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Poesia/Rivoluzione nella scrittura di Mohamed Sghaier Ouled Ahmed

Mohamed Sghaier Ouled Ahmed

Mohamed Sghaier Ouled Ahmed

di Mohamed Fatnassi

Abbandonare la turris eburnea e andare “incontro al popolo” è l’obiettivo di ogni intellettuale militante che vede in quello che scrive una via di redenzione per una comunità oppressa. Con lo scopo di impegnarsi contro le ingiustizie sociali e i problemi, molti scrittori invitano a un mondo migliore e a un universo di pace per sopprimere quella realtà amara di una società considerata come “insana”.

Molti poeti che hanno assunto una posizione critica nei confronti della situazione sociopolitica e che hanno adottato un’attitudine di protesta nei confronti dei vari regimi al potere hanno pagato con l’esilio oppure con la prigionia, o addirittura l’uccisione. Nonostante ciò, va ricordato che altri scrittori hanno avuto l’opportunità di assistere in prima persona al frutto del loro impegno dopo aver lottato per anni contro ogni potere oppressore e dopo aver agito sulle masse invitandole alla rivolta, avendo come unico strumento il potere della parola poetica.

In questo breve contributo si desidera inquadrare il poeta tunisino Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, la sua poetica impegnata, il suo rapporto con gli eventi sociopolitici del suo Paese e del resto del mondo arabo e particolarmente il suo ruolo nel promuovere idee rivoluzionarie che hanno alimentato la Rivoluzione tunisina.

Ouled Ahmed è noto per i suoi versi dedicati alla patria, alla quale esprime un grande sentimento di “filiazione”. I suoi lavori contengono un tono particolarmente accusatorio, tra denuncia e invito alla ribellione, e spesso sfiorano la blasfemia. In effetti, il poeta, nonostante molte sue opere siano state censurate in varie occasioni, è considerato uno degli intellettuali più influenti della cosiddetta “Rivoluzione dei gelsomini” [1], ma anche di rivolte precedenti nel suo Paese. 

Il poeta è nato a Sidi Bouzid (provincia situata al centro della Tunisia) nel 1955. La sua prima raccolta, dal titolo Našīd al-‘Ayām al-Sitta [2] (Cantico dei sei giorni), è stata pubblicata nel 1984, dedicata alla “Rivolta del pane” [3] del gennaio dello stesso anno. Poco dopo è stata censurata dalle autorità e l’autore è stato incarcerato per un breve periodo, a causa anche del suo sostegno ai manifestanti. Dopo il 1987, il poeta ha subìto una forte censura anche sotto il regime di Ben Alì e veniva incarcerato un’altra volta (per circa un mese): accusato di ubriachezza manifesta, è stato licenziato ed è rimasto per qualche anno disoccupato. Dopodiché, emigra in Francia dove intraprende gli studi in psicologia all’Università di Reims. Dopo il suo ritorno nel 1992 ha fondato Bayt al-shi‘ir (la Casa della Poesia) e in quegli stessi anni è stato invitato da Ben Alì a ricevere la Légion d’honneur, ma ha rifiutato. Tale reazione assai audace ha reso il poeta molto vicino al popolo “degli oppressi” e persino portavoce delle sue inquietudini e rivendicazioni, riuscendo, come vedremo, in un certo senso a vincere la lotta contro il regime, ma perdendone un’altra: quella contro una grave malattia che lo ha condotto alla morte nel 2016.

Tunisi, Manifestanti all'Avenue Bourguiba davanti al Ministero dell'interno durante la Rivoluzione tunisina

Tunisi, Manifestanti all’Avenue Bourguiba davanti al Ministero dell’interno durante la Rivoluzione tunisina, genanio 2011

