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Piccola storia di una cittadinanza onoraria

con il Sindaco Molino e il vicesindaco  La Marra

con il Sindaco Molino e il vicesindaco La Marra

di Muin Masri 

Da piccolo sognavo di viaggiare per poi tornare a casa e raccontare storie pazzesche di mondi lontani. Avrei potuto avere, così, il rispetto e l’ammirazione di tutti e avrei conquistato la mia bellissima cugina. Era così, quando qualcuno del mio paese tornava da un lungo viaggio tutti gli chiedevano consigli e lo ascoltavano affascinati: si partiva poveri, senza arte né parte, e si tornava saggi.

Con il passare del tempo è diventato sempre di più difficile viaggiare e tornare a casa come e quando ti pare. A Nablus, come in tutta la Palestina, l’occupante militare ha stretto il suo assedio con leggi assurde e l’obbligo di disporre di permessi di viaggio quasi impossibili da ottenere. Addio gloria, addio fantastica cugina, addio storie di altri mondi.

Da piccoli, i ragazzi qui a Ivrea, inizialmente mi chiedevano curiosi: “Papà, raccontaci storie della tua infanzia a Nablus”. Io non vedevo l’ora, finalmente avevo il mio pubblico! Dopo un po’, però, i ragazzi, sempre curiosi, mi dicevano: “Papà, basta con il palestinese triste! Vogliamo sentire delle belle storie, per favore”. E come dare loro torto, tutti i miei racconti di Nablus finivano in tragedia e non sempre per colpa dei protagonisti. Descrivevo loro, per esempio, la foto della mia classe in prima elementare dove eravamo in 39 alunni mentre nell’ultima, quella della maturità, eravamo rimasti in solo 17, gli altri o erano stati uccisi dai soldati o erano morti di malattie infantili in altri luoghi ampiamente sconfitte.

Oppure raccontavo loro la storia di Samira, promessa sposa che da trent’anni aspetta chiusa nella sua stanza, con l’abito bianco mai indossato, il suo futuro marito Omar che i soldati hanno ucciso all’ultimo checkpoint il giorno del matrimonio. Oppure la storia di Karim, un genio della matematica nato con 11 dita nelle mani e noi, un po’ per invidia e un po’ perché era scarso con il pallone, non lo facevamo mai giocare a calcio; lui, poverino, si tagliò l’undicesimo dito per farsi accettare dal gruppo. Oltre alle complicazioni cliniche, fummo tutti sospesi dalla scuola per una settimana.

Nablus, La mia  famiglia

Nablus, La mia famiglia

Sono quasi 41 anni che sono partito da Nablus, pochi soldi in tasca, tanta confusione per la testa e molta paura, un solo desiderio: sentirmi libero, anche solo per un giorno. E una promessa, anzi due: avrei reso omaggio ai miei amici che non ci sono più e sarei tornato a Nablus solo con tante belle storie. La prima è abbastanza facile, la seconda è sempre più impossibile: i soldati hanno preso quasi tutto, la casa, i campi di grano, gli ulivi e, come se non bastasse, hanno imprigionato per sempre il nostro futuro.

Come posso raccontare delle belle storie ad un popolo in prigione? Come posso raccontare cosa sono la felicità, la libertà e l’amore in tutte le sue forme a gente che non ha mai vissuto un giorno di gioia? Come posso dire che in Italia e altrove si può sognare in pace? Come posso raccontare che il 24 gennaio 2026 mi è stata conferita la cittadinanza onoraria di Candia Canavese proprio a loro che non hanno neanche la cittadinanza a casa propria? Per il momento mi accontento del mio unico pubblico, i miei figli, i miei amici italiani, e già un sogno.

Ma torniamo all’inizio, al principio della nostra giornata speciale…Il 7 maggio dell’85, quando sono arrivato nel Belpaese, guardavo ovunque e mi sentivo felice e allo stesso tempo smarrito. Felice perché ero finalmente libero: niente soldati, niente coprifuoco, niente violenza né ingiustizia, niente paura. Poi, appena smettevo di abbracciare con lo sguardo la nuova vita, mi sentivo orfano di ricordi, attorno non avevo nulla di familiare.

Questa altalena di sentimenti tra felicità e smarrimento mi ha accompagnato per un po’ di tempo, finché un giorno, non so come, non so perché, ma io non faccio mai domande scomode a sua maestà il destino, la vita mi ha portato qui a Candia, il tempo per prendere confidenza con i candiesi e imparare qualche parola di dialetto, ed è stato subito casa. Qui ho travato tutto ciò che fa di un posto una casa: i suoni, i profumi, le usanze e il calore, gli abbracci, i sorrisi, il torneo di calcio, le feste, il carnevale, i Faseuj e quajette, la bagna càuda, lo spirito di comunità. Qui ho trovato il luogo dove lo straniero smette di sentirsi forestiero, qui ho trovato amici, fratelli, amore e i figli.

