Introduzione
Arrivata in Italia dal Perù da oltre 40 anni, mi sono sempre occupata della tutela degli immigrati, con un’attenzione del tutto particolare al sostegno delle donne. Nello svolgimento dei miei compiti ho avuto spesso modo di maturare la convinzione che il Perù e l’Italia non sono due Paesi così lontani sotto l’aspetto socio-culturale. Tra di essi vi è un intreccio nella storia degli ultimi secoli, specialmente dopo la fine dell’era coloniale e la conquista a partire dal bene così caro dell’indipendenza.
A questo riguardo voglio citare un episodio forse non da tutti conosciuto, che riguarda il nostro “libertador” Simòn Bolivar (1783-1830). Figlio di un’agiata famiglia di Caracas, rimase presto orfano e ricevette un’ottima formazione militare e perfezionò gli studi in storia, lingue e scienze, in Europa, dove, a Madrid, si sposò, rimanendo però ben presto vedovo. Infatti, dopo l’arrivo in Venezuela nel 1802, un serio attacco di febbre gialla fu fatale alla moglie Maria Teresa Rodrigue. Presa di nuovo la via dell’Europa, Simòn Bolivar si recò anche a Roma dove, a Montesacro, giurò solennemente di impegnare la sua vita per liberare l’America Latina dalla colonizzazione spagnola.
L’intreccio tra i due Paesi poi continuò in altri modi, come di seguito esporrò, ma qui voglio aggiungere qualcosa sul nostro Libertador. Dopo le sue battaglie vittoriose, egli fu nominato Supremo dittatore del Perù dal 1824 al 1826 e suo presidente dal 1826 al 1827. Morì nel 1830, all’età di soli 47 anni, a Santa Marta in Colombia.
Nel gruppo di studio sulla storia, che ho promosso e del quale hanno fatto parte diverse donne peruviane residenti in Italia da svariati decenni, mi sono soffermata sulla figura del Libertador e di altri personaggi peruviani e italiani, che ho selezionato secondo la loro funzionalità a illustrare la tesi che ispira questo saggio e per enfatizzare la necessità di una convinta e non superficiale integrazione della consistente comunità peruviana in Italia, così come nel passato hanno fatto i numerosi italiani che si sono stabiliti in Perù.
Durante lo svolgimento del gruppo di studio con le donne peruviane di cui sopra, ho continuamente sottolineato che la storia ci aiuta a essere più sicure, che, negli eventi del passato, non dobbiamo fermarci solo agli aspetti più appariscenti, e che meritevoli di attenzione sono anche le vicende degli italiani andati a risiedere in Perù: Peraltro, la stessa storia italiana merita di essere conosciuta perché riguarda il Paese nel quale oggi noi risediamo e perché gli italo-peruviani come i peruviani-italiani sono dei ponti che collegano le due realtà. Per questo motivo il gruppo di lavoro si è spostato a visitare luoghi storici della città di Roma, sia direttamente collegati con il Perù, sia carichi di un simbolismo significativo a livello mondiale, come il Ghetto degli ebrei.
Col gruppo di lavoro, più volte richiamato, l’attività si è indirizzata anche alla ricerca di donne che meritano di essere proposte all’attenzione per avere svolto un ruolo importante (anche se ai più sconosciuto) a vari livelli (storia, scienze, cultura), meritevoli perciò di essere valorizzate in aggiunta a quelle qui presentate.
Il primo paragrafo di questo articolo delinea il quadro teorico nel quale si sono inserite le migrazioni per ragioni di lavoro, a partire dalla civiltà degli Inca, che i conquistatori spagnoli abbatterono, trasformandolo nel vicereame spagnolo. L’accesso nella nuova colonia per un lungo periodo fu consentito solo agli spagnoli, con l’unica eccezione ammessa a favore dei liguri, la cui presenza era ritenuta di grande funzionalità per la loro conoscenza delle tecniche navali. Il periodo della restaurazione postnapoleonica e delle lotte risorgimentali vide arrivare in Perù patrioti, nobili e borghesi di grande valore migrati per sottrarsi ai pericoli della repressione. Dalla fine dell’Ottocento iniziarono le migrazioni di lavoratori in partenza da diverse regioni italiane che, con diverso andamento nelle varie fasi storiche, ci hanno portato alla situazione attuale. Ho cercato, seppure con brevi cenni, di dare un’idea precisa su quanto avvenuto, soffermandomi sullo sviluppo del Perù e sull’apporto dato da alcuni rappresentanti della comunità italiana.
Il secondo paragrafo riferisce ad alcuni italiani illustri che si sono stabiliti in Perù e hanno dato un notevole contributo al Paese (Antonio Raimondi e Giuseppe Garibaldi).
Il terzo paragrafo è dedicato a figure di peruviani distintisi i per aver preso a cuore l’emancipazione dei lavoratori e delle donne, fortemente ispirati ai valori della giustizia sociale e della solidarietà: Flora Tristàn e Josè Carlos Mariàtegui, figure non abbastanza conosciute in Italia: La prima ha operato prevalentemente in Gran Bretagna, ma con una buona conoscenza della situazione sociale in tutta Europa, e il secondo ha operato prevalentemente in Perù ma ha vissuto anche in Italia. Queste mie scelte, pur essendo tutt’altro che scontate, sono servite a meglio illustrare la tesi che mi ha ispirato.
Infine, le conclusioni, dimostro che i propositi iniziali che mi hanno spinto a scrivere questo saggio ne escono rafforzati, come avremo modo di vedere, come anche risulta rafforzata la mia convinzione che, constatate le carenze del Paese che accoglie nell’impegno per l’integrazione, non debba mancare l’apporto degli immigrati basato sulla consapevolezza di essere parte integrante del nuovo Paese, e di doversi preparare in maniera adeguata a livello sociale, non solo per far valere i propri diritti ma anche per cercare dinamicamente con gli italiani di contribuire ad una società più coesa, anche quando la propria situazione personale o familiare non è perfetta, perché se si restasse in attesa di questa situazione ottimale, le cose continuerebbero a svilupparsi senza il loro apporto.
