Comprendere la pop-politica dal basso
Pubblicato a inizio 2025 dalle Edizioni del Museo Pasqualino, il libro Etica e Politica nell’epoca del Pop. Per un’Antropologia della Cultura di Massa raccoglie sedici saggi di Fabio Dei su temi quali il nesso sapere/potere, le grandi mutazioni socioculturali della contemporaneità, la missione “comprendente” dell’antropologia, le potenzialità interpretative dell’etnografia nonché il valore significativo delle pratiche di consumo. Come è noto, si tratta di questioni che sono al centro della riflessione di questo studioso da lungo tempo e la mole del dibattito prodotto nell’ultimo ventennio, costituito anche dai commenti e dalle critiche in risposta, è troppo ampia e articolata per essere riassunta in questo mio breve contributo.
Ma da antropologo attualmente impegnato in contesti di ricerca italiani e su tematiche quali le memorie dei luoghi e il rapporto col patrimonio archeologico – dunque questioni in cui si registra una pioggia di usi diversi di identità, cultura e patrimonio – la discussione di Dei sul legame tra cultura pop e berlusconismo è di grande interesse e stimola qualche spunto di indagine etnografica sia sul melonismo che sul progetto di affermazione di un’egemonia culturale di destra propugnato dal partito di Giorgia Meloni. Infatti, eleggendo l’ambito della cultura a campo di battaglia politica, il gruppo dirigente di Fratelli d’Italia sembra muovere verso una direzione distinta da quella seguita durante il ventennio berlusconiano. Eppure, il corpo sociale che riconosceva consenso al Cavaliere di Arcore, nonché la cornice ideologica generale in cui si muove questo soggetto politico – quella del liberismo più disinvolto – non sembra poi così differente.
E dunque, cosa può dirci l’etnografia del radicamento socioculturale del melonismo? In che modo questa agenda fortemente focalizzata sulla cultura viene interpretata in alcuni spazi della vita quotidiana? Qual è il significato della lotta per l’affermazione di un’egemonia culturale di destra?
Nel provare a rispondere a queste domande ho tentato di mettere a frutto le considerazioni di Dei circa l’urgenza di comprendere – che non significa giustificare – anche le pratiche e i valori che ci ripugnano, di farlo partendo da una prospettiva “dal basso” e cimentandomi con un piccolo esercizio etnografico in dialogo col libro di Fabio Dei e nel quale tratterò i temi del consumo, della libertà, del berlusconismo, della cultura pop e del rapporto tra senso comune e conoscenza accademica. In alcuni passaggi convergerò sulle posizioni di Dei, in altri me ne discosterò, in coda al testo fornirò una riflessione partendo da un punto di vista etnografico; in tutti i casi ogni mancanza e difetto di ciò che è stato scritto è da attribuirsi esclusivamente alla mia responsabilità.
L’aspetto più interessante che emerge da questa ricognizione è che le persone che danno consenso a Meloni non si riconoscono – o perlomeno non interamente – nell’esperienza storica del Fascismo, apprezzano la stagione delle grandi lotte sociali della Sinistra (quella che spesso appellano “vera Sinistra”), ma soprattutto queste persone – al pari di tante altre – esprimono una soggettività fortemente orientata al consumo in quanto attività che conferisce senso alla vita e, al contempo, esternano estremo disinteresse per la politica e per le sue grammatiche.
Mi sembra che questo sia il punto nevralgico per comprendere tutta una serie di tendenze dell’Italia contemporanea e che il modello della soggettività consumatrice si presti bene – forse meglio della categoria di populismo – a spiegare la volatilità, la contraddittorietà e i cambiamenti repentini di certi processi culturali. Fondamentalmente mi sembra che un popolo di consumatori possa cambiare idee molto velocemente riguardo alle sue scelte ideologiche e sempre comunque riconoscendo valore alle “vecchie idee” di uguaglianza e giustizia sociale che sono state incamerate nel senso comune e che arrivavano da Sinistra (anche se spesso gran parte di queste persone non sembra o non vuole farci caso). È in questo senso che il progetto per la costruzione di un’egemonia di destra acquisisce un ruolo peculiare, il quale sembra più mirato a obiettivi immediatamente distruttivi che a progetti costruttivi destinati a lasciare il segno.
Prima di iniziare l’argomentazione è doveroso formulare alcune considerazioni sull’esercizio etnografico che ho tentato di condurre e che indubbiamente meriterebbe una trattazione più approfondita, un apparato documentario più vasto e un impegno alla registrazione sul diario etnografico più fitto. Anche se, comunque, in virtù di altre linee di ricerca che avevo affrontato pochi anni fa riguardo agli usi sociali di uno spazio monumentale ideato dal Fascismo (Cozza 2024), ho fatto tesoro anche di un bagaglio di informazioni raccolte già prima dalle ultime elezioni politiche, quando la tematica dell’egemonia culturale di destra aveva cominciato a prendere sempre più forza e aveva catturato il mio interesse.
