Che la strada per il raggiungimento del quorum fosse in (ripida) salita era chiaro a tutti, anche a chi faceva sfoggio di un lodevole ottimismo della volontà. Ma che oltre un terzo di coloro che hanno ritirato la scheda gialla (quella sul dimezzamento degli anni di residenza necessari per accedere alla cittadinanza) barrasse la casella del NO, è stata un’amara sorpresa per molti. Il 10 giugno l’Italia si è svegliata non soltanto un po’ più identitaria e razzista (come ha già detto qualcuno), ma anche un po’ più antistorica e incapace di guardare perfino al proprio interesse immediato.
Ma vediamo come sono andate le cose. Innanzitutto, la partecipazione al voto: questa, come è noto, si è fermata poco oltre il 30% degli aventi diritto (o poco al di sotto, se si considera il voto dall’estero). Valore che, come nota l’Istituto Cattaneo nella sua analisi, è inferiore alla media delle altre tornate referendarie degli ultimi 25 anni (34,7%), considerando che, in questo lasso di tempo, il quorum è stato raggiunto soltanto in occasione dei referendum del 2011, aventi ad oggetto l’energia nucleare e l’acqua pubblica (57%) [1]. Verrebbe da dire che nel 2025 non si è ripetuta quella mobilitazione trasversale di 14 anni prima, nonostante le questioni relative alla sicurezza del (e sul) lavoro dovrebbero anche costituire materie di interesse generale, al di là del posizionamento politico individuale. E anche la questione dello status giuridico degli stranieri (anch’essi lavoratori), se solo la considerasse più attentamente.
Per quanto riguarda invece, il risultato del voto, ha trovato sostanziale conferma quella regola non scritta secondo la quale non sono più il “sì” e il “no” a confrontarsi (come avvenne ad esempio nelle consultazioni ormai storiche su divorzio e aborto) quanto piuttosto il “sì” e l’astensione, una strategia che, puntando a minare alle fondamenta l’istituto stesso del referendum, evita di fatto il confronto fra le diverse posizioni. È questa appunto la linea di boicottaggio privilegiata a livello istituzionale dalle forze politiche attualmente al governo del Paese. Non andare al seggio (oppure andarci senza ritirare la scheda) è infatti, oltre che indubbiamente più comodo, anche più sicuro e tranchant, dato che ci si risparmia perfino il fastidioso onere di confrontarsi con il quesito.
Come è noto, quel 30% di elettorato che si è espresso sui quattro referendum sul lavoro ha votato “sì” in quasi nove casi su dieci. La “regola non scritta” cui si accennava sopra non è invece stata seguita (o almeno, lo è stata solo in parte) per quanto riguarda il quesito n. 5, riguardante il dimezzamento dei dieci anni di residenza necessari per richiedere (insieme ad altri) la cittadinanza. In questo caso, infatti, ai 9.023.538 sì (65,49% dei votanti), si sono contrapposti 4.754.505 no (34,51%), una consistente minoranza apparentemente contraria ad un parziale alleggerimento delle anacronistiche condizioni oggi imposte a chi, dopo anni di residenza in Italia, cerca di trasformare la propria cittadinanza socio-economica in una cittadinanza giuridica, con la pienezza dei diritti spettanti al cittadino.
Di spiegazioni ne sono state tante, dal ruolo ambiguo dei 5 Stelle (ufficialmente “neutrali” sul tema e poi, in chiusura di campagna elettorale, moderatamente possibilisti) alla “forzatura” suppostamente operata dalla dirigenza del Pd nei confronti di una componente moderata mai completamente convinta. Si è anche accusata la scarsa o assente informazione sul tema, che avrebbe impedito all’elettorato di farsi un’idea: vero, l’informazione sulle reti televisive pubbliche è stata vicina allo zero, ma la spiegazione rasenta l’infantilizzazione dell’elettorato stesso, evidentemente considerato non abbastanza maturo da cercarsi le informazioni autonomamente, sviluppare le proprie considerazioni e agire di conseguenza. Il fatto che tutto ciò sia innegabilmente vero, soprattutto per quanto riguarda la scarsa copertura mediatica dei referendum, non deve farci ignorare che nel Paese esiste e resiste una forte diffidenza verso gli stranieri (per non dire xenofobia) [2] che non si limita al recinto del centro-destra, ma straborda anche su parte dell’opinione pubblica di centro-sinistra. Di fatto, il Pd non è riuscito a portarsi dietro con la propria linea ufficiale (per il “sì” anche al quesito sulla cittadinanza) tutti quegli elettori che l’avevano votato alle Europee del 2024, ma ne avrebbe persi per strada circa il 15-20%, secondo l’analisi dell’Istituto Cattaneo [3].
Come ci ricorda Luigi Manconi, il tentativo di introdurre lo ius soli nel 2017 fallì «nella malmostosa neghittosità di parte della sinistra» [4]. L’odierna, persistente diffidenza verso lo straniero (che, ovviamente, non si limita agli oltre 4.750.000 no della scheda gialla, ma si allarga di fatto anche a coloro che hanno disertato le urne tout court), affonda le proprie radici piuttosto in due elementi fra essi legati: da una parte la pervicace negazione di una nuova composizione dell’Italia che ormai da diversi decenni è sotto gli occhi di tutti, un ostinato voltarsi dall’altra parte rispetto ad una realtà ormai consolidata, fatta di oltre 5 milioni di persone provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo, che non sono un accidente della storia, ma che, piaccia o no, sono qui per restare; a cascata, se proprio non si può negare l’evidenza e si deve riconoscerne la presenza, un’artificiale (e non disinteressata) costrizione del cittadino straniero nel suo ruolo di lavoratore. E che non si sogni di chiedere diritti, secondo la nota massima “abbiamo chiesto braccia, e sono arrivate persone”. Ma forse, a pensarci bene, quel voto ci racconta anche di un mai risolto problema dell’Italia con la propria storia di Paese di emigrazione, come succede per tutte le storie del passato con le quali non si sono fatti i conti. Difficile non rilevare a questo proposito una strana coincidenza, che dovrebbe far riflettere: proprio il 10 giugno, quando l’esito del referendum sulla cittadinanza è apparso chiaro, si inaugurava a Roma, con grande ufficialità, alla presenza di membri del governo, e di deputati di maggioranza e opposizione, una mostra dedicata al 60° anniversario di una tragedia dell’emigrazione (italiana) in Svizzera, una sorta di “Marcinelle dimenticata”, che ci racconta le stesse storie di emigrazione, sfruttamento e diritti negati [5].
Eppure, come accennato sopra, il quesito referendario della scheda gialla era tutt’altro che rivoluzionario, e neppure si può parlare di una fuga in avanti senza pari in Europa [6]. Si trattava semplicemente di ripristinare il periodo di naturalizzazione di cinque anni prescritto dalla legge del 1912, inopinatamente raddoppiato ottant’anni dopo (con la legge 91 del 1992), quasi a voler remare contro la storia, e arrestare l’evoluzione che stava trasformando l’Italia in un Paese di immigrazione, o meglio, come si sarebbe visto solo pochi anni più tardi, in un Paese crocevia di migrazioni in entrata e in uscita [7]. Basta guardare al contesto europeo per rendersene conto. Fra gli Stati membri dell’Unione, l’Italia, con la prescrizione di 10 anni di residenza, è in compagnia soltanto di Lituania, Slovenia e Spagna (anche l’Austria richiede 10 anni, che però si riducono a 6 se la persona dà prova di integrazione) [8]. Oltre la metà degli Stati membri (14) richiede 5 anni, compresa, dal 2024, la Germania, un tempo alfiere dello ius sanguinis.
