
Procida vista dal mare, con pescatori, Gioacchino La Pira, gouache, metà Ottocento, collezione privata
di Maria Sirago
Dagli ultimi documenti emersi dall’Archivio d’Avalos, recentemente acquisiti dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania, veicolati per ora dai media (Festa, 2022), il possesso di Procida concesso ai d’Avalos nel 1529 sarebbe anticipato al 10 maggio 1504 quando l’isola era stata concessa in feudo dai re Ferdinando e Isabella a Roderigo d’Avalos (Di Liello, 2022), per i servigi offerti dallo zio Iňigo D’Avalos, figlio del gran camerlengo Iňigo I (Colapietra, 1988) che aveva strenuamente difeso l’isola d’Ischia dai francesi, coadiuvando il Gran Capitano Consalvo de Cordoba ed era morto l’anno precedente. Sul documento esposto in una mostra si è molto discusso. Rodrigo, secondo la ricostruzione di Roberto Boni, dovrebbe essere appartenuto al ramo cadetto dei Ceppaloni, figlio di Alfonso I e fratello di Iňigo II (Rossi, 2011) (www.tgprocida.it). La ricostruzione appare plausibile in quanto la zia Costanza, che aveva difeso l’isola d’Ischia anche dopo la morte dal fratello (Mutini, 1962), aveva ottenuto la conferma del possesso di Ischia “in castellania” ed il feudo di Francavilla in Abruzzo con titolo ducale (poi trasformato in principesco da Carlo V).
La “castellania” era una speciale concessione in quanto sia Ischia che Procida, vicine alla Capitale e necessarie alla sua difesa, non potevano essere concesse in feudo ma veniva concesso solo il castello di cui il concessionario era il castellano che doveva provvedere a sue spese al pagamento del capitano e dei soldati incaricati a stare di guardia allo stesso castello. Comunque, nel 1529, un anno dopo il fallimento dell’occupazione francese perpetrata dal generale francese Odet de la Foix, morto di peste a Napoli nell’agosto del 1528, in una generale pacificazione del regno, anche Procida rientrò nei beni feudali di Alfonso III d’Avalos, figlio ed erede di Iňigo II mentre Roderigo otteneva in cambio il feudo di Ceppaloni (Rossi, 2011).
Alla morte di Alfonso (1544), il castello fu affidato al figlio Iňigo, creato cardinale da Pio IV nel 1561. La figura del futuro cardinale è molto importante per l’isola: egli ebbe l’incarico di abate commendatario dell’Abbazia di San Michele Arcangelo, da lui fatta riedificare ed abbellire, riparando i danni subiti dalle scorrerie barbaresche. Poi a partire dal 1563 fece costruire un palazzo che doveva avere funzioni di rappresentanza ma anche difensive, affidando il progetto a Giovan Battista Cavagna e Benvenuto Tortelli. L’edificazione del palazzo-castello rientrava nell’ambito di una riorganizzazione e fortificazione dell’originario borgo di Terra Casata, popolato da circa 2000 abitanti, da cui poi scaturì il complesso urbano detto Terra Murata. Allo stesso tempo per ottenere un approdo più riparato il porto fu spostato verso la punta della Lingua, determinando uno sviluppo verso la marina di Sancio Cattolico che pian piano si popolò (Di Liello, 1994: 97ss.; 2014, 2022).
Grazie ai numerosi privilegi concessi da Alfonso d’Avalos nel 1531 si ebbe un incremento dell’agricoltura, della pesca e soprattutto della marineria. Uno di questi riguardava il “salario” da corrispondere ai marinai procidani per il servizio di trasporto merci nella capitale (Di Taranto, 1095). I d’Avalos riscuotevano “diritti feudali di mare” sull’approdo, o falangaggio (con le falanghe o bittte), che rendeva 100 ducati annui a metà Seicento e 145 agli inizi del Settecento (Sirago, 2014). Il diritto si estendeva fino a Monte di Procida, un territorio quasi disabitato, che tra Seicento e Settecento era considerato territorio procidano, dove gli isolani si recavano per coltivare la terra. Qui nel 1563 l’ingegnere Benvenuto Tortelli decise di costruire una torre, detta anche Torre di Fumo per i segnali inviati, a spese degli abitanti di Aversa (1000 ducati) (Sirago, 2024).
Nel 1732, in epoca austriaca, tutta l’eredità feudale di Cesare Michelangelo d’Avalos fu sequestrata per debiti. Così, dopo un lungo contenzioso con il fisco, all’arrivo di Carlo di Borbone (1734) entrò a far parte del patrimonio allodiale, o personale del re, divenendo un sito reale dove i sovrani amavano cacciare, facendovi anche allevare numerosi fagiani e altri volatili. L’antico castello fu ampliato e trasformato in casina del re e furono costruite strade di raccordo verso la marina. Tutto ciò generò un notevole flusso finanziario e l’impiego di molta manodopera (Di Taranto, 1985: 54ss.; Di Liello, 2014).
