CIP
di Pietro Clemente
Ho sognato che la flottiglia tornava a Gaza, che i volontari sfilavano per Gaza con cibi, vestiario, fornelli da campo, idrovore, apparecchiature sanitarie e medicinali, l’esercito di Israele poggiava le armi ai loro piedi, quelli di Hamas si toglievano le maschere dal volto, e tutti facevano festa. C’erano anche i giovani di Askatasuna e il ministro Piantedosi che sfilavano insieme e c’erano anche i 500 poliziotti schierati a Torino senza gli idranti che portavano sulle spalle botti di acqua per i gazavi. I cittadini di Torino, nel sogno, portavano panettoni e pandori per tutti i palestinesi. C’era anche l’Imam Mohamed Shahin che discuteva di Dio coi sacerdoti di Torino e con il monsignor Pizzaballa, e insieme benedicevano la gente. La notte, una stella cometa si fermava su una tenda dove era appena nato un bambino, l’asino e il bue non c’erano, sequestrati dall’esercito israeliano e i pastori erano rimasti in Cisgiordania, a difendere case e greggi dai fanatici coloni. Ma andava bene anche così: al loro posto c’erano volontari di tutto il mondo a guardare l’evento, molti pregavano, alcuni si inginocchiavano.
Anche ad occhi aperti, non riesco a rassegnarmi che non possa essere così. Ieri come sottoscrittore ho ricevuto una mail dalla flottiglia che annuncia una prossima iniziativa. Quindi del sogno almeno qualcosa resta.
E invece, ecco la triste realtà: bombardamenti continui, come se non si fosse mai concordata una tregua, a cui si aggiungono le cattive condizioni climatiche con mareggiate e piogge devastanti negli accampamenti dove i bambini muoiono di freddo. Netanyahu non fa che sterminare civili che hanno la sola colpa di essere palestinesi. Gli israeliani si sono perfino appropriati del nome della comune famiglia storico- linguistica semita che comprende i palestinesi. I più truci antisemiti sono loro stessi. Due scrittori ebrei come Ilan Pappé e Anna Foa [1], esperti di cose israeliane, pronosticano che questo sia l’inizio della fine di Israele. Io vedo invece l’inizio di un tempo infinito di morte e di violenza fanatica crescente di Israele. Sulla natura terroristica di Hamas tornata in questi giorni di attualità si può dire, come è giusto, che vinsero delle elezioni, ma soprattutto che Israele li ha surclassati come Stato terrorista che uccide leader di opposizione, gente comune, donne e bambini con le bombe, i mitra, i droni, la fame e l’assenza di cure mediche. Non a caso Netanyahu è condannato dalla Giustizia internazionale come autore di crimini contro l’umanità.
Su Gaza litigano anche gli antropologi delle Università italiane criticando un documento redatto dall’Associazione SIAC dove si invita a boicottare i rapporti con le Università israeliane. Ho l’impressione che non si sia capito abbastanza chiaramente in che storia del mondo stiamo entrando e in che Europa rischiamo di finire. E quali sono le cose più importanti a cui nel nostro piccolissimo ambito possiamo dare un contributo. Comunque il manifestare una presa di posizione è sempre segno di vitalità e coinvolge chi la condivide e non chi la critica.
Insomma il mondo è sottosopra. Nelle raffigurazioni del “mondo alla rovescia “della cultura popolare, le relazioni vengono capovolte: per cui il contadino trasporta l’asino, la vacca macella il macellaio, la donna ha il fucile e l’uomo il fuso, gli uccelli sono pescati in mare e i pesci volano nel cielo, la lepre porta a casa in spalla nel carniere il cacciatore legato come un salame, la scimmia fa saltare l’uomo nel cerchio infuocato, e il bue frusta gli uomini che trainano il carro. E via capovolgendo.
Ora, seguendo l’operato di Trump, siamo consapevoli che ha creato una nuova versione del “mondo alla rovescia” di stampo dittatoriale e di monarchia assoluta. È lui che, sentendosi padrone di tutto, crede di potere dettare legge all’ONU, all’Europa, sganciare bombe in Nigeria, in Yemen, in Siria. Tutto ciò che nessuno avrebbe mai immaginato se non in un incubo. Trump ha capovolto ogni diritto e normativa conquistati ed acquisiti dopo due guerre mondiali. Non ne ha alcun rispetto. Anzi se ne strafrega. È tutto ciò che nessuno avrebbe mai immaginato.