A livello globale la media della residenza richiesta è di 7 anni, e in oltre la metà dei Paesi è sufficiente un periodo di 5 anni. In Africa il requisito è di 5 anni nella metà dei casi, e di 10 nell’altra metà. Infine, ben 17 Paesi (soprattutto nel continente americano) richiedono meno di 5 anni [9]. Peraltro, è anche noto che gli anni di residenza non sono l’unico criterio richiesto per la naturalizzazione, ma è necessario dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali né motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica, oltre ad una conoscenza della lingua italiana di livello B1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento (QCER) per le lingue. Tanta severità (sorvoliamo qui per brevità sugli altri modi di acquisizione della cittadinanza) non vale però per tutti. Se si è disposti a (e in grado di) investire una somma compresa fra 500.000 e 2 milioni di Euro in una start-up innovativa in Italia o in titoli di Stato o in un progetto di pubblico interesse, si accede al programma “Investor Visa for Italy”, che dà diritto ad un primo di permesso di soggiorno di 2 anni, mettendo di fatto il richiedente «su una corsia di sorpasso per ottenere il passaporto» [10].
Quello che suscita le reazioni di chiusura, quindi, non è l’allargamento della cittadinanza in sé e per sé, e ancor meno la cittadinanza “gentrificata” distribuita con varie modalità alle élites globali da diversi Paesi in Europa e nel mondo, inclusa l’Italia [11]. È la cittadinanza dei poveri, dei lavoratori stranieri che potrebbero entrare in concorrenza con gli autoctoni a far paura e ad essere osteggiata, avvalorando una narrazione fuorviante, che presenta l’estensione dei diritti legati alla cittadinanza come antitetica al mantenimento del welfare state. Ora, il problema dell’erosione progressiva dei diritti legati alla cittadinanza (fra cui i benefici dello stato sociale) non è certo dovuta ai movimenti migratori. Come ci ricorda Lea Ypi, il problema non sta nella ricerca di un compromesso fra il welfare state e una politica di immigrazione più liberale”, quanto piuttosto negli «ostacoli incontrati tanto dagli immigrati quanto dai nativi meno abbienti» [12]. Per mantenere un livello minimo di coerenza, inoltre, i sostenitori della contrapposizione fra immigrazione e welfare state dovrebbero applicarla, per analogia, anche agli oltre 6 milioni di italiani residenti all’estero, i quali, come è noto, non sono tutti “cervelli in fuga” iperqualificati [13].
In una società come quella italiana del XXI secolo (ma l’argomentazione vale anche per gran parte degli altri Paesi europei), in realtà, la presenza dei lavoratori migranti, considerata in termini anche solo puramente utilitaristici, rappresenta un vantaggio più che un problema: gli stranieri tamponano, almeno in parte, la mancanza di manodopera che in moltissimi settori è divenuta ormai cronica; contribuiscono a frenare il declino demografico e, di conseguenza, ad assicurare competitività internazionale del Paese. E perfino se si volesse ridurre la presenza degli stranieri ad un banale conto profitti e perdite (considerando l’Italia alla stregua di un’azienda), si dovrebbe constatare che i primi sono ampiamente superiori alle seconde [14]. Ma far passare questi messaggi, e contrastare la semplicistica (quanto interessata) retorica dell’invasione e dello scontro di civiltà, non è facile. Soprattutto fra un’opinione pubblica polverizzata e in un Paese spaurito quale appare l’Italia del 2025.
Come si vede infatti da un recentissimo studio sulle disuguaglianze sociali in Italia, cresce nel Paese la percezione delle disuguaglianze, soprattutto per quanto riguarda la precarizzazione del lavoro, la mancanza di opportunità per i giovani, l’accesso ai servizi sanitari, etc., soprattutto nella valutazione degli ultra64enni e degli appartenenti alle classi popolari. A riprova del fatto che i discorsi d’odio non passano inascoltati, la frattura fra cattolici e musulmani è quella percepita maggiormente in crescita dal 2022 (+7%), indipendentemente dall’età degli intervistati [15].
