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Prospettive per il controesodo

Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2018 @ 00:01 In Cultura,Società | No Comments

 ph. C. Seddaiu

ph. C. Seddaiu

di Corradino Seddaiu

Arrivò il pieno delle macchine che partivano con le famiglie stipate e piangevano come le persone che restavano. C’era il pieno di chi salutava e diceva arrivederci sapendo che mentiva  [1].

Con l’avvento dei macchinari per l’agricoltura, ha avuto inizio la modifica più visibile del paesaggio. La razionalizzazione delle pratiche culturali con l’uso dei mezzi meccanici ha imposto un nuovo ordine e una nuova estetica del paesaggio. Queste trasformazioni paesaggistiche hanno avuto come conseguenza trasformazioni di interi contesti sociali, economici e culturali. Il mercato ha orientato le specializzazioni produttive regionali, trasformando gli ecosistemi e portando le società al loro cambiamento politico, istituzionale e economico [2].

L’agricoltura contadina esprime relazioni sociali che soltanto in parte sono definite da rapporti mercificati, l’autoproduzione e l’autoconsumo la collocano all’esterno del mercato. Nelle società rurali del passato rappresentava, la forma più diffusa di relazione con l’ambiente, ovvero di adattamento economico all’ambiente in vista della soddisfazione dei bisogni alimentari e di vita. Per molti decenni, avendo come riferimento la potenza globalizzante della rivoluzione industriale capitalistica, si è ritenuto che l’agricoltura contadina fosse destinata a scomparire per essere soppiantata dalla grande azienda agraria di tipo capitalistico, la permanenza delle aziende contadine veniva vista come persistenza di forme economiche arretrate.

Le comunità in passato frugali ma non alla fame si sono disintegrate nel loro tessuto sociale, dando origine a fenomeni di abbandono delle campagne e dell’allevamento ormai non più redditizi nel nuovo contesto sociale, e contemporaneamente favorendo il nascere di un altro fenomeno come lo spopolamento dei territori, soprattutto di quelli interni e marginali. È sufficiente pensare a tutta una serie di usanze, consuetudini e veri e propri rituali che hanno costellato lo scenario della società delle aree del Mediterraneo fino a poco tempo fa e che oggi sono pressoché dimenticati; rituali solidaristici di fondamentale importanza per la tenuta della comunità, sistematicamente cancellati, relegati ai margini come inutili residualità di epoche passate dalla moderna società capitalistica, e che oggi a causa della crisi economica e delle catastrofi climatiche sempre più frequenti, stanno riemergendo e riacquistano un nuovo valore simbolico grazie ad un nuovo tempo e a nuovi attori sociali.

Oggi si torna a riflettere sulle potenzialità dell’agricoltura contadina e sono emersi forti movimenti che rivendicano un tipo di agricoltura e di relazioni in grado di resistere agli esiti distruttivi del mercato.

«La terra possiede le risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni» [3].

Uno studio approfondito del fenomeno riguardante lo spopolamento di vaste aree dell’Isola commissionato dalla regione Sardegna ha evidenziato come lo spopolamento abbia interessato alcune aree sin dalla fine dell’Ottocento, ma è negli ultimi sessant’anni che ha assunto dimensioni preoccupanti [4].

 ph. C. Seddaiu

ph. C. Seddaiu

L’analisi condotta evidenzia che, nell’arco dei 60 anni compresi tra il censimento del 1951 e quello del 2011, la percentuale di comuni in calo demografico è stata di circa il 60% (228 comuni su 377) e di questi oltre un terzo (35,5%) aveva registrato un decremento superiore al 40%; si aggiunge poi che i rapidi processi di inurbamento e di modernizzazione hanno altresì determinato, seppure in forme differenziate tra le varie zone dell’Isola, profondi cambiamenti degli schemi culturali e quindi degli stili di vita preesistenti, favorendo ad esempio l’abbandono di antichi mestieri in favore di altri ritenuti più semplici e retributivi, ma anche il mutamento del significato di tempo libero, che ha segnato la fuga verso le città più grandi e le località costiere. I comuni dell’interno, quelli montani, ma anche qualche piccolo comune costiero non riconosciuto dalle masse come territorio attrattivo dal punto di vista turistico, fanno parte dei cosiddetti comuni in estinzione, comuni di pochi abitanti con una storia anche importante alle spalle ma che non riescono più a far fronte a quello che si sta rivelando man mano che passa il tempo, un vero e proprio spopolamento dei territori.