Il “mondo alla rovescia” vero, quello popolare, applicato a Gaza, potrebbe vedere donne e bambini gazavi buttare bombe su Tel Aviv, distruggere le case di gente disarmata che dorme, mangia o lavora, potrebbe vedere cittadini israeliani vivere nelle tende allagate senza igiene e senza cibo, così come potrebbe succedere che i palestinesi della Cisgiordania abbattano con le benne le case degli abitanti israeliani di Ramla e su quei ruderi ci facciano pascolare le pecore.
Ormai, grazie anche a molti film sull’argomento, è evidente che il processo di colonizzazione della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani – incentivati dal governo – è in corso da molti anni e si accentua sempre di più. I coloni, con l’aiuto dell’esercito, abbattono le case dei pastori palestinesi, negano loro il diritto di possesso e di uso. I territori sono militarizzati. Non esistono più diritti universali o nazionali per i palestinesi. Sono costretti a trasferirsi coattivamente, sono ghettizzati con muri di separazione, sono incarcerati se si oppongono. E si tratta per lo più di contadini e pastori. Un recente film del regista sardo Fabian Volti dal titolo Abele 2025 (di cui si discute in questo numero nella sezione “Sguardi sul cinema”) racconta, accostando in qualche verso la realtà palestinese a quella sarda, i soprusi subiti quotidianamente dai pastori della Cisgiordania, assediati dai coloni. Il film si chiude con una dichiarazione di resistenza da parte dei rappresentanti della popolazione locale palestinese. Il docufilm No Other Land di Basel Adra, Yuval Abraham del 2024 mostra un villaggio palestinese devastato, i terreni espropriati in nome dell’interesse pubblico e militare dello Stato di Israele, gli abitanti espulsi e mandati in qualche campo profughi. È una storia lunga. L’Apartheid dei palestinesi in Israele è in atto da molti anni: si sono eretti muri, si sono negati i diritti, e imprigionato chi protestava.
Nel tempo le stragi di palestinesi e la loro deportazione è stata una costante. E questo succede in uno Stato come Israele che si dice democratico e non autoritario perché si vota e ci sono i partiti. Ci si domanda se basta votare per essere una democrazia. La storia lunga di Israele racconta stragi di palestinesi già dal 1947-48, da allora le deportazioni nei campi profughi, da allora gli incarceramenti per chi resiste, da allora le discriminazioni, da allora il razzismo e l’apartheid, da allora sgomberi e distruzioni di case sono stati una costante. Nel presente quella in corso è solo la più sistematica delle stragi, vista come una occasione unica per eliminare fisicamente il problema. L’unica cosa che fa sperare non sono le elezioni, ma la resistenza di ormai pochi ma tenaci intellettuali israeliani che collaborano con i palestinesi e criticano quello che ormai è diventato un quasi-regime fondamentalista. La violenza degli oppressi è il prodotto della violenza degli oppressori. Ma nei tempi lunghi resta la sproporzione a sfavore dei palestinesi che registrano molte più morti, molte più ingiustizie nella loro storia di popolo scacciato con la quasi certezza di essere oggetto di un tentativo di eliminazione. Aspetto la flottiglia.
In Italia viviamo una fase di chiusura degli spazi democratici. Si vede bene dal modo con cui i canali televisivi fanno informazione. Il Centro sociale Askatasuna viene descritto come quello dove sono stati feriti 10 poliziotti, ma non si dice che il Centro era legato al quartiere, e aveva un ruolo sociale tanto che viene difeso da molti soggetti della società civile. Dell’Imam, rispedito in Sicilia e rinchiuso in un CPR per essere rimandato in Egitto, si enfatizza un’unica sua frase e non si dà alcun rilievo al fatto che tanti sacerdoti e tanti cittadini italiani lo sostengono, ne chiedono il rispetto e hanno firmato (me compreso) una petizione contro l’espulsione. La presidente Meloni ha criticato la magistratura per averne negato l’espulsione. Mi pare chiaro ormai che lei è contro i diritti fondamentali. Il suo disegno è far passare dalla parte del torto la magistratura, indebolirla per allargare il suo spazio di azione. Espellere costituisce l’inizio di una serie di espulsioni, dopo le quali vengono le denunce per chi pensa diversamente e poi verrà il momento in cui tutto quel che verrà detto sarà considerato eversivo o invito al terrorismo, alla rivolta sociale e potrebbe essere l’inizio di un regime. Il progetto è abbastanza chiaro, ma per fortuna mostra crepe e fragilità. Anche con l’approvazione di Trump.