L’impegno che propongo è tutt’altro che scontato. Io stessa, pur avendo conosciuto nell’università diversi aspetti tra quelli qui presentati, ho sentito il bisogno di rileggerli in maniera più approfondita così da potermene servire a sostegno del mio intento formativo inteso a mostrare che il Perù e l’Italia non sono due realtà estranee. Per rafforzare questa mia convinzione è anche il fatto che il contatto tra i due Paesi è vissuto a livello molto esteso, seppure il più delle volte implicito, tra la popolazione peruviana, non solo perché quasi tutte le famiglie in Perù hanno introdotto la pasta, cucinata nei modi più fantasiosi, ma ancor di più perché sono molto numerosi i matrimoni misti e gli itali-peruviani sono ad oggi centinaia di migliaia.
Un sommario quadro storico sui flussi migratori tra i due Paesi
Il periodo della civiltà Inca
Quando si parla degli Europei come continente civilizzatore si dimentica quasi sempre che le terre da loro colonizzate non erano prive di una loro civiltà, anche se diversa: così è stato anche per il Perù con la sua antica civiltà Inca, molto interessante sotto l’aspetto culturale e sociale, che però poco interessava ai conquistatori spagnoli motivati solo a sottomettere quelle popolazioni, a imporre la loro maniera di vivere e a convertirli all’unica vera religione, quella cristiana, a prescindere dai dettami della loro coscienza e, infine, a impadronirsi delle loro ricchezze.
L’impero Inca si era sviluppato tra il XII e il XVI secolo. Gli Inca, quindi, furono sottomessi con la forza e la loro organizzazione fu completamente disarticolata. Nella società coloniale ai vertici si collocavano i conquistatori, tra i quali molti si sposarono con le principesse Inca, formando una società meticcia. E ciò fu funzionale al governo degli spagnoli. La meticcia più famosa fu Francisca Pizarro Hauylas Yupanqi. Paradossalmente la nobiltà Inca riuscì a sopravvivere nel periodo coloniale e scomparve, invece, quando il Paese diventò indipendente.
Il periodo della colonizzazione spagnola
Gli spagnoli arrivarono a quello che loro chiamarono “Nuovo mondo” nel 1492. Il Vicereame spagnolo del Perù comprendeva allora i territori dei seguenti Paesi: Perù, Bolivia Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Colombia, e anche parte del Brasile e del Venezuela. La città di Lima fu fondata da Francisco Pizarro il 18 gennaio del 1535 con il nome di “Città dei Re” in onore di Carlo V, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero. Lima fu la città più importante, dove aveva sede il Vice re. Qui il torinese Antonio Ricciardi fu il primo a impiantare a Lima una tipografia che portò con sé dal Messico, Nel 1584, tra le prime realizzazioni vi fu la stampa del catechismo cristiano nelle lingue quechua e aymara, effettuata dai gesuiti. Il periodo coloniale ebbe termine con la lotta per l’indipendenza, che il Perù ottenne con le armi il 28 luglio del 1821. Le famiglie Inca riuscirono a sopravvivere durante tutto il periodo coloniale e paradossalmente scomparvero nella fase in cui si arrivò all’indipendenza.
Nel periodo coloniale si svolse in Perù la prima e limitata immigrazione dall’Italia, seguita da altre due fasi. I flussi furono limitati perché gli spagnoli non permisero ad altri stranieri di stabilirsi in Perù. L’unica eccezione fu fatta per gli italiani della Repubblica Marinara Ligure, essendo la loro presenza quanto mai preziosa per le loro conoscenze di tutto ciò che riguardava le navi, incluse le riparazioni e la manutenzione. Nel 1532 gli italiani registrati nel Paese erano poche centinaia (343). Fu anche consentito l’accesso ai missionari ed in particolare ai Gesuiti che si distinsero nell’arte della pittura. Bernardo Democrito Bitti, della Compagnia di Gesù (1548–1610), fu un pittore italiano che introdusse il manierismo in Perù, fondativo della pittura coloniale. Alla sua scuola si riconduce l’opera di Matteo Pérez de Alesio (1547–1616).
Nel XVIII secolo il vice re Caracciolo (1715 -1789), principe napoletano e grande autorità di Spagna, fu l’unico italiano a essere nominato viceré a Lima dal 1713 al 1720. All’inizio dell’Ottocento egli fece venire dall’Italia un gruppo di artigiani, invitati a stabilirsi in Perù, che diedero il via a una scuola artistica molto dinamica. Nel secolo XVIII il compositore milanese Roque Ceruti (1683-1760) fece apprezzare nel Paese il barocco musicale italiano.
Il periodo degli esuli risorgimentali
La seconda fase dell’immigrazione italiana si svolge nella prima metà dell’Ottocento, nel periodo dell’Unità d’Italia e la terza si svolge dal 1885 fino alla Prima guerra mondiale (detta della grande emigrazione), per proseguire anche dopo in misura più contenuta. Nella fase intermedia furono protagonisti i patrioti risorgimentali che, dopo il Congresso di Vienna del 1815 e la restaurazione dei precedenti regimi, soppressi nel periodo napoleonico, presero la via dell’esilio per salvare la loro incolumità. Questi furono protagonisti di un certo livello culturale (come ci ricorderanno le figure di Raimondi e Garibaldi), la cui opera fu molto apprezzata da quei Paesi che proprio in quel periodo riuscivano a liberarsi del lungo dominio spagnolo e diventare Stati indipendenti. Il Perù per i genovesi era considerato un posto sicuro nel quale poter vivere e lavorare, potendo contare sul sostegno dei propri corregionali. Per questo motivo molti patrioti liguri, dopo la caduta di Napoleone, si misero in salvo recandosi in Perù, tra questi il dott. Emanuele Solari, nipote di Mazzini, allora fuoruscito a Londra e molto conosciuto anche in America Latina,
Si colloca in questo periodo l’approvazione della prima legge peruviana sull’immigrazione (1849). Al censimento del 1857 gli italiani a Lima risultarono 3.142. Si arrivò finalmente ad abolire la schiavitù (1854), abolizione peraltro contemplata già al momento di accesso all’indipendenza. In questo periodo la comunità italiana diventò quella più importante, preceduta solo da quella spagnola. L’arrivo di immigrati non aveva solo l’Italia come Paese di partenza, ma anche la Cina, da dove i flussi furono molto intensi tra 1850 e il 1880 e finalizzati all’esportazione del guano, un fertilizzante naturale. Lo scienziato Antonio Raimondi pronosticò l’esaurimento delle risorse del guano con grande disappunto delle società dedite al suo commercio con grandi profitti.