Se questo è il clima, appare alquanto ovvio che l’idea di fondo, dominante, è quella di un’integrazione subalterna, strettamente limitata alle necessità del mercato del lavoro, che si ostina a tenere rigidamente separate l’integrazione economica (attraverso il lavoro) e l’integrazione socio-politica. Altrimenti non si spiegherebbe come mai l’Italia rifiuti ancor oggi di ratificare quella parte della Convenzione di Strasburgo del lontano 1992 [16] (lo stesso anno di approvazione del giro di vite sulla cittadinanza in Italia), che concederebbe il diritto di voto nelle elezioni locali agli stranieri residenti da almeno cinque anni. Attualmente tale diritto è riservato agli stranieri UE. Non si tratta certo della cittadinanza piena quindi, ma almeno un primo passo verso la cd. “cittadinanza di residenza”, e cioè il riconoscimento di fondamentali diritti di partecipazione (almeno a livello locale) a chi vive e lavora in un Paese diverso da quello di cittadinanza.
In buona sostanza, il risultato deludente del referendum sulla cittadinanza è un’occasione perduta (l’ennesima di una lunga serie) per riconoscere i cittadini stranieri che hanno scelto l’Italia per vivere, lavorare e costruirsi una famiglia come qualcosa di più che semplici lavoratori ospiti, utili per fare una certa serie di lavori, puntellando i molti settori di un mercato del lavoro sempre più in deficit di manodopera. Inutile stupirsi quando, alla prima occasione, spesso dopo aver ottenuto la cittadinanza, lasciano l’Italia con le proprie famiglie, riemigrando verso destinazioni più accoglienti (spesso le stesse verso cui si orienta la nuova emigrazione italiana). Eppure, come già notato sopra, non è necessario essere fautori dell’ “accogliamoli tutti” per capire che la sensazione di essere accettato (e non semplicemente tollerato) è un potente incentivo per creare o rafforzare il senso di appartenenza ad una società (e magari anche ad una “nazione”, come si ama dire oggi), e dunque motivati, appunto in quanto parte integrante, a contribuire al benessere collettivo.
Sono molti gli studi che dimostrano che gli stranieri, se riescono a lasciarsi alle spalle la loro condizione di “cittadini dimezzati, figli di un dio minore” [17], beneficiano di vantaggi comparativi nell’inserimento nel mercato del lavoro, e la cittadinanza può dunque avere un effetto “catalizzatore” (contrapposto alla visione di chi ritiene che la cittadinanza debba essere il “premio” per un’integrazione già avvenuta). Una recentissima ricerca (2024) dimostra che «proprio i migranti che non riescono ad accedere alla naturalizzazione, per via della selettività dei requisiti di accesso o per il costo economico dell’intero processo, avrebbero benefici significativi [da una semplificazione dei requisiti] in termini di probabilità di occupazione e di qualità del lavoro. Il risultato suggerisce quindi che gli attuali regimi di naturalizzazione in Europa stanno trascurando proprio coloro che ne trarrebbero il massimo beneficio» [18]. Allargando un po’ il discorso, un esempio illuminante ci viene dalla Germania, che, dopo lunghi anni passati a negare di essere un Paese di immigrazione, nel 1999 si è convertito allo ius soli, e dal 2024 ha accorciato i tempi di naturalizzazione da otto a cinque anni. Ebbene, proprio in Germania un recente studio ci conferma i numerosi vantaggi derivanti dall’ammorbidimento dei requisiti per l’ottenimento della cittadinanza, in questo caso riferiti agli alunni delle scuole: sostanziale incremento del livello di conoscenza della lingua tedesca da parte dei bambini di origine straniera, diminuzione del 25% delle probabilità di bocciatura, aumento del 40% delle probabilità che i figli di migranti si iscrivano ad un percorso scolastico che prelude all’accesso all’università, e soprattutto, dimezzamento del gap rispetto agli studenti autoctoni [19]. A questo proposito è utile ricordare che in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili (a.s. 2022/23) fra gli iscritti ai licei soltanto il 5,3% è costituito da studenti stranieri, valore che sale al 10,4% per gli istituti tecnici, e raggiunge il 14,1% per le scuole professionali.