Nel 1989 pubblica due opere: Laīsa lī muškila [4] (Non ho problemi) e una raccolta di riflessioni col titolo di Tafāṣīl [5] (Dettagli), in cui prevale il tono di pessimismo e di angoscia davanti ai mutamenti sociopolitici che il Paese stava attraversando, trattando argomenti come: il futuro della poesia, la patria, la lingua, la guerra ed altri temi. Nel 1991 pubblica un’altra raccolta dal titolo Ğanūb al-Mā’ [6] (A sud dell’acqua) seguita da al-Waṣiyya [7] (Testamento) nel 2002 e infine Al-qiyāda al-shi‘iryah li al-thawrah al-tūnisyiah [8] (Il Comando poetico della Rivoluzione tunisina) nel 2013. Nella sua scrittura, il poeta usa una lingua il più possibile vicina a quella del suo popolo per dare un senso all’universo politico e culturale del suo tempo, caratterizzato da una certa incomunicabilità.

È proprio nella stessa provincia di Sidi Bouzid, terra natia del poeta, da una scintilla – nel senso sia concreto che figurato della parola – dell’atto auto-immolatore del giovane Mohamed Bouazizi [9], poi commemorato da parte di Ouled Ahmed nella poesia “Farfalla”, che è nata la rivoluzione tunisina alle origini della famosa “Primavera Araba”. Una rivoluzione che, secondo Abdelwahab Meddeb [10] «è bella perché è giusta ed è giusta perché è bella»: si è trattato di un’esplosione improvvisa e senza orientamento politico. Era concepita come nata dal popolo, da un movimento spontaneo senza nessuna ideologia, non inquadrabile come una forza sociale precisa.

La tematica della rivolta era già presente nella produzione poetica tunisina ed è stata anche fonte di ispirazione al di là dei confini tunisini con il coinvolgimento di altri Paesi arabi. La poesia è stata usata come bandiera nelle lotte sociali e politiche, fino a sembrare una profezia, o in altre parole una reincarnazione dei versi composti nella famosa poesia Irādat al-hayāt (La volontà di vivere) del celebre poeta tunisino Abū al Qāsim al-Shabbī [11], figura tanto amata e ammirata da Ouled Ahmed. I seguenti versi tratti dalla poesia (La volontà di vivere) appartenente alla raccolta Aghāni al-Hayāt (I Canti della Vita), composta da al-Shabbī nel 1933, testimoniano tale reincarnazione:  

Se un giorno il popolo vorrà vivere
il destino deve assecondarlo
la notte deve dissiparsi
e le catene devono spezzarsi.
Colui che non ha abbracciato l’amore per la vita, evaporerà
e nella sua atmosfera scomparirà. 

Sulla stessa scia, o quasi, Ouled Ahmed per circa trent’anni aveva espresso il suo amore per la patria e per il suo popolo. Appunto, già prima del 14 gennaio del 2011 (data che segna la caduta del regime di Ben Ali) aveva creato il “Locale del comando poetico della rivoluzione popolare”, invitando attraverso la scrittura le masse alla protesta. Il poeta sembra anticipare metaforicamente quella rivoluzione in una sua poesia dal titolo “Poesia fino alla vittoria”: 

Il vento sta arrivando
e le loro case sono di paglia.
La mano si sta alzando
e il loro vetro è fragile.
Non preoccupatevi mai
fratelli miei, mai!
Se cacceranno un uccello
il suo nido lo raggiungerà!
Viva la Tunisia
che è tutti noi. 
Copertina di Ğanūb-al Mā’”-A-Sud-dell’acqua-ed.-Cérès-Tunis-1991.

Copertina di Ğanūb-al Mā-(A Sud dell’acqua) ed. Cérès, Tunis, 1991.

Ouled Ahmed era molto attivo sulla stampa e sui social network al fine di realizzare gli obiettivi della rivoluzione, in cui individuava una tappa importante per la transizione democratica.

Esaltato dai manifestanti, perseguitato dal potere politico e “religioso”, rivoluzionario in prima linea, si presenta come il poeta tunisino maggiormente critico e dotato di penna “pungente”.

Considerato, d’altra parte, come uno tra i poeti tunisini maggiormente nazionalisti: questo tema emerge nella poesia pubblicata nel 1988 “Nuḥibbu al-bilād” (Amiamo il paese), diventata simbolo dell’orgoglio tunisino.