Questo particolare status aveva permesso lo sviluppo di un fiorente ceto mercantile, dedito ai rifornimenti annonari della Capitale. Difatti i capitani, padroni di barca e marinai dell’isola di Procida, insieme a quelli della costa sorrentina, fin dai tempi antichi erano impegnati nell’“industria della marineria”, sviluppatasi in epoca spagnola grazie ad alcune immunità e privative concesse agli isolani, al particolare tipo di contratti di arruolamento degli equipaggi e ad una particolare conoscenza dell’arte nautica che aveva permesso anche di accumulare cospicue fortune con i commerci. Procida, che nel 1767 contava circa 13.000 abitanti, nel 1792 fu dichiarata città. Nel 1799 una parte della locale borghesia partecipò ai moti rivoluzionari, innalzando l’albero della libertà (Di Taranto, 1985).
La marineria
La popolazione era addetta soprattutto al commercio e alla navigazione con le tartane o le tipiche “martingane” costruite in loco, dal fondo piatto (Sirago, adatte per il litorale laziale, dove trasportavano derrate agricole (Sirago, 2021).
Le marinerie procidana e sorrentina possedevano la quasi totalità della flotta mercantile napoletana, anche se e imbarcazioni procidane erano più piccole, usate sia per il commercio di cabotaggio che per la pesca (Di Taranto, 1985).
Nel Seicento, visto che il commercio era appannaggio degli stranieri, genovesi, inglesi, fiamminghi, si erano dati al cabotaggio, o commercio lungo le coste, occupandosi soprattutto del trasporto di legna e carbone caricato nella costa laziale, utilizzati anche nel cantiere napoletano. Con le loro piccole imbarcazioni, tartane e marticane di stazza tra le 30 e le 120 tonnellate, raggiungevano tutto il litorale che fronteggia l’isola, da Torregaveta a Nisida, trasportando anche generi alimentari. Essi godevano dell’esenzione dal pagamento di una serie di tributi sia per la marineria, il “falangaggio” (approdo con falanghe o bitte), lo scafaggio (approdo per piccole imbarcazioni, “scafe”, usato solo a Procida), che per il commercio, la statera (diritto di peso), il diritto del quartuccio e lo ius salmarum. A fine Seicento si contavano circa 45 piccole imbarcazioni, a cui si aggiungevano numerose feluche mercantili che raggiungevano Napoli in un paio d’ore.
Ai primi del Settecento, in epoca austriaca, la marineria contava 200 feluche e 50 tartane, a cui era addetto il 44,8% della popolazione: negli anni trenta, quando si contavano 36 barche da pesca e da cabotaggio e 66 per commercio interno era ulteriormente cresciuto al 57,7% (Zazzera, 2015). Nel 1732, i padroni di tartane associati al Pio Monte dei marinai avevano eletto quattro consoli per trattare con i mercanti napoletani le modalità e i noli per la solita “carrea” (il trasporto di legna e carbone dalla costa laziale, loro principale attività), ma avevano perso la facoltà di stabilire i noli (Di Taranto, 1985).
Il fiorente ceto marinaro nel 1562 aveva istituito un “Monte” per i “Padroni di tartane” a cui partecipavano anche i marinai e pescatori. Poi il 12 aprile 1617 era stata fondata una “Colonna del riscatto” per raccogliere i fondi per la liberazione dei procidani catturati da turchi e barbareschi, con regio assenso del viceré Osuna. Il fine di questi Monti era previdenziale più che assistenziale, poiché prevaleva l’obiettivo mutualistico su quello caritativo. Infatti i fondi raccolti dalle quote pagate dagli assistiti servivano anche in caso di morte o infortunio o per dare una dote alle figlie degli assistiti
Questi enti, creati nei paesi rivieraschi dei golfi napoletano e salernitano e nelle isole, avevano una natura privatistica ma riconosciuta dallo Stato: essi si costituivano attraverso un atto notarile, in cui si accludeva la “regola”, cioè il regolamento, ma dovevano ricevere il regio assenso. Essi si ponevano come “organismi autonomi di autogestione dell’arte o del mestiere degli associati” determinando ad esempio il risarcimento del danno subìto dai “caratari” (proprietari di imbarcazioni il cui possesso era suddiviso in “carati”) se l’imbarcazione era stata predata dai corsari o fissare il nolo del viaggio o erogare le somme necessarie per la dote delle figlie, per la malattia o per il riscatto dai corsari. Il loro organismo era standard. Al vertice vi erano i Governatori, da due a quattro, eletti dagli associati, che si occupavano di far rispettare il regolamento ed erogare le somme dovute (Giuseppe Di Taranto, 1999:595ss.; Sirago, 2022a).