Che la strage del 7 ottobre sia vista come inizio di una nuova resistenza palestinese, come risposta a una situazione insopportabile, è quel che pensano e dicono tanti palestinesi. Che sia un incoraggiamento al terrorismo è pura fantasia, è il pensiero di Piantedosi – Meloni. È come dire che le Cinque giornate di Milano sono state una sommossa popolare da reprimere e chi ne avesse parlato come l’inizio del Risorgimento da considerare un pericoloso sovversivo da esiliare. Penso che il 7 ottobre sia stato l’inizio del genocidio e non della resistenza. Ma sarà la storia a giudicare.
La libertà di pensiero e di espressione dei cittadini è il primo presidio della costituzionalità, il primo grande cambiamento dopo il fascismo. Vale anche per chi vive in Italia e non è italiano. Il 2026 saranno 80 anni dalla votazione per la Repubblica, il primo voto alle donne, e voto per l’Assemblea Costituente che ci avrebbe dato la Costituzione. Rispettiamo il diritto di parola, di pensiero, di lotta.
Sotto il governo Meloni, l’Italia è la prima, è il faro e la guida della politica internazionale, vince campionati, coppe, tornei, si fa notare nell’arte e nel cibo (anche se funestato dai dazi del suo amico Trump). Il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana è stata l’occasione per suonare la grancassa delle migliori occasioni. Meloni si è buttata sulla notizia per gestirla e farla apparire come un proprio successo. E addirittura il Ministro dell’Agricoltura Lollobrigida dice: «Oggi l’Italia ha vinto. La Cucina Italiana è Patrimonio dell’Umanità». In effetti una sindrome della Meloni è quella dei primati, dell’orgoglio di essere italiani, primati tutti attribuibili a lei e al suo governo. Anche Babbo Natale e Gesù bambino sono stati ‘melonizzati’ in uno spot natalizio al servizio della identità e dell’orgoglio nazionale.
Improvvisamente il patrimonio culturale immateriale, che risponde ad una convenzione Unesco del 2003 riconosciuta dall’Italia nel 2008, riempie la prima pagina dei giornali e il Governo immagina che tale riconoscimento Unesco porti un grande incremento di turisti e così tuona anche la Ministra del Turismo Santanchè. Cito da Meloni:
«Voglio condividere con voi una notizia che ci riempie d’orgoglio. Oggi l’UNESCO ha riconosciuto la Cucina italiana Patrimonio dell’Umanità. Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo, che onora la nostra identità»
La mania del primato le ha impedito di rendersi conto che l’Italia non è affatto la prima. Qui di seguito elenco la lista delle nomine precedenti al riconoscimento della cucina italiana. Prima di noi ci sono gli antipatici francesi e i gelidi giapponesi e, soprattutto, i messicani. Sono allibito nel vedere un presidente dire il falso per ragioni di pura propaganda:
- Il Pasto Gastronomico dei Francesi (2010) – Mette in risalto la riunione per celebrare momenti importanti, l’arte del “mangiare bene” e del “bere bene”, l’armonia tra esseri umani e natura e la conoscenza di come preparare, servire e consumare il pasto.
- Il Washoku, le tradizioni alimentari dei giapponesi per il Capodanno (2013) – Riguarda le conoscenze, le abilità e le pratiche relative alla preparazione e al consumo del cibo, con un’enfasi sul rispetto per la natura e i legami familiari.
- La Cultura del Kimjang: preparazione e condivisione del Kimchi in Corea (2013) – È la pratica collettiva di preparare grandi quantità di Kimchi all’inizio dell’inverno per garantire il cibo per la stagione fredda. Rafforza l’identità coreana e la cooperazione familiare.
- Il Couscous: saperi, know-how e pratiche legati alla sua produzione e consumo (2020) – Candidatura congiunta di Algeria, Mauritania, Marocco e Tunisia. Riconosce non solo il piatto, ma il rituale, la convivialità e la condivisione del pasto che ruotano attorno alla sua preparazione.
- La Cucina Tradizionale Messicana, Cultura Comunitaria, Viva e Ancestrale (2010) – Un modello culturale completo che comprende l’agricoltura, le pratiche rituali, i saperi antichi, le tecniche di cottura, gli utensili e la socialità intorno al tavolo.
Questa lista, cui si potrebbe aggiungere, nel 2010, la Dieta Mediterranea riconosciuta a Italia, Spagna, Grecia e Marocco, poi estesa a Cipro, Croazia e Portogallo, è già sufficiente per fare di questo spot della Meloni un esempio di informazione ingannevole. Credo che i riconoscimenti Unesco siano occasioni per dialogare col mondo, per riflettere sui processi, sulle tendenze e su noi stessi nel dialogo con gli altri e non per pavoneggiarsi e sentirsi i primi della classe.