La strada da seguire è chiara, se l’obiettivo è quello di avere una società il più possibile coesa e omogenea, al riparo da reazioni (le abbiamo viste in molti Paesi) di seconde generazioni stanche di essere considerate cittadini di seconda classe. I giovani nati e socializzati in Italia, a cui di straniero rimane ben poco, non accetteranno supinamente la legge dell’integrazione subalterna che è stata applicata ai loro genitori. Certo, è una strada in salita, ma ben più ripida è la salita di quanti vorrebbero continuare a considerare gli stranieri come un corpo estraneo, buoni al massimo per lavorare e stare al loro posto, senza reclamare diritti di cui gli autoctoni non potrebbero neppure immaginare di essere privi, tanto sono connaturati ad un’idea di appartenenza ad una compagine nazionale. L’esito del referendum sulla cittadinanza mette i partiti che l’hanno promosso e le forze sindacali che l’hanno fatto proprio di fronte ad una sfida che, piaccia o meno, non ha alternative ragionevoli, ma va affrontata ripartendo da quegli oltre nove milioni di elettori ed elettrici che hanno dimostrato di saper guardare avanti, indicando chiaramente la direzione da prendere.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Istituto Cattaneo, Referendum 2025. La partecipazione. Il voto su lavoro e cittadinanza, 9 giugno 2025.
[2] In un panorama nazionale grosso modo omogeneo, colpisce l’eccezione (in negativo) della provincia autonoma di Bolzano, dove, a fronte di una partecipazione al voto inferiore al 16%, nel quesito sulla cittadinanza i no hanno addirittura prevalso sui sì.
[3] V. Istituto Cattaneo, op. cit.: 8. D’altronde, quella del Pd nei confronti della cittadinanza è una lunga storia di tentennamenti, fin dal lontano 1992, quando l’allora PdS votò per il raddoppio a 10 anni del periodo necessario per la domanda di cittadinanza: v. C. Giustiniani, PD, “Gli scheletri nell’armadio sulla cittadinanza ai migranti”, in Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2025.
[4] L. Manconi, Come ci siamo svegliati xenofobi, in La Repubblica, 13 giugno 2025. Se questo è il clima, appare alquanto ovvio che l’idea di fondo, dominante, è quella di un’integrazione subalterna, strettamente limitata alle necessità del mercato del lavoro, che si ostina a tenere rigidamente separate l’integrazione economica (attraverso il lavoro) e l’integrazione socio-politica
[5] Si tratta della mostra dedicata al crollo di un ghiacciaio sul cantiere della diga di Mattmark, dove gli operai (quasi tre quarti stranieri) lavoravano anche 16 ore al giorno, e che fece 88 vittime (di cui 56 italiani). V. A. Izzo, “Emigrazione, “amara favola”. Sessant’anni da Mattmark”, in Domani, 11-06-2025, e T. Ricciardi, Morire a Mattmark, l’ultima tragedia dell’emigrazione italiana, Donzelli editore, 2015.
[6] Secondo una recente stima condotta dal Centro Studi e Ricerche IDOS, un esito positivo del referendum avrebbe beneficiato, nell’ipotesi di minima, non meno di un milione di persone (compresi 172.000 minori), e nell’ipotesi di massima, circa 1,7 milioni (di cui 286.000 minori).
[7] E. Pugliese, Quelli che se ne vanno, Il Mulino, 2018.