Lo statuto pubblicato da Sergio Zazzera (2015) specificava i pagamenti che dovevano erogare gli affiliati, esclusivamente padroni di barche e marinai (“Nauta, … Navicularius vel Dominus Navis”), cioè la quarta parte del loro guadagno. Nel 1628 gli stessi padroni di barche e marinai eressero a loro spese la chiesa di Santa Maria della Pietà alla marina di Sancio Cattolico in cui fu istituito il “Monte dei padroni di barche, di feluche e marinai” che ottenne una riconferma del regio assenso nel 1673. Un ulteriore regio assenso fu concesso in epoca austriaca, nel 1732, per i “Padroni di tartane e marinai tartanari” che avevano incrementato i loro traffici con la “carriera (trasporto) della legna” per Napoli “e altri luoghi” e “per la pesca nei tempi permessi” e dovevano dare al Monte la quarta parte del loro guadagno (Sirago, 2022a).
In quel periodo (1727) a Procida si contavano 36 imbarcazioni da pesca (80 a Ischia, 90 a Pozzuoli, 30 a Piano e Sorrento (Di Vittorio, 2000).
Con l’arrivo di Carlo di Borbone, la marineria mercantile venne potenziata grazie ai nuovi ordinamenti che prevedevano un “premio di produzione” soprattutto per le costruzioni di grossi bastimenti in grado di affrontare lunghe navigazioni. Tra il 1752 e il 1762 furono costruite 444 imbarcazioni di cui 233 a Procida (tartane e marticane) e 129 a Piano e Meta (pinchi e polacche di grosso tonnellaggio) (Sirago, 2004).
Per incrementare ed ampliare il commercio il governo borbonico aveva stipulato trattati di commercio con la Porta Ottomana (1740) e Tripoli (1741), per cui si poteva commerciare nel Mediterraneo, anche se continuavano gli attacchi dei corsari barbareschi. Ma poiché vi era necessità di cannoni ed alberi maestri per i vascelli della flotta aveva poi stipulato simili trattati con Svezia (1742), Danimarca (1748), Olanda (1753), e Russia (1787), per cui si aprirono anche le vie del Mar del Nord e del Mar Baltico e del Mar Nero (Sirago, 2012).
Il trasporto di legna e carbone dalle spiagge laziali aveva avuto un forte incremento nel corso del Settecento (Di Taranto, 1985: 31-33): perciò in una consulta del 24 novembre 1737 Carlo Danza, prefetto dell’annona, riferiva di aver avuto dall’eletto del popolo l’incarico di soprintendere all’armamento del capitano Geronimo Alfano e di altri mercanti di legna e padroni di tartane e barche, tra cui quelli procidani, che rifornivano la capitale di legna e carbone trasportata dalle spiagge laziali, armamento con cui dotare le imbarcazioni, organizzato di solito in «tempi sospetti d’invasione, o di Turchi, o de ‘nemici», da «mantenersi in futurum per sicurezza del commercio» (Ciccolella, Clemente, Salvemini, 2021: 524-525, doc. 145).
Un ulteriore incremento della marineria procidana si ebbe a fine Settecento: tra il 1782 e il 1799 si costruirono 226 imbarcazioni nella marina dell’isola, dove si contavano 221 armatori. Altre martigane furono costruite a Castellammare e due alla foce del fiume Garigliano. Vennero costruite anche martigane di grosse dimensioni, tra i 3000 e i 5000 tomoli, alla “francese”, con miglioramento delle caratteristiche di navigabilità. Poi dal 1795 furono costruiti anche bastimenti di grosso tonnellaggio (fino a 8000 tomoli). Spesso gli armatori ne costruivano almeno una all’anno, talvolta due o tre: ad esempio Pasquale Schiano ne costruì 21 e Onofrio Parascandalo altrettante (tra cui 5 bastimenti). Ma molte di esse andarono perdute nella battaglia di Abukir del 1798 (Sirago, 2021).
In quegli anni si ebbe un lungo contenzioso perché i procidani preferivano intraprendere lunghi viaggi più proficui invece di effettuare il trasporto di legna e carboni per la capitale. Perciò il governo obbligò gli armatori isolani ad effettuare almeno tre o quattro viaggi all’anno (Di Taranto, 1985).
Un altro problema da risolvere era quello degli uffici doganali siti a Pozzuoli. Perciò gli armatori procidani, “padroni di bastimenti commerciali”, riuniti nella “bussola”, chiesero che fossero creati anche nell’isola. In una consulta del Ministero delle Finanze del 1787 veniva stabilito che “Ingranditosi bastantemente il Commercio ove esistono più di 120 legni di traffico”, su richiesta dei numerosi armatori, si concedesse di istituire nell’isola la Deputazione della Salute: l’ufficio era necessario perché controllava l’entrata e l’uscita delle merci, il pagamento dei diritti di dogana, di ancoraggio e falangaggio (approdo) e quelli per i manifesti dei responsali, per le fedi di immissioni, transiti, cartelli di spedizione ecc., da esigere con la Dogana collegiata, controllata da un Proamministratore, o Luogotenente, da 4 ufficiali a lui sottoposti, 3 soldati (invece di un unico soldato nominato fino a quel momento); si prescriveva anche che la feluca di guardia usata a Pozzuoli doveva essere utilizzata anche a Procida e si dovevano aggiungere altri due marinai oltre i sei che già vi erano, comandati da un capitano [1]. Tutte queste disposizioni venivano sancite proprio per l’incremento della marineria procidana. Difatti negli anni Novanta si ebbe un ulteriore incremento della flotta mercantile: nel 1790 si contavano 160 tartane e 200 barche da pesca e verso il 1797 vi era un totale di 400 imbarcazioni, di cui 160 di grossa stazza (Zazzera, 2015).