Seguo da anni, anche se a distanza, le pratiche dell’Unesco. Le motivazioni per ottenere l’iscrizione alla lista Unesco ICH della cucina italiana mi sono parse assai deboli sia nel documentare le “comunità” dei richiedenti (non sono gli Stati che ‘chiedono’ il riconoscimento ma le comunità patrimoniali), sia nel descrivere la cucina italiana che è in gran parte pluriregionale e di natura complessa. La scheda per la candidatura fa riferimento al libro dell’Artusi, classificandolo come cucina povera, cosa assurda per chiunque abbia letto il libro e quasi offensiva per un’Italia che soffriva la fame. Ma soprattutto non racconta la storia dell’omologazione del cibo, della scomparsa delle cucine regionali negli anni del consumismo, del loro successivo ritorno sollecitato dal successo della “nouvelle cuisine” francese che avviene negli anni ‘90 del Novecento. A partire da quegli anni le cucine regionali ritrovano radici popolari grazie ad Arcigola, alla rivista La Gola, a Slow food e ai suoi presidi, a Terra madre, alle Guide del Gambero rosso e a “Buono, pulito e giusto”. Il fenomeno di riscoperta delle cucine regionali, che è stato un reale processo di costruzione di comunità, viene del tutto ignorato dalla domanda di candidatura. Un dossier mal fatto dunque che però consente di mettere il successo – forse pompato dal governo – nel medagliere della nazione. La cucina che pratichiamo tutti i giorni cambia, si perde, si riconquista, si apre a scambi, si affida al sapere dei nonni, si internazionalizza spesso mantenendo una base regionale.
“Chi si vanta da solo non vale un fagiolo” (più esattamente chi si vant’e sule nun vale nu fasule) era un motto proverbiale della mia mamma napoletana. Da far conoscere a Giorgia Meloni.
L’anno dei pastori e dei pascoli
Il 2026 è stato dichiarato dall’ONU anno internazionale dei pastori e dei pascoli. Il documento dell’ONU che lancia questa iniziativa riconosce che «il Pastoralismo è una forma di vita dinamica, connessa a ecosistemi, culture, identità, conoscenze tradizionali ed esperienze storiche diverse di convivenza con la natura». Afferma altresì che «pascoli sani sono vitali per contribuire alla crescita economica, a mezzi di sussistenza resilienti e allo sviluppo sostenibile della pastorizia».
«I pascoli coprono oltre la metà [gli scienziati attualmente stimano il 54%] della superficie terrestre del mondo e rappresentano quindi il nostro ecosistema più grande, ma anche il più minacciato e meno protetto. In tutto il mondo, i pascoli provvedono sussistenza e la sicurezza alimentare di centinaia di milioni di pastori, che forniscono prodotti zootecnici di alto valore, non solo per sé stessi, ma anche per milioni di altre persone. Gli animali domestici da pascolo trasformano la vegetazione, generalmente marginale e che non può essere consumata dall’uomo, in cibo sano e poco costoso, dotato di proteine di alta qualità, utile sia per il mercato interno che per quello di esportazione, contribuendo così alla sicurezza alimentare globale».
«La pastorizia è un sistema sostenibile, più che necessario nel mondo di oggi, con un clima imprevedibile e mutevole, dove già oltre 700 milioni di persone – quasi un decimo della popolazione mondiale – soffrono la fame ed un milione di specie animali e vegetali sono a rischio di estinzione. Negli ultimi cento anni, i pastori sono stati vittime di numerose ingiustizie come l’espropriazione dei loro pascoli e l’interruzione o eliminazione delle loro tradizionali vie di transumanza. Eppure queste comunità continuano a sopravvivere e ad applicare conoscenze e abilità che sono fondamentali per uno sviluppo sostenibile, di fronte alla crescente incertezza che tutti stiamo vivendo. I pastori svolgono un ruolo fondamentale nel mantenimento e nell’aumento della biodiversità e nella fornitura di servizi eco-sistemici, come il sequestro del carbonio e la protezione dei bacini idrografici. Mentre la produzione zootecnica industriale, sedentaria ed intensiva ha una grande impronta ecologica in termini di emissione di CO2 ed utilizzo eccessivo di risorse idriche, è stato scientificamente dimostrato che i sistemi pastorali hanno una impronta ecologica irrisoria. I pascoli utilizzati dagli allevamenti estensivi rappresentano la più grande riserva di carbonio del pianeta».
