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Personata libido. Il Carnevale di tradizione nella provincia di Siracusa

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Carnevale, Melilli, anni 70 (ph. Nino Privitera)

di Luigi Lombardo

U-mmiernu sta-ffiniennu / u viecciu sta muriennu / cunzàmici u tabbutu / a stu piezzu i gran curnutu [1]. Con questa tiritera fanciullesca si salutava il carnevale (e anche l’anno vecchio). Si tratta con ogni probabilità di spezzone di canto carnascialesco, del quale si è conservata solo la parte più emblematica. Le parole nascondono naturalmente la percezione inconscia di un avvenimento topico dell’anno, cardine nel ciclo agrario: la fine dell’inverno, di cui il carnevale è uno dei cerimoniali più esemplificativi. Si tratta di rituali provenienti da antichissime feste agrarie, a noi giunte ristrutturate in contesti moderni e rifunzionalizzate.

Il tema fondante del carnevale, come di ogni festa calendariale, resta sempre uno: il tempo. Dalle antiche feste agrarie, legate presso i Romani al capodanno e note col nome di Saturnalia, deriva, con ogni probabilità, il nostro carnevale. Ma oscure ne permangono le origini e in particolare incerta risulta l’etimo del nome stesso. Nella ridda di teorie un dato è incontrovertibi­le: nella parola stessa si sottolinea il significato della festa, legato all’eccesso alimentare, all’orgia rituale, tipici elementi di tutte le feste di fine anno in tutte le civiltà antiche come moderne.

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Carnevale, anni 40, Melilli (ph. Nino Privitera)

Nella parola la base etimologica è senz’altro “carne”, cui si aggiunge il composto di più difficile lettura cioè livari, che assai semplicisticamente viene letto nel significato letterale di «togliere, allontanare, eliminare». Ma il carnevale non si caratte­rizza proprio per l’esatto contrario, cioè per l’uso, a volte smodato, sempre comunque ostentato, di carne? Allora perché quel significato improprio di «togliere l’uso della carne»?

Nel siciliano antico esiste un’espressione che sembra proprio derivare dal latino tollere, prendere, cioè livarisi di carni, livarisi di vinu, che significano proprio «mangiare smo­datamente» e «bere senza controllo», che sono l’esatta traduzione del tollere vinum lati­no. Carni‑luari o carni-livari significano dunque l’esatto opposto di quanto a primo acchito suggerisce la parola Carnevale (carne‑levare, cioè appunto escludere la carne). Questa “necessità” di consumare carne per carnevale era talmente radicata e antica da generare anche norme consuetudinarie, come le regalìe che i padroni facevano ai servi, o l’uso dei “carnaggi”, sancito nei contratti agrari, per cui i gabelloti erano obbligati a pas­sare ai proprietari dei fondi, oltre ai normali terraggi in frumento, anche beni in natura, come capretti, formaggi e altro nelle feste e in particolare a Carnevale.

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Carnevale, anni 50, Melilli (ph. Nino Privitera)

Un’altra consuetudine, questa volta consuetudinaria, era quella che le monache dei conventi fornissero nei giorni delli sdirri ai poveri o a quanti ne facevano richiesta, dolci quali pagnuccata, testi di turcu, cannoli, e altro; era il proverbio a ricordarlo Ppa sdirruminica fatti amica a mònica (Il giorno della dome­nica di Carnevale conviene farsi amiche le monache).

L’eccesso alimentare rientrava, pur nel suo apparente disordine, in un codice ben definito, estremamente codificato e significativo, per cui dolci e pietanze si connotavano per il loro statuto simbolico e comunicativo, confe­rito da una morfologia precisa: valga fra tutti l’esempio del cannolo, dolce tipico del car­nevale siciliano, la cui forma richiama antiche e implicite funzioni propiziatorie; o l’uso dei contadini di Sortino di mangiare uova la domenica di carnevale in segno di augurio e fecondità per essere l’uovo legato alla rinascita vitale.