Una delle cause del malessere demografico dei comuni è sicuramente l’arretramento del presidio dello Stato su questi territori nella forma dei servizi ai cittadini, in molti casi assistiamo alla chiusura di sportelli postali, presidi medici, centri per anziani ove ci siano, infatti, per la parte di popolazione più anziana e non autosufficiente o che si trovi in situazioni di fragilità, la mancanza di alcuni servizi di base è un danno ancora maggiore che crea molto disagio; spesso si assiste anche alla chiusura di scuole, a partire da quelle dell’infanzia sino ad arrivare a quelle superiori, che costringono le popolazioni di questi territori a spostarsi verso altri luoghi dove tali servizi sono disponibili, che oltre che distanti, non sono serviti da collegamenti pubblici, o nel migliore dei casi il servizio è presente ma copre fasce orarie che costringono ad esempio alcuni studenti a levatacce notturne per poter raggiungere per tempo il luogo di studio.

 ph. C. Seddaiu

ph. C. Seddaiu

Quello delle infrastrutture di base pur non essendo il solo è uno dei punti fondamentali per la spiegazione dell’estinzione; i collegamenti da e per tali territori sono quelli dei primi del Novecento, le strade ricevono scarsa manutenzione e sono ormai obsolete così come le ferrovie ove presenti. Per percorrere distanze anche brevi è necessario tanto tempo, parrebbe niente sia cambiato dalle descrizioni di Lawrence nel suo libro dei primi del Novecento [5]. È però la mancanza di lavoro una delle più importanti cause che favorisce l’estinzione dei comuni, i lavori tradizionali non riescono a soddisfare i nuovi bisogni e spesso le economie di sussistenza sono state, come detto in precedenza, ostacolate come residualità dannose al mercato, ciò ha distrutto l’integrazione delle economie che in passato riuscivano a sostenere intere comunità attraverso una completa ma allo stesso tempo rispettosa utilizzazione di tutte le risorse; la progressiva erosione delle strutture sociali tradizionali ha avuto come conseguenza l’emigrazione verso i centri costieri e di fatto la regressione demografica.

Oggi molto spesso alcuni piccoli paesi sono semi abbandonati e poco curati nei loro luoghi d’arte, nelle chiese, nei siti archeologici nei luoghi della memoria storica delle sue comunità, nei forni per il pane, nelle antiche fonti ricoperte di erbacce e rifiuti o nelle case diroccate che purtroppo sovente nascondono piccole discariche.

Il paesaggio sonoro è radicalmente mutato nel corso del tempo, il rumore del carro a buoi, i richiami delle persone alle greggi, i canti, i sussurri e le grida durante il lavoro nelle campagne o al momento della mietitura o della vendemmia lasciano sempre più spazio ai silenzio della natura che riempie spazi sia sonori che fisici. Il fascino romantico delle rovine così di moda oggi rivela la fine di un mondo o la sua agonia.

Oggi i nostri centri anche nell’arredamento delle case, negli stili di vita e nei modi di consumare tendono spesso ad assomigliare alla città. Non esiste sicuramente più la dimensione paese serena nel suo isolamento, oggi i paesi vivono confrontandosi fra passato e futuro.

 ph. C. Seddaiu

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Transizione e resilienza

Anche i piccoli centri, nell’età della globalizzazione e dell’interconnessione vivono una dimensione nuova rapportandosi e confrontandosi non solo con l’Italia ma soprattutto con l’Europa e il resto del mondo. La messa in discussione dell’attuale modello di organizzazione sociale e di sviluppo che viene da una parte sempre più consistente delle comunità, la presa di coscienza in divenire di un altro mondo possibile, la crescente sensibilità verso temi ambientalisti, conseguente alla crisi sistemica, hanno sicuramente favorito il dirigersi degli sguardi nei luoghi dell’altrove. Luoghi marginali, piccoli paesi a misura d’uomo dove dal basso si rincorre l’autodeterminazione verso una ritrovata tranquillità, come afferma il geofisico Hubbert, «forse il più grande problema che l’umanità ha di fronte consiste nel trovare una modalità di transizione dall’attuale fase di crescita esponenziale a un futuro stato quasi stazionario, tramite un’evoluzione il più possibile non catastrofica» [6].

La preservazione dell’ambiente e lo sviluppo delle comunità locali in equilibrio con esso è una delle più importanti sfide che il dibattito culturale abbia accolto, e che la società contemporanea ha fatto proprio partecipando attivamente come mai in passato, frutto questo di una nuova consapevolezza insita nel desiderio e nella ricerca di un nuovo modo di vivere possibile, di nuovi sistemi di produzione, di nuovi sistemi per la mobilità, di nuovi stili di vita.