Una delle forme più duttili di sussistenza è rappresentata da ovini, caprini, bovini, ma anche suini, equini, cervidi, camelidi che si muovono, crescono, figliano sulla terra. Sono produttori di latte, formaggi, carne, ma anche mezzi di movimento e trasporto e di uso utile e rispettoso della terra.
In Pastoralismo tra continuità e innovazione. Evidenze dal caso Sardegna a cura di Benedetto Meloni e Francesca Uleri, edito da Rosenberg&Sellier (Torino, 2024), si ricorda che:
«L’articolarsi di forme di pastoralismo nell’ambito mediterraneo circummediterraneo può essere letto in modo comparato confrontando tipi simili di istituzioni e processi in una varietà di contesti politici, economici, burocratici e religiosi. Il caso Sardegna si colloca in quei contesti nei quali le pratiche di allevamento estensivo brado e poi semi-brado, soprattutto ovino, sono state capaci di incidere in maniera cruciale nella regolazione delle strutture sociali ed economiche delle società locali. Sono state inoltre centro dell’identità culturale e contributo attivo nella manutenzione e cura dei paesaggi, con la transumanza prima, e con l’insediamento aziendale poi».
Il volume è un contributo al tema della ‘attualità’ delle varie forme del pastoralismo. E aiuta a capire che
«dal modello tradizionale transumante al modello agro-pastorale multifunzionale attuale, in un adattamento continuo a incertezze multiple emerge il costante sapersi muovere flessibilmente tra istituzioni e mercati e un’intrinseca cultura di impresa del mondo pastorale. Un mondo essenziale soprattutto in tempi di crisi complesse, climatiche, economiche, perché si mostra in grado di garantire produzioni in ambienti marginali, abbandonati dalle moderne agricolture».
Siamo in presenza di una soluzione antica, adatta al presente e proiettata nel futuro, simbolo di vero e proprio vantaggio competitivo economico e naturale. Nelle pagine successive un articolo del sociologo Pitzalis approfondisce l’argomento.
Tra i finanziamenti che sono stati ritoccati al ribasso nel bilancio statale 2026 ci sono i fondi – prevalentemente europei – per la coesione sociale, quelli ai quali si attingeva per le aree interne e per il lavoro della SNAI. Nello spirito di riduzione della spesa, l’Agenzia per la coesione per lo sviluppo è stata chiusa. È in corso un attacco alle zone meno sviluppate che perdono abitanti e perdono servizi. Sono le zone che si appellano all’articolo 3 della Costituzione e rivendicano l’uguaglianza di tutti indipendentemente dai luoghi dove si vive. E questo è un altro degli aspetti di un governo che favorisce le scuole, le cliniche e le Università private. I luoghi del profitto e non del servizio. È inoltre in corso un progetto per ridurre il numero dei paesi che possono ottenere finanziamenti in quanto aree montane. La proposta viene dal Ministro per gli Affari regionali Calderoli, la cui attuazione vedrebbe declassati 1200 comuni con un’altitudine media inferiore ai 600 metri.
Davanti a questa crescente cecità verso l’equilibrio territoriale dell’Italia a favore di città e privati, nelle pagine del CIP troviamo tracce di diversa attenzione al mondo del self sustaining, dell’esperienza di vita in zone marginali o difficili. Una piccola traccia viene dall’attenzione che è stata riservata alla morte di Mario Cecchi, fondatore e leader della comunità montana degli “Elfi del Gran Burrone” e della comunità collinare di Avalon. Non viene più irriso ma guardato con rispetto perché ispiratore di un modo di vivere che viene dalla cultura giovanile degli anni ’70, che si è costituita comunità agricola per ben tre generazioni, che ha al centro non le città ma gli eco-villaggi – presenti in Italia, in Europa e negli Stati Uniti – con una rete di comunità di auto sussistenza agricola, di democrazia e di mondo familiare innovativo. Un esempio di come si può vivere con modestia, ricchezza di saperi empirici, democrazia interna regolata, rispetto del paesaggio. Ce ne parla in queste pagine un testimone, Luca Bertinotti.
Nello stesso comune degli Elfi del Gran Burrone è nata l’Associazione “Rivoluzione appenninica” – nome di battaglia impegnativo – che si prefigge di dare sostegno e sviluppo a realtà giovanili nel riabitare e nel fornire localmente lavoro legato alle risorse del territorio. L’Associazione produrrà una rivista – con lo stesso nome – che uscirà a fine anno e parlerà dei temi dello spopolamento. L’editoriale comincia così:
«È venuto il tempo di risalire, per allontanare le minacce ambientali, sociali e politiche del nostro tempo. Dalla montagna perduta alla montagna ritrovata, per una nuova centralità dell’Appennino, spina dorsale del Paese. Sta tutto qui il senso di Rivoluzione appenninica, iniziativa nata dal basso e supportata da un gruppo di studiosi e operatori territoriali che aspira a diventarne laboratorio e movimento».