Un altro aspetto che intendo sottolineare di questo piccolo esercizio etnografico è che esso, per quanto sommario, si è rivelato piuttosto gravoso, soprattutto perché mi ha costretto a rivangare argomenti che sono assai spiacevoli. Generalmente chi fa etnografia stravede nella possibilità di entrare in un rapporto di vicinanza con il punto di vista dei propri interlocutori e delle proprie interlocutrici, e in molti casi la messa in scena di questo legame, non esente da stucchevoli esagerazioni, è il pilastro su cui poggia l’autorità etnografica e sulla quale – volendo – si può innestare la funzione di portavoce dell’etnografia. In questo caso, invece, sono io che non voglio essere associato alle narrative delle persone di cui parlo e francamente l’ultima cosa che vorrei è divenire il paladino dei valori che esse professano. Anzi, l’obiettivo che mi pongo è proprio l’opposto: conoscere, comprendere, analizzare il punto di vista che mi disgusta per poterlo contrastare e cambiare. Mi sembra che da Sinistra questa lotta possa essere condotta su più fronti, con strumenti e metodi scientifici più disparati. In questo contributo ho tentato di comprendere le forme di melonismo che si manifestano nella quotidianità e in ambienti al di fuori della militanza di destra postfascista. Per usare un’espressione gramsciana si potrebbe parlare di un senso comune di destra, per usare un’espressione più giornalistica si potrebbe parlare di un berlusconismo che sta diventando meloniano. A me sembra, francamente, che questi italiani e queste italiane di cui parlerò, a fronte di un costante peggioramento delle condizioni di vita che loro stesse denunciano, non abbiano vissuto grandissimi cambiamenti culturali, ma neanche questa sembra una buonissima notizia.
Verso un’etnografia dell’elettore consumatore
In questo contributo offrirò una breve descrizione del modo di narrare la politica di alcune persone che hanno mostrato consenso verso il partito e il Governo di Giorgia Meloni pur non avendo esse mai acquisito alcuna tessera di partito, né partecipato attivamente ad alcuna iniziativa elettorale di Fratelli d’Italia. Si tratta di persone di cui ho la possibilità di conoscere il percorso biografico-familiare e con le quali ho memoria di vari episodi, battibecchi, litigi e lunghe discussioni più o meno politiche che mi hanno visto partecipe. Più avanti, curandomi di tutelare il loro anonimato, offrirò un quadro più dettagliato dei loro profili socioculturali. Per adesso è importante sapere che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che, pur restando nell’alveo della destra, hanno mutato la loro preferenza elettorale verso il partito di Meloni piuttosto recentemente, in molti casi provenendo da un berlusconismo ventennale piuttosto ostentato o da un più prudente appoggio alla Lega di Matteo Salvini nel suo breve momento di successo (non mancano ex renziani). In alcuni casi, prima di parlare apertamente del loro consenso a Giorgia Meloni, si curano di specificare di non essere mai stati fascisti, in altri casi il loro apprezzamento per il fascismo appare assai superficiale e più mirato a individuare in quella esperienza storica il punto d’appoggio per sfoggiare posture emotive e valoriali in rottura con quelle dello Stato e della società democratica (ci ritornerò più avanti).
Si tratta di persone che oggigiorno seguono la politica preferendo i TG, i talk show e i social media alla carta stampata, e che, salvo la condivisione di post e commenti visibili a tutti gli utenti di Facebook, argomentano le loro idee politiche negli spazi intimi e di vicinato della quotidianità (cene di famiglia, frequentazioni di parchi, piazze o bar, i pazienti assidui che si incontrano in fila dal medico, il gruppo WhatsApp, le interazioni con i condomini, ecc.).
Come si sarà notato, si tratta di un punto di vista differente da quello offerto dagli studi sulle varie forme della militanza politica. Tali indagini hanno il pregio di mostrarci il “funzionamento dell’ingranaggio” dall’interno e regalano degli spaccati di significato di grande interesse, i quali indubbiamente si intrecciano alla vita quotidiana dei militanti ma con un livello di coinvolgimento nelle grammatiche della lotta politica che non mi sembra si possa riscontrare nelle figure che ho citato. Mi sembra invece che dopo la militanza politica, subito dopo l’attivismo e l’elettorato fidelizzato, si possa individuare un elettorato consumatore, attribuendo al termine consumatore l’accezione meno passiva e alienante possibile. Vale a dire il consumatore come soggetto dotato di una sua piena razionalità e che spesso usa i significati della politica per andare ben oltre la politica, seguendo “tattiche di bracconaggio” per dare senso ad altri temi del vivere, a un’altra “provincia di significato” (Geertz 1973).
Come è noto, chi consuma può fidelizzarsi al prodotto in questione e stabilire – con questo o attraverso questo – dei legami di affettività. È anche vero però che il consumatore è “libero di liberarsi” del prodotto quando e come vuole; una mattina ci si sveglia con la voglia di qualcos’altro, magari proprio quel nuovo prodotto che soddisfa nuove creazioni di significato, e dunque si getta il vecchio nella spazzatura senza starci troppo a pensare. Almeno per quanto riguarda l’impressionante serie di leader politici “di successo” bruciati in Italia dopo il tramonto di Berlusconi, è lecito supporre che questa postura del consumatore di politica non sia la meno diffusa nell’Italia degli ultimi quarant’anni. Questa forse si rende ancora più evidente in mancanza di una tradizione e dei valori da rispettare: ovvero, quando ai consumatori viene lasciato campo libero per l’articolazione del proprio fare.
In fondo cosa è il voto di scambio se non una forma estrema di consumo delle grammatiche della politica? In ciò mi sembra che la Sinistra – al di là delle sue caleidoscopiche varianti ed escluse le forze che indebitamente si definiscono tali (che la consumano!) – mostra ancora di essere una tradizione piuttosto strutturata, con dei principi codificati (uguaglianza, partecipazione, solidarietà), una letteratura sterminata e radicata nelle scienze, un immaginario artistico vasto, un uso distintivo dello spazio fisico (il presidio, il corteo, la manifestazione, la massa, ecc.), e un pantheon laico di figure storiche che senza dubbio aiutano, ma non assicurano, la riproduzione di tale tradizione (non sono forse quelli citati una parte degli ingredienti che possono servire per mettere in piedi un’egemonia culturale?). Non voglio dire che la Sinistra non venga consumata, anzi, forse è questo l’immaginario politico che più di altri è soggetto alle più svariate reinterpretazioni (comprese quelle che mirano a inventare legami con il Fascismo storico di alcune sue figure esemplari); voglio dire che il consumo della Sinistra è meglio regolamentato perché comunque vincolato a una tradizione forte, la quale ha costruito gran parte dell’esperienza politica di massa dell’ultimo secolo e mezzo, costringendo ogni altro soggetto politico, dal Fascismo al Movimento Cinque Stelle, a copiarne pratiche e linguaggi.
Mi sembra invece che il berlusconismo abbia fornito l’esempio paradigmatico di prodotto politico da consumo, sintomaticamente affermatosi con la caduta delle grandi cornici ideologiche e mostrando dei caratteri fortemente anti-tradizionali e provocatoriamente innovativi, ma soprattutto, che ha posto la libertà come unico valore supremo. Valore che ovviamente poteva anche essere inteso come libertà di consumare, di articolare “a piacimento” i propri desideri senza i legacci della tradizione, la quale appunto veniva mostrata a guisa di spettro di Sinistra che poteva in ogni momento creare una dittatura, distruggere l’economia, mangiarsi i bambini e persino “portare sfiga” (come si poteva intuire da qualche barzelletta divenuta materia di rilievo nazionale [1]).
Tornando al berlusconismo, mi domando se questa ambiguità implicita nel valore della libertà – la quale può essere sia conservativa che innovativa – non sia stata un altro ingrediente della “formula magica” capace di far convogliare nello stesso partito i voti della provincia con quelli delle metropoli, quelli dei cattolici con quelli dei radicali, quelli dei “morigerati” agricoltori di provincia con quelli degli imprenditori più “disinibiti” di Piazza Affari.
Se poi si guarda lo Stato dal punto di vista dell’elettore consumatore non è difficile individuare in esso un nemico. Da questa prospettiva l’antistatalismo diventa un sentimento assolutamente comprensibile. Infatti non solo attraverso la tassazione lo Stato drena delle risorse che si sarebbero potute adoperare per la “coltivazione del sé”, ma anche perché, destinando tali capitali ai gruppi sociali più poveri, dunque ammettendoli a delle forme di consumo, inficia quel classico meccanismo della distinzione nei confronti del “basso” di cui ha parlato Bourdieu (1979). Inoltre, riconoscendo aiuti e legittimità ad altri gruppi sociali, lo Stato può rappresentare un agente avverso anche sul piano del riconoscimento simbolico. È anche da qui che mi sembra provenire l’odio per i migranti e quello per gli scienziati, i primi accederebbero al consumo indebitamente (penso alle polemiche di destra nate dal fatto che molti migranti sono dotati di cellulari satellitari “più costosi di quelli degli italiani”), i secondi invece eserciterebbero un potere immeritato, che essi sfrutterebbero per fini utilitaristici, antisociali o addirittura antiscientifici (penso alle polemiche sui vaccini).
I “sinistri” visti dal basso in alto
I processi culturali e sociali sopra elencati non sono cavati dal nulla, ma sono una piccola anticipazione delle questioni che mi sembrano trasparire dalle narrative, dalle pratiche e dai percorsi biografici dei meloniani e delle meloniane che ho ascoltato e osservato.
Infatti, in tutti i casi qui discussi, si tratta di persone tra i quaranta e i settant’anni, perlopiù impiegate in ufficio, nell’ambito dell’insegnamento scolastico, della sanità e nelle forze dell’ordine, oppure si tratta di persone provenienti da un passato operaio e di piccolo artigianato. Si tratta di soggetti che esprimono un tenore di vita medio, senza lussi ma ben oltre la soglia dell’indispensabile: vanno in vacanza soprattutto in estate (e preferendo quasi sempre mete italiane), possiedono almeno una vettura di classe medio-alta a volte accompagnata da una vettura di poche migliaia di euro, finanziano senza problemi le attività extrascolastiche dei loro bambini (il calcetto, la danza, ecc.) e, pur non essendo laureati, finanziano gli studi universitari dei figli grandi (i quali preferiscono soprattutto campi d’applicazione relativi alle scienze biologiche). Si tratta di persone che non mostrano particolari interessi letterari – sovente affermano di non avere il tempo di leggere – ma consumano molta televisione, film e sport (specialmente sulle televisioni on-demand). Tendenzialmente preferiscono servirsi di cure mediche private, specialmente perché asseriscono di non avere fiducia nella sanità pubblica. Questa è oggetto di critiche feroci anche perché, a loro dire, questa fornirebbe eccessive cure agli stranieri in quanto essi garantirebbero una maggiore remunerazione e dunque un incremento del “business della sanità”.