Pratiche come il consumo di cibi biologici e etnici, a chilometro zero, il vegetarianismo e il veganismo, il rifiuto di assistere a spettacoli con animali, i gruppi neo pagani, il turismo ecologico, sono diventati fenomeni interessanti per l’antropologia ma non solo «è come se una persona si servisse dei consumi per dire qualcosa su se stesso, la sua famiglia, il luogo in cui risiede» [7]. Un certo modo di consumare o di non consumare, l’adozione di stili di vita alternativi assumono la valenza di una vera e propria ribellione contro il sistema e contemporaneamente contribuiscono alla creazione di nuove identità che, attraverso questa neo lingua dei consumi, degli stili di vita diversi, comunicano la loro esistenza, la loro contrapposta presenza.

I luoghi per sottrarsi ma non per nascondersi diventano i piccoli paesi, la campagna, la montagna, le colline dove il tempo viene liberato e questo distacco dal mondo dei flussi globali è più radicale e si manifesta nelle vesti di una nuova società locale. Si registrano tentativi di abbandonare le città per cercare modelli di vita alternativi e portano, sia pure in maniera non definitiva, nelle campagne e nei piccoli centri. Spesso sono i ritornati dopo una vita nelle città ma anche persone esterne alla comunità. Sono giovani, intellettuali, scrittori, artisti che pensano l’avvenire dell’umanità sia nei piccoli centri. Non è il ritorno al vecchio paese il ripristino improponibile del passato, ma la consapevolezza che le zone interne hanno risorse ambientali, paesaggistiche, culturali da offrire. Non confondere lo spazio col tempo.

In ogni caso ad ora le tendenze identificate dai demografi sono spietate e la visione evocata di una ciambella vuota al centro per la Sardegna e non solo è probabilmente efficace e veritiera, e di sicuro nessuna lapide o corona andrà a celebrare il paese caduto.

 ph. C. Seddaiu

ph. C. Seddaiu

Prospettive per il controesodo.

Fra le varie ipotesi di intervento possibili le leve sulle quali si può agire per cercare di contrastare questa tendenza possono essere molteplici. Alcuni suggeriscono l’incremento strutturale dei flussi migratori in entrata attraverso politiche per la famiglia che incentivino le giovani coppie sia sul versante lavorativo che su quello dei servizi per l’infanzia.

Tali politiche devono però essere legate alla programmazione e alla valorizzazione delle risorse locali al fine di rilanciare e tutelare le aree deboli, salvaguardando i tratti di specialità che contraddistinguono i paesi. Un approccio interessante è quello della Società dei territorialisti che pone al centro dell’attenzione il territorio come bene comune nella sua identità storica, culturale, sociale, ambientale, produttiva e il paesaggio in quanto sua manifestazione sensibile. Un approccio “umanistico” attento alla cultura dei luoghi che si pone in modo critico verso l’economia che domina il nostro tempo, che ispira la condotta dei governi e delle istituzioni internazionali, economia che è diventata “una tecnologia della crescita” e che ha cessato da tempo di essere una scienza sociale.

Rispetto alla complessità di queste trasformazioni, gli strumenti tradizionali di misurazione della ricchezza, quali il PIL, appaiono profondamente inadeguati. La semplificazione del paesaggio è un paesaggio banalizzato, omologato; da qui nasce l’esigenza di decrescere ma non di arretrare, di ripensare e rimettere in discussione il concetto di crescita non più legato ad indicatori obsoleti.

L’approccio “territorialista” reinterpreta il territorio come un sistema vivente ad alta complessità che è prodotto dall’incontro fra eventi culturali e natura e che è composto da luoghi dotati di identità, storia, carattere, struttura di lungo periodo in cui la dimensione locale è un punto di vista che evidenzia peculiarità, identità, unicità di un luogo e ribadisce sia l’inscindibilità di natura e cultura sia l’inscindibilità fra territorio e storia. La conoscenza e i valori espressi dalla popolazione locale sono la base per lo sviluppo di un territorio vitale, in grado di autorigenerarsi proiettando un’identità locale che guarda al futuro di certo più importante di quella che guarda solo al passato. Laddove assumono un ruolo diretto e imprescindibile gli abitanti e i loro stili di vita lo sviluppo della società locale si misura sia mediante la crescita del suo benessere, inteso come felicità pubblica, il buen vivir, sia attraverso la capacità di promuovere partecipazione politica, apertura verso i valori e le conoscenze degli altri ma anche con l’elaborazione di percorsi critici ed alternativi rispetto ai modelli politici ed economici che provocano nuove povertà individuali e sociali e consumo irreversibile di territorio e di ambiente.

