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Pratiche collettive di commemorazione delle vittime della pandemia

Posted By Comitato di Redazione On 1 gennaio 2021 @ 00:59 In Cultura,Società | No Comments

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il centro in periferia

di Giovanni Gugg

La sera del 18 marzo 2020 qualcuno ha scattato col proprio smartphone una fotografia da un appartamento che si affaccia su via Borgo Palazzo a Bergamo: quell’immagine ritrae trenta camion dell’esercito che percorrono lentamente e in colonna il percorso che va dal cimitero al casello dell’autostrada. Pubblicata sui social-media e ripresa da tutta la stampa nazionale, la foto è diventata una delle più significative al mondo sulla pandemia di Covid-19: i mezzi militari trasportavano 65 bare da Bergamo ai forni crematori di Modena, Acqui Terme, Brescia, Cervignano del Friuli, Domodossola, Parma, Piacenza, Rimini, Serravalle Scrivia, Trecate e Varese (Eco di Bergamo 2020). Come ha osservato il giorno dopo Marco Birolini in un editoriale su “Avvenire”, quell’immagine provoca uno choc che lascia increduli e sgomenti: «Dalla finestra la gente guarda, piange. Le lacrime scendono silenziose, i padri nascondono il volto tra le mani per non farsi vedere dai figli. Bergamo soffre in silenzio, prova a tenersi tutto dentro come sempre ha fatto. Ma è un dolore troppo forte stavolta» (Birolini 2020). La fotografia, tuttavia, ha sollevato un’emozione molto ampia, perché da tutta Italia e da altri Paesi sono giunti a Bergamo messaggi di solidarietà e supporto alla città e ai suoi ospedali.

È per tale ragione che pressoché l’insieme delle forze politiche ha proposto di istituire una “Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime dell’epidemia di coronavirus”, indicando proprio la data del 18 marzo, quando in tutti i luoghi pubblici e privati dovrà essere osservato un minuto di silenzio. Al tema si è cominciato a lavorare concretamente solo con l’avvio del primo deconfinamento nazionale, cioè dopo il 4 maggio. Il provvedimento di istituzione della giornata è poi stato approvato alla Camera dei Deputati il 24 luglio, quando la pandemia sembrava aver rallentato sensibilmente il suo corso. Considerata l’unanimità di consensi e la pressione emotiva, il passaggio al Senato doveva essere una semplice formalità, eppure l’impennata di contagi e decessi dell’autunno ha bloccato l’iter in commissione, congelando l’iniziativa. Per commemorare le vittime, d’altra parte, è necessario che il disastro finisca, e la pandemia di Covid-19 è tutt’altro che alle spalle, sebbene dal mese di dicembre in alcuni Paesi siano già cominciate le vaccinazioni, le quali fanno sperare in un superamento della crisi nel corso del 2021.

Dopo l’approvazione alla Camera del “giorno del ricordo”, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha espresso la sua soddisfazione dichiarando che «il 18 marzo sarà un giorno importante per non dimenticare questa stagione così drammatica e per ricordare tutte le persone che non sono più con noi» (Speranza 2020a), ma la realtà dei mesi successivi ha imposto una sospensione e un cambio dei toni, come ad esempio il 28 settembre, quando lo stesso ministro, riferendosi ad una scala mondiale, ha scritto questo tweet: «Un milione di persone hanno perso la vita per il Covid. È un numero impressionante e purtroppo ancora in crescita. Dobbiamo impegnare tutte le nostre energie per cure e vaccini efficaci e sicuri. Servono ancora attenzione, serietà e prudenza nei comportamenti di ciascuno di noi» (Speranza 2020b).

91jg1xcqbclL’antropologo Louis-Vincent Thomas ha scritto diffusamente di come i rituali, secolari o religiosi, permettano di arginare il dolore della perdita e l’angoscia della morte, perché fungono da momenti di condivisione, contemplazione e ricordo (Thomas 1975); e certamente l’assenza di tali pratiche durante la prima metà del 2020 ha acuito il disorientamento e la lacerazione della perdita. L’impossibilità di compiere riti di separazione ha scavato voragini dentro i singoli e dentro le comunità (Gugg, Valitutto 2020), che dunque andranno riassorbite con gesti e parole, con pensieri e ricordi. Una giornata simbolica ha una duplice chiave di lettura, perché da un lato il simbolo rappresenta e dall’altro il simbolo agisce; la morte stessa è un simbolo duplice, quello della nostra natura essenzialmente deperibile e quello della rivelazione. Tradizionalmente, su questa densità di senso sono intervenute le religioni, spiegando la finitezza umana con un qualche “peccato originale”, oppure promettendo una rinascita, cioè una nuova partecipazione ad un mondo ultraterreno privo di sofferenza. Ma la pluralità semantica della morte vale anche a livello sociopolitico, dal momento che, stando al caso della pandemia, svela retoriche e illusioni, mostra impietosamente taluni limiti strutturali e determinate affermazioni propagandistiche. Come ha recentemente osservato Charlie Galibert, il nostro destino comune «è senza dubbio quello di riesaminare anche l’idea di verità, così da affrontare – dopo Verdun, Auschwitz, Hiroshima, i Gulag, i genocidi e il Covid come annunciatore delle prossime pandemie – la crisi della speranza umana» (Galibert 2020: 51).

La necessità di un “giorno del ricordo”, pertanto, è pienamente comprensibile sul piano emotivo e dell’elaborazione del lutto, ma lo è anche ad un livello più idealmente intellettuale e pubblico, perché possa favorire una memoria che in futuro eviti un disastro sanitario come nel 2020, nel senso che possa contribuire ad un’analisi delle cause nella relazione tra esseri umani ed ecosistema, come delle condizioni politico-economiche che ne hanno esasperato l’impatto. Da questo punto di vista, i riti spontanei e i memoriali temporanei sono probabilmente più interessanti di quelli istituzionali e permanenti, perché scevri, o meno condizionati, da ridondanze e commiserazione esibita. In Italia, durante i mesi scorsi si sono avuti innumerevoli “riti comunitari di cordoglio”, spesso a livello comunale e, in linea di massima, all’interno di tre tipologie celebrative: il minuto di silenzio, il concerto di musica classica, l’installazione di un memoriale, che spesso ha assunto le forme della piantumazione di alberi.

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Quirinale, il torrino illuminato con il tricolore

Il minuto di silenzio

Occasione di raccoglimento individuale e collettivo, il minuto di silenzio è la pratica più istituzionale in caso di cordoglio, e spesso coesiste con altre tipologie rituali come veglie, messe commemorative, inaugurazioni di targhe e lapidi. Alla stregua di una pausa del mondo e dal mondo, il minuto di silenzio unisce attraverso un vuoto, coinvolge per mezzo di un’assenza sonora che, in realtà, è un pieno di pensieri e ricordi; è probabilmente la più diffusa manifestazione luttuosa pubblica che attraversa la vita quotidiana delle persone (Latté 2015) e la sua funzione è presentificare il rischio di una fine possibile, perché «fa pensare a una terra, alle città, ai paesi senza più abitanti» (Teti 2020). Gaëlle Clavandier specifica che questo particolare processo commemorativo avviene in tre fasi: generalmente la cerimonia inizia con la posa di una ghirlanda davanti ad un monumento o memoriale, dopodiché segue un minuto di silenzio e, infine, vengono pronunciati dei brevi discorsi (Clavandier 2001). Nel caso della pandemia di Covid-19, dinamiche simili si sono avute in vari comuni italiani già durante la quarantena primaverile, ad esempio il 31 marzo, quando si è tenuto il primo minuto di silenzio di questa emergenza sanitaria, fissato per le ore 12, dopo che ciascun sindaco aderente ha esposto la bandiera a mezz’asta. Tra i tanti primi cittadini che hanno partecipato all’iniziativa, quello di Cigole, in provincia di Brescia, ha fatto di più, recandosi, da solo, al monumento dei caduti in veste ufficiale; lo scopo era di ricordare le vittime del coronavirus, implicitamente accostandole ai morti in guerra, ma anche «onorare il sacrificio e l’impegno degli operatori sanitari, abbracciarci idealmente tutti ed essere di sostegno l’uno all’altro» (Cigole 2020).

6520-tetiQuella sera anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha contribuito all’omaggio facendo illuminare il Torrino del Quirinale con il tricolore italiano dal tramonto all’alba (Quirinale 2020), ma il suo apporto alla celebrazione delle vittime e al rispetto della memoria è stato ripetuto e ancora più incisivo in diverse altre occasioni. Il silenzio rituale del Capo dello Stato, ad esempio, si è ripetuto il 2 giugno, Festa della Repubblica italiana, quando lo ha osservato prima all’Altare della Patria a Roma e poi a Codogno, prima al cimitero e poi nel municipio, dove ha pronunciato le seguenti parole: «Qui nella casa comunale di Codogno oggi è presente l’Italia della solidarietà, della civiltà, del coraggio. In una continuità ideale in cui celebriamo ciò che tiene unito il nostro Paese: la sua forza morale. Da qui vogliamo ripartire. Con la più grande speranza per il futuro» (Repubblica 2020a).

Anche il giorno seguente, il 3 giugno, Mattarella ha osservato un minuto di silenzio insieme ai 57 nuovi Cavalieri della Repubblica da lui nominati in quell’occasione, tutte persone premiate per essersi «particolarmente distinte nel servizio della comunità durante l’emergenza coronavirus»: operatrici e operatori sanitari, farmacisti, fattorini, forze dell’ordine, cassiere, addetti alle pulizie, tassisti, insegnanti, studenti, ristoratori, sportivi, volontari, imprenditori, cooperanti (Isman 2020). Ma quel gesto si è ripetuto diverse volte ancora, come il 29 giugno, quando il Presidente si è recato in visita a Bergamo, dove ha partecipato ad una commemorazione al comune, in cui in un breve discorso ha sottolineato che «ricordare significa riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere» (Ansa 2020). In quella occasione, tuttavia, il rito istituzionale ha previsto anche un concerto, la Messa da Requiem di Gaetano Donizetti, eseguita davanti al cimitero monumentale di Bergamo alla presenza dei 324 sindaci della provincia, in rappresentanza dei loro cittadini.

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Concerto a Trieste nella cattedrale di San Giusto

Il concerto del cordoglio

La coscienza della morte si alimenta del simbolico e dell’immaginario, per cui la perdita e la separazione necessitano di una rappresentazione, la quale avviene in varie forme: rituali, appunto, ma anche artistiche, come la pittura, la scultura, la musica e il teatro. Nelle commemorazioni istituzionali degli ultimi mesi, oltre al silenzio si è fatto spesso ricorso anche al suono e alla melodia di concerti sinfonici e da camera. Il Capo dello Stato vi ha partecipato a giugno a Bergamo, come abbiamo visto, ma anche a settembre, quando il giorno 4 nel duomo di Milano si è tenuto un omaggio nazionale per le vittime della pandemia, sostanziatosi nell’esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi e in un breve discorso delle autorità, come l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, il quale ha mosso delle accuse contro alcuni elementi che hanno aggravato l’entità della tragedia, quali «la presunzione di onnipotenza, lo smarrimento dei pensieri, le meschinità, le beghe, la banalità, le contrapposizioni» (Repubblica 2020b).

descolaIl suono e il silenzio contribuiscono entrambi alla musica, per cui non è raro imbattersi in partiture intitolate, appunto “Silenzio”, come quello militare (celebre in Italia è la versione di Nini Rosso del 1964), eseguito con la tromba nelle cerimonie di bandiera e ai funerali delle forze armate, oppure il brano “The sound of silence” del duo folk statunitense Simon & Garfunkel. Questi riferimenti sono particolarmente pertinenti nel caso di una commemorazione organizzata a Viadana, in provincia di Mantova, dove il 13 settembre si è tenuto un corteo dalla centrale piazza Manzoni: il trombettista Gianni Punta ha eseguito “Il silenzio fuori ordinanza”, al cimitero comunale, dove invece il sassofonista Timur Rella ha suonato la famosa canzone americana (Rosastri 2020).