È interessante osservare il retroterra individuale e familiare di questi soggetti. Si tratta, per la stragrande maggioranza dei casi, di persone nate in un contesto rurale, “di paese” come dicono loro, e poi trasferitesi in una dimensione eccezionalmente metropolitana come Roma o l’hinterland milanese (solo in qualche caso ci sono soggetti provenienti da un contesto di proletariato urbano di lunga durata). Essendo consapevoli di essere la prima generazione urbanizzata del loro nucleo familiare, essi coltivano un’autorappresentazione in cui l’essere moderni fa il paio con la coltivazione di una narrativa irenica della loro provenienza dai piccoli centri rurali lucani, calabresi, toscani o laziali. Dalle loro voci narrare la miseria e le forme indegne di sfruttamento vissute da loro, dai loro genitori – e in qualche caso dai nonni – è il contrario di quella che si potrebbe definire un’esperienza spiacevole. Anzi, in molti casi il rimando a quelle memorie è utilizzato con orgoglio, appositamente per consacrare la portata del proprio salto di qualità sociale e, sovente, per criticare le forme di subalternità contemporanea, specialmente quella delle persone di origine straniera; ma essi non mancano di indirizzare critiche feroci anche verso i parenti “arretrati” che sono “rimasti al paese”. A loro dire però gli stranieri hanno la colpa più di altri, in quanto essi sarebbero “culturalmente” – si legga “naturalmente” – portati a bighellonare o a preferire la criminalità al riscatto prodotto dall’impegno personale. Invece nelle narrative sui loro genitori, nelle quali non manca il riferimento a espedienti e piccole forme di criminalità necessarie a “tirare a campare”, esse vi leggono molta “dignità” (termine assai presente in molti post di Facebook e che fa da contraltare al termine “degrado”, il quale viene utilizzato ossessivamente per indicare anche solo un luogo attraversato da stranieri).
Difficile argomentare le somiglianze tra le esperienze di subalternità del passato e quelle che invece costellano la nostra contemporaneità – ad esempio il nonno mezzadro con il bracciante africano oggi – le loro reazioni sono urticate in quanto, come si è visto già da soli pochi esempi, la loro principale attività è scavare un solco sufficientemente profondo tra il loro stile di vita e quello degli stranieri, tra la povertà vissuta dai loro genitori e quella vissuta dai poveri contemporanei; operazione distintiva che però si fa più complicata quando, ad esempio, ci si reca in un ospedale pubblico ed essi non possono fare a meno di confrontarsi faccia a faccia con la comunità della sofferenza umana. Ed ecco che cercano di fuggire da tali situazioni.
Ma il tentativo di sottolineare un collegamento tra i subalterni di oggi e quelli di ieri riscuote reazioni indignate tanto più se chi proferisce simili discorsi è una persona dichiaratamente di sinistra, che – a dire di questi meloniani – ha “subìto il lavaggio del cervello” e che – sempre a loro dire – gode di una condizione sociale privilegiata. Quante volte mi sono sentito attribuire l’etichetta di privilegiato da queste persone che godono di capitali economici e di stabilità lavorativa di gran lunga superiore alla mia! Francamente a me sembra ogni volta più evidente che questo atteggiamento miri a delegittimare il capitale culturale di studioso, nonché il prestigio sociale conferito dall’appartenenza al mondo dell’università. Dalla loro prospettiva il sapere scientifico viene osteggiato perché probabilmente, al di là del credito che conferisce e che essi stessi riconoscono, non si confronta con il mondo che queste persone hanno in mente e quindi non conferma la visione dell’universo che a loro piace e che vorrebbero veder realizzata. Infatti, dalle voci di queste persone meloniane il mondo del pensiero sociale, l’universo studentesco e quello della militanza di Sinistra sono dipinti con dei caratteri monocromatici ma sicuramente demoniaci; è molto interessante l’elenco delle punizioni che esse desidererebbero infliggere a quelli che chiamano “figli di papà” (mettendo nello stesso calderone attivisti, professori, ricercatori e studenti). Si tratta di castighi che prevedono quasi sempre interessanti forme di contrappasso: il tornare a zappare la terra per comprendere “la realtà del mondo”, l’essere mandati ai lavori forzati per “capire che significa”, lo svegliarsi presto la mattina per accedere alla “vera” crudezza del lavoro; l’essere lasciati a vivere con gli stranieri per comprendere e rimpiangere la supremazia del cibo, degli uomini, della cultura e delle tradizioni italiane; l’essere costrette a vivere da uomini per comprendere i privilegi della condizione femminile, ecc.
Ciò che emerge da queste affermazioni sembra quindi il desiderio di mantenere invariato un equilibrio sociale e un assetto del mondo nel quale, in fin dei conti, pur riconoscendovi diversi difetti, queste persone vivono una condizione di privilegio che non vogliono perdere; ma oltre a questo sembra esserci anche la volontà di delegittimare il pensiero della Sinistra, il quale, tradizionalmente, mirando a colmare il divario tra gli esseri umani, mostra di offrire un’alternativa moralmente più valida alle ingiustizie del sistema in cui viviamo. Del resto, tutta la trita retorica circa le persone “radical chic” non è forse continuamente usata per dimostrare che non esistono alternative? La figura del radical chic non è la dimostrazione che anche da Sinistra, oltre gli atteggiamenti di facciata e le belle teorie di emancipazione, facciamo tutti solamente il nostro interesse più individualistico? In altre parole, se da un lato, coloro che significativamente i meloniani chiamano “i sinistri” – cioè coloro che portano danni – vengono percepiti come i sabotatori delle condizioni di vita dei meloniani e delle meloniane, dall’altro lato sono sempre le persone di Sinistra – con i loro discorsi colmi di riferimenti alla giustizia e alla solidarietà – che sfoggiano una moralità che le persone meloniane sembrano trovare delegittimante, in quanto espressione di una superiorità dei valori che urta il libero dispiegamento della loro visione del mondo: una dimensione che vive la fantasia della completa liberazione dai vincoli di solidarietà, una dimensione che si pone come quella ideale per il consumo e per la libera articolazione delle proprie strategie della distinzione.