Nablus, amici e parenti

Nablus, amici e parenti

Qui, ovunque mi volti, lo sguardo mi trasmette ricordi, belli, intensi e a tratti commoventi. Qui ho iniziato a costruire i miei sogni e questo grazie all’affetto e alla fiducia di chi mi ha accolto come uno di loro senza mai farmi sentire di troppo e senza mai chiedermi nulla in cambio. Anche se un po’ di smarrimento mi è rimasto: non so mai dove sia veramente casa mia: Nablus o Candia? La Palestina o il Canavese? La prima mi ha dato la vita, la seconda mi ha fatto rinascere. La prima mi ha insegnato a resistere, la seconda mi ha insegnato che la vita è un dono prezioso.

Io sono grato a tutti voi e vorrei dedicare questo riconoscimento agli amici qui presenti, agli amici candiesi che non ci sono più ma sarebbero stati felici per me: Gianni Vassia, Anselmo Chiolino e don Carlo. Lo vorrei dedicare alla mia famiglia, ai miei figli, le mie vere radici, con loro ho smesso di sentirmi come una foglia d’autunno alla quale basta un soffio di vento per finire a terra. E se l’albero non è niente altro che un’esplosione di semi, i figli per lo straniero sono un’esplosione d’amore. Lo vorrei dedicare al mio primo editore, Alberto Gozzi, che ha educato alla libertà il palestinese che c’era in me, raccontandomi cos’era l’Italia sotto il Fascismo, cos’è diventata l’Italia dopo la Liberazione. Lo vorrei dedicare al mio ultimo editore, Marco Cima, che ha valorizzato, protetto e liberato il canavesano timido che ho dentro.

Con il Sindaco Mario Mottino

Con il Sindaco Mario Mottino

Lo vorrei dedicare a tutte le persone che sono costrette a scappare da casa loro e vagare per il mondo in cerca di un po’ di pace e di un sogno da vivere e condividere e a tutte le persone che rimangono nella loro patria, a volte per scelta e a volte perché sono costrette, sapendo di rischiare la vita. La vorrei dedicare a tutte le persone, come l’amico Mauro Berruto, che dedicano una parte importante della loro vita al prossimo. Mister, non voglio deluderti o raffreddare l’entusiasmo, ma tieni conto che noi siamo consapevoli che non saremo mai campioni del mondo e forse non vinceremo nemmeno una partita; noi, quando scendiamo in campo, lo facciamo per vincere la vita e non è così scontato perché in campo tutti giocano scorrettamente, sono sleali, arbitro compreso, cambiano le regole del gioco a loro piacimento. Di recente hanno cercato di cambiare la “definizione di bambino”.

Infine, vorrei dedicare questo bellissimo momento alla vita che è sempre stata generosa con me, ogni mattino apro gli occhi e non so mai come ringraziarla. Grazie al Sindaco Mottino, grazie al Vicesindaco La Marra e a tutta l’Amministrazione Comunale di Candia. Da quando il Sindaco mi chiamò per comunicarmi la bella notizia, ho in testa questo pensiero: considerato il momento storico in cui viviamo, mi domando quanto coraggio, quanto amore profondo e quanta libertà di pensiero ci sono dietro un gesto apparentemente così semplice come dare la prima cittadinanza onoraria nella storia del comune di Candia ad un palestinese. Sono commosso e spero di essere all’altezza di questo onore, essere il primo non è mai facile, anzi, è una responsabilità perché bisogna essere da esempio a chi viene dopo e fare il possibile per non deludere le persone che ti hanno dato fiducia. Di nuovo, grazie Mario di questo bellissimo sogno che Candia mi ha donato ancora una volta.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026

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Muin Masri, di Nablus (Palestina), in Italia dal 1985, ha studiato informatica al Ghiglieno di Salerano e si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Torino. Ha esordito nel 1994 con Racconti?, una raccolta bilingue (italiano – francese) pubblicata da Scriptorium. Ha pubblicato, tra l’altro, il miniracconto Le mutande nere (Goethe Institut, 1996), i romanzi Il sole d’inverno (Lupetti & Fabiani, 1999), Pronto ci sei ancora? (Portofranco, 2001 – Lochness libri, seconda edizione 2006) e Io sono di là (Michele di Salvo – Traccediverse, 2005). Nel 2001 ha realizzato Viaggio di sola andata, cinque episodi trasmessi da Radiotre nell’ambito del programma Centolire. Nel 2007 ha pubblicato due contributi nelle raccolte Cuori migranti (a cura di Lorenzo Dugulin – CACIT Editore) e Mondopentola (a cura di Laila Wadia – Cosmo Iannone Editore). Ha partecipato alla rassegna “Autori per Roma – la città e il mondo” con il testo teatrale “Mamma a Roma. Stop” (a cura del Teatro Eliseo e del Comune di Roma). Nel 2008 ha pubblicato il racconto “Estraneità” incluso nella raccolta Amori Bicolori (a cura di Flavia Capitani ed Emanuele Coen – Contromano, Editori Laterza). Dal 2007 al 2011 ha collaborato alla rubrica “Cronache italiane” per il settimanale Internazionale. Nel 2015 ha pubblicato con Streetlib e in formato ebook i racconti “Il fantasma, la vergine e lo spirito santo”. Nel 2024 ha pubblicato Vendesi croce con www.edizioninautilus.it di Torino.

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