[8] Fonte: European University Institute (EUI), Global Citizenship Observatory, in https://globalcit.eu/
[9] European University Institute (EUI), The global state of Citizenship 2025: 18.
[10] Per i dettagli del programma, v.: P. Attanasio, Cittadinanze acquisite e acquistate: naturalizzazione a doppio binario, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Dossier Statistico Immigrazione 2023: 218 e ss.
[11] Per gli sviluppi più recenti, v. in particolare: P. Russo, “Stop gentrificazione. La Spagna adesso blocca i Golden Visa”, in Domani, 3 marzo 2025, in https://www.editorialedomani.it/politica/europa/basta-gentrificazione-spagna-blocca-golden-visa-cittadinanza-per-ricchi-iu8def2a.
[12] L. Ypi, Confini classe, Feltrinelli, 2025: 28-29.
[13] Gli iscritti all’AIRE sono attualmente 6.134.000. V. A. Ricci, Ali spiegate, ali spezzate. L’emigrazione italiana tra nuove opportunità all’estero e ostacoli al rientro, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Dossier Statistico immigrazione 2024, Roma, 2024: 95 e ss.
[14] Le uscite registrate dallo Stato per i cittadini stranieri sono state infatti stimate (nel 2022) a 6,4 miliardi di Euro, contro 7 miliardi di entrate. La situazione si capovolge se consideriamo i cittadini italiani, per i quali lo Stato spende annualmente 11 miliardi, incassandone 9,4. V. C. Fiorio, T. Frattini, A. Riganti, Il contributo economico dell’immigrazione, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Dossier Statistico immigrazione 2024, Roma, 2024: 332 e ss.
[15] Area Studi Legacoop, Disuguaglianze sociali, Ipsos-Fragilitalia 2025, n. 87, marzo 2025.
[16] Consiglio d’Europa, Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale, fatta a Strasburgo il 5 febbraio 1992, e ratificata in Italia con l. 28 marzo 1994, n. 203, con esclusione del capitolo C relativo al diritto di voto.
[17] M. Ambrosini, Referendum, il rifiuto della cittadinanza è un rifiuto dell’immigrazione, in https://www.chiesadimilano.it/news/attualita/referendum-il-rifiuto-della-cittadinanza-e-un-rifiuto-dellimmigrazione-2840816.html, 11 giugno 2025.
[18] Lavoce.info, Referendum sulla cittadinanza: un ritorno al passato per andare avanti, in https://lavoce.info/archives/107908/referendum-sulla-cittadinanza-un-ritorno-al-passato-per-andare-avanti/, 29 maggio 2025. Lo studio riportato dall’articolo è: F. Fasani, T. Frattini, M. Pirot, From Refugees to Citizens: Labor Market Returns to Naturalization, IZA DP no. 16551, June 2024.
[19] Si vedano gli atti del seminario “Ius culturae e integrazione degli immigrati nel sistema scolastico. l’esperienza tedesca”, Roma, Camera dei Deputati, 30 ottobre 2019, in https://www.frdb.org/eventi/ius-culturae-e-integrazione-degli-immigrati-nel-sistema-scolastico-lesperienza-tedesca/.
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Paolo Attanasio, dopo quindici anni di lavoro in Italia e all’estero nel settore della cooperazione internazionale, si dedica ormai da diversi anni allo studio del fenomeno migratorio e all’attività di ricerca e consulenza nel settore. Dal 2002 è redattore del Dossier statistico immigrazione, e dal 2007 referente regionale del Centro Studi e Ricerche IDOS, prima per la provincia autonoma di Bolzano, e attualmente per il Friuli Venezia Giulia. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni e rapporti di ricerca, come pure la partecipazione a numerosi progetti di integrazione economica e sociale degli stranieri. Nel 2018 ha pubblicato, con Antonio Ricci, il volume Partire e Ritornare, uno studio sulle migrazioni fra Italia e Senegal.
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