In poche parole, non solo “i sinistri” minacciano in ogni momento di togliere quanto i meloniani hanno faticosamente ottenuto, ma mentre lo fanno essi vogliono attestarsi come i detentori di una superiorità morale che li delegittima. Ed è significativo che tra queste persone sostenitrici di Meloni il termine “buonismo” sia utilizzato a guisa di insulto, come a voler delegittimare l’applicazione di basilari concetti di solidarietà e uguaglianza umana. Ed è anche in questo senso che è possibile leggere il loro ricorso retorico alla figura di Benito Mussolini. È proprio perché nel senso comune il “Duce” personifica certe possibilità di azione arbitraria, irruenta e amorale che tale figura può essere usata per scardinare quelle esperienze e quelle regole e quei valori che essi ritengono ingiustamente vincolanti nel tempo presente. Dalla loro voce, al contrario di ciò che invece sembrano le pratiche degli ambienti della militanza, quasi mai il “Duce” viene rivalutato nella sua dimensione storica o culturale (della quale mostrano di sapere ben poco), il suo ruolo è invece assolutamente contemporaneo; Mussolini è il deus ex machina invocato per risolvere le lungaggini della burocrazia, vendicare un torto subìto in un ufficio pubblico, in uno studio medico o in un negozio, ma soprattutto il ritorno fantasmatico di Mussolini – o di qualsiasi altro nuovo Duce – è il presupposto per l’avveramento del desiderio dei cittadini di poter finalmente agire in piena libertà, al di là di ogni regola imposta dal collettivo, ma anzi imponendo ad altri collettivi delle regole arbitrarie.
Ma, evidentemente, il fatto che esse “soffrono” la morale di sinistra fornisce la più clamorosa dimostrazione che, al di là di tutto, queste persone riconoscono una qualche importanza a quei valori. Effettivamente, come ho già detto, molte di loro ammettono l’importanza delle Sinistra anche se tendono a racchiudere questa approvazione politica nello spazio di un passato nostalgico, “quando c’era la vera Sinistra”. Ma per quanto riguarda altre tipologie di valori – il concetto di equità, quello di giustizia sociale, le politiche welfare –, anche se questi si sono affermati lungo il Novecento e soprattutto grazie alle lotte della Sinistra, mi sembra che tali valori e invenzioni siano penetrati nel profondo del senso comune italiano, in qualche caso perdendo la loro connotazione partitica originaria. È in questo senso che si potrebbero leggere certi tentativi di intestare al regime fascista alcune conquiste sociali ottenute dalla Sinistra e che evidentemente oggigiorno vengono unanimemente ritenute “cose buone” (Filippi 2019).
Sono convinto che il progetto della costruzione di un’egemonia di destra si giochi essenzialmente su questo tema, cioè il tentativo di rimuovere gran parte dei vincoli morali di giustizia, solidarietà ed equità che pervadono la Sinistra ma soprattutto il senso comune e che pongono un freno al consumo, alle fantasie circa le sue illimitate potenzialità ma anche alle cornici valoriali che informano la convivenza pacifica e la solidarietà umana.
Ovviamente la Sinistra è parte in causa di questa lotta nella misura in cui essa è sempre stata (e dovrebbe continuare ad esserlo) a presidio di questi valori forti, identitari, universalistici. Ma ad essere nel mirino sembra più che altro quella fetta di elettorato non fidelizzato che ha smesso di credere nella politica e che non si riconosce nella storia del Fascismo storico né nella tradizione della Sinistra; un elettorato libero e che va fatto ingolosire con una narrativa estetica e rassicurante prima che cambi sponda un’altra volta, appena le cose si mettono male, magari andando proprio verso quei valori che sono presidiati dalla Sinistra.
Non potendo contare pubblicamente e apertamente su quel collante fornito dall’immaginario del Fascismo storico, il quale tuttavia ricompare qua e là negli spazi della militanza o sotto forma di “relitto folklorico” [2], la destra postfascista meloniana, anche per attestarsi con credibilità come partito di Governo, sembra dunque cercare di aprirsi un sentiero nell’ambito del nazionalpopolare e dunque in quello della cultura pop.
Dell’ egemonia del consumo e della bellezza
Se si passano in rassegna il programma di Atreju 2025, l’annuale appuntamento culturale organizzato dalla sezione giovanile di Fratelli d’Italia, e ormai divenuta esempio paradigmatico dell’affermazione della destra intellettuale e della sua egemonia, è possibile osservare un unico filo conduttore e tre tipologie di ospiti, a loro volta funzionali alla narrazione centrale della manifestazione. Il tema al cuore di ogni dibattito, al di là dei panel deliberatamente rivolti alla promozione elettorale, è che Giorgia Meloni e gli altri membri del suo partito sono capaci di mostrare competenze, capacità e sensibilità artistiche, culturali e politiche superiori a quelle della Sinistra, la quale, immeritatamente, si dà delle arie di superiorità morale e culturale senza riconoscere la bravura dei loro avversari. Al fine di ribadire questo concetto pervaso da un certo complesso di inferiorità, gli invitati che vi partecipano sono per la stragrande maggioranza esponenti del medesimo partito FdI, poi vi sono invitati di altre aree politiche, in netta minoranza e sempre inseriti in un frame tematico preconfezionato – meglio se in polemica con il Partito Democratico o se critici nei confronti di alcune non meglio contestualizzate “derive della Sinistra”. La terza tipologia di partecipante ad Atreju, che è quella più importante per la presente discussione, è la figura del personaggio culturale, intendendo con questo termine una persona che è nota al grande pubblico soprattutto per meriti artistici, culturali e musicali. Per l’edizione del 2025, tra i nomi più famosi, e a cui la stampa ha dato grande risalto, bisogna contare Francesco Facchinetti, Carlo Conti, Ezio Greggio, Marco Liorni, Mara Venier, Raoul Bova e Michele Placido, quest’ultimo tra i più spigliati a mettere in mostra la sua simpatia per Giorgia Meloni nonché, significativamente, a ridicolizzare il disgusto che questo nome genererebbe negli ambienti artistici [3].