Lo stralcio che qui riporto ne costituisce una dimostrazione:

          Amiamo il paese
       perché nessun altro lo ami.
Amiamo il paese la mattina… la sera
e anche la domenica.
E se ci uccidessero
e se ci espellessero
allora torneremmo invasori… dello stesso Paese.

In molti versi, il poeta esprime le sue preoccupazioni in vista delle elezioni elettorali dell’ottobre 2011 e la paura che il partito islamico salisse al potere è evidente in versi come: «Nel caso scomparissero le donne dal paese/ e nella folla girassero soltanto burque che si somigliano tutte e se ne chiami una pensando che fosse la tua Leila/ sbagli il nome, il segno e persino la collana, i bracciali e la cornalina [[12] o ancora: «Nel caso si celasse il sacro tra le leggi che stabiliremo/ e scegliessero per noi un uomo-Dio… analfabeta, camuffato che si purifica []». Sa bene contro chi è chiamato a scontrarsi: «i timorati di Dio e i ministri del culto sono i miei nemici».

 Copertina di Tafāṣīl”-Dettagli ed.Bayram Tunis,1989


Copertina di Tafāṣīl (Dettagli) ed.Bayram Tunis,1989

In un incontro realizzato personalmente con il poeta avvenuto il 15 dicembre 2011 [13] a Tunisi si è parlato di alcuni episodi importanti della sua vita, della sua poetica, dei suoi ideali e del suo rapporto con la realtà politica del Paese. Riguardo al ruolo dell’intellettuale nella società tunisina, si è appellato più volte alle parole di Gramsci: «l’intellettuale non è un angelo» giacché o appartiene al regime dei dominanti oppure fa parte dei ceti subalterni. A partire da questa sua concezione del rapporto tra l’intellettuale e l’ambiente sociopolitico in cui opera, Ouled Ahmed amava affermare che molti erano gli scrittori che sono stati complici al servizio della tirannia. Nonostante i vari controlli che ha subìto da parte del regime, oltre alla censura di alcune sue opere, il poeta riteneva che tutto ciò avesse contribuito anche alla sua celebrità e a consolidare la sua posizione. E ironicamente affermava: «Se i presidenti arabi spodestati avessero assegnato a dei poeti la redazione dei loro discorsi pubblici, magari sarebbero ancora al potere» [14].

Per quanto riguarda la letteratura italiana, il poeta aveva una vasta conoscenza di Dante e Pasolini. Considerava Gramsci la figura più influente per la sua formazione, nonché il suo primo maestro. Una delle sue affermazioni più frequenti era: «Ammiro l’Occidente per il valore che dà all’individuo» [15].

imagesPer Ouled Ahmed la poesia contiene insita la capacità di sconfiggere la tirannia e il dispotismo, ma ogni poeta deve essere indipendente nelle sue visioni del mondo, rifiutando qualsiasi impulso imposto dal potere, e dev’essere in possesso della propria tecnica per assicurare le sue proprie qualità. A fornire una delle prime valutazioni critiche sulla scrittura e la poetica di Ouled Ahmed è stato Jean Fontaine, nel suo saggio Littérature tunisienne de langue arabe 1950-1990 (1992), riconoscendo che «i suoi testi contengono un’eco viva della storia tunisina contemporanea (un fatto che ha causato la censura della sua opera per più di quattro anni)» [16]. E riguardo la missione del poeta il critico aggiunge: «egli dimostra una preoccupazione apparentemente inesauribile per se stesso, mettendo in relazione i problemi degli altri con la propria persona e esperimentando una certa difficoltà nel raggiungere un senso di distacco dal suo ‘Io’» [17]. Quindi, per Ouled Ahmed la scrittura doveva “assorbire” la realtà quotidiana, trasformandola in uno spazio capace di monitorare il “ritmo” della vita, relazionandosi con l’ambiente circostante. A tale proposito la scrittrice tunisina Ibtissem Oueslati considera che:

«Per Ouled Ahmed la poesia è strettamente legata al momento della scrittura e quindi esprime una posizione. Ciò non sembra insolito per un poeta che ritiene che l’arte non possa elevarsi al livello della creatività se non è accompagnata da un chiaro orientamento intellettuale nella mente di chi la crea. Pertanto il poeta desiderava che la poesia contenesse un messaggio artistico ed estetico, esprimendo la profondità della visione del suo autore. Da qui si afferma che il poeta ha dato alla forma uno spirito diverso, lontano dai modelli centrali stabiliti dalla tradizione poetica» [18].