Nel secondo Settecento l’apertura di nuove rotte in Atlantico (Denis – Delacour , 2017) e in Mar Nero (Di Taranto, 1985) aveva favorito lo sviluppo di una nuova classe, i capitani imprenditori, che facevano costruire la nave, anche in società con più imprenditori, e poi commerciavano in proprio. Spesso essi aprivano case commerciali in porti importanti come Messina, Livorno e Marsiglia, organizzando “viaggi di negozio”. Il mercante Claudio Roques de Gerardo, che aveva creato una società con alcuni “pubblici negozianti” napoletani, il 13 maggio 1797 aveva acquistato da Nicola Cammarota di Procida una polacca con cui si doveva effettuare un viaggio nelle Indie Orientali, rifornita di viveri nei mesi seguenti, in prossimità del viaggio (Sirago, 2021). Un’altra famiglia di imprenditori, studiata da Chistopher Denis – Delacour (2021), è quella dei Moreu – Lubrano, che gli hanno permesso di consultare gli archivi di famiglia. Il capitano Pasquale Lubrano di Scampamorte di Procida negli anni Ottanta del Settecento si occupava del commercio del legname e del carbone caricati nello Stato Pontificio. Poi altri componenti della famiglia, come il capitano Antonio, avevano intrapreso i traffici in Mediterraneo. Nel 1854 il capitano Michele Arcangelo si era trasferito a Marsiglia dove aveva creato una società commerciale.
Dopo la Restaurazione (1815) furono promulgate altre leggi per incrementare la marina mercantile: per intraprendere i lunghi viaggi le polacche e i pinchi furono sostituiti pian piano da brigantini e briks, costruiti anche a Procida, oltre che a Piano e Meta (Sirago, 2021).
Nel 1833 nell’isola si contavano 220 imbarcazioni, di cui 68 costruite in loco, aumentate a 306 nel 1838 (di cui 272 costruite in loco); ma solo 127 erano usate per la pesca, le altre erano imbarcazioni addette al commercio marittimo, molte delle quali di grossa stazza, utilizzate nelle rotte del Mar Nero, Mar Baltico e Americhe (Sirago, 2004), che creavano un fiorente circuito commerciale (Avallone Salvemini, (2020). La popolazione, in crescita nel corso dell’Ottocento, era impiegata in buona parte nei “mestieri del mare”: nel 1812 si contava circa un 26% di marinai e pescatori, arrivati nel 1830 a circa 38% (Di Taranto, 1985). Nella guida del De Ferrari del 1826 venivano citati un centinaio di grossi brigantini e si sottolineava che i procidani erano ritenuti “per buoni marinai”. Si ricordava anche la costruzione degli stessi bastimenti alla spiaggia della Chiaiolella (ivi: 266).
Il ceto degli armatori procidani, come quello della penisola sorrentina, divenne in breve un ceto affermato per cui vennero create delle società di assicurazioni marittime. Nel 1837 fu fondata la “Compagnia di assicurazioni marittime Napoli-Procidana” e nel 1854 “La Assicuratrice”, Marina di Procida (Avallone, 2009: 181-182 e 2020).
Anche Carlo Dalbono nel 1853 sottolineava la perizia dei capitani e marinai procidani:
«E però i rami più rigogliosi della progenie (dei marinai) hanno a tenersi i Procidani e i Sorrentini che per essere valenti, sono rivali tra loro. I Procidani arditi, gagliardi, di animo forte nelle calamità di mare e nelle traversie, nascono marini e si abituano assai di buon’ora ai pericoli della navigazione del loro canale e del golfo; né a quella si fermano, ma come meglio possono, cercano pane e alimento ne’ viaggi di lungo corso. Il Procidano dai suoi vicini è detto rischioso e temerario … I marinai Procidani rendono onorata e illustre la loro terra. Essi forman quasi una ricca colonia, poiché non è famiglia che non abbia un tetto suo ed un legno in mare. Il loro vivere seben frugale, è sobrio».
I procidani anche dopo l’Unità continuarono a dedicarsi con successo alla marineria. Nel 1863 fu deciso di costruire il porto per cui gli armatori raccolsero 100.000 lire. Ma fu solo prolungata la scogliera e riorganizzato il bacino portuale (Parascandolo,1897: 37). A fine Ottocento con l’avvento del vapore i grandi velieri furono dismessi e il settore marittimo entrò in crisi mentre venivano dismesse anche le tonnare. Si continuò però a pescare, soprattutto nei mari di Ischia, visto che i procidani erano in possesso di imbarcazioni e attrezzi mentre i pescatori ischitani erano poveri e potevano solo fare una pesca di sussistenza. Ed alcuni procidani venivano utilizzati sulle feluche coralline che andavano a pescare il corallo in Africa (Zazzera, 2015).