Tra il 1879 e il 1884 ci fu la Guerra del Pacifico, iniziata per la mancata soluzione di una controversia territoriale tra Cile e Bolivia e continuata con il coinvolgimento del Perù chiamato in aiuto della Bolivia, purtroppo con esito negativo per entrambi. Oltre ad aver sostenuto il conflitto con importanti risorse di per sé destinate allo sviluppo, i boliviani furono privati dell’accesso all’Oceano Pacifico. In questa guerra si distinse per il suo eroismo Francisco Bolognesi, un militare di origine italiana (1816-1880), figlio di un musicista genovese operante a Lima. Francisco viene ricordato come un eroe nazionale: fondamentale nella difesa di Arica si rifiutò di arrendersi affermando “Tengo deberes sagrandosi que cumplir”. Francisco Bolognesi è morto eroicamente in questa guerra.
L’impegno dei missionari italiani iniziato nell’Ottocento è proseguito per tutto il Novecento e continua tuttora. Il ruolo delle Congregazioni religiose italiane è notevole perché, oltre a svolgere la loro missione di evangelizzazione, si sono occupate di servizi socio-sanitari e della promozione culturale con risultati alquanto apprezzabili. Ai membri della Compagnia di Gesù, attivi già nei primi periodi della colonizzazione spagnola, si possono aggiungere i Salesiani, le congregazioni femminili, i Francescani e altri istituti. A partire dal secondo dopoguerra sono stati attivi anche i sacerdoti diocesani, i cosiddetti “Fidei donum” (titolo di un’enciclica di Pio XI che prevede per la prima volta questo tipo d’impegno per le diocesi italiane). Nel dopoguerra è stato anche considerevole l’apostolato delle organizzazioni di volontariato internazionale.
Il periodo delle migrazioni di massa
Nel terzo periodo, quello delle migrazioni di massa, dopo l’Unità d’Italia, vide poveri contadini e modesti artigiani riversarsi, sia nelle Americhe che in Australia, alla ricerca, se non proprio della fortuna inizialmente agognata quanto meno di una garanzia di sopravvivenza per sé e per i propri familiari. Il Perù, tra la fine dell’Ottocento e la Prima Guerra Mondiate fu una metà ricercata, anche se non allo stesso livello di Argentina e Brasile.
L’arrivo in Perù era inizialmente abbastanza complesso (durava più mesi), fu facilitato dopo la inaugurazione (1914) del Canale di Panama, che unì l’Oceano Atlantico con l’Oceano Pacifico. Il Canale fu progettato dall’ingegnere inglese John Lloyd su commissione di Simón. Bolivar. Alla realizzazione del canale lavorarono anche molti italiani. Nel periodo tra le due guerre i flussi diminuirono e questo fu una fase di consolidamento dell’inserimento della comunità italiana. Ad arrivare non furono solo quelli che partivano dalla Liguria ma anche quelli provenienti dal Meridione e, a differenza di quanto avveniva in Argentina e in Brasile, non si trattava di gruppi di coloni che andavano a lavorare la terra.
A questo riguardo, il Perù come l’intera America Latina, mostrò di avere verso gli italiani, i meridionali d’Europa, un pregiudizio positivo, in quanto venivano da quella stessa area geografica dalla quale vennero i colonizzatori ed erano segnati da una storia prestigiosa. Non si può dimenticare questo aspetto, non solo perché contrastava con l’atteggiamento di superiorità e di disprezzo degli altri Paesi, ma anche perché accelerava il processo di integrazione. Un incubatore d’integrazione fu il fatto che gli italiani, essendo arrivati soli, si sposavano molto spesso con donne del Perù e così facendo avevano un percorso facilitato all’integrazione. Invece, come risaputo, i figli di donne italiane trasferitesi in Perù avevano l’accesso sbarrato all’acquisizione della cittadinanza italiana perché la trasmissione per via materna fu riconosciuta solo nel 1945. In Italia la possibilità della doppia cittadinanza è stata ammessa solo nel 1992.
Già a partire dal periodo coloniale oltre ai marinai e agli esperti di tecniche navali e ai missionari, si riversò in terra peruviana una nutrita schiera di operai, artigiani, commercianti, imprenditori, artisti, scienziati e guerrieri. Le relazioni diplomati sono state avviate tempestivamente con l’Italia unificata e perfezionate con diversi accordi nel corso degli anni. Le attività economiche degli italiani in Perù riguardarono l’agricoltura (cotone e canna di zucchero) in campi comprati o presi in affitto. In alcune di queste aziende lavoravano i colies cinesi. L’andamento economico andò migliorando per gli italiani, ma la navigazione a vapore ridusse gli spazi alle aziende commerciali della comunità italiana, che comunque si affermava in tutti i settori produttivi.
La forte presenza imprenditoriale italiana in Perù fu attestata dal cosiddetto Banco Italiano, fondato nel 1889, in seguito diventato il Banco del Credito del Perù. È necessario sottolineare che i personaggi illustri furono parecchi, essendo l’integrazione un processo comunitario e non restringendosi unicamente a qualche personaggio cresciuto al suo interno. Il musicista, considerato il più influente della seconda metà dell’Ottocento fu il ligure Claudio Rebagliati (1843-1909), compositore musicale attivo a Lima e figura di grande spicco tra tutti i musicisti italiani del Paese. Bisogna ricordare anche il contributo italiano alla realizzazione di servizi indispensabili al buon funzionamento della società. La prima compagnia dei pompieri in Perù fu fondata il 15 aprile 1866 da un gruppo di 150 italiani. Un’altra iniziativa del genere nacque a Callao nel 1873 e fu autorizzata per iscritto da Garibaldi a portare il suo nome. Prezioso fu l’apporto imprenditoriale italiano. Tra il periodo di sfruttamento del guano e la ricostruzione post-bellica si collocano le fortunate vicende della famiglia Larco, diventata una delle più in vista del Paese: il capostipite, Giuseppe Alberto Larco era un sardo nato ad Alghero (1830-1900), che si trasferì in Liguria e da lì in Perù.