Il Centro in periferia è un punto di incontro di varie esperienze sia di ricerca che di pratica, che prendono voce e si confrontano. In questo numero del CIP troviamo la voce della Chiesa che si fa sentire forte e solidale sull’onda dell’Enciclica Laudato si. Elena Bussolotti e Alessandro Parisi, in dialogo con Monsignor Vito Piccinonna, vescovo di Rieti, propongono alla nostra attenzione il documento sulle aree interne che i vescovi hanno mandato al Governo. Eccone uno stralcio:
«…Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo – in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità – a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi: si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina…».
Frasi che danno conto, insieme alla testimonianza del vescovo, dei disagi che hanno colpito le zone interne, segnate dallo spopolamento, in un’area già provata dai terremoti Segnalano che:
«L’opportunità che apre una attenta valutazione delle aree interne è quella di cambiare punti di vista, di adottare riferimenti culturali diversi da quelli dei centri urbani, riconoscendo l’alterità dei territori, difendendoli proprio per il loro carattere autonomo e differenziato. Del resto, una presa d’atto della realtà converrebbe proprio ai centri urbani, che dalle montagne ricevono acqua, cibo di qualità o materie prime come il legname. È necessario un patto di reciproco riconoscimento, capace di rimettere a sistema l’Italia interna e quella urbana. In fondo per secoli il Paese ha funzionato ed è cresciuto proprio a partire da questa sinergia».
Temi preziosi che rimandano al mondo del territorialismo di Alberto Magnaghi e della Società Italiana dei Territorialisti e delle Territorialiste. La presenza vitale della Chiesa è dotata di una potenzialità di iniziativa e di convincimento ideale e morale che ci conforta in un percorso comune.
La voce del sociologo Marco Pitzalis proviene dal mondo della pastorizia sarda. Le sue critiche sono rivolte alle politiche regionali favorevoli ad una idea di modernità del mondo pastorale che trascura però la dimensione dei piccoli greggi, delle aziende agropastorali, di varie e duttili forme e dimensioni che non sono arcaiche ma rispondono molto di più che non le grandi aziende ai bisogni complessi e molteplici di adattamento, legati al cambiamento climatico, alle varietà dei territori e del mercato. Propongo qui di seguito uno stralcio:
«Il valore prodotto dal mondo pastorale non è esterno alla modernità, ma nasce all’interno delle sue contraddizioni, come tentativo di riorientare i rapporti tra economia, società e ambiente. In questo senso, il pastoralismo diventa una lente analitica attraverso la quale interrogare le trasformazioni più generali del lavoro, della produzione alimentare e delle forme di soggettivazione nel capitalismo contemporaneo. Guardare alla pastorizia come risorsa critica significa riconoscerne la capacità di generare innovazione sociale, di rinegoziare i rapporti con il mercato e con le istituzioni e di offrire strumenti per immaginare modelli di sviluppo più equi, sostenibili e territorialmente radicati».
La pastorizia come risorsa è un concetto chiave che si può applicare in generale a tutte le economie delle zone interne.
Settimio Adriani e Veronica Paris studiano la vicenda del paese di Fiamignano il ‘loro’ paese, cercando di dare conto, con pragmatica duttilità, del tema dello spopolamento, del ritorno, del pendolarismo inteso quest’ultimo non a senso unico ma come insieme di andate e ritorni, di confini che traversano sia lo spazio che le storie personali: elementi questi che costituiscono una possibile caratteristica della vita e della resistenza dei paesi. Ecco qui di seguito alcune loro riflessioni:
«In questa prospettiva, il confine tra stanzialità e mobilità non è una linea, ma un campo di tensione permanente, che ha plasmato l’identità collettiva molto più di qualsiasi appartenenza amministrativa. Non si tratta soltanto di spostamenti fisici, ma di forme culturali dell’esistenza, che definiscono il modo di concepire il tempo, la fatica, il legame con la terra e con gli altri.
La cultura dell’andare e quella del restare si intrecciano così in ogni storia familiare. E ancora oggi, chi parte spesso ritorna, se non altro con la memoria, e chi resta vive circondato dall’eco di chi è andato via. Questo continuo oscillare tra lontananza e radicamento costituisce una delle espressioni più profonde del confine che caratterizza la comunità: non essere né interamente fermi, né interamente mobili, ma abitare l’interstizio tra queste due condizioni».
