di Valeria Laudani
Ogni anno, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre i defunti tornano simbolicamente a visitare i vivi, e le famiglie si riuniscono nei cimiteri e nelle chiese per rincontrare e accogliere queste presenze. In molte località i bambini ricevono doni “portati” dai morti, un rituale che mescola affetto, rito e gioco.
Da bambini, la sera prima della festa, i miei genitori ricordavano a me e a mio fratello, che in quella notte sarebbero venuti i nostri parenti defunti a solleticarci i piedi e a lasciare un regalo per noi.
Quella strana visione dei parenti che sarebbero venuti a grattarci i piedi non mi sembrava divertente, ma era una emozionante sorpresa trovare la mattina seguente, nel salone di casa, i regali. La mia prima fiammante bicicletta fu uno di questi.
Il tema della morte ha attraversato la storia della fotografia sin dalle sue origini non solo come soggetto ma come spazio di riflessione, memoria e intimità universale per cercare di comprendere ciò che resta quando tutto tace: dai ritratti post mortem alle documentazioni funerarie, ai corpi conservati e mummificati.
L’esplorazione del territorio siciliano apre sempre nuovi portali di curiosità e queste fotografie nascono dalla volontà di raccontare come la commemorazione dei defunti non sia un arcaico residuo folclorico, ma un meccanismo vivo e partecipato attraverso cui le comunità siciliane elaborano l’identità e la morte attraverso il tempo.
Le cripte e le catacombe o le tombe, diventano così luoghi non solo di conservazione del passato, ma di attivazione della memoria in ogni presente.
Esistono soglie che sono linee di confine tra il palpabile e l’impalpabile, tra il visibile l’invisibile, la vita e la morte. Sono le soglie delle cripte, dei loculi, delle tombe.
La Sicilia custodisce uno dei più vasti patrimoni di mummie umane in Europa, distribuito in chiese, conventi e catacombe del territorio. Destano l’interesse di molti studiosi anche sull’antica pratica della mummificazione.
Uno degli aspetti più affascinanti del fotografare le mummie siciliane non è la spettacolarità dei corpi alterati dal tempo e consumati dagli agenti atmosferici ma la loro umanità conservata intatta e struggente. Fotografarle è un atto di responsabilità, nella consapevolezza che non sono soggetti “esotici” o “pittoreschi” ma persone.
Gli scatti privilegiano particolari di un abito, di una mano, di una nicchia o di un simbolo che rappresenta ciò che erano in vita. L’obiettivo non è “mostrare la morte” ma rendere visibile la sua coabitazione con la vita.
I morti in Sicilia non sono mai lontani. Sono vivi nella memoria, nei dialoghi quotidiani, nel calendario di tutti i giorni. Sono presenze silenziose che accompagnano la vita dei superstiti.
La loro commemorazione non si limita al gesto di portare un fiore o accendere una candela. Il rito è atto simbolico di una elementare e semplice solennità. Rinnova il dialogo, presentifica l’assenza, riaccende la speranza.
Forse commemorare i morti serve soprattutto a non perdere noi stessi. Le mummie nella loro immobilità secolare, le tombe nel loro custodire affetti e legami familiari.
Custodire i morti significa custodire la vita, quella parte profonda di uno stesso orizzonte umano. Forse il vero scopo di commemorare i morti è quello di ricordarci chi siamo davvero.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
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Valeria Laudani, si diploma nel 1993 a Catania in Arti Grafiche, della Pubblicità e della Fotografia e inizia a lavorare privatamente come grafico-creativo e da freelance con alcune tipografie e agenzie pubblicitarie del territorio siciliano. Presso l’università intraprende gli studi in Scienze e Tecniche Psicologiche, per dedicarsi dal 1996 alla propria attività commerciale. Durante questo percorso, partecipa a diverse mostre personali e collettive a Catania e altrove. È stata vincitrice Talent Scout Fiaf 2024.
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