Nel mezzo dei mutamenti che stava attraversando la sua patria prima e durante la cosiddetta – per mantenere l’espressione del poeta – “Rivoluzione popolare tunisina”, l’obiettivo del poeta era di avvalersi della letteratura come mezzo di comunicazione con il pubblico al fine di denunciare, agire e di conseguenza raggiungere il cambiamento. Le seguenti espressioni ne dimostrano l’evidenza:

«È giunto il momento in cui io possa spargere il sangue del giovane ustionato, dell’altro suicidato, del terzo ferito, del quarto folgorato e del quinto ucciso sulle camicie degli uomini del governo, affinché la loro vanità li porti a credere che le loro camicie siano le bandiere della Tunisia stessa e che le macchie di sangue rosso che le decorano non sono altro che una sorta di innovazione e di design in questa lunga e mascherata esposizione di costumi» [19].
Manoscritto del poema La volontà di vivere, di Abu al Qasim al Shabbi

Manoscritto del poema La volontà di vivere, di Abu al Qasim al Shabbi

A Ouled Ahmed non interessava tanto il “gusto pubblico” quanto piuttosto far sì che il suo testo fosse un’eco delle aspirazioni e delle ambizioni del popolo, rispecchiando le sue preoccupazioni e suoi problemi. In questo caso lo scrittore o l’artista tende a essere un ‘uomo-pratico’, che è interessato alla realtà sociale e interagisce con essa, così riesce a passare da un semplice spettatore a un cittadino impegnato unito alle masse. La poesia misurandosi con la vita sociale, politica e intellettuale risulta decisiva nel cambiare eventi appartenenti a dei momenti storici e fatidici, espressa dal poeta come tale: «Assediamo colui che bandisce la rabbia/ tra poco finirà lo scenario della menzogna/ ma i cecchini potranno uccidere le idee e le carte/ e moriamo prima della nostra alba/ e ascolterete: ne sento il battito/ Quanto sei coraggioso/ Hai ucciso a tuo piacere/ Ci hai strozzati, incarcerati/ come fossimo i tuoi schiavi indeboliti/ O sovrano!»[20].

A ricordare, inoltre, che dato il contenuto molto intenso e incisivo della sua poesia, tanti suoi versi sono stati recitati dai manifestanti durante la rivoluzione, giacché il poeta ripeteva spesso: «La rivoluzione stessa è un’opera poetica». In effetti, per quanto riguarda il suo attivismo e la sua lotta, come annota l’accademico tunisino dell’University of Oxford, Mohamed-Salah Omri, «non sarebbe esagerato affermare che nel suo itinerario, nel suo talento, nelle sue trasformazioni e nella sua traiettoria, dalla fine degli anni Settanta fino al 14 gennaio e alle sue conseguenze ancora in corso, Ouled Ahmed è stato un indice accurato della cultura di resistenza in Tunisia negli ultimi tre decenni» [21]. Inoltre, l’autore ritiene che nella sua patria non venisse scritto quasi nulla di significativo sulle sue opere, dato che la scena letteraria sotto il regime di Bourguiba e di Ben Ali era limitata in materia di libertà di espressione.

In effetti il suo acuto senso di ingiustizia e alienazione si traduce nell’uso compulsivo di immagini di morte spesso legate alla poesia. Poiché le sue poesie sono proibite, egli lamentava quella perpetua perdita di significato, dove l’atto di scrivere assume un carattere di necrologio, giacché la poesia è destinata a morire non appena composta [22]. A tale proposito si ricordano alcuni versi del poeta, dal tono ‘ironico-eretico’ appartenenti alla poesia “Scrivi!” che confermano tale idea: «Scrivi quello che vuoi/ Preparati per i due angeli/ e sii un testo dimenticato sotto le ali di Gabriele» [23].

Copertina di Našīd-al-‘Ayām-al-Sitta”-Cantico-dei-sei-giorni-ed.-Demeter-Tunis-1988.-

Copertina di Našīd al ‘Ayām al Sitta (Cantico dei sei giorni) ed. Demeter Tunis, 1988

Di un certo interesse è la sua concezione dell’apporto linguistico: in sintesi, egli sostiene che la lingua araba sia stata da sempre artefice della rivoluzione, soprattutto nel campo poetico. “Il Comando poetico della rivoluzione tunisina” è una creazione del poeta, è “casa sua”. Egli affermava: «non avevo soldati, tanti poeti erano con l’ex governo, ero un generale senza soldati e senza esercito» [24]. Sosteneva che scrivere in quel modo ha impaurito il potere: «noi siamo un popolo che crede nella lingua, però esistono coloro che credono nella lingua religiosa e coloro che invece si affidano a quella poetica, quella che crea e che dà» [25]. In effetti, secondo Ouled Ahmed la poesia consiste innanzitutto in un lavoro di costruzione, ed è in questo modo che è stata associata alla rivoluzione nel suo Paese: «A partire da un’immagine, una parola, un ritmo, il poeta costruisce la sua poesia. Al contrario del poeta classico, lo fa senza un piano o una struttura preliminare. Così è emersa la rivoluzione tunisina: un processo senza leadership politica né inquadramento ideologico, e neppure una forza sociale ben determinata» [26]. Sin dal suo avvio poetico degli anni Settanta, egli si opponeva alla strumentalizzazione del poeta, apprezzandone il suo mutamento: che prima spiccava su una ‘torre d’avorio’ mentre ora assumeva un marcato ruolo nel riflettere i mali della società.

Un riitratto giovanile di Abu al Qasim al Shabbi

Un riitratto giovanile di Abu al Qasim al Shabbi

Nello stesso testo Ouled Ahmed oscilla tra poesia e prosa, in modo da non doversi sentire scisso tra i due generi, delineando un vero e proprio ‘rinnovamento stilistico’. Nei suoi testi prevale un linguaggio semplice, vicino a quello colloquiale, melodico, dal tono provocatorio e spesso molto incisivo.

La sua notorietà dovuta alla sua ‘contestazione’ ha attirato la rabbia dei religiosi e anche dei progressisti, giacché il suo appello al discorso religioso appare volontariamente provocatorio, per non dire blasfemo. Inoltre, nei suoi testi compare una ‘dichiarata’ opposizione alla religione dato che egli stesso si definiva ‘poeta laico’. Nonostante ciò, tale posizione è in contrasto con il continuo ricorso al Corano all’interno dei suoi testi, giustificato dal fatto, che secondo il poeta, il Corano stesso fa parte del corpo della letteratura araba poiché quest’ultima era apparsa già sei secoli prima. Per Ouled Ahmed non importa se il Corano sia una ‘vera’ rivelazione divina, ma ciò che gli interessa realmente è la sua creatività e la sua visione dell’universo.  

All’inizio del 2012 Ouled Ahmed sembra sfiduciato circa il futuro democratico del Paese dopo la salita al potere del partito di orientamento islamico moderato Ennahda [27]:  dichiara che la democrazia è un’attività legata all’uomo ed è orizzontale, mentre la religione è verticale. Dall’altra parte, egli conserva qualche speranza e ritiene che la società civile possiede delle capacità per proteggere i principi democratici e difendere la libertà. Ribadisce spesso il fatto che nel Paese si potrà raggiungere uno stato civile democratico solo dopo che i fautori dell’ideologia fondamentalista ‘precipitati’ nella politica, con il sostegno degli Stati Uniti d’America e del petrodollaro [28], avranno mostrato il loro vero volto: «la rivoluzione è stata fatta per la libertà e per la dignità e non per il “velo”; questo è un discorso etico e morale, non si tratta di politica»; e ancora: «noi vogliamo uno stato di diritto. La religione ha prodotto il dispotismo e io non vorrei concedere alla corrente religiosa nemmeno un minuto di governo» [29].

Stando nelle stesse circostanze politiche, Ouled Ahmed ha trattato molto il futuro dell’arte e dello scrittore stesso all’interno di un governo conservatore. «Il futuro fa paura all’arte» [30], confessava il poeta, e considerava che coloro che maneggiano la religione nella politica sono contro l’arte e gli artisti protagonisti del creare e dell’immaginare. Sempre nel 2012, a seguito delle sue esplicite dichiarazioni in un programma televisivo, mentre esprimeva le sue idee laiche e le sue critiche contro il governo, il poeta è stato aggredito dai “salafiti” che rappresentano l’islamismo più oscurantista nella Tunisia di quegli anni. Le loro aggressioni hanno toccato anche altri artisti ritenendo che il comunicare con il popolo attraverso l’arte sia una minaccia nei confronti delle “etiche” religiose e sociali che intendono diffondere. In merito a ciò, il poeta si è espresso come segue: «i Salafiti rimangono indietro e ricordano il passato, non guardano avanti per creare cose nuove. A me come poeta interessa il futuro, loro invece vivono il passato» [31]. Data la sua audace posizione nei confronti della religione e del partito islamista, il poeta ha confessato di aver fatto causa ad al-Qaraḍāwī [32] per averlo accusato di apostasia in seguito al suo uso di invocazioni religiose come tecnica poetica per conquistare la gente senza voler però urtare la sensibilità di coloro che credono.

diario-della-rivoluzioneIn conclusione, l’analisi della figura di Ouled Ahmed come un esempio concreto del binomio poesia/politica rileva la sua capacità di aver descritto, e spesso anticipato, i cambiamenti del suo Paese: anche dopo tali accadimenti, si è continuato a parlare ancora per molto tempo dei suoi scritti dal linguaggio pungente, dall’audacia espressiva, riflesso di un indomito coraggio. Si è parlato per mezzo di loro: della sua crudele critica nei confronti dei regimi oppressori e degli oscurantisti. Durante la rivolta tunisina, il popolo ha usato molto la poesia, tra cui quelle di Ouled Ahmed, e con essa sono stati creati motivi musicali e canzoni proposte nelle piazze. In questo senso, Mohamed-Salah Omri ritiene che l’“attivismo poetico” di Ouled Ahmed registra un momento straordinario per la poesia e il trionfo di un nuovo modo di formulare istanze e aspirazioni, poiché molta della sua poesia o è stata creata d’impulso, oppure era già lì, sotterranea, repressa e censurata [33]. Pertanto, nella sua identificazione con il pubblico, mentre narrava le difficoltà materiali e sociali del suo tempo, il poeta ricopre il ruolo del ‘veggente’ o dell’oracolo, che, denunciando i mali comuni, riesce ad anticipare futuri scenari che spesso si realizzano.

Degno riconoscimento della sua opera è il ricordo con cui Costanza Ferrini, saggista e comparatista di letteratura del Mediterraneo, lo definisce: «Celebrato dalle voci di protesta, bandito dalle autorità politiche e religiose, ribelle nel vero senso del termine, bohémien, ma sempre creativo, Awlād Aḥmad è, senza dubbio, il poeta tunisino più riconosciuto come tale dopo Abū al-Qāsim al-Shābbī» [34]. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Note
[1] (Cfr. Daniele Anselmo, Tunisia: dalla Rivoluzione dei gelsomini all’Assemblea Costituente, in AIC: rivista telematica giuridica dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, n° 1/2012: 1. Reperibile su www.rivistaaic.it.
[2] M. S. Ouled Ahmed, Našīd al-‘Ayām al-Sitta (Cantico dei sei giorni), ed. Demeter, Tunis, 1988. Sottoposto a censura dal regime di Ḥabīb Bourguiba dal 1984 per aver anticipato la caduta del regime.
[3] La rivolta del pane (29 dicembre 1983 – 5 gennaio 1984) include violente manifestazioni in Tunisia a seguito di un programma imposto dal Fondo Monetario Internazionale che determinò l’aumento dei prezzi dei cereali, del pane e dei prodotti alimentari. La rivolta è scatenata nel sud tunisino, poi in breve tempo si è diffusa in tutto il paese. Lo scontro con le forze dell’ordine e ne conseguì la morte di decine di manifestanti in tutto il Paese. Di conseguenza, allora il presidente Habib Bourguiba ritirò le misure, e il prezzo del pane non fu più aumentato. (Cfr. edito in arabo: Abdellatif Hannachi, Al-I‘lām wa al-’azamāt al-’ijtimā‘yah: dirāsat halāt al-i‘lām al-tūnisī al-maktūb wa intifādhat al-khubz (I media e le crisi sociali: uno studio del caso della stampa scritta in Tunisia e la Rivolta del pane), in “Al-majallah al-tārīkhyah al-maghāribyah” (La Rivista storica magrebina), n° 175, giugno 2019, Tunisi: 217-244.
[4] M. S. Ouled Ahmed, Laīsa lī muškila (Non ho problemi), ed. Cérès, Tunis, 1989.
[5] M. S. Ouled Ahmed, Tafāṣīl (Dettagli), ed. Bayram, Tunis, 1989.
[6] M. S. Ouled Ahmed, Ğanūb al-Mā’ (A Sud dell’acqua), ed. Cérès, Tunis, 1991.
[7] M. S. Ouled Ahmed, al-Waṣiyya (Testamento), ed. Manshurat Ouled Ahmed, Tunis, 2002.
[8] M. S. Ouled Ahmed, Al- qiyāda al- shi’iryah li al-thawrah al-tūnisyiah (Il Comando poetico della rivoluzione tunisina), ed. Manshurat Ouled Ahmed, Tunisi, 2013.
[9] Mohammed Bouazizi, il laureato-disoccupato, che nel 17 dicembre del 2010 a Sidi Bouzid (provincia situata nel centro del Paese, ed è la terra natia del poeta Ouled Ahmed) si è autoimmolato, dopo l’ennesimo affronto con gli agenti della polizia che hanno brutalmente ribaltato la sua bancarella di verdura, unico suo mezzo di sostentamento,  con l’accusa di non avere le licenze previste dalla legge, quindi per protestare contro un tale atto provocatorio decise di darsi fuoco in piazza e a causa delle gravissime ustioni morirà il 04 gennaio 2011.   
[10] Abdelwahab Meddeb (Tunisi 1946- Parigi 2014), è uno scrittore, poeta, saggista, traduttore e animatore di vari programmi radiofonici e televisivi come “Culture d’islam” su France Culture. Tra le sue ultime opere si cita Printemps de Tunis, la métamophose de l’histoire (Paris, 2011).
[11] Abū al Qāsim al Shabbī: (Tozeur 1909-Tunisi 1934), è considerato uno dei precursori del romanticismo arabo, autore della celebre raccolta di poesie Aghāni al-Hayāt trad. it I Canti della Vita, a cura di S. Mugno, ed. Di Girolamo, 2008. I versi appartenenti alla poesia Irādat al-hayāt (La volontà di vivere) sono stati ripresi nell’inno nazionale tunisino durante l’indipendenza. Sono simbolo, inoltre, di opposizione contro ogni sorta di tirannia e oppressione e rappresentano uno stimolo di lotta per libertà e la gioia di vivere ma con uno sfondo malinconico che ricorda alcuni romantici ottocenteschi europei.
[12] Si tratta della poesia Halāt at-tarīk da me tradotta come I Casi della strada, sotto richiesta del poeta stesso.
[13] Si tratta di un’intervista con il poeta M.S. Ouled Ahmed da me realizzata in data 15/12/2011 presso l’Avenue Bourguiba (simbolo della rivoluzione tunisina) a Tunisi, circa un mese prima del suo viaggio per Genova per partecipare al Festival della letteratura mediterranea “Mediterranea, voci tra le sponde”, gennaio-marzo 2012, e abbiamo scelto alcune poesie che ho tradotto in seguito dall’arabo in italiano tra cui  I Casi della strada .
[14] Tratto dalla stessa intervista del 15/12/2011.
[15] Ibid.
[16] J. Fontaine, Littérature tunisienne de langue arabe 1950-1990, in Research in African literatures, 23/2 [1992] 183-193, ora in Hager Ben Driss, Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, The Literary Encyclopedia, gennaio 2016, reperibile su www.ResearchGate.net (ultimo accesso 01 marzo 2025).
[17] Ibid.
[18] edito in arabo (trad. it mia): Ibtissem Oueslati, Mohamed Sghaier Ouled Ahmed. Il Padrino della Rivoluzione tunisina, in “Ultrasawt”, del 27 gennaio 2020, reperibile su www.ultrasawt.com. (ultimo accesso 28 febbraio 2025). 
[19] M. S. Ouled Ahmed,“Al- qiyāda al- shi’iryah li al-thawrah al-tūnisyiah (Il Comando poetico della rivoluzione tunisina), ed. Manshurat Ouled Ahmed, Tunisi, 2013: 9 (edito in arabo; trad. it. del brano è mia).
[20] Ibid: 180.
[21] M. S. Omri, A revolution of Dignity and Poetry, in “Boundary”, I, 239, Marzo 2012: 139. Reperibile su: www.ResearchGate.com (ultimo accesso 28 febbraio 2025).   
[22] H. Ben Driss, Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, cit.
[23] M. S. Ouled Ahmed, Muswaddat watan (Abbozza di una Patria), ed. al-Dar al- Arabyya li al-Kitab, Tunisi, 2015: 152. 
[24] Intervista del 15/12/2011, cit.
[25] ibid.
[26] M. S. Awlad Aḥmad, Diario della rivoluzione, a cura di Costanza Ferrini, trad. Patrizia Zanelli, Lushir, Lucera, 2011: 3-7.
[27] Il Movimento Ennahda: Ḥarakat al-Nahḍa (Movimento della Rinascita), è un partito politico tunisino di orientamento islamista moderato, la sua fondazione come movimento risale al 1972, riconosciuto ufficialmente come partito politico nel 01 marzo del 2011, dopo la caduta del regime di Ben Alì avvenuta nel 14 gennaio del 2011, a seguito della cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini.
[28] Dopo la vittoria del partito islamista Ennahda alle prime elezioni post-Ben Alì, e dopo il tentativo da parte dello stesso di diffondere nel Paese idee e comportamenti di matrice principalmente conservatrice e dato il livello culturale e civile raggiunto dal popolo tunisino, la maggior parte dell’opinione pubblica e particolarmente degli intellettuali e dell’élite negli ambienti culturali e politici (di sinistra) sostengono che il partito era sostenuto dagli USA, e da alcuni paesi del Golfo, dal Qatar in primis, per sconvolgere il processo democratico.
[29] Intervista del 15/12/2012, cit.
[30] Ibid.
[31] Ibid.
[32] Yusuf al-Qaradāwi: (1926-2022), è un religioso musulmano sunnita qatariota di origine egiziana.
[33] M. S. Omri A revolution of Dignity and Poetry, cit.: 140.
[34] M. S. Awlad Aḥmad, Diario della rivoluzione, cit.: 3-7.

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Mohamed Fatnassi, dopo aver conseguito nel 2012 una Laurea Magistrale in Letterature Comparate presso l’Università degli Studi di Genova, dal 2016 è docente universitario di civiltà e letteratura italiana presso l’Istituto Superiore delle Lingue di Moknine, Università di Monastir (Tunisia). Dal 2022 è dottorando di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “La Sapienza” con un progetto di ricerca dal titolo “La poesia politica e civile nel secondo Novecento. Uno studio comparativo tra alcune poesie di Pier Paolo Pasolini e Nizar Qabbani in un’ottica europea”.

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