Un esempio importante di azione che cerca di approcciare una metodologia che vada in questa direzione è quello della rete dei piccoli paesi di cui è promotore tra gli altri l’antropologo sardo Pietro Clemente. La rete ha creato una connessione fra diversi piccoli comuni italiani che affrontano le varie dinamiche dello spopolamento, mettendone in evidenza le peculiarità e permettendo uno scambio di buone pratiche, facendo appunto, come si usa dire, rete. Attraverso incontri periodici nei vari paesi, le associazioni, le istituzioni, gli studiosi e le persone interessate hanno modo di confrontarsi e scambiare opinioni, condividere iniziative locali e saperi, analizzare le difficoltà rilevate (spesso comuni in tutte le aree della penisola) e provare a risolverle insieme, con il vantaggio di avere a disposizione in questo modo varie metodologie già verificate in altri paesi e poter scegliere quindi quelle più adatte per intervenire nel miglior modo possibile anche in altri territori.

 Padru (ph. Seddaiu)

Padru (ph. Seddaiu)

Anche se la sociologia non ama occuparsi delle unità statistiche considerate singolarmente, è utile sicuramente prenderne in considerazione qualcuna come quella del paese di Armungia, paese sardo facente parte della rete. Armungia è situato nella regione storica del Gerrei in provincia di Cagliari. Comune di circa cinquecento abitanti con una densità di 8.9 per kmq.

Siamo nel paese che ha dato i natali a Emilio Lussu dove agisce l’associazione Casa Lussu che nel 2015 ha vinto il premio Bianchi Bandinelli: “la tutela come impegno civile”. L’elemento fondamentale è stato il ritorno ad Armungia di Tommaso Lussu, nipote di Emilio, archeologo di formazione che ha deciso di investire sull’artigianato tradizionale e in particolare sulla tessitura. Attraverso l’aiuto della sua compagna Barbara Cardia e della nonna di quest’ultima, è riuscito a ricostruire la tradizione dei saperi antichi delle donne prima che scomparissero. Con l’aiuto di artisti e artigiani si è occupato di riscoprire i colori tradizionali preoccupandosi di tutelare la biodiversità della filiera, ridando nuova luce al telaio, lo ha ripulito dalla polvere depositata di un ipotetico museo etnografico, proiettandolo nel mondo odierno, dove accanto alle “trame” tradizionali vengono proposti lavori con colori e disegni innovativi.

Casa Lussu ha dato vita ad un processo a lungo termine che nessuna istituzione può produrre. Un progetto dove sono coinvolto personalmente è quello messo in atto dall’associazione culturale Realtà Virtuose che agisce nel territorio del comune di Padru nella provincia di Sassari. Attraverso il contributo di ritornati, locali e non originari della comunità, abbiamo riscoperto le antiche vie di comunicazione che collegavano i numerosi villaggi del territorio, alcuni di questi ormai abbandonati. La metodologia utilizzata è stata quella delle interviste a persone anziane dei luoghi, coadiuvate da ricerche bibliografiche. L’obbiettivo consisteva nel riscoprire la storia scomparsa dei luoghi e delle persone che quei luoghi avevano attraversato col fine di preservarla, renderla disponibile alle nuove generazioni e ai potenziali visitatori.

Si è iniziato a ripercorre queste antiche vie in alcuni appuntamenti denominati “I sentieri della memoria” dove si è verificato in maniera anche inaspettata il coinvolgimento di numerosi locali, evidenziato anche attraverso l’esigenza di raccontare, di ricordare e quindi di far conoscere storie, leggende, toponomastiche dei luoghi ormai finite nell’oblio e che ora riemergono e acquistano nuovamente significato.