Scuola nautica
Dopo l’apertura della “scuola per pilotini” a Napoli molti alunni procidani vennero ammessi nel collegio. Ma gli armatori dell’isola, “padroni di tartane” (il cui consiglio era chiamato “Bussola”) sentivano l’esigenza di crearne una in loco. Perciò raccolsero i fondi necessari e nel 1788 aprirono una scuola nautica secondo il “metodo normale”, sul tipo di quelle di Napoli e Sorrento, progetto a cui il ministro Acton dette parere favorevole. Le scuole normali erano finalizzate soprattutto alla formazione professionale, in primis i marinai, che in tre anni riuscivano ad imparare la lingua italiana, sentita come lingua nazionale. Ad essa venivano poi affiancate anche quelle straniere, spagnolo, francese, inglese, di cui si apprendevano i primi rudimenti. Ma non si tralasciava lo studio del latino, usato per apprendere le regole della sintassi italiana, mutuate da tale lingua. Per la scuola furono stanziati 300 ducati annui, di cui 150 pagati dalla città di Procida ed altrettanti dalla “Cassa della Bussola”. I padri celestini Alessandro Gentile e Ludovico Vuoli, che avevano introdotto il metodo normale nelle scuole di Meta e Piano, furono incaricati di redigere un piano di studio, secondo lo stesso metodo. Essi proposero di nominare come direttore della scuola il sacerdote Marcello Eusebio Scotti, autore di una allegazione giuridica a favore dei procidani impegnati a rivendicare il possesso del Monte di Procida, che si era offerto di ricoprire tale incarico gratuitamente, “per puro amor della Patria”: lo stesso anno pubblicò un Catechismo nautico dedicato ai pilotini per l’apprendimento della scienza della nautica in modo elementare. Lo Scotti fu però coinvolto nei moti del 1799 e la scuola non fu più aperta.
Nel 1831, dopo la riorganizzazione delle scuole di Piano, si decise di riorganizzare anche quella di Procida. Due anni dopo fu emanato un decreto per la riapertura della scuola, mutuata su quella sorrentina, richiesta a viva voce dal comune di Procida, che, come per il passato, si impegnava a mantenerla a sue spese. Lo stesso anno fu nominato professore di matematica e navigazione il procidano Arcangelo Scotto Lachianca, che nel 1834 ottenne anche l’incarico di tenere lezioni di diritto marittimo. Nel 1841 la scuola fu riorganizzata da Ferdinando Scarpati, professore nella scuola nautica a Meta e poi direttore dello stesso istituto, autore di testi di nautica, tra cui le tavole logaritmiche, che rimase due anni nell’isola per coadiuvare il Lachianca. Una ulteriore riorganizzazione fu data nel 1848 quando le scuole nautiche furono affidate al ministero di Guerra e marina. Poi nel 1857 fu stilato un nuovo regolamento. Dopo l’Unità venne riaperta ed è ancora in funzione, intitolata a Francesco Caracciolo e Giovanni da Procida (Sirago, 2020, Kinetes).
La pesca con sistemi tradizionali e le “pesche speciali” con tonnare e paranzelli
I d’Avalos riscuotevano anche diritti sulla pesca, effettuata fino al Settecento con strumenti tradizionali. Ma l’attività di pesca rimase sempre un’attività complementare, praticata dai marinai nei “tempi morti” della loro attività, quando rimanevano sull’isola, tra un viaggio e l’altro. A poco a poco si diffuse un tipo di “pesca speciale”, quasi “protoindustriale”, con reti dette tonnare, per le quali si pagava un diritto feudale al feudatario. La tonnara detta “alla napoletana”, detta anche “tonarella”, diversamente da quella siciliana in cui si calava la rete al largo, aveva un “piede” o “coda” sistemato sulla spiaggia da cui si estendeva la rete, trascinata al largo con barche dette “luntri”. Il feudatario riscuoteva il diritto della “posa del piede della tonnara” sulla terraferma” che nel 1665-66 rendeva circa 532 ducati scesi nel 1700 a 200 e nel 1740 a 180.
Comunque, il costo di impianto della tonnara era molto elevato e spesso il capo o rais era calabrese di Pizzo, dove vi era una antica tradizione di pesca con la tonnara. Anche la città di Pozzuoli rivendicava il possesso di alcuni diritti “di mare” insieme alla chiesa procidana di San Michele che dal 1521 vantava diritti di pesca alla “Terra Murata”, riscuotendo la quarta parte dei proventi della tonnara (Sirago, 2018).