Le giovani studiose Sabina Anderini, Valentina Bucciarelli, Laura D’Alessandro, Sandra Milena Susanna propongono Nuove narrazioni per la rivitalizzazione di territori fragili. Cultura, creatività e innovazione digitale. Il tema della alleanza che si crea tra zone interne e mondo digitale viene qui di seguito riassunto:
«Il processo è già in atto e corre più veloce di quanto si pensi, questo grazie all’azione di privati e associazioni che lavorano in sinergia con i cittadini come nel caso di “Senza fili e senza confini” un’Associazione di Promozione Sociale, registrata come Internet Service Provider, fondata il 18 ottobre 2014 a Verrua Savoia, nel Monferrato. La sua nascita prosegue un progetto di ricerca scientifica e sociale del Politecnico di Torino, volto a portare la banda larga nelle zone periferiche. Il progetto, chiamato “Verrua Senza Fili”, ha coinvolto 340 sperimentatori e ha dimostrato che la connettività può essere realmente sostenibile anche in territori difficili»
Riusare e rigenerare il mondo minerario è il tema di Paola Atzeni che con tenacia e spirito innovativo afferma che le miniere non sono solo passato e che l’esperienza umana che hanno prodotto ha dato luogo a saperi e a saper fare, esperienza che non si è dissolta con l’emigrazione ma che è ancora presente e può essere riattivata. È un antico dibattito che trova spazio anche oggi nel drammatico scenario del lavoro in Sardegna. E che sul piano economico-sociale presenta delle analogie con i distretti e le aree storiche pensate da Giacomo Becattini e da Alberto Magnaghi, caratterizzate dalla presenza di potenze di esperienza incorporata nei tempi lunghi. Ne propongo un brano:
«Il riuso di certi siti minerari dismessi domanda una coerenza culturale e di senso con l’orientamento storico fortemente volto al futuro, proiettivo, che manifestavano gli storici saper fare minerari vitali che ora si uniscono alle nuove aspirazioni di futuro sicuro, durevole, democraticamente condiviso. In poche parole, il riuso scientifico dei siti estrattivi è imprescindibile dal risanamento del malsano presente negli storici territori minerari. Le bonifiche produttive necessitano pertanto nell’immediato, di persone con alta professionalità tecnica alla cui formazione sono chiamate precise politiche universitarie. Innovative bonifiche non solo risanatrici ma anche produttive nei e dei siti estrattivi dismessi, riusi scientifici post-estrattivi di miniere dismesse in corso e da accelerare per un loro sviluppo anche con nuove politiche di formazione universitaria, l’avvio di nuove ricerche minerarie, possono aprire nuove temporalità minerarie per vitali rigenerazioni dei luoghi e delle persone, individualmente e socialmente, localmente e non solo».
Nel suo articolo-recensione Mariano Fresta segnala la centralità della scuola come nodo principale delle aree interne. Dall’Appennino pistoiese al Molise vengono segnalate iniziative che offrono doposcuola e cura pubblica nella formazione dei figli delle famiglie pendolari. Scuola e sanità sono due nodi che vanno risolti in modo innovativo per resistere allo spopolamento:
«evitando la chimera del borgo turistico-consumistico omologato»; la scuola rimane sempre un fattore essenziale, ma non bisogna tornare alla scuola del passato, va invece tenuto conto dell’importanza «di un legame ravvicinato tra scuola e territorio, tra educazione/istruzione e contesti di vita, poiché oggi ci troviamo in una situazione di crescente de contestualizzazione dell’azione formativa».
Inedite mappe
«La mappatura di comunità è il fare che ci permette di comporre narrazioni autentiche e di segno contrario rispetto a quelle dominanti; è stata partecipata non solo da residenti anziani: la loro temporalità evocativa ha attivato relazioni anche con le generazioni più giovani. Incontri pubblici, dialoghi con i residenti; produzione di filmati, ricomposizione delle storie delle borgate locali hanno costituito l’iniziale restituzione».
La citazione qui sopra riportata da conto di un mosaico di testimonianze: fotografie, video, interviste, documenti, mappe che compongono la fisionomia del paesaggio costiero urbano dal dopoguerra a oggi. La restituzione del patrimonio, è l’esito del lavoro etnografico svolto, che ha anche alimentato le azioni e le opere di artiste e artisti. Si tratta del racconto di un ecomuseo urbano situato a Palermo, dove, ai margini della città, emerge un modo alternativo di guardare al territorio. Il sottosuolo con i suoi strati archeologici, trascurati per anni e ora recuperati, racconta una storia di abusi edilizi e di cementificazione di cui ci siamo scordati. E a sorpresa il mondo del museo diventa anche guida per leggere il presente e il futuro e luogo di condivisione e partecipazione. “Se scavi, trovi sempre il mare”: l’Ecomuseo Urbano Mare memoria viva di Palermo, questo è il titolo del contributo di Silvia Mascheroni, in dialogo con la direttrice dell’ecomuseo di Palermo, Valentina Mandalari.
