è passata con i voti favorevoli dei quattro membri con diritto di veto, mentre gli Stati Uniti d’America si sono astenuti.
[5] Israele occupò due terzi della parte occidentale delle Alture durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Nel 1981 la Knesset (il parlamento) decise di amministrare tali territori come parte integrante del suolo israeliano, nonostante la condanna di annessione arbitraria di terra da parte dell’ONU con la risoluzione 497. Quest’area è ancor oggi instabile: recentemente, nel 2011-12, è stata teatro della guerra civile siriana.
[6] Si veda il sito ufficiale: https://www.cbs.gov.il
[7] Dallo scoppio della Seconda Intifada nel 2000 e sino al 2003, ci sono stati 73 attentati. La costruzione del Muro, che si sviluppa oggi per più di settecento chilometri, sigillando il West Bank, è stato deciso dal governo israeliano come un inevitabile strumento di difesa dalle azioni terroristiche dei gruppi armati palestinesi. Tra il 2003 e il 2006, il numero di attentati è decisamente diminuito. Anche la costruzione della barriera difensiva o del muro (per i palestinesi è un muro che non solo ha espropriato altri territori inglobati da Israele, ma ha anche segnato la volontà di segregarli prefigurando una sorta di apartheid) è stata stigmatizzata sia dall’Alta Corte di Giustizia sia dall’ONU con la risoluzione 1544 del 2004 (votata in Assemblea Generale da 144 Stati a favore, 4 contrari e 12 astenuti). Sui criteri che ispirano la politica della sicurezza militare israeliana rinvio a G. Eisenkot, G. Siboni, Guidelines for Israeli’s National Security Strategy, Washington D.C., Institute for Near East Police, 2019; C. Freilich, Israel’s National Security Policy, in R.Y. Hazan, A. Dowty, M. Hofnung and G. Rahat (eds.), The Oxford Handbook of Israeli Politics and Society, New York, Oxford University Press, 2019; I. Brun, I. Shapira, Strategic Survey for Israel 2019-20, Tel Aviv, The Institute for National Security Studies, 2020.
[8] I dati sono tratti dall’Israel Central Bureau of Statistics (https://www.cbs.gov.il/en/subjects/Pages/Population.aspx: ultimo accesso 20 luglio 2020) e da D. Rubin, Haredi Settlers : The Non-Zionist Jewish Settlers in the West Bank, in E. Isin (ed.), Citizenship after Orientalism, London, Palgrave Macmillan, 2015: 70-97.
[9] Il termine Haredim (singolare Haredi) significa coloro che tremano (sottinteso davanti al Signore). Tali gruppi sono composti da ebrei di stretta osservanza dei precetti della Legge divina; nei media, sono frequentemente chiamati anche ultra-ortodossi. I militanti dei gruppi considerano quest’ultimo termine peggiorativo, giacché essi si ritengono invece autentici e scrupolosi credenti. Per una più ampia trattazione del tema, rinvio a G. Malach, L. Cahaner, M. Choshen (eds.), The Year Book of Ultra-Orthodox Society in Israel, Jerusalem, Jerusalem Institute of Israel Studies, 2016 e A. Weinreb, N. Blass, Trends in Religiosity among the Jewish People in Israel, Jerusalem, Taub Center, 2018.
[10] La disputa messianica. Farisei, sadducei e la morte di Gesù, Milano, Adelphi, 2025. Knohl è professore emerito di Studi Biblici all’Università Ebraica di Gerusalemme; ha anche tenuto corsi alla Pontificia Università Angelicum a Roma.
[11] Sulle caratteristiche del movimento mistico messianico nel mondo ebraico rinvio agli studi ormai classici di Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Torino, Einaudi, 2008 (nuova edizione) e di Moshe Idel, Mistici messianici, Milano, Adelphi, 2004.
[12] Sul fatto che Gesù fosse consapevole di essere il Messia non c’è accordo tra gli studiosi. Se Knohl ne è convinto, uno studioso del cristianesimo delle origini, come Mauro Pesce, nutrì molti dubbi, tali da far ritenere che lo stesso Gesù non abbia voluto presentarsi come Messia. Di questo autore si veda Da Gesù al cristianesimo, Brescia, Morcelliana, 2021.
[13] Alludo al caso del movimento hassidico Chabad o Loubavitch, il cui leader, sarebbe Menachem Schneerson (di origine ucraine, vissuto tra il 1902 e il 1994), venerato come un santo quando ancora era in vita. Egli ha guidato dal 1951 alla sua morte le varie comunità dal suo quartiere generale di Crown Heigths a Brooklyn. Egli interpreterà la Guerra dei Sei Giorni come un segno della venuta del Messia. I suoi seguaci cominceranno a credere che fosse lui il Messia. Su tale caso rinvio a Samuel C. Heilman and Meanchem M. Friedman, The Rebbe: The Life and Afterlife of Mechamen Mendel Schneerson, Priceton, Princeton University Press, 2012 e a E. Pace, Extreme Messianism: The Chabad Movement and the Impasse of the Charisma, in “Horizontes Antropologicos”, 2007, 13 (27), https://doi.org/10.1590/S0104-71832007000100003
[14] È il suicidio di cui parla Anna Foa nel suo libro edito da Laterza, Roma-Bari, 2024.
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Enzo Pace, è stato professore ordinario di sociologia e sociologia delle religioni all’Università di Padova. Directeur d’études invité all’EHESS (Parigi), è stato Presidente dell’International Society for the Sociology of Religion (ISSR). Ha istituito e diretto il Master sugli studi sull’islam europeo e ha tenuto il corso Islam and Human Rights all’European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation. Ha tenuto corsi nell’ambito del programma Erasmus Teaching Staff Mobility presso le Università di Eskishehir (Turchia) (2010 e 2012), Porto (2009), Complutense di Madrid (2008), Jagiellonia di Cracovia (2007). Collabora con le riviste Archives de Sciences Sociales des Religions, Social Compass, Socijalna Ekologija, Horizontes Antropologicos, Religiologiques e Religioni & Società. Co-editor della Annual review of the Socioklogy of Religion, edito dalla Brill, Leiden-Boston, è autore di numerosi studi. Tra le recenti pubblicazioni si segnalano: Cristianesimo extra-large (EDB, 2018) e Introduzione alla sociologia delle religioni (Carocci, 2021, nuova edizione); Religioni in guerra (Castelvecchi, 2024).
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