Anche le tonnare ricaddero sotto la giurisdizione allodiale: nell’isola di Procida a metà Settecento si calavano una tonnara detta di San Martino, il cui affitto variò tra i 500 e i 1010 ducati netti, dedotta la parte che spettava all’abate di San Michele. Verso il 1740 fu concesso il calo di una nuova tonnara allo “scoglio dello Schiavone” affittata per 70 ducati annui, il cui impianto costò 1800 ducati, di cui 1000 per gli attrezzi. Ma questo nuovo impianto suscitò le proteste dell’imprenditore calabrese Pompeo Galluppo, che aveva fittato la tonnara calata nell’isolotto di San Martino e paventava una diminuzione dei suoi guadagni [2]. Negli stessi anni fu concesso l’impianto di un’altra tonnara a Capobove, o Santa Margherita Vecchia, il cui impianto costò 300 ducati. Questo tipo di tonnara prevedeva un minor numero di addetti – circa 25 uomini (un “raisso”, o capo, 1 scrivano, 1 ricettore e 22 marinai) [3] – contro i 40-70 uomini di quella di Pizzo, in Calabria Ultra, organizzata come quelle siciliane (Matacena, 1983: 87); inoltre in quelle “alla napoletana” molto spesso si usavano pietre, dette “mazzere”, invece di ancore di ferro, il che provocava le proteste dei pescatori in quanto laceravano le reti [4]. Essa fu affittata per 120 ducati ma la pesca con tale sistema era ritenuta molto “ubertosa”, visto che quasi tutto il pescato era rivenduto nella Capitale [5]. Perciò nel 1763 fu affittata per 3.400 ducati annui [6] insieme a quelle calate a “Chiuppeto” e “Punta scorfano” [7]. Infine, si tentò più volte di calare una tonnara presso l’isolotto di Vivara; ma la forte corrente strappava le reti, per cui in breve si decise che non era produttiva [8].
Dal 1806, in seguito alla promulgazione della legge eversiva della feudalità le tonnare di Procida, di Capobove, Punta Scorfano e San Martino entrarono nel patrimonio cittadino e furono poste sotto il controllo del Direttore Generale del Corpo dei Ponti e Strade (creato in epoca murattiana) che doveva verificare la conveniente distanza tra le varie tonnare e garantire la libera uscita dei bastimenti dai porti. Ma a causa della guerra e del blocco continentale non si riuscivano a reperire i “libani” (corde), di solito acquistati in Spagna; perciò, la rendita diminuì a 456 ducati annui. Al termine del blocco continentale la tonnara di Chioppeto fu affittata per 2000 ducati annui, un canone rimasto costante fino al 1825. Nella guida del De Ferrari del 1826 veniva citata la tonnara, una fonte di “lucroso impiego tra maggio e settembre per i procidani” (ivi: 266).
Tra queste tonnare procidane a fine Ottocento solo quella di Ciraccio, secondo la testimonianza di Pavesi, era ancora in uso, insieme a quelle di Ischia, Sorrento e Massa Lubrense (Pavesi). E continuò ad essere calata ancora fino agli anni Quaranta del Novecento, come ricordava l’ultimo rais, Vincenzo Carlo Intartaglia, detto “Carlino”, discendente da una antica famiglia di tonnaroti, morto nel 1999, a novanta anni, in una intervista rilasciata all’antropologa Macrina Marilena Maffei (2000).
Il ricordo delle tonnare di Ciraccio e dell’isolotto di San Martino, vicino Monte di Procida, è in una antica tovaglia da tavola di lino per dodici posti del 1940 circa, sui cui angoli sono ricamate due ancore di tonnara con marre e un foro in coda per legare il cordame e un tonno stilizzato in una camera della morte; disegni simili sono anche sui tovaglioli, un oggetto molto raro, posseduto dalla signora Rosa Intartaglia, di origini procidane, il cui figlio Vincenzo Gaudino ha postato le foto su Facebook, 6/2/2025.
La pesca coi “paranzelli”
Altro tipo di “pesca speciale” era quella con due paranzelli, detta anche alla gaetana, perché praticata dagli abitanti di Gaeta, che tiravano una rete a strascico, la sciabica, raccogliendo tutto il pescato.