La fase attuale degli italo-peruviani
La comunità italiana residente in Perù, per ringraziare dell’accoglienza ricevuta, per celebrare i primi 100 anni dell’indipendenza del Perù, fece costruire il Museo d’Arte Italiano, con il sostegno del Banco di Credito (struttura fondata nel 1889). Attualmente, secondo le stime correnti, i peruviani con ascendenze italiane sarebbero un milione e quattrocentomila, mentre quelli che hanno la cittadinanza italiana sono 36.000 (AIRE 2923).
La cultura italiana è molto apprezzata: sono alcune decine di migliaia a studiarla ogni anno grazie all’impegno dell’Istituto Italiano di cultura, delle diverse scuole italiane, tra le quali una intitolata a Raimondi mentre l’altra è la Scuola Santa Margherita a Callao, fondata più di un secolo e mezzo fa. Molto attivo nella capitale è il Teatro Pirandello, di proprietà dello Stato italiano, il terzo per numero di spettatori nella capitale. Un indicatore sostanziale dell’accresciuto interesse verso l’Italia sono i flussi di peruviani che arrivano nella penisola, ai quali rivolge una specifica attenzione questo saggio.
A titolo esemplificativo cito brevemente alcuni casi che mostrano come la positiva riuscita delle prime generazioni continui a riguardare anche le nuove generazioni degli italo-peruviani. Piermaria Oddone, nato nel 1944, è un fisico peruviano di origine italiana naturalizzato statunitense, attivo nel campo della fisica, affermato con una grande notorietà. Gianluca Lapadula Vargas nato nel 1990 è un giocatore di calcio italiano naturalizzato peruviano attaccante dello Spezia e della nazionale peruviana. Mario Testino nato nel 1954 di origine italiana è un fotografo di fama internazionale, molto conosciuto nel mondo della moda, con esposizioni e pubblicazioni anche in Italia.
Tuttavia, l’obiettivo di questo saggio, che già si è soffermato sul riuscito processo d’integrazione dei pionieri dell’emigrazione, continuato tra gli italo-peruviani nati successivamente, consiste nel dedurre da questo positivo processo le linee d’impegno che possano essere funzionali a rafforzare l’inserimento dei peruviani in Italia.
Alcune figure storiche degli italiani in Perù
Antonio Raimondi (1824-1880)
Il l848 fu un anno infelice per la riunificazione dell’Italia, perché alla disfatta dell’esercito del Regno di Sardegna seguì l’esito negativo dell’insurrezione di Milano contro l’Impero austro-ungarico, conosciuta come “Le cinque giornate di Milano” dal 18 al 22 marzo 1848. Gli insorti più in vista, per salvaguardare la loro incolumità, furono costretti a fuggire da Milano: uno di essi fu il naturalista Antonio Raimondi, che si recò a Roma per dare un concreto sostegno alla neonata Repubblica romana. Purtroppo anche qui l’esito fu negativo a causa dei soldati francesi schierati a difesa del papa e Raimondi nel 1850 si recò esule in Perù, Paese destinato a incentivare la sua predisposizione allo studio della natura. Durante una delle sue lunghe visite al giardino botanico milanese, Raimondi si accorse che per una malattia un cactus gigante peruviano doveva essere abbattuto. Questo episodio, che generò in lui un grande dispiacere, era un presagio del rapporto e dell’impegno che avrebbe svolto in quel Paese per la salvaguardar la natura. I genitori avevano messo a disposizione una sufficiente disponibilità finanziaria che gli permise di visitare diversi centri scientifici in Europa. Inoltre, egli aveva scritto molti saggi nell’ambito della chimica, della botanica e della geologia. Fu particolarmente interessato alle teorie del conte di Buffon, di orientamento illuminista, tra i primi a sostenere la teoria della successione colonica, che avrebbe influito anche sugli evoluzionisti Jean-Baptiste Lamarck e Charles Darwin [1] che nel suo lunghissimo viaggio ebbe modo di sviluppare la teoria sulla evoluzione della specie.
Durante le sue osservazioni scientifiche, Antonio Raimondi, era solito riportare le sue osservazioni su un taccuino di viaggio, che poi gli serviva anche per tenere i corsi (per una ventina d’anni presso la Facoltà di medicina) sulla storia della natura e la chimica analitica. Le lezioni universitarie favorirono il contatto con molti docenti universitari, che gli furono d’aiuto nello svolgimento delle sue ricerche. Il testo Elementi della chimica applicata alla medicina e alla industria fu pubblicato nel 1857. Raccolse un’enorme documentazione: condusse studi in materia di geografia, numerologia e altre discipline; diede inizio all’impegnativa classificazione delle collezioni che facevano parte del Museo di Storia Naturale. Fu anche interessato all’archeologia e all’antropologia, e negli incontri con le popolazioni indigene annotava i loro usi e costumi e raccoglieva gli oggetti del loro artigianato.
Percorse l’intero paese riuscendo a redigere l’intera mappa del Perù pubblicata, tra il 1887 e 1897, presso un editore parigino. Quest’opera ebbe una portata storica, perché univa il presente con al passato precoloniale, segnalava anche i toponimi indigeni (oltre a quelli attuali) delle principali città e anche dei villaggi e attribuiva grande importanza all’antica capitale Cusco. Quando visitò Cusco, Raimondi scrisse nel suo tacchino: «Alla fine sono arrivato nella Roma d’America, in questa grande città di memorie che si chiama Cusco, dove non si può fare un passo senza imbattersi in una testimonianza della sua antica civiltà».
Sulla base degli appunti contenuti nei suoi 195 taccuini di campo, Raimondi comincia a preparare, un’opera importante intitolata Il Perù, una sorta di enciclopedica che non riuscì a ultimare, perché morì a soli 66 anni. Il lavoro da lui svolto, già immenso, avrebbe potuto essere superiore se la lunga “Guerra del Pacifico” (1879-1884) non avesse influito negativamente sulle risorse finanziarie messe a sua disposizione e sulla libertà di movimento.