Se questi sono i nomi coi quali l’intellighenzia della destra mira a scalzare l’egemonia culturale della Sinistra, senza voler entrare nella valutazione qualitativa dei prodotti offerti o degli artisti, dobbiamo però osservare che si tratta di una cultura essenzialmente televisiva (La televisione e la cultura nazionalpopolare in Italia era il titolo del panel con Conti, Liorni e Venier). Insomma, una cultura da intrattenimento di varietà, leggera, rassicurante, di buoni sentimenti, piena di “dignità”, utile per dare senso a molte questioni della vita quotidiana degli spettatori, fatta di nomi che essi conoscono da oltre vent’anni; ma bisogna ammettere anche questa idea di cultura pop somiglia davvero tanto all’idea proposta dal magnate delle televisioni Silvio Berlusconi. Solo che quest’ultimo non aveva avuto bisogno di “patrimonializzarla”.
Se ci si sposta dal piano della cultura nazionalpopolare a quella degli usi del patrimonio culturale e della memoria, è possibile osservare come questa idea dei buoni sentimenti, della dignità, del rifiuto del conflitto sociale pervade le pratiche dei meloniani che ho ascoltato e osservato. Dalla loro bocca il patrimonio è fatto di tradizioni secolari, identità stabili, quadri morali antichi e intoccabili, espressioni umane di universi in cui il conflitto non è mai comparso, gli equilibri di genere erano sensati, il genio italiano si manifesta ovunque senza proiettare ombre, contronarrazioni, violenze, sfruttamento, sopraffazioni; ogni storia di riscatto è una storia individuale di italianità nei confronti di condizioni sociali avverse ma mai veramente identificate (il padronato? Il latifondista? Il Fascismo? Il capitale? Mai sentiti nominare!). È una narrativa talmente positiva che a volte si ha l’impressione che queste persone meloniane – proprio come avviene per i prodotti televisivi – siano consapevoli della sua finzione; eppure sembrano prenderla per buona, forse solo perché detestano dare ragione alle persone di Sinistra e alla loro “supponente” moralità. Si tratta di una narrativa improntata a decantare la “bellezza” nella sua più libera interpretazione, ognuno può vederci quello che vuole. Un concetto scarico di qualsiasi accezione valoriale, dal sicuro impatto emotivo, dai tratti trascendentali e dunque dagli esiti irrazionalistici. Ed è infatti in questo senso che mi sembra possa essere letta l’enfasi di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia nel raccontarsi come una forza politica a difesa della bellezza italiana, qualsiasi cosa questo termine voglia dire, meglio non specificarlo [4].
In questa fase storica Giorgia Meloni e il suo partito si trovano alla guida di un Governo che ama raccontarsi patriota e sovranista ma che è contemporaneamente impegnato in un percorso tribolato in cui deve misurarsi con un’agenda atlantista, con il rispetto dei conti europei, con alleati che remano contro e con una base che appare ancora molto legata all’esperienza del Fascismo storico, aspetto che il partito – per adesso e non senza ambiguità – sembra tendere a insabbiare. Si tratta di questioni che restringono moltissimo lo spazio di manovra di questa forza politica impegnata in un processo di legittimazione nazionale che passa anche da uno sdoganamento di istanze e valori esterni alla storia della Repubblica Italiana. In tale lotta per diventare un attore credibile anche per il cosiddetto “elettorato moderato”, il campo culturale è improvvisamente divenuto un territorio di lotta, anche solo perché questo è notoriamente il luogo in cui si ottiene il maggior ritorno simbolico a fronte di un trascurabile investimento di risorse economiche e di impegno politico.
In questo intervento ho cercato di mostrare che l’idea di costruire un’egemonia di destra propugnata da Giorgia Meloni e dal suo partito segua tale strada menzionata e con intenti molto più interessati a distruggere determinati valori piuttosto che a proporne dei nuovi. La piccola ricognizione etnografica che ho cercato di realizzare sul “radicamento sociale” del melonismo, ha mostrato un elettorato meloniano che, al pari di altri elettorati dell’Italia contemporanea, trova fonte di significato nel consumo; ma la grossa differenza è che l’elettorato meloniano individua nelle idee della Sinistra un pericolo morale prima ancora che uno politico. Al loro sguardo i valori della Sinistra sono urticanti perché mediante questi la loro azione viene inchiodata a delle cornici morali che limitano la libertà delle loro pratiche di consumo e gettano cattiva luce sul loro stile di vita. Per essi sembra inaccettabile scoprirsi collegati e non distinti alle vicende di altri gruppi sociali come quello degli stranieri, i quali, al pari dei meloniani, tendono a riconoscersi nell’appartenenza ad un’immensa middle-class. Si tratta delle classiche reti di significato in cui si resta impigliati, solo che in questo caso le reti sono fatte di valori come la giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli esseri umani che mettono in dubbio la possibilità di essere unici, Fuori dal Coro per citare il titolo di un talkshow di Mediaset molto apprezzato dai meloniani. Essendo tale elettorato consumatore svincolato dalla fedeltà a qualsiasi genere di tradizione politica, l’idea di assecondare il loro desiderio di libertà passa anche – nel berlusconismo come nel melonismo – dalla deresponsabilizzazione del suo operato, dal cinismo sociale e dalla coltivazione delle spinte individualistiche e consumistiche. Ed è qui che il progetto di costruire un’egemonia di destra utilizzando alcuni VIP e forti dosi di senso comune mostra tutti i suoi limiti, o forse le sue vere intenzioni.