Molti procidani con le loro imbarcazioni fin dal Cinquecento erano soliti spingersi anche in luoghi lontani, non solo a Gaeta e Ponza, ma anche nello Stato dei Presidi, a Port’Ercole (Porto Azzurro) e Piombino, dove pescavano “sarde p[er] salare”. Nel 1729, in epoca austriaca la pesca con i paranzelli era stata vietata sia nei mari napoletani che in quelli salernitani perché distruggeva la fetazione. Il divieto, sempre riconfermato, nel 1744 fu esteso dai consoli delle tartane procidane non solo ai paranzelli napoletani e torresi, presenti in gran numero nelle acque dell’isola, ma anche a quelli pugliesi, che spesso organizzavano campagne di pesca in quei mari (Sirago, 2013 e 2018). A loro volta i procidani usavano tale sistema di pesca nei mari toscani dei Presidi, effettuato talvolta anche da alcune imbarcazioni dedite al commercio, le più numerose nella flottiglia procidana (Di Taranto, 1985: 60 ss.). Alcuni procidani erano impiegati dai pescatori di corallo di Torre del Greco come manovalanza stagionale. Solo i più poveri si dedicavano alla pesca con gli antichi sistemi e potevano acquistare gli strumenti solo col capitale anticipato dai ricchi “paranzieri” napoletani, soprattutto i luciani, a cui dovevano consegnare il pesce pescato: perciò in tutto il Settecento si contavano ogni anno circa 150 contratti notarili di anticipo. Anche qui la situazione dei pescatori migliorò ai primi dell’Ottocento, dopo la promulgazione della legge eversiva della feudalità (Di Taranto, 1985: 54 ss.). Nella statistica murattiana si contavano 680 marinai-pescatori, e nel 1833 si registravano 220 imbarcazioni, di cui 68 costruite in loco, aumentate a 306 nel 1828 (di cui 272 costruite in loco): ma solo 127, di varia tipologia, erano usate per la pesca e si contavano solo sei paranzelli. I mari di Procida e Ischia continuavano ad essere frequentati da paranzieri napoletani e pugliesi, tanto che nel 1856 si dovè pubblicare un apposito regolamento per l’esercizio della pesca coi paranzelli nei mari delle due isole (Sirago, 2013).
Il Monte di Procida
Il Monte di Procida, un promontorio prospiciente l’isola di Procida, era separato dall’isola da uno stretto braccio di mare, nel cui territorio vi era anche l’isolotto di San Martino. In epoca aragonese esso era un territorio di caccia dei sovrani. Qui i d’Avalos, marchesi del Vasto esigevano il diritto di ancoraggio (Scialoia, Scotti, 1775).
Il territorio nel Cinquecento era stato concesso alla Mensa Arcivescovile di Napoli che aveva permesso agli abitanti dell’isola di Procida di coltivare i territori fino al “Mare Morto”. Essi per lungo tempo ogni mattina si erano recati in barca dalla vicina isola per coltivare i terreni assegnati. Nel Seicento i pescatori procidani avevano eretto una Cappella, trasformata ai primi del Settecento nella Chiesa di Santa Maria Assunta. Ma a metà Settecento la città di Pozzuoli aveva richiesto delle tasse dai procidani che coltivavano la zona. Poi aveva inserito il territorio nel catasto cittadino, compilato nel 1755, suscitando le proteste degli isolani. Nel 1775 i procidani Antonio Maria Scialoja e Marcello Eusebio Scotti scrissero una lunga e articolata dissertazione giuridica contro Pozzuoli, volta a sancire che il territorio del Monte di Procida, usato dai procidani per le loro coltivazioni, doveva essere di pertinenza dell’isola di Procida. In questa dissertazione veniva tracciata la storia di tutto il territorio, inserito nella giurisdizione di Pozzuoli.
Nel 1666 Apostolo de Tovar, marchese di San Marcellino, aveva chiesto al re Carlo II il privilegio della “giurisdizione civile, criminale e mista” sul territorio tra Mare Morto, Monte Miseno, Monte di Procida, fino alla “Gaveta”, che comprendeva anche Baia e Bacoli, nel territorio di Pozzuoli, possesso preteso anche dall’isola di Procida. La città di Pozzuoli ribadiva che il territorio, essendo nella sua giurisdizione, doveva rimanere in regio demanio, come era per la stessa Pozzuoli, secondo gli antichi privilegi. Il 1690 si discusse nuovamente sulla richiesta del marchese di San Marcellino. Poi nel 1704 in una Consulta della Regia Camera della Sommaria fu accettata l’offerta di Pozzuoli di 4000 ducati per far tornare il territorio al demanio. La Consulta aveva infatti esaminato le ragioni di Pozzuoli. In primo luogo, nella numerazione dei fuochi, o famiglie, i 15 fuochi di Monte di Procida contati a metà Seicento (circa 225 abitanti) erano stati inseriti in quelli della città; inoltre, la città aveva fatto costruire le torri a sue spese e ne pagava la manutenzione. Infine, dal 1655, quando i territori erano stati messi a coltura, i “gabellotti puteolani” esigevano le tasse dagli agricoltori sul vino prodotto, anche se i procidani, per antico privilegio ne erano esenti. Perciò nel 1773 i procidani avevano denunciato le violenze dei puteolani, chiedendo giustizia (Scialoia, Scotti, 1775). I procidani (circa 16 mila abitanti a cui si aggiungevano i 2 mila del Monte) nel 1784 ottennero un parere favorevole, anche se i puteolani continuarono nelle loro usurpazioni. Altri decreti favorevoli furono emanati nel 1802, nel 1828 e nel 1835 (Parascandolo, 1892: 92-104).