La vita di Raimondi, il più illustre scienziato italiano all’estero in quei tempi, attesta il suo appassionato amore per la terra che lo accolse, di cui è diventato il più illustre geografo, tanto che, per il totale coinvolgimento nelle sue ricerche, non trovò mai il tempo di ritornare in Italia. Per debito di riconoscenza nel 1866 fu nominato Decano della Facoltà di Scienze dell’Università Maggiore di San Marcos, la più antica delle Americhe fondata nel 1551. È difficile trovare figure simili di immigrati che abbiano dimostrato un attaccamento così totale alla loro nuova patria. La moglie di Raimondi fu la peruviana Adela Loli Castañeda e dal matrimonio nacquero tre figli. Dopo il matrimonio Raimondi alternava periodi dedicati alle esplorazioni ad altri temi nell’ambito di una sobria vita familiare. In mancanza di dettagli, è fondato pensare che lo scienziato ebbe un forte supporto affettivo che gli era indispensabile per portare avanti un impegno professionale così totalizzante. Raimondi non tornò in Italia, ebbe solo la visita di suo fratello Timoleone nel 1882 per due mesi, che si dedicò alla vita religiosa fu Vescovo di Roma e Vicario Apostolico a Hong Kong, invece il nipote Carlo lo visitò in 1890 prima della morte di Raimondi.
Inoltre, mi piace sottolineare che la dedizione professionale totale al Paese che lo accolse trovò un completamento, ad un altro e più intimo livello, anche nel suo matrimonio esogamo, come peraltro fecero molti altri italiani.
Giuseppe Garibaldi (1807-1882)
Il secondo esempio di immigrato partecipe alle vicende del Perù è quello di Giuseppe Garibaldi, usualmente onorato con l’appellativo “Eroe dei Due Mondi” perché è stato combattente in diversi Paesi dell’America Latina, oltre ad essersi battuto nell’unificazione dell’Italia, in particolare con la storica “Spedizione dei Mille”.
Voglio partire da un’annotazione linguistica. Recandosi esule in America Latina dovette confrontarsi prima con il brasiliano e lo spagnolo e cercare di apprenderli. La sua lingua madre era il dialetto parlato nel centro storico di Nizza, (il patois nizzardo, un miscuglio di francese e italiano), la sua seconda lingua era il francese, la terza lingua era il dialetto ligure parlato dai genitori e la quarta l’italiano. Nacque a Nizza nel 1807 che in quell’anno faceva parte del Regno della Sardegna e del Piemonte e nel 1860 fu ceduta alla Francia come compenso per il sostegno ottenuto contro gli austriaci.
Si recò in America Latina per la prima volta nel 1834 quando, condannato a morte dal Regno Sabaudo per avere programmato un tentativo insurrezionale (era un membro della “Giovane Italia” fondata da Mazzini), si trasferì a Marsiglia e poi a Rio de Janeiro. Nel 1839 mise a disposizione le sue competenze nautiche nella guerra di indipendenza del Rio Grande do Sul dal governo federale, che, come è noto, non ebbe un esito positivo. Sempre in Brasile a Laguna avvenne l’incontro con Anita, la compagna della sua vita. Una donna poliedrica, capace di contrastare la mentalità restrittiva allora dominante sul ruolo delle donne. Sua madre era una lavandaia e suo padre un bracciante, morto quando lei era tredicenne. A 14 anni fu costretta a un matrimonio combinato con un calzolaio di dieci anni più anziano e anche avverso alle sue idee libertarie. Il marito fu dichiarato morto in una delle tante battaglie. Anita e Garibaldi, che già si erano conosciuti e formavano una coppia, nel 1842 si sposarono e si trasferirono in Uruguay, dove ebbero i primi tre figli (poi ne nacque un quarto).
Nelle lotte indipendentiste del Paese si schierarono con i Colorados. Le loro difficoltà economiche furono consistenti per cui dovettero arrangiarsi per sopravvivere, Garibaldi impartì lezioni di matematica e fu comandante nell’esercito, mentre Anita faceva la sarta o altri mestieri. Ritornati in Italia nel 1848 per sostenere la neonata Repubblica Romana, furono sopraffatti dai soldati francesi. Anita, incinta di sei mesi, morì in una fattoria a Mandrioli vicino a Ravenna, a soli 27 anni. Successivamente Garibaldi si trasferì a New York, fu ospite del geniale inventore del telefono Antonio Meucci e lavorò nella sua fabbrica di candele. Ebbe modo di visitare diversi Paesi del Centro America e ebbe anche modo di incontrare Emanuele Solari, medico nato a Chiavari e cugino di Mazzini, anch’esso esule, e lì ricevette l’invito a visitare il Perù, Paese dove avrebbe potuto incontrare connazionali e altri esuli, ricevendone il sostegno.
Alla fine del 1851 Garibaldi arrivò a Lima con un amico. E poté godere della protezione del ricco commerciante ligure Pietro Antonio Denegri Vasallo. Garibaldi ottenne subito la cittadinanza peruviana, indispensabile per poter guidare una nave mercantile e trasportare il guano in Cina, dove questo fertilizzante era molto richiesto. Nel 1854 lasciò il Perù per ritornare in Italia. Il suo impegno per il Risorgimento del Paese culmino nel 1860, quando organizzò la cosiddetta “Spedizione dei Mille” in Sicilia e, partendo da quell’isola, riuscì a ingrossare man mano le truppe a sua disposizione, a sconfiggere la resistenza del Regno Borbonico e a entrare vittorioso a Napoli, per poi consegnare le terre liberate al Re Vittorio Emanuele II. Nel 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia. Nel periodo successivo a Garibaldi fu tributata una grande riconoscenza e fu anche eletto parlamentaste ma egli alla fine preferì ritirarsi nell’Isola di Caprera, dove morì il 2 giugno 1882 alla età di 75 anni.
Garibaldi fu un esempio, nel periodo della restaurazione dopo il Congresso di Vienna del 1815, della disponibilità di impegnarsi nelle lotte libertarie dei Paesi che lo hanno ospitato, mettendo a disposizione le sue conoscenze tecniche in campo nautico e militare, affrontando qualsiasi lavoro pur di riuscire a sostenersi, non considerando le difficoltà incontrate per la sopravvivenza come un ostacolo all’impegno sociale (nel suo caso di combattente) e di realizzare questo impegno insieme alla moglie Anita.