Il passo successivo sarà quello di creare una mappa sonora del territorio, dove ad ogni puntino sulla mappa corrisponda appunto un suono realizzato attraverso registrazioni dei luoghi più significativi dell’area (fiumi, sorgenti, valli ventose, rocce leggendarie, botteghe artigiane, boschi, stalle, campi coltivati o bradi, canti, racconti degli anziani) ai quali il visitatore possa accedere scegliendo il punto sulla carta virtuale che più lo incuriosisce per essere trasportato in una dimensione non più statico-visiva ma bensì in un viaggio di suoni dove ambiente paesaggio storia e futuro danzano insieme, ma anche dove i suoni, i rumori, i frame sonori vengono messi in rete a disposizione di tutti, in particolare di musicisti e artisti che utilizzano sovente tali suoni per comporre musica, ma anche per le comunità e le istituzioni che abbiano il piacere di donare dei tappeti sonori ai loro musei.

ph. Seddaiu

ph. Seddaiu

Queste situazioni che crescono dal basso necessitano, secondo Clemente, di una definizione più completa del termine paese, prendendo atto che «i paesi non sono i comuni, né i movimenti che li atraversano, ma sono piuttosto i processi sociali locali e le soggettività, organizzate e non, che si muovono nella scena locale che è al tempo stesso anche globale, sono il più delle volte associazioni e cittadini di buona volontà, cui i comuni eventualmente danno sostegno».

Accade spesso che i soggetti attivi in questi ambiti non siano i nativi. Questo in passato ha fatto spesso storcere il naso ad alcuni duri e puri dell’autodeterminazione autoctona. Ma il fenomeno della gentrificazione (termine indicato in sociologia per indicare l’accesso agli spazi emarginati da parte di soggetti con cultura diversa) oggi è un dato di fatto da vedere in maniera positiva.

Chi si occupa di paesi a rischio spopolamento mette al centro figure inedite di abitanti e frequentatori, non solo turisti ma anche villeggianti di lungo periodo, protagonisti di nuove imprenditorialità creative che valorizzano il luogo attraverso le diversità gastronomiche, biologico- agricole, ambientali e artigianali con produzioni a km zero con mercato globale e locale.

Nei contesti da porre in atto nei paesi, è importante una risorsa che Bourdieu chiama “capitale culturale”, che spesso viene dall’esterno e produce quel fenomeno  “gentrificazione felice”. I nuovi abitanti, i villeggianti con seconda casa, i ritornati e gli esterni con risorse e progetti culturali, sono una risorsa strategica. I paesi a rischio senza entrate di capitale culturale, tendono più all’implosione che allo sviluppo, per lo più logorati da interessi corporativi e conflitti locali.

Un riconoscimento fondamentale a queste comunità nuove viene poi anche dalla Convenzione di Faro del 2005 dove sostanzialmente le comunità di cittadini che si mettono insieme per valorizzare aspetti del proprio patrimonio, vengono appunto riconosciute come portatrici di diritti e come soggetti culturalmente attivi.

Come si muovono questi nuovi soggetti? Prendendo anzitutto atto che dei 7.798 comuni italiani sono 5.584 quelli con meno di 5 mila abitanti. Proviene dai loro territori il 99,5% dei prodotti certificati, il 93% delle DOP e IGP per quanto riguarda l’ambito agricolo. È parte ricca di beni culturali, materiali e immateriali. Un luogo che in età postindustriale può essere competitivo appunto perché dispone di materie prime.

Paesaggi, prodotti del luogo, siti archeologici, monumenti e beni immateriali possono attrarre flussi turistici, innescare processi economici e dinamicità, mettere in moto tante iniziative locali. Il cibo, le acque, il silenzio, la tranquillità, i tempi lenti sono beni comuni a condizione di non svenderli ma di promuoverli adeguatamente.

La crisi economica potrebbe paradossalmente aiutare un territorio ricco di risorse economiche e culturali che in prospettiva può indicare un’uscita laterale per la società attuale attraverso nuovi lavori, nuovi stili di vita compatibili con una società solidale, dove con la cultura si possa e si debba tranquillamente mangiare. Per le nuove comunità è necessario puntare anzitutto sulla cultura come strumento di rinascita, e porre al centro delle attività i saperi pratici, la memoria storica, i musei, il teatro, l’artigianato, la valorizzazione del territorio, la biodiversità.

Adottare uno sguardo nuovo sui luoghi significa superare il pregiudizio antituristico, che permetta di rileggere il tema del turismo per sostituire il termine “turisti” con “comunità itineranti”, “cittadini temporanei”, gli eccessi di difesa conservativa del paesaggio. Significa anche superare certi atteggiamenti delle culture locali: la priorità degli interessi privati dei nativi, l’ostilità ai processi migratori, a favore di processi che favoriscano la comunità e il buen vivir.