Per Meloni e Fratelli d’Italia probabilmente il problema non è che gli italiani sono tutti di sinistra, né che gli italiani non sono tutti fascisti; il vero problema è che gli italiani sono in gran parte consumatori, essi però si sono abituati a godere di una serie di diritti conquistati dalla Sinistra e credono in alcune idee che sono nate in seno a quest’ultimo soggetto politico. Se dunque le redini dell’egemonia culturale in Italia appaiono ben salde nelle mani del capitalismo, il quale, con una lotta di classe silente sta rimuovendo pezzo dopo pezzo tutte quelle grandi conquiste ottenute con la lotta della Sinistra, al tempo stesso è vero che in tutte le famiglie e nelle situazioni della vita quotidiana i valori costituzionali sono penetrati a fondo, specialmente dove questi hanno trovato il terreno fertile di un certo cattolicesimo progressista. Tuttavia, la descrizione della Sinistra come una forza che egemonizza tutti gli ambiti della società, una narrativa che compare tutte le volte che si parla di egemonia di destra e che anzi spesso sembra rivelare il vero bersaglio della discussione, al di là del fatto che è facilmente confutabile, svolge allora la funzione di svalutare e distruggere i valori di uguaglianza, partecipazione e solidarietà che caratterizzano la Sinistra e che però sono presenti nella Costituzione Italiana, in alcuni settori dello Stato e in parte del senso comune.
Difficile, per esempio, non rilevare nel progetto di affermazione di un’egemonia di destra – e dunque nella rottamazione dell’egemonia di Sinistra – un attacco al mondo dell’Università ai settori della ricerca che non si allineeranno alle posizioni del Governo. Difficile anche non osservare che i tentativi di normalizzare e patrimonializzare alcune figure legate al Fascismo storico o ai partiti neofascisti si giochino sulla banalizzazione di concetti cardine della Costituzione Italiana come libertà di pensiero, solidarietà, pluralismo e convivenza civile. Ma l’idea di affermare un’egemonia culturale di destra sembra prendere di mira specialmente un ambito banale quanto fondamentale come è quello del senso comune. Infatti, svalutare i valori sociali e di Sinistra che pervadono ancora il senso comune significa debellare la prima linea a difesa di una società in cui la giustizia, l’equità e la solidarietà non sono percepiti come un fastidioso intralcio alla realizzazione degli individui.
Le tematiche qui discusse si intrecciano a quelle toccate dai saggi di Fabio Dei (2025) raccolti nel suo Etica e Politica nell’epoca del Pop. In particolare, l’aspetto su cui ho voluto concentrare l’attenzione è stato il tentativo di adoperare la chiave interpretativa del consumo per affrontare l’ambito della politica senza incorrere nelle limitazioni interpretative che mi sembrava imponesse quella di populismo. Mi è parso infatti che parlare di elettorato consumatore permettesse di osservare un ambito di pratiche che va ben oltre i principi e le grammatiche della partecipazione politica, approdando dunque ad una comprensione della scelta elettorale che andasse “oltre le ideologie” (lo slogan preferito dai partiti italiani che mirano ad entrare in un Governo). Secondo questo tipo di visione, la scelta dell’elettore consumatore non risponderebbe necessariamente in coerenza alle narrative proposte dal partito scelto, bensì alla realtà dei contesti di vita concreti, con tutte le sue piccole gelosie e bassezze quotidiane, con tutti i suoi codici di valori “altri” che informano altre cornici di convivenza umana e altre forme di razionalità. Qui non ci sono leader capaci di attrarre l’approvazione della massa attraverso il loro potere mellifluo e traviante, ma sono i leader che devono tentare di assumere il più possibile i panni della medietà e dell’ambiguità (e a volte della mediocrità). Ad uscire con le ossa rotte da questo quadro è proprio la politica, intesa sia come linguaggio che come metalinguaggio capace di dare risposte adeguate a bisogni della società nel suo insieme; ad affermarsi sono invece le istanze più individualistiche, le quali hanno buon gioco nell’articolarsi secondo cornici valoriali del tutto autoreferenziali.