Ciriaca Coretti con il testo, Performare la tradizione. Nuove botteghe artigiane nella città di Matera propone in senso lato inedite mappe, che ritrovano una dimensione strategica per il mondo del riabitare le zone interne. Dimensione che non è costante nelle nostre pagine ma che deve viepiù diventarlo, perché il mondo dei saperi pratici è una delle risorse fondamentali del riabitare, della possibile diversità, se non unicità, delle esperienze. Ciriaca presenta gli artigiani come mediatori e come agenti di nuovo futuro [2]. Eccone uno stralcio:
«Il fare manuale, lungi dal limitarsi a una pratica produttiva, diventa così un atto di mediazione culturale: ogni gesto tecnico e ogni oggetto realizzato materializzano un sapere situato, una forma di conoscenza incarnata che rimanda a una precisa appartenenza territoriale e a una concezione condivisa del fare artigiano. In tale prospettiva, l’artigianato si configura come un campo di tensione tra locale e globale, tradizione e innovazione, produzione e rappresentazione».
Una mappa della memoria di una vita “altra” sta nel ricordo di Luca Bertinotti dedicato a Mario Cecchi e al mondo degli Elfi, mondo le cui esperienze dobbiamo essere capaci di imparare. Riporto qui di seguito alcuni brani:
«Il sistema educativo degli Elfi rappresentava un progetto pedagogico autogestito, svolto con la collaborazione di insegnanti interni ed esterni alla tribù, con percorsi educativi differenziati, e dotato dello status di scuola paritaria. I “figli degli Elfi”, cresciuti nei boschi, educati in una scuola parentale che ha lottato per essere riconosciuta, sono oggi la testimonianza vivente di quella scommessa. Una scommessa vinta, se si guarda alla loro capacità di muoversi tra due mondi, quello della selva e quello della tecnologia, con una consapevolezza e una destrezza che spesso manca ai loro coetanei urbani».
Bertinotti sostiene che l’approccio alla medicina e alla salute degli Elfi deve essere letto senza pregiudizi
«Uno degli aspetti più controversi e caratterizzanti del pensiero di Cecchi riguarda il rapporto con la salute e la scienza. Mario nutriva diffidenza non tanto verso la medicina allopatica in sé, quanto verso l’apparato economico che la sostiene, percependolo come fortemente condizionato da logiche di profitto. La comunità ha storicamente privilegiato l’autogestione della salute e il parto naturale in casa, vissuto non come atto medico, ma come un rito sacro e intimo».
L’eredità più importante è la dimostrazione concreta che un modo di vita alternativo è possibile e sostenibile nel lungo periodo. Infatti «L’esperienza del Popolo degli Elfi e la figura di Mario Cecchi si collocano in quel filone del pensiero e della prassi sociale che Ernst Bloch definiva “utopia concreta”: non come fuga verso un mondo immaginario, ma costruzione paziente e ostinata di alternative reali, qui e ora, che prefigurano possibili trasformazioni della società nel suo complesso. In questo senso, gli Elfi rappresentano ciò che Romano, uno dei membri della comunità, esprimeva con parole misurate: “non siamo più gli utopici hippy avventurieri fuori dal mondo e dalla storia, ma un baluardo di resistenza culturale, umana e naturalistica che incarna il bisogno della terra e del genere umano per una riconciliazione”».
Su tutti questi aspetti sarà utile riflettere anche a partire dal libro di Letizia Bindi, Territori in movimento. Ri-gener-azioni in aree fragili (Roma, Donzelli, 2025), che, per motivi di tempo, non è stato recensito in questo numero, ma lo faremo approfonditamente nel prossimo numero 78 del CIP.
Buona fine e miglior principio. Per un anno di pace, di giustizia, di riequilibrio abitativo, di rispetto per la terra.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Ilan Pappè, La fine di Israele, Fazi, Roma, 2025; Anna Foa Il suicidio di Israele, Laterza, Bari-Roma, 2024
[2] Vedi anche il più complessivo lavoro C. Coretti, Antropologia del saper fare. Il carattere performativo degli oggetti artigianali. Il caso studio della città di Matera, Edizioni di pagina, Matera, 2025.
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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