La specifica figura del combattente in armi difficilmente può essere riproposta ai protagonisti delle migrazioni attuali, mentre la forza che le ispirava deve essere trasposta a livello di lotte sociali per la giustizia, la solidarietà, il superamento del razzismo. Da questo esempio si ricava la lezione che non si può rimandare l’impegno a quando le vicende economiche famigliare saranno sistemate in maniera soddisfacente, Un’altra lezione, non meno importante, è di imparare a vivere la vita di coppia anche nell’impegno sociale, senza limitare la propria partner al disbrigo delle faccende domestiche, e di riuscire a trasmettere la sensibilità all’impegno sociale anche ai propri figli.
Figure note di peruviani studiosi della realtà socio-economica
La scelta dei personaggi peruviani da me effettuata è stata fatta in considerazione del contributo delle loro idee al superamento dell’emarginazione femminile e al superamento dell’ingiustizia socio-economica. Negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso è stato in Perù molto forte il movimento cattolico. denominato “Teologia della Liberazione”, che considerava la fede cristiana la base che alimenta il proprio perfezionamento personale anche a superare gli ostacoli causati dai vari tipi di ingiustizie, vere e proprie strutture di peccato e causa dell’incessante emarginazione dei poveri e de gli indigeni. Un grande ispiratore di questa teologia fu il domenicano Gustavo Gutierrez, (1928-2024), che nel 1971 pubblicò il volume Teología de la liberación, fondato sul rapporto tra fede e politica. Tale impostazione ebbe un duro colpo negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso a causa della situazione di violenza politico-militare che si verificarono nel Paese.
Flora Tristan (1803-1844) [2]
Le famiglie spagnole nelle colonie dipendevano direttamente dal Re di Spagna, soprattutto se facevano parte del suo esercito e avevano bisogno della sua “autorizzazione” per i loro matrimoni. Mariano Tristàn y Moscoso era il figlio maggiore di una famiglia molto ricca, che viveva ad Arequipa, una città nel Sud del Perù. Erano così in vista che il fratello più piccolo, Pio Tristàn fu l’ultimo Vice re del Perù.
Mariano Tristàn visse a Bilbao (Spagna), dove conobbe Therese Laisnay, una repubblicana reduce della Rivoluzione Francese del 1789. I due vollero sposarsi e Mariano chiese l’autorizzazione al Re Fernando VII, che non la fece mai arrivare, ma un loro amico sacerdote, nonostante tutto, si rese disponibile a sposarli nel 1801. In quel periodo loro si trovavano a Bilbao con altri loro amici latinoamericani (uno di essi era Simon Bolivar), che furono testimoni del matrimonio.
Mentre Mariano visse delle sue rendite che arrivavano dal Perù, sua moglie Therese poteva contare solo sul suo lavoro come artigiana. Da questo matrimonio nel 1803 nacque a Parigi Flora e due settimane dopo la morte di Mariano nacque un fratellino, che morì molto piccolo. Dopo la morte di Mariano, la madre dovette provvedere con il suo lavoro al sostentamento di tutti, la famiglia Tristàn dal Perù inviò piccoli aiuti economici, riconoscendo in questo modo la legittimità dei figli. Flora iniziò a lavorare come artigiana all’età di 14 anni. La situazione economica fu molto difficile e la madre Therese la spinse ad accettare un matrimonio di convenienza con il suo datore di lavoro, anche se tra loro non c’era nessuna compatibilità. Il matrimonio avvenne quando Flora aveva 17 anni. Nacquero tre figli, due maschi e una femmina (Alina) che poi sarà l’unica a sopravvivere e fu la madre del pittore post-impressionista Paul Gauguin, il quale visse in Perù alcuni anni della sua infanzia.
Flora Tristan è considerata pioniera del movimento dei lavoratori e del movimento femminista, scrittrice, attivista per la tutela dei diritti delle donne, politica, economista, suffragista e filosofa: una figura complessa, insomma. Nel frattempo in tutta l’America Latina andavano sviluppandosi movimenti rivoluzionari, che erano impegnati ad ottenere l’indipendenza del Perù, dichiarata finalmente il 28 luglio del 1821, anche se la capitolazione definitiva degli spagnoli avvenne nel 1824 firmata proprio da Pio Tristan.
Flora Tristan nel 1833 decise di fare un viaggio in Perù, durato due anni, per sollecitare la sua eredità. Partì da Burdeos, passò per Capo Verde, Cabo de Hornos, Valparaiso e arrivò al porto del Callao a Lima. L’esperienza in Perù fu molto istruttiva, nel suo libro del 1839 Peregrinazioni di una Pari descrisse le sue impressioni sulla società peruviana, sulle classi sociali, la relazione tra la Chiesa e i potenti. Si tratta di un libro molto critico, indirizzato all’alta società ma soprattutto alla famiglia Tristan, rappresentante dell’oligarchia terriera dell’epoca.
La presenza sul posto fu molto importante per la sua formazione intellettuale e per il suo futuro politico, che si sviluppò soprattutto al suo rientro in Europa. Flora andò a vivere in Inghilterra, dove lavorò prima come operaia in una fabbrica di stoffe e poi come dama di compagnia per una famiglia inglese a Londra. Qui si rese conto delle conseguenze della rivoluzione industriale e, militando nel movimento operaio, ebbe un’esperienza in prima linea nella situazione di emancipazione delle donne. Nel 1840 scrisse Passeggiate a Londra, dove criticò la società britannica. Nel 1843 l’unione operaia tracciò un programma di riforme a favore dei lavoratori. Quest’opera fu fondamentale per Karl Marx, che si era trasferito in Inghilterra nello stesso periodo e partecipò a diversi comizi ed incontri, nel corso dei quali Flora Tristan presentò il manifesto del 1840 e i programmi organizzativi dell‘Unione Operaia. Nel 1845, scrisse il saggio L’emancipazione delle donne, criticando fortemente la condizione d’inferiorità in cui veniva relegato il sesso femminile all’interno del matrimonio. Questo saggio anticipò gli orientamenti delle moderne teorie femministe e sostenne la necessità di un collegamento della loro emancipazione con le lotte del movimento operaio per riuscire a cambiare la società. A lei è stato attribuitoti lo slogan “lavoratori del mondo unitevi”.