Si tratta di una situazione socioculturale che costringe ad un cambiamento alquanto approfondito del nostro sguardo di antropologi e antropologhe che lavorano sulla cultura popolare italiana, specialmente se siamo cresciuti nutrendo un culto per quelle figure che avevano dato lustro alla disciplina anche o soprattutto perché avevano dato voce a “gruppi subalterni” e ai “popoli oppressi” secondo uno sguardo gramsciano. Se infatti quelle figure avevano descritto un mondo sociale fatto di clamorose disuguaglianze sociali e con il gruppo dei subalterni immediatamente identificabile e del tutto privo di potere di parola, oggi noi, sempre più spesso, ci relazioniamo con idee e pratiche di gruppi che hanno accesso alla medesima quota del nostro potere comunicativo e che sovente godono di un tenore di vita privilegiato quanto o forse più del nostro. Su cosa si gioca allora la nuova subalternità e come è possibile definirla se oggigiorno in Italia tutti e tutte parlano di cultura e consumano cultura? Su cosa dovremmo concentrare la nostra attenzione critica? E perché dovremmo essere proprio noi a poter dire qualcosa di utile in merito? A me sembra che esista almeno una risposta a queste tre domande sollevate dal testo di Fabio Dei e la risposta risiede innanzitutto nelle prerogative conferiteci dalla nostra formazione di scienza focalizzata sulla cultura e sul sociale, cioè al fatto che l’antropologia guarda all’individuo non come pura espressione di singolarità ma come soggettività in rapporto simbiotico con i contesti sociali e le cornici simboliche in cui si muove, dunque in strettissimo legame con gli altri esseri umani. Smontando tutte le narrative del self-made-man e del genio individuale, l’antropologia culturale è già perfettamente in grado di sferrare una critica molto potente alla società contemporanea nonché alla sua mitologia legittimante. In questo senso la subalternità la si può individuare in tutte le volte che i soggetti non si percepiscono in quanto membri di una massa in comune, tutte le volte che essi si autorappresentano come battitori liberi, la subalternità si evincerebbe dall’incapacità dei soggetti di partecipare ad un progetto di destino comune e dall’incapacità di provare dei sentimenti di solidarietà umana. Si potrebbe parlare di subalternità tutte le volte che le persone misconoscono la realtà dei processi sociali e culturali in cui sono immersi e quindi si imbarcano in imprese autodistruttive: il classico esempio dell’operaio che dà il suo consenso ad un partito iperliberista perché dice che così verrà fatta piazza pulita degli odiati stranieri. Ma perché non parlare degli antropologi che rinunciano al paradigma della scienza “comprensiva” per abbracciare completamente l’epistemologia dei saperi indigeni?
Mi sembra cioè che in un mondo in cui la lotta per la redistribuzione passa anche da quella per il riconoscimento, non avere cognizione della propria traiettoria sociale, nonché dei sistemi simbolici che non rendono percepibile questo fenomeno, non fa altro che mettere in mostra un’estrema subalternità delle soggettività in questione. In questo senso l’antropologia, in quanto disciplina immersa nei contesti, potrebbe quasi avere una funzione da Grillo Parlante, con gli antropologi e le antropologhe che, proprio in virtù della loro vicinanza con le soggettività dei diversi contesti, si industriano per mettere in risalto le reti e i valori collettivi in cui prendono forma le nostre vite e le ideologie che ne strutturano l’autopercezione. In un mondo di individualismi e di cornici particolari la possibilità di poter riscoprire dei fatti sociali totali sarebbe una ventata di benefica novità.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] In questo senso sarebbe interessante osservare quanto consenso perdano alcune figure politiche solo per il fatto che si comincia a parlare della loro cattiva sorte. Francamente non mi stupirei di rilevare che simili dicerie siano criptonite per le carriere politiche quanto e forse anche più delle promesse elettorali mancate.
[2] È stato proprio Ignazio La Russa a parlare di “folklore” in merito al caso dei cori e inneggiamenti fascisti uditi nella sede di Gioventù Nazionale di Parma. https://www.parmatoday.it/attualita/la-russa-cori-fascisti-solo-folklore-bisogna-guardare-al-futuro.html; Ma non è raro che piccoli e grandi episodi di revisionismo fascista e di inneggiamento alla figura del dittatore criminale Benito Mussolini – sempre gravi per un paese antifascista come l’Italia – assurgano alla cronaca nazionale, spesso provenendo dagli ambienti giovanili del partito. https://www.fanpage.it/backstair/story/gioventu-meloniana-inchiesta-su-giovani-di-fdi/
[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/09/michele-placido-atreju-meloni-fratelli-italia-news/8222049/
[4] A pag. 12 del programma del programma elettorale di Fratelli d’Italia per le Elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica del 2022, il primo punto recita: “valorizzare la Bellezza dell’Italia nella sua immagine riconosciuta nel mondo”.
https://dait.interno.gov.it/documenti/trasparenza/POLITICHE_20220925/Documenti/68/(68_progr_2_)-programma.pdf
Riferimenti bibliografici
Bourdieu, P., 1979, La Distinction. Critique social du jugement, Paris, Minuit.
Cozza, F., 2024, Cosa racconta il Foro Italico? La biografia culturale di un patrimonio da ridefinire, in “Lares”, 3, XC: 427-439.
Dei, F., 2025, Etica e Politica nell’epoca del Pop. Per un’Antropologia della Cultura di Massa, Palermo, Edizioni Museo Pasqualino.
Filippi, F., 2019, Il Fascismo ha fatto anche cose buone, Torino, Bollati Boringhieri.
Geertz, C., 1973, The interpretation of cultures, New York, Basic Books.
________________________________________________________
Fulvio Cozza, PhD in Antropologia culturale ed Etnologia presso la Sapienza Università di Roma, è assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena nell’ambito del progetto “Memoria Orale e Etica dell’Archeologia a San Casciano dei Bagni”. I suoi studi riguardano l’antropologia della vita quotidiana, le pratiche archeologiche, i patrimoni culturali e il senso dei luoghi.
______________________________________________________________