Il tema delle “nuove comunità” è centrale, perché affianca al “ritorno” o al “restare” l’idea di “andare” ad abitare in un luogo, indipendentemente se si tratti della comunità originaria, perché si ritiene che si possano fare delle cose interessanti aprendo la strada a flussi temporanei e non. Le formule integrate sono quelle che danno più opportunità: cultura, turismo, servizi commerciali, sociali e ambientali, accoglienza dei richiedenti asilo, servizi educativi.

ph. Seddaiu

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Località e localismi

Il piccolo per sopravvivere deve essere molteplice ma soprattutto deve essere in grado di raccontare e raccontarsi adeguatamente per diventare attraente. Non è solo con il buon cibo che si conquistano le persone. Anzi spesso purtroppo vediamo che gli agriturismi contribuiscono colpevolmente a quello che Hobsbawn e Ranger chiamano “l’invenzione della tradizione”, confezionando dei pacchetti ad hoc per i turisti che a loro volta ne alimentano la domanda, offerta culturale ed enogastronomica che si basa solo sulla riscoperta ma talvolta sulla creazione ex-novo di antiche pietanze riprodotte purtroppo con materie prime non locali e di origine industriale che il turista spesso può acquistare nel market sotto casa come nei centri commerciali della sua città. Tutte operazioni che contribuiscono ad annientare non solo la qualità del gusto ma anche la validità culturale della proposta. Invece che andare alla strenua ricerca di un passato spesso inventato, de lmenù esclusivo diverso da tutti gli altri, sarebbe necessario proporre itinerari del gusto ancorati alla realtà dove la differenza è data, ad esempio, dalla ricerca dell’alta qualità magari biologica degli alimenti, dalle coltivazioni chilometro zero dove i visitatori non sono solo clienti di una trattoria ma acquirenti di un più complesso prodotto culturale.

Gli itinerari sono per definizione una forma di fruizione e di conoscenza del territorio, rappresentano quindi uno strumento di coinvolgimento anche degli operatori che ne fanno parte; dal punto di vista organizzativo l’esistenza di itinerari turistici richiede la costituzione di una rete, di operatori che si collegano tra di loro. Gli itinerari sono una forma di connessione in sistema e di rappresentazione come un insieme, di una serie di nodi e di segmenti, in funzione di un tema culturale unificante. La vendita di itinerari rappresenta un’interessante possibilità per commercializzare il prodotto agriturismo e per rivitalizzare i borghi, ma è proprio questo uno dei principali problemi degli operatori locali: la mancanza di una rete che favorisca una maggiore conoscenza dell’area e contemporaneamente renda consapevoli le popolazioni locali dell’importanza del territorio, della sua tutela e delle occasioni anche dal punto di vista dell’occupazione che questo può offrire, ponendo così un freno all’estinzione dell’area.

«Nello stazzo non c’era bisogno dello specchio. Lo specchio vero era lo sguardo della comunità dove ciascuno riflette la propria identità» [8].

La crescita di complessità dei sistemi sociali suggerisce non tanto l’estinzione della comunità, quanto invece il passaggio dalla comunità naturale, come forma originaria di unione, e dalla comunità necessaria come forma istituzionale dominante delle società tradizionali, alla comunità possibile come oggetto di scelta consapevole e prospettiva. La comunità possibile diviene critica della comunità istituzione, tensione di superamento, consapevolezza del limite di ogni istituzionalizzazione, cammino storico mai definitivo.

Frequentemente l’idea del ritorno alla comunità è giudicata come un sogno regressivo nell’illusorio tentativo di ritrovare la sicurezza di un tempo, mentre la fine della comunità è rappresentata come la conseguenza dell’inarrestabile avanzata della Gesellshaft razionale, calcolistica, artificiale. Si tratterebbe per molti solo quindi di un rimpianto del passato, di una sua mitizzazione dove gli aspetti negativi svaniscono e gli aspetti positivi risaltano in uno splendido isolamento, facilitato peraltro dal confronto impietoso con un presente di devastazione. In realtà il dibattito odierno ci presenta numerosi spunti che evidenziano il fatto che quelle comunità sono culturalmente incompatibili con quelle presenti, ma forse proprio per questo sarebbero in grado oggi di rappresentare una proposta futura radicalmente alternativa.