Comunque, dagli anni Venti dell’Ottocento il territorio era ormai urbanizzato e fu inserito nel distretto di Pozzuoli, mentre la chiesa veniva affidata ad un parroco di Bacoli. Ma dato che i pochi abitanti (3665 nel 1881) erano poveri, a fine Ottocento molti emigrarono in America. Infine, nel 1907 esso divenne comune autonomo (Race, 1988). Nel territorio del Monte era compreso anche l’isolotto di San Martino, possesso feudale del Monastero di San Martino di Napoli, che possedeva il diritto di calare una tonnara, affittata ai procidani, esperti in questo tipo di “pesca speciale” (Sirago, 2014).
Sul Monte, dove alcuni procidani avevano cominciato a stabilirsi definitivamente, nel Seicento era stata eretta una Cappella dai pescatori, poi trasformata ai primi del Settecento nella la Chiesa di Santa Maria Assunta. Da qui in alcuni mesi estivi i procidani si spingevano con le loro tartane (di solito usate per il commercio) fino alle spiagge di Cuma e Miseno per pescare, anche se dovevano pagare a Pozzuoli il diritto di “falangaggio”. Il territorio, urbanizzato, dagli anni ‘20 dell’Ottocento venne inserito nel distretto di Pozzuoli e la chiesa diretta da un parroco di Bacoli (Sirago, 2018a).
Turismo e balneazione
Procida non era inserita nel giro turistico effettuato dagli stranieri. Ma Marianna Starke, figlia maggiore di Richard, ex vicegovernatore di Fort St. George a Madras, in India, e di Mary Hughes, che dal 1792 aveva iniziato a viaggiare in Francia e Italia per curarsi dalla tubercolosi, era una attenta e curiosa viaggiatrice. Durante i suoi viaggi si fermò spesso anche a Napoli e nei suoi dintorni, prendendo appunti, pubblicati nel 1798 e 1802. Questi appunti furono ampliati nei continui suoi viaggi e le fornirono copioso materiale per la sua “Guida” pubblicata nel 1828, in cui vengono specificate tutte le procedure per il viaggio e sono fornite notizie pratiche, che sarà modello per le future guide come quella del Baedeker. Nel 1798 (ivi: 160-164) descriveva la gita a Procida in barca a remi.
L’isola produceva vino, frutta e altri prodotti. Ella poté osservare gli abitanti durante una festa, le donne abbigliate con abiti in stile greco, gli uomini con il berretto frigio tipico dei pescatori vestiti alla turchesca (forse per ballare la tipica danza diffusa nel Settecento?, Confuorto 2020), Ella notava che i procidani, dediti a varie attività, in primis agricoltura e marineria, erano ricchi, ed avevano belle case con terrazzi, ma non menzionava alloggi. Nell’edizione del 1828 notava il numero degli abitanti, 1000, “industriosi ed opulenti, dediti all’industria del tonno con le tonnare e alla marineria con piccoli vascelli” e menzionava alloggi in case private.
Anche nella Nuova guida del viaggiatore di Giovanni Berri del 1876 si ricordava che i procidani erano addetti soprattutto alla pesca del tonno e a quella del corallo sulle coste d’Africa (ivi: 153)
Nella Guida del Baedeker del 1867 si sottolineava che i pochi turisti per giungere nell’isola usavano i battelli a vapore forniti da due società, una inglese e una italiana, utilizzati soprattutto per la visita di Ischia. La guida consigliava di effettuare la visita di Procida in due ore e poi recarsi ad Ischia e dormire a Casamicciola, ben attrezzata, visto che i procidani non avevano attrezzature alberghiere (ivi: 119). Nell’edizione del 1907 la situazione non era mutata (ivi: 116)
Nell’Annuario del Touring del 1904 si contavano 14.440 abitanti e vi era l’Albergo Vittoria con 4 camere (ivi: 339). Nella Guida del Touring di Luigi Vittorio Bertarelli del 1927 si riportavano 10.690 abitanti ed era menzionato l’Albergo Scotti alla Marina Sancio Cattolico (ivi:353). Probabilmente vi si praticava la balneazione ma le spiagge non erano attrezzate. E lo stesso era nel 1951: nella pubblicazione Touring sulle Marine d’Italia non erano citate attrezzature balneari per le spiagge di Procida. I turisti che venivano in villeggiatura fino agli anni Ottanta erano ospitati soprattutto in case private. Solo a partire dagli anni Novanta sono state costruite alcune strutture ricettizie e sono stati organizzati alcuni stabilimenti balneari. Ma il flusso turistico è per lo più locale, poiché molti napoletani si recano nell’isola per la villeggiatura estiva. Procida viene infatti pubblicizzata nei manifesti come “L’isola della tranquillità”.
Vi sono alcuni stabilimenti balneari nelle belle spiagge dell’isola: La Conchiglia alla spiaggia della Chiaia, il lido nella spiaggia di Pozzovecchio, detta oggi la spiaggia de “il Postino” (dall’omonimo film). Ma le altre spiagge, della Lingua, della Silurenza, della Chiaiolella, il Ciraccio, sono libere.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.
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