Flora Tristàn ritornò in Francia e qui lavorò instancabilmente a favore di questi due settori fino alla sua morte, avventa a Burdeos nel 1844 all’età di soli 41 anni.
Josè Carlos Mariàtegui (1894-1930) [3]
Josè Carlos Mariategui è stato un autore importante per tutta l’America Latina e ha avuto contatti approfonditi con l’Italia, avendovi soggiornato per alcuni anni. Nato nel 1894 con un difetto a una gamba, da piccolo le venne diagnosticato la osteomielite in una gamba, che lo condizionò per sempre. Morì a Lima il 16 aprile di 1930. Fu un uomo politico dell’opposizione molto in vista, uno dei più importanti ideologi del marxismo in America Latina e operò anche come sociologo e giornalista. Fu tra i fondatori della Confederazione Generale dei lavoratori del Perù e del Partito Socialista Peruviano [4]. Scrisse sulla rivista Amauta che in quechua significa “saggio” dal 1926 fino alla sua morte.
La sua originalità politica consistette nell’immaginare un comunismo indigeno. Le sue opere sono fondamentali per comprendere il pensiero marxista latinoamericano e le sue riflessioni sul socialismo indo americano.Per Mariategui il marxismo non era “né calco né copia” ma un’applicazione creativa in una realtà specifica, nel suo caso il Perù, collocato a un’enorme distanza dall’Europa. Viene considerato tra i padri fondatori del pensiero critico marxista in America Latina. Nel 1919 fondò il giornale “La Ragione” attraverso il quale sostenne le riforme universitarie e le lotte operaie. Per questo motivo il governo di Leguia chiuse la testata, adducendo come motivazione che si erano espressi in modo spregiativo nei confronti del parlamento. Il governo Leguia gli offri, comunque, una borsa di studio per recarsi in Europa. che in realtà era una sorta di esilio politico con la raccomandazione di presentarsi al Consolato peruviano a Roma. Durante il viaggio in nave, la tappa di New York coincise con lo sciopero dei lavoratori portuali.
Il soggiorno in Italia si protrasse dal 1919 al 1923, anni in cui Matàtegui fu molto attivo, A Torino, durante il cosiddetto biennio rosso, fu spettatore dell’occupazione delle fabbriche, Conobbe da vicino “l’Ordine nuovo” e il programma con cui Gramsci voleva rinnovare il partito socialista, criticando il riformismo e la passività della burocrazia del partito e del sindacato. Come corrispondente del giornale peruviano “El Tiempo” partecipò nel gennaio del 1921 al Congresso di Livorno dove si fondò il Partito Comunista Italiano. Almeno in tre occasioni incontrò Antonio Gramsci (Livorno, Torino e Roma). Nel periodo della permanenza in Italia scrisse 11 lettere sulla realtà europea e italiana. Ritornato in Perù. produsse la sua opera più importante I Sette saggi sulla interpretazione della realtà peruviana pubblicato nel 1928.
In Italia si sposò con la toscana Anna Chiappe. Al loro rientro in Perù, Mariategui sottolineò la differenza tra la situazione in Europa e i bisogni specifici del Perù; secondo la sua analisi nei Paesi europei la classe operaia era in grado di realizzare e sviluppare il socialismo, mentre in America Latina i partiti rivoluzionari non potevano prescindere dal coinvolgimento dei contadini e dei lavoratori indigeni. Le sue riflessioni mostravano uno stretto collegamento col pensiero critico di Gramsci. In Italia partecipò ai circoli di studio del Patito Socialista e utilizzò il marxismo come metodo di studio. Quando Mussolini si affermò si allontanò dall’Italia e viaggiò per diversi Paesi europei nell’attesa di potere tornare in Perù. Visitò Parigi, Monaco, Viena, Budapest, Praga e Berlino, studiando i movimenti rivoluzionari attivi nel continente europeo dopo la Prima guerra mondiale.
Mariategui sosteneva che la esperienza europea fu la sua migliore scuola. Strinse relazioni con scrittori importanti, studiò lingue, recepì nuovi stimoli intellettuali e artistici, partecipò a conferenze e incontri internazionali. Nel mese di marzo del 1923 Mariategui ritornò a Lima con la moglie e il primo figlio, fu invitato a tenere conferenze nell’Università Popolare Gonzales Prada e a dare l’avvio a una rivista, anch’essa diventata presto famosa. Nel 1926 con suo fratello portò avanti la casa editrice Minerva. Nel 1927 fu accusato e incarcerato come cospiratore comunista, durante la presidenza di Augusto Bernardino Leguia y Salcedo (1019-1930), un politico di discendenza ligure, che alla fine trasformò la presidenza in una vera e propria dittatura. A fine marzo 1930 la salute di Mariategui risultò molto compromessa e morì giovanissimo, a 36 anni. In quello stesso anno il Partito Socialista si trasformò nel Partito Comunista del Perù, tenendo conto dell’importante lascito culturale di Mariategui. Una targa, che ricorda la presenza a Roma di questo saggista politico, si trova nella capitale, in Via della Scrofa 10, la casa in cui egli visse dal 1920 al 1922.
Non si è soliti soffermarsi sul ruolo delle donne quotidianamente esercitato a sostegno dei loro mariti impegnati a livello sociale, culturale e politico e questa è una mancanza che non trova giustificazioni. Voglio perciò dedicare qualche riga alla moglie italiana di questo famoso saggista politico peruviano. La lucchese Anna Chiappe Iacomini (1898–1990), conosciuta come “la vedova del Amauta”, vissuta ancora per 60 anni dopo la morte di suo marito, si adoperò per la diffusione del suo pensiero e promosse diverse edizioni delle sue opere e il suo impegno le valse il riconoscimento dell’Ordine del Sole del Perù.