ph. Seddaiu

ph. Seddaiu

La peculiarità della civiltà sarda, è di non aver costituito città e quindi di non aver conosciuto il predominio delle città sulle campagne, al contrario di oggi dove l’egemonia è detenuta dalle città, con concentrazioni di strati sempre più vasti di popolazione in aree urbane che crescono come metastasi cancerogene. Sebbene la società contemporanea possa offrire ai cittadini un governo di massa, un’educazione di massa, una produzione di massa, una comunicazione di massa, non è assolutamente in grado di offrire ad essi la sicurezza e il senso di appartenenza che sembra indispensabile alla sensazione di pieno benessere. E allora l’alternativa alla crescente diffusione del fenomeno dell’alienazione potrebbe essere la comunità su piccola scala. Dice Nisbet che sola la comunità su piccola scala può rappresentare l’inizio della ricostruzione sociale, perché è in grado di rispondere alla radice ai fondamentali bisogni dell’uomo: vivere insieme, lavorare insieme, conoscere insieme, essere insieme.

La comunità ha un suo ruolo profondo e non neutrale per lo sviluppo del mondo agricolo. Le società locali risultano sede sia di micro imprenditorialità che di economia informale, entrambe connesse all’autoconsumo, ai rapporti di vicinato, al volontariato. Un interessante studio sulle aree montane è quello di Gubert, che afferma l’esistenza di due immagini sulla montagna, una pessimistica e una ottimistica. La prospettiva pessimistica considera l’area rurale montana come sottosviluppata, arretrata, marginale, a partire dalla convinzione che le rotture degli equilibri demografici tradizionali, lo sfruttamento agricolo e l’inadeguatezza delle risorse locali non trovano sbocco in  attività imprenditoriali di larga scala e in industrie; occorrerebbe secondo questa prospettiva un intervento programmato per cercare di ridurre il divario tra aree esterne e aree montane, importando modelli di sviluppo dall’esterno. A questa prospettiva pessimistica se ne contrappone una  ottimistica che considera invece le zone rurali montane come area della natura, area di ristoro e di svago, area di riserva, si sviluppa pertanto il turismo e attraverso esso si diffondono nuove modalità di relazioni sociali, nuovi valori, una nuova cultura. Il risultato è dunque secondo Gubert analogo per alcuni versi a quello della prospettiva pessimistica, poiché entrambe si traducono in una sorta di colonizzazione, economica e culturale delle aree montane. Gubert propone invece una prospettiva alternativa che non si basi su modelli di sviluppo originati da immagini esterne alle comunità; egli assume come criterio di riferimento la qualità della vita in opposizione al reddito, che è il valore della comunità locale contrapposto al valore della società esterna, e va a realizzare la valorizzazione delle risorse locali attraverso il potenziamento dell’autonomia interna della loro gestione, e soprattutto una valorizzazione della dimensione comunitaria, della socialità, dei rapporti primari e del vicinato, e di un forte senso di autonomia, sia locale che sociale.

«Nella comunità contemporanea è la solidarietà a garantire il nuovo equilibrio identità/identificazione» [9].

Le comunità hanno bisogno di sapere di se stesse per un numero svariatissimo di ragioni: per mantenere vivo il contatto con le vicende che hanno luogo al loro interno, per trasmettersi informazioni, per conservare la cultura e le tradizioni, i saperi. È necessaria una ipotesi di sviluppo che tenga conto di elementi fondamentali quali l’identità culturale, l’autosufficienza, e l’attenzione verso i bisogni umani fondamentali. Ciò che si intende contestare è l’introduzione forzata all’interno delle comunità locali rurali, della mentalità e della cultura urbano-industriale, del suo modello di progresso, dei suoi valori dei suoi modelli di vita, irruzione che spesso avviene senza tener conto dei modelli culturali e valoriali preesistenti. Un progresso che già nei primi anni settanta Pasolini definiva un falso progresso e in alcuni casi trattasi di regresso, indicando come unica via di salvezza la necessità di ripartire dai paesi, dalle comunità e dalle economie locali, dall’autoproduzione, dalle filiere corte, dalla demercificazione dei rapporti umani, dal rifiuto della globalizzazione e dell’omologazione degli stili di vita che impone.

ph. Seddaiu

ph. Seddaiu

Per fare questo è necessario che i paesi, tornino ad essere comunità vive, intrecci di relazioni interpersonali fondati sulla solidarietà, sulla collaborazione, sulla trasmissione intergenerazionale del sapere e del saper fare. Riprende l’emigrazione di migliaia di giovani non più alimentata, come un tempo, dalla speranza in un futuro migliore ma dalla disperazione per l’assenza di un futuro qualunque. E se lo stato dell’esistenza non è ancora del tutto tragico è perché nei paesi sussistono e resistono elementi di autoproduzione personale e forme di economia familiare, o informale, che permettono di fronteggiare le urgenze.