Come già argomentato in un precedente contributo su “Dialoghi Mediterranei” (Gugg 2020), durante la pandemia i “riti sonori” sono stati particolarmente coinvolgenti ed efficaci nel favorire il mantenimento di un contatto con gli altri nei mesi di isolamento forzato in casa; sono stati una sorta di resistenza all’atomizzazione che, attraverso la sincronizzazione del ritmo, ha permesso che il suono avvicinasse e unisse, colmando il vuoto e il distanziamento imposti dal virus. Nei mesi estivi, e almeno fino al 1° novembre, giorno che i cristiani dedicano alla commemorazione dei defunti, la musica sembra aver avuto un ruolo anche nel ricucire la frattura con i trapassati, che spesso è stata una ferita tra le generazioni: quella più anziana, molto colpita dal virus, e quelle più giovani. I concerti, infatti, sono stati una delle modalità più frequenti e diffuse un po’ ovunque nel Paese, ma soprattutto nelle regioni maggiormente colpite dalla prima ondata pandemica. Tra i tanti appuntamenti, oltre a quelli citati, sono stati di grande partecipazione i seguenti concerti: il 21 giugno ad Alzano Lombardo, con il pianista Gabriele Rota; il 15 luglio a Trieste, dove l’Orchestra da Camera del Friuli Venezia Giulia ha suonato delle composizioni di Haydn nella cattedrale di san Giusto; il 16 agosto, alle 5 del mattino, a Bologna con la compagnia teatrale Archivio Zeta; il 29 agosto a Colorno, dove alcuni orchestrali hanno interpretato il Requiem di Gabriel Fauré presso la cappella ducale di san Liborio; il 13 settembre a Pavia, quando il coro del Centro di Musica Antica della Fondazione Ghislieri e l’organista Maria Cecilia Farina hanno proposto un programma incentrato sulla polifonia del ‘700; il 10 ottobre a Imperia, in cui l’orchestra “Note libere” ha suonato nel duomo di san Maurizio; il 2 novembre a Padova, dove l’Orchestra da Camera del Conservatorio “Cesare Pollini” ha eseguito il Requiem di Mozart nella chiesa degli Eremitani.

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Medicina (Bologna), piantumazione degli alberi in memoria delle vittime del covid

Gli alberi del ricordo

La memoria dei morti è una risorsa essenziale nella costruzione e nel mantenimento del gruppo, ecco perché il processo identitario che si organizza intorno ai morti si manifesta esplicitamente nel luogo simbolico, ossia nel monumento (Candau 2002). Il memoriale è un manufatto architettonico che intende dare un’illusione di perennità, la quale, dice Joël Candau, è l’immagine che la comunità sogna soprattutto per sé, ma è anche una rappresentazione di condivisione su un evento che si ritiene debba essere ricordato, e intorno al quale si vuole che la comunità si rinsaldi. Evidentemente, ciò vale anche per la crisi sanitaria della Covid-19; infatti in varie località italiane sono state installate delle lapidi o altre costruzioni volte al ricordo, come in Lombardia a Crema il 28 settembre per le 318 persone morte in città tra il 20 febbraio e il 31 maggio («Un segno di amore perenne ai concittadini e concittadine mancati nei terribili mesi della pandemia», ha detto il sindaco) (Grazioso 2020); a Castione della Presolana il 25 ottobre («I nostri 41 defunti verranno ricordati con un monumento sul cui marmo è stata incisa una preghiera scritta da Ernesto Oliviero, fondatore del Servizio Missionario Giovani», ha sottolineato il primo cittadino) (Masseroli 2020); oppure a Mandello Vitta, in Piemonte, dove la minoranza consiliare ha chiesto che in comune venga apposta una targa per ricordare le vittime di «una tragedia di carattere storico e improvvisa» (Novara Today 2020).

In diverse città sono stati banditi concorsi di idee per realizzare dei monumenti speciali, come a Ranica (Bergamo), dove l’amministrazione comunale, prevedendo di collocare l’opera in uno spazio verde antistante l’ingresso del cimitero entro il 15 marzo 2021, ha chiesto ad artisti e architetti di inviare entro il 4 dicembre 2020 proposte rispondenti a specifici parametri e che contemplino le parole «La sofferenza e la speranza» da incidere nel marmo (Professione Architetto 2020). Qualcosa di simile è previsto anche a Milano, in particolare nei pressi dell’ospedale Niguarda, «il posto più simbolico dove si è palesato il più alto sentimento di dolore e vissuto di questo storico periodo», come ha dichiarato a luglio Giuseppe Lardieri, presidente del Municipio 9, il quale ha auspicato un’opera capace al contempo di ricordare le vittime e di ringraziare tutti i lavoratori e le lavoratrici che hanno supportato la cittadinanza (Milano Today 2020).

Un caso singolare si è avuto a Casalpusterlengo, in provincia di Lodi. Qui ad agosto è spuntata una “installazione popolare” fatta di sassi di fiume: rispondendo ad un appello del 17 aprile su Facebook dell’associazione culturale locale “Compagnia Casale Nostra”, gli abitanti del posto hanno progressivamente depositato una pietra, in ricordo dei propri cari scomparsi per la Covid-19, al Mortorino, un luogo simbolico della zona perché lì, secoli fa, sorse il primo nucleo del paese (D’Alessandro 2020). Le “pietre della memoria” di Casalpusterlengo sono un classico esempio di memoriale temporaneo, un fenomeno di cordoglio collettivo che avviene frequentemente in seguito ad una sciagura. Gli esempi sono tanti e, negli ultimi due decenni vi è stata dedicata molta letteratura, come a New York dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 (Grider 2001), in Giappone per il terremoto e maremoto del Tōhoku dell’11 marzo 2011 (Penmellen Boret, Shibayama 2018), in Corea del Sud in conseguenza del naufragio del Sewol avvenuto il 16 aprile 2014 (Jeong 2019), a Parigi dopo gli eccidi del 13 novembre 2015 (Gensburger, Truc 2020).

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Le pietre della memoria di Castelpusterlengo

I sassi di Casalpusterlengo sono poi stati disposti in forma artistica dal presidente dell’associazione, Ottorino Buttarelli, costituendo un memoriale stabile che è stato inaugurato il 21 agosto, a sei mesi dall’inizio dell’emergenza. Come hanno affermato i promotori, «tantissimi che non avevano potuto dare un ultimo saluto al proprio congiunto, che non avevano potuto celebrare il suo funerale, si sono aggrappati a questa iniziativa; è stato davvero l’unico modo che hanno avuto per elaborare il proprio lutto» (Accadia 2020).

I memoriali spontanei hanno certamente un ruolo importante nella memorializzazione pubblica (Santino 2006), tuttavia la dicotomia che li oppone ai memoriali finiti e permanenti è alquanto fragile (Hass 1998), sia perché la linea di demarcazione è difficile da stabilire, sia perché è mobile, dal momento che certi monumenti possono nascere liberi e poi consolidarsi in una forma specifica, oppure, al contrario, possono sorgere come definitivi, ma successivamente il sentimento popolare li modifica senza sosta. Un punto di convergenza in questa tensione tra perennità e mutamento sembra trovarsi in un particolare tipo di memoriale piuttosto diffuso, eppure discreto: l’albero, che in qualche caso è un intero frutteto o addirittura un bosco.

Il monumento arboreo è, a sua volta, un simbolo in sé, perché è al simultaneamente allegoria della vita e del radicamento, nonché depositario di ulteriori significati specifici che variano in base alla specie vegetale, ma comunque sempre stratificati nella storia, nella religione e nella coscienza civile, come nel caso dell’attuale crescente sensibilità ecologica. Così, il 1° giugno a Bari si è scelto di piantare un tiglio («simbolo di amore e fecondità, [che] ci rammenti l’importanza di vivere in armonia con la natura»); il 28 giugno a Salerano sul Lambro un ulivo («in memoria di tutte le vittime della pandemia»); il 30 luglio a Livorno un arbusto in prossimità del reparto Covid; il 4 ottobre ad Agnadello; il 10 ottobre a Medicina degli alberi da frutto («Mettiamo radici per non dimenticare»). Le iniziative più grandi, però, si sono avute a Pesaro e a Firenze. Nella città marchigiana il presidente della Provincia, Giuseppe Paolini, ha individuato un’area di circa 2 ettari su cui verranno piantati molti alberi da frutto: «Quello che ho in mente non è un bosco fine a se stesso, ma un luogo che abbia al suo interno delle sculture, creando anche momenti di riflessione e che sia un segno di rinascita dopo tanto dolore» (Renzini 2020). Nel caso del capoluogo toscano, invece, il sindaco Dario Nardella sta lavorando a un ‘bosco della memoria’ di oltre 800 alberi, i quali, in quanto ‘simboli di vita’, vuole che diventino il fulcro di un progetto che valorizzi «la questione ambientale, i valori umani, il sociale, gli spazi pubblici» (Moretti 2020).

l-arco-di-rovoDurante un disastro – e la pandemia lo è pienamente – siamo portati a pensare che non dominiamo in alcun modo la natura, come se ne fossimo posti al di fuori, mentre invece, al contrario, le apparteniamo interamente attraverso la carne, il sangue, il cervello. Ma ne siamo parte anche a livello simbolico, perché, ad esempio, leghiamo il destino di una pianta a quella degli umani (Di Nola 1983), ma anche perché la natura è concepibile solo se pensata, se culturalizzata (Descola 2005). Per affrontare una crisi travolgente che rischia di farci soccombere, attiviamo delle ‘risorse culturali di emergenza’, ossia degli espedienti intellettuali con cui elaborare risposte tecniche e sociali: dallo studio di soluzioni specifiche, come misure di prevenzione, terapie e vaccini nel caso dell’epidemia, all’organizzazione di pratiche rituali che, sul piano individuale e comunitario, permettano di riassorbire il trauma e di ricucire le ferite, oltre che di ristabilire un ordine. In questo senso, la vasta gamma di “riti del cordoglio”, brevemente illustrata in questo contributo, evidenzia la complessità di una condizione difficile da riequilibrare che, tuttavia, perché ciò avvenga, necessita di intraprendere una pluralità di percorsi, allo stesso tempo ancorati a codici riconoscibili e stratificati, eppure modificabili e personalizzati. In questo senso, il rito è uno strumento duttile ed efficace, una macchina simbolica in cui possono combinarsi svariate possibilità e innumerevoli varianti; una pianta radicalmente ancorata e contestualmente capace di una ramificazione senza fine, così da produrre quel che è di volta in volta necessario alla tenuta del gruppo: allerta o rassicurazione, selezione o oblio, conservazione o innovazione.

Dialoghi Mediterranei, n. 47, gennaio 2021 
Riferimenti bibliografici
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Speranza, R. (2020b), tweet del 28 settembre: https://twitter.com/robersperanza/status/1310555755293143040

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Giovanni Gugg, dottore di ricerca in Antropologia Culturale e docente a contratto di Antropologia Urbana presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli, attualmente è assegnista di ricerca presso il LESC (Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative) dell’Université Paris Nanterre. Un suo progetto di ricerca intitolato “Covid-19 and Viral Violence” è finanziato dalla University of Colorado ed è chércheur associé presso il LAPCOS (Laboratoire d’Anthropologie et de Psychologie Cognitives et Sociales) dell’Université Côte d’Azur di Nizza. I suoi studi riguardano la relazione tra le comunità umane e il loro ambiente, specie quando si tratta di territori a rischio. In particolare, ha condotto una lunga etnografia nella zona rossa del vulcano Vesuvio e ha studiato le risposte culturali dopo i terremoti nel Centro Italia (2016) e sull’isola d’Ischia (2017); inoltre ha osservato e documentato i mutamenti sociali e urbani della città di Nizza dopo l’attacco terroristico del 14 luglio 2016. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Inquietudini vesuviane. Etnografa del fatalismo (2020), Disasters in popular cultures (2019), Anthropology of the Vesuvius Emergency Plan (2019), The Missing ex-voto. Anthropology and Approach to Devotional Practices during the 1631 Eruption of Vesuvius (2018), Vies magmatiques autour du Vésuve (2017).

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