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Carnevale, anni 60, Melilli (ph. Nino Priviteri)

L’allusione fallica del cannolo si intravede nella seguente ottava composta nel 1635 da un sacerdote poeta: Beddi cannola di carnilivari / megghiu vuccuni a lu munnu n‑ci nn’è / su biniditti spisi li dinari. / Ogni cannolu è scettru di ogni re /arrivannu li donni a disirtari; / lu cannolu è la virga di Moisè / cu nun ni mancia si fazza ammazzari / cui li disprezza è un curnutu affè (Belli i cannoli di carnevale/meglio boccone al mondo non c’è/son benedetti i denari spesi/ogni cannolo è scettro di re/ le donne arrivano ad abortire/il canno­lo è come la verga di Mosè/chi non ne mangia si faccia ammazzare/chi li disprezza è cor­nuto davvero).

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Carnevale, anni 70, Melilli (ph. Nino Privitera)

I Saturnali

Controversa è anche la discendenza dai Saturnali latini, ciò a causa della non coincidenza delle date, celebran­dosi questi ultimi, nell’antica Roma, dal 17 al 23 Dicembre. Il motivo dello spostamento del carnevale in avanti nei mesi è dovuto alla istituzione della festa del Natale, che non si volle coincidesse con gli irriverenti e sensuali baccanali romani: si fissò una data in relazione alla Pasqua (cioè al calendario luna­re), di modo che l’ultimo giorno, il martedì grasso, cadesse quaranta giorni prima della Pasqua (da qui il nome Quaresima, da quaranta). I Saturnali erano parte del più articola­to complesso mitico religioso legato al capodanno solare, con il mito della “nascita” del sole novello e con il ritor­no dell’era felice e paradisiaca del regno di Saturno (la cui radice etimo­logica è satur-, cioè abbondanza), caratterizzata dalle maschere e dalle inversioni rituali e sociali.

Assai significativamente, infatti, la data di inizio del carnevale moderno oscilla fra l’Epifania, la festa di S. Antonio e di S. Sebastiano. In provincia di Siracusa, in particolare, la data varia da comune a comune: se a Siracusa è il 20 gennaio, a Cassaro, Buccheri, Ferla è il 17 gennaio; a Palazzolo non si inizia prima del 25 gennaio, festa del patrono S. Paolo. C’è chi vede un residuo dei Saturnali in provincia di Siracusa, ad Augusta, nella festa dê nnuccenti, cioè i Santi Martiri Innocenti, celebrata il 28 dicembre, che prevedeva lo svolgimento del rito dell’episcopello [2], e alcuni scherzi “semicarnevaleschi” quale quello che prevedeva l’invio di false missive a parenti, amici e “nemici”.

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Carnevale, anni 70, Melilli (ph. Nino Privitera)

Ma la data più comune resta la festa di S. Antonio. In verità molti elementi legano stretta­mente il santo anacoreta Antonio al carnevalesco: segni, simboli, comportamenti rituali. Il maiale, ad esempio, è legato al santo ed è il cibo tipico del carnevale (in particolare la salsiccia per i suoi rimandi al mondo fallico, e dunque burlesco), pantomime e rappre­sentazioni sacre, che un tempo si svolgevano per S. Antonio, hanno sempre un carattere burlesco e satirico. Il fuoco dei falò accesi per la festa (a Cassaro, Rosolini e in altri comuni), sembra inaugurare il carnevale e significare l’ingresso nella dimensione altra del mondo degli inferi, dei morti, delle maschere.

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Carnevale, anni 70, Melilli (ph. Nino Privitera)

Anche un detto sottolinea il legame fra la festa del santo e il carnevale: «Ppi sant’Antoni trasi u iabbu», cioè per S. Antonio entra lo scherzo. Antonio è legato al mondo infero, dove vivono le anime dei morti e i diavoli, il cui ritorno sulla terra era espresso attraverso i mascheramenti collettivi. Assai signifi­cativo in questo senso appare il rito di Cassaro del mutaccinu [3].

Oggi si tende ad associare in modo troppo meccanico il carnevale col solo elemento che sembra caratterizzarlo, cioè la burla, u iabbu, trascurando che un tempo (almeno nel Medioevo) la festa aveva anche connotati “seri”, nel senso che anche la burla aveva un fine e non si esauriva in sé stessa: alla sua radice c’era una cerimonia di ammazzamen­to, di espiazione collettiva, come premessa del passaggio dal caos al cosmos pacificato e normalizzato. Per questo c’erano aspetti seri ed eleganti nel carnevale che stupiscono oggi: veicoli infiorati, sfilate storiche in costumi antichi, rievocazioