In un periodo instabile come quello attuale, una fase di grande incertezza ecologica, politica ed economica, anche una serie televisiva può fungere da eco del nostro tempo. La fantascienza, in particolare, un genere nato dalla narrativa popolare e sviluppatosi nei primi del Novecento, è stata fin dalla nascita un modo efficace di esplorare l’inesprimibile, cioè i tormenti e le angosce della società moderna alle prese con cambiamenti sempre più radicali e veloci. Questo tipo di narrativa speculativa, come scrive lo scrittore e sceneggiatore Neil Gaiman, «prende un aspetto dell’oggi che ci preoccupa o sembra pericoloso e lo amplia, estrapolando le conseguenze fino a permettere al pubblico di vedere cosa stia succedendo in realtà, ma da un punto di osservazione e da un’angolatura inediti»[1]. Da questo punto di vista, la letteratura e il cinema di genere hanno il potere di agire sul nostro immaginario: quando sono efficaci consentono, grazie allo straniamento da essi prodotto, di porsi alla giusta distanza per guardare meglio certi meccanismi della realtà in cui viviamo [2]. La fantascienza, insomma, non parla solo di altri mondi o realtà parallele: parla del nostro presente.
È sotto questa luce che intendo analizzare Pluribus, una serie televisiva statunitense prodotta dalla piattaforma Apple TV Plus che vede come protagonista l’attrice Rhea Seehorn. Curata dallo showrunner Vince Gilligan, autore di fiction di grande successo come Breaking bad o Better Call Saul, Pluribus è una vera e propria ucronia che guarda con acume alla società occidentale contemporanea e che spinge gli spettatori a interrogarsi sul suo sistema politico, economico e ideologico. La maggior parte delle analisi critiche ha interpretato questo prodotto come un monito contro i totalitarismi e l’intelligenza artificiale; tuttavia, penso che la serie sia ben più densa di così.
Lo spunto iniziale è semplice: in un presente alternativo i radiotelescopi captano un messaggio alieno che, una volta decriptato, fornisce agli scienziati le istruzioni per sintetizzare una molecola sconosciuta. L’enzima contiene il codice RNA di un virus che, propagandosi per via aerea, infetta in brevissimo tempo il genere umano connettendolo ad un’unica mente-alveare.
Da questo momento, pur mantenendo il ricordo della propria individualità, le singole personalità si fondono e, mettendo al primo posto l’imperativo categorico del non far del male ad alcun essere vivente, cominciano a lavorare per il bene e il progresso comune. Al virus sono però immuni tredici persone in tutto il mondo, tra queste la protagonista Carol Sturka, scrittrice di romanzi fantasy/rosa di grande successo ma artisticamente scadenti. Incapace di accettare la situazione e sconcertata dall’affabilità, per lei sospetta, di chi la circonda, la donna cerca di mettersi in contatto con le altre persone non connesse per trovare una soluzione in grado di riportare il genere umano alla normalità.
La serie pone numerose questioni sociologiche, filosofiche e antropologiche: la relazione tra individuo e società; la paura del totalitarismo e i rischi dell’alienazione; il rapporto tra dissenso e consenso nelle società democratiche; il libero arbitrio; la riflessione sulla natura umana. Queste tematiche sono sviluppate attraverso il ricorso all’immagine della mente-alveare, topos classico della produzione di genere fantascientifico.
I romanzi dello scrittore e filosofo Olaf Stapledon, The Last and First Men del 1931 e Star Maker del 1937, e il racconto Childhood end di Arthur C. Clarke del 1953, ad esempio, se ne erano serviti per rappresentare metaforicamente la paura del comunismo o dell’alienazione prodotta dalla civiltà industriale; il libro di Jack Finney L’invasione degli ultracorpi, cui il regista Don Siegel si ispirò per l’omonimo film, metteva in scena le ossessioni maccartiste sulle spie sovietiche negli Stati Uniti; per non parlare di uno dei capolavori della fantascienza mondiale, L’alveare di Hellstrom (1973) di Frank Herbert. In ambito televisivo, poi, un’efficace rappresentazione della mente-alveare è stata rappresentata nell’universo fantascientifico di Star Trek – The Next Generation (1987-1994) dai minacciosi Borg: una razza di esseri cibernetici il cui unico fine è perfezionarsi tramite l’assimilazione fisica e culturale di nuove razze. Essi vivono in “collettivi” a forma di cubo, non hanno emozioni (o non le mostrano), sono improntati all’estrema efficienza e per loro la morte individuale è irrilevante. L’assimilazione borg è un atto aggressivo che priva ogni nuovo drone [3] della sua soggettività collegandolo alla collettività. Tra i Borg, infatti, non esiste un io ma solo un Noi, come affermano al momento della cattura:
«Noi siamo Borg, le vostre armi sono irrilevanti. Arrendetevi, ora! Sarete assimilati. La vostra collettività sarà assoggettata alla nostra, le vostre caratteristiche tecnologiche e biologiche si uniranno alle nostre. La vostra vita, così come l’avete conosciuta, è finita! La resistenza è inutile!» [4].
Di tono differente, ma non meno inquietante, è il Noi di Pluribus: qui l’assimilazione non si accompagna a minacce e violenza, ma ha comunque i tratti dell’ineluttabilità. Tutte le identità individuali assorbite entrano a far parte di una coscienza interconnessa il cui comportamento collettivo richiama la struttura sociale e la comunicazione delle api, le quali vivono in sciami, composti da individui limitati che hanno interessi comuni e rispetto reciproco, in cui il potere decisionale viene suddiviso tra tutte le esploratrici.
Lo “sciame” di Pluribus, il cui tratto distintivo è la felicità di tutti i suoi componenti, è improntato, senza alcuna possibilità di deroga, a gentilezza, ottimismo ed efficienza. Nel nuovo mondo, infatti, non c’è più spazio per sofferenze, omicidi o crimini: a uomini e donne non è più permesso uccidere altri esseri viventi, nemmeno gli insetti, e neanche per nutrimento. Apparentemente interessato a soddisfare ogni desiderio degli umani rimasti immuni alla connessione, l’alveare promette un mondo che finalmente funziona efficientemente grazie a una cultura condivisa. E sarà proprio questo funzionamento della Struttura, cioè questa bontà e questo rispetto cui nessun membro del Sistema può sottrarsi, che Carol cerca di sfruttare per tornare al mondo di prima.
La struttura sociale che la mente-alveare sviluppa in Pluribus può anche ricordare la famosa isola Utopia di Thomas More (1516). Utopia è un luogo che non esiste, in cui vige l’armonia della vita comunitaria, l’esaltazione dell’uguaglianza, l’abolizione della proprietà privata, il pacifismo e il rispetto per ogni religione, seppur con alcuni limiti. Tuttavia, agli abitanti dell’isola è impedito di muoversi senza autorizzazione e ogni trasgressione comporta una severa punizione. More usa la sua immaginazione per criticare ferocemente la società inglese del primo Cinquecento, segnata da una crescente povertà urbana e da enormi disuguaglianze. Il mondo utopico di Pluribus, pur non essendo del tutto sovrapponibile a Utopia, porta sullo schermo dilemmi etici paragonabili a quelli sollevati da More. Ogni “società perfetta”, insomma, ha sempre un prezzo: la perdita della libertà individuale, del libero arbitrio, la fine della proprietà privata e della privacy. Di fatto tanto Utopia quanto la società di Pluribus sono efficaci rappresentazioni di un paradosso: presentandosi come società chiuse e senza difetti, impediscono ogni forma di cambiamento, contraddicendo il loro intento originario, cioè di porsi come un tentativo efficace di rendere il mondo un posto migliore [5].
L’ambivalenza della divisione Uno/Molti e dell’opposizione consenso/dissenso costituisce l’ambiguità allegorica di Pluribus, stilizzato in Plur1bus, il cui titolo deriva dall’espressione E pluribus unum («Da molti, uno»). Tale locuzione latina, erroneamente attribuita al poeta Virgilio, è nota per essere stata a lungo il motto non ufficiale degli Stati Uniti d’America, cioè la rappresentazione dell’unione delle ex colonie inglesi in una singola nazione e, successivamente «dell’integrazione di diverse etnie in un unico popolo» [6]. Ma per lo spettatore, che quando spegne la TV o disattiva lo streaming assiste alle derive neofasciste della politica americana targata MAGA, con la sua difesa esasperata della libertà individuale (di un segmento della popolazione, quello bianco WASP) da una parte e la persecuzione poliziesca delle minoranze e del dissenso dall’altra, il motto E pluribus unum appare oggi ironico e inquietante.
La storia raccontata in Pluribus va allora oltre la semplice denuncia del rischio totalitario (in politica e in tecnologia) e arriva proprio durante una vistosa crisi della cultura statunitense, i cui ingranaggi, per anni sapientemente celebrati da Hollywood, sembrano sempre più arrugginiti. Essa ci spinge a riflettere sul funzionamento dell’America contemporanea e dell’Occidente: sull’integrazione non proprio realizzata, sui diritti sociali, civili e politici che dividono il campo con la militarizzazione della vita pubblica. E ci costringe anche a interrogarci sulla natura di alcuni concetti – libertà, individualità, comunità – che grandi pezzi delle nostre società stanno sempre più utilizzando come grimaldelli per indebolire le democrazie per come le abbiamo conosciute.
L’ambiguità di Pluribus, infatti, è quella dell’eterna divisione tra individuo e società. L’opposizione ferma di Carol Sturka all’assimilazione consente allo spettatore di riflettere su una possibilità: la libertà individuale può essere messa in secondo piano rispetto all’armonia collettiva? Ma allo stesso tempo: la libertà può esistere senza la responsabilità? Se una società priva della possibilità di decidere autonomamente, qui rappresentata non come esito di processi storici, ma come effetto di un virus, è un’aberrazione inaccettabile, siamo poi così sicuri che libertà senza vincoli sociali che in tanti oggi vogliono venderci sia l’antidoto? Nei Grundrisse Marx scrive ad esempio che l’individuo isolato è una finzione della società borghese e che in realtà esso è il risultato dei rapporti sociali ed economici. L’illusione dell’uomo borghese è pensare di essere unico, speciale e soprattutto libero. Questa visione, dice Marx, risulta indispensabile per l’affermazione della classe borghese, che per sopravvivere esige individui liberi e indipendenti, concedendo di fatto una forma illusoria di libertà a chi non possiede i mezzi di produzione.
Il personaggio di Carol, in quest’ottica, perfetto prodotto della società capitalistica, un soggetto libero assoggettato, secondo una lettura post-strutturalista, è costruito benissimo e non sembra un caso sia stato caratterizzato così: scontroso, individualista e altezzoso nel mondo vecchio (sfrutta la popolarità che si è guadagnato e tratta con sufficienza i fan che comprano i suoi libri); ostile, capriccioso e indisponente nel mondo nuovo (sfrutta la gentilezza forzata degli altri e il cortocircuito che innesca in loro quando si arrabbia e mostra di stare male). Nonostante sia la protagonista e nonostante l’inquietudine in cui ci trascina la società alveare post virus, insomma, Carol non fa proprio nulla per catturare la nostra empatia, restando una figura sfuggente tanto quanto le persone-api connesse intorno a lei.
In fondo l’ambiguità della fantascienza di Pluribus, che è anche la sua forza, sta nel proporre allo spettatore domande, non risposte, oltre a un ventaglio di possibilità per immaginare il presente e il futuro. Le trame complesse e orizzontali dello storytelling moderno ci consentono di pensare a periodi lunghi nello sviluppo di una storia che concedono allo spettatore tempo per considerazioni e personali approfondimenti, in attesa delle prossime tre serie che completeranno il racconto e che aspettiamo prima di giungere a conclusioni definitive.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Gervasini, 2022:13
[2] Ivi: .9
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Borg_(Star_Trek) (consultato il 13/02/2026)
[4] Ibidem
[5] Muzzioli, 2021: 17
[6] Santoro, 2025.
Riferimenti bibliografici
BASSO
Luca Basso, Critica della società nei Grundrisse. Tra indifferenza e individuazione in Marco Gatto (a cura di) Marx e la critica del presente, Rosenberg & Sellier, 2021.
BERNINI
Lorenzo Bernini, Le teorie queer. Una introduzione, Mimesis edizioni, Milano, 2017.
BORDWELL
David Bordwell, Reinventing Hollywood: How 1940s Filmmakers Changed Movie Storytelling, Chicago, University of Chicago Press, 2017.
GERVASINI
Mauro Gervasini, Se continua così. Cinema e fantascienza distopica, Mimesis edizioni, Milano, 2022.
MITTELL
Jason Mittel, Complex TV. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv, Minimum Fax, Roma, 2017.
MUZZIOLI
Francesco Muzzioli, Scritture della catastrofe. Istruzioni e ragguagli per un viaggio nelle distopie, Meltemi Editore, Milano, 2021.
SANTORO
Giuliano Santoro, Distopie e utopie di Pluribus, Jacobin Italia, 29 dicembre 2025 [https://jacobinitalia.it/distopie-e-utopie-di-pluribus/].
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Stefania Donno, vive a Milano e lavora come Art Digital Director freelance e docente in Discipline Audiovisive e Multimediali presso il Liceo Artistico Statale di Brera. Si è specializzata in fotoreportage seguendo workshop formativi con Stefano De Luigi e Jodi Bieber. Dal 2007 collabora come fotografa e Art Director per numerose aziende e fondazioni non profit. Ha realizzato reportage in Italia e nel mondo e ha seguito campagne pubblicitarie di comunicazione. Dal 2014 al 2019 è stata l’assistente dell’artista contemporanea Julia Krahn per cui ha curato la comunicazione e l’editing delle opere video artistiche.
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