Il miglior modo di provvedere con efficienza, attenzione e creatività alla conservazione delle risorse terrene e alla creazione di condizioni di vita soddisfacenti e sostenibili è quello di operare all’interno delle realtà locali. Localizzare l’economia deve diventare un imperativo ecologico e sociale. Si dovrebbero importare ed esportare soltanto i beni e i servizi che non possono essere prodotti localmente, adoperando le risorse del luogo. La localizzazione non deve essere confusa con un atteggiamento autarchico o insulare. È la libertà dai bisogni primari, dal non avere casa, dal vedersi negare le risorse necessarie per la sopravvivenza. Una democrazia della comunità terrena si fonda su delle economie locali estremamente vitali, che sostengono le economie nazionali e globali. Le economie che apportano la vita sono differenziate e decentralizzate.

A fronte dei risultati antropologici che mostrano comunità locali che hanno elaborato saperi pratici e simbolici utili, adattati al luogo, comprovati dall’esperienza, sostenibili, si nota una grande difficoltà nel tradurre questi saperi in pratiche contemporanee utili alla causa della conservazione dell’ambiente; quello che occorre distinguere e che non solo gli edifici necessitano di tutela. I territori, infatti, sembrano avere un passato anonimo, non gesta epiche di eroi ma di gente comune, non battaglie di guerra ma vita frugale, e pochi si rendono conto che invece quello che va difeso è proprio questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare.

«Questa strada per cui camminiamo, con questo selciato sconnesso e antico, non è niente, non è quasi niente, è un’umile cosa. Non si può nemmeno confrontare con certe opere d’autore, stupende, della tradizione italiana, eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore con cui si difende un’opera d’arte di un grande autore. Esattamente come si deve difendere il patrimonio della poesia popolare anonima come la poesia d’autore, come la poesia di Petrarca o di Dante»[10].

Dialoghi Mediterranei, n.33, settembre 2018
Note
[1] Teti 2016
[2] Wolf 1990
[3] cit. Gandhi in Shiva 2006
[4] Comuni in estinzione, progetto IDMS, 2013
[5] Lawrence 1921
[6] cit. Hubbert, geofisico, 1903-1989
[7] Douglas- Isherwooi 1984
[8] Bandinu 2015
[9] Gubert 1993
[10] Breda 2001
Riferimenti bibliografici
Bandinu B., L’amore del figlio meraviglioso, 2011, Il Maestrale, Nuoro.
Bonelli P., Immigrazione: Riace, un modello di integrazione possibile, in “La Questione sociale”, 1 febbraio 2012, http://www.laquestionesociale.it/immigrazione.htm.
Bourdieu P., Il senso pratico, 2005, Armando, Roma (ed. or. 1980).
Breda N., Palù. Inquieti paesaggi tra natura e cultura, 2001, Cierre edizioni Canova, Verona- Treviso.
Ciucci R., La comunità possibile. Percorsi e contesti in sociologia, 1990, Facci Editore, Lucca.
Clemente P., Il centro in periferia, in “Testimonianze”, Bimestrale- anno LIX, maggio-agosto 2016, nn.3-4: 507-508.
Douglas M., Isherwood B., Il mondo delle cose. Oggetti, valore, consumo, 1984, Il Mulino, Bologna (ed. or. 1979).
Gubert R., Il sentimento di appartenenza e il processo di globalizzazione, 1993, Franco Angeli, Milano.
Hobsbawm E., Ranger E., L’invenzione della tradizione, 1987, Einaudi, Torino ( ed. or. 1983).
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Corradino Seddaiu, nato a Sassari, laureato in Sociologia a La Sapienza di Roma con una tesi dal titolo “Paesaggi culturali. L’esempio dei Saltos de Joss nella Sardegna nord orientale”, è Presidente dell’Associazione culturale Realtà Virtuose, che opera nel nord Sardegna, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e la valorizzazione dei piccoli borghi con un’attenzione particolare alle tematiche ambientali e sociali locali orientate verso il cambiamento dei paradigmi in agricoltura e nel turismo. Attualmente collabora con sociologi della musica e tecnici del suono per la realizzazione di una mappa sonora dei territori (fiumi, risorgive, borghi abbandonati, chiese, botteghe artigiane) al fine di creare un archivio sonoro a disposizione della collettività e di artisti che ne vogliano rielaborare i suoni e i rumori dando vita a musica e forme d’arte.

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