Conclusioni: ciò che serve per promuovere l’integrazione
Ripercorrendo la storia degli emigrati italiani in Perù ho privilegiato quegli aspetti funzionali alla proposizione de dei seguenti temi:
a) un solido percorso d’integrazione ai peruviani che arrivano in Italia;
b) il vero amore di coppia che deve prevalere sulle convenienze;
c) le difficoltà di portare avanti un serio lavoro sociale quando si è poco agiati;
d) la proficua collaborazione che può determinarsi tra i membri progressisti della classe privilegiata e gli esponenti lungimiranti delle classi popolari;
e) l’apporto fornito da persone con origine italiana all’indipendenza del Perù e al suo sviluppo;
f) il contributo dato da persone con origine peruviana per l’approfondimento delle teorie socio-continentali che sono così dibattute in Italia, dove è continuo l’afflusso di immigrati peruviani;
g) la necessità di ampliare gli spazi di protagonismo.
Questa metodologia selettiva mi ha permesso di suscitare un grande interesse nelle donne peruviane che hanno partecipato agli incontri da me tenuti. Sottolineo ancora fortemente la necessità di fornire ampie conoscenze sulla storia italiana e su quella della emigrazione, poiché ciò è fondamentale per comprendere la società attuale e il percorso della sua costituzione e così via. Quando tutto questo viene a mancare, è inevitabile una conseguenza negativa, perché non si può amare ciò che non si conosce.
Nella carrellata che si snoda per diversi secoli ho citato, tutto sommato, pochi protagonisti e solo su pochissimi ho condotto un approfondimento. Non sono stata mossa da un intento storico bensì dalla ricerca di contenuti funzionali al processo d’integrazione dei peruviani in Italia, con una attenzione particolare ai ragazzi e alle ragazze della seconda e terza generazione.
Di Raimondi (senza dubbio l’italiano più illustre) ho apprezzato la sua scienza, messa a disposizione del Perù, Paese diventato per lui la sua nuova patria; attestata anche dal suo matrimonio con una donna del posto. Garibaldi in Perù non mise a disposizione le sue doti di condottiero, avendo solo operato come capitano di una nave mercantile, un servizio in quella fase storica molto utile all’economia del Paese. Ho invece messo in risalto il suo impegno per sbarcare il lunario e la collaborazione di Anita, la straordinaria donna rimasta al suo fianco fino alla morte in battaglia.
Ragionando sull’integrazione questi punti sono più essenziali di tanti altri e ricordano agli immigrati che la socialità deve iniziare ben prima che tutti i problemi personali e familiari siano stati risolti.
Anche la scelta dei personaggi peruviani è stata dettata da questa mia ottica estremamente selettiva. Flora Tristan è stata un’ideologa robusta, che si è occupata di sfruttamento, diritti e progresso in una maniera del tutto speciale, della promozione di un femminismo culturalmente solido, che valga a liberare le donne da un continuo stato di subalternità, che purtroppo continua a riscontrarsi anche nelle attuali migrazioni.
La scelta su Josè Carlos Mariategui è stata favorita senz’altro dalla conoscenza più approfondita e anche dal fatto che, avendo vissuto in Italia, qui conobbe molti protagonisti del movimento dei lavoratori, leggendone anche i loro saggi. Inoltre, egli sposò un’italiana, che per oltre mezzo secolo sopravvisse alla sua precoce morte, diffondendone il messaggio, e perciò mi è sembra doveroso parlare che di lei.
A questo punto potrebbe essere sollevata la seguente obiezione molto seria:
“Molti di quelli affermatisi nel passato, citati nel saggio, appartenevano a una classe benestante e anche chi non versava in tale situazione, in un Paese come il Perù che si apriva alla modernità dopo il periodo coloniale, trovava più facile affermarsi, seppure mettendo in conto grossi sacrifici, mentre in Italia le aperture all’affermazione sono estremamente limitate e difficili anche per gli stessi italiani”.
Tutto questo è vero, per i peruviani che vengono in Italia ma anche per gli stessi cittadini del posto, ben coscienti di questi forti impedimenti (ai quali si aggiungono quelli che trovano origine a livello internazionale). Ciò detto, altro non resta da fare se non rimboscarsi le maniche, agire comunitariamente e nutrire quella speranza che ha sempre animato le migrazioni e indotto a confidare che sia sempre possibile adoperarsi per migliorare la situazione.
Il mio piccolo saggio va letto in quest’ottica e spero che sia d’aiuto alla consistente comunità peruviana, che già vive e lavora in Italia, con l’avvertenza che, preparandosi meglio, il futuro senz’altro permetterà di cogliere maggiori e migliore opportunità.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Darwin come Raimondi aveva l’Illuminismo come ispirazione teorico-filosofica delle loro ricerche scientifiche.
[2] Va ricordata anche un’altra figura, quella di Manuela Saenz (1797-1856), compagna di Simon Bolivar e denominata essa stessa “La libertatora del libertador” perché gli salvò la vita. Nata a Quito ma costretta all’esilio in Perù, non solo fu una infaticabile combattente per l’indipendenza dagli spagnoli ma viene considerata anche la prima femminista dell’America Latina. Costretta a contrarre un matrimonio di convenienza, riuscì a liberarsene solo nel 1822 per divenire compagna del Libertador sino alla sua morte (1830).
[3] L’italo-peruviano Hugo Pesce Pescetto (1900– 1969), nato in una famiglia genovese, medico esperto nella cura della lebbra, leprologo e docente universitario, era diventato un flebologo di fama o mondiale (era contro la segregazione di questi malati), politica che seguiva le teorie Jose Carlos Mariàtegui.
[4] Anche Hugo Pesce. e di origine italiana ma nato in Perù, studiò medicina a Genova e fu docente presso l’Università Nazionale Maggiore di San Marcos.
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Pilar Saravia, peruviana nata in Cile nel 1950, ha studiato antropologia presso la Pontificia Università Cattolica del Perù, quindi, ha lavorato per sei anni nell’ambito della educazione popolare rivolta alle donne indigene nelle Ande Centrali del Perù. In Italia per 27 anni ha operato nel sindacato Uil per la tutela dei diritti dei migranti e, per dieci anni, è stata presidente dell’associazione di donne immigrate “I Nostri Diritti” (No.Di). Ha fatto parte fin dall’inizio del” Forum per l’Intercultura, promosso dal direttore della Caritas Roma mons. Luigi Di Liegro. Oggi, in pensione, è da tre anni responsabile del Coordinamento Pari Opportunità e Politica di Genere della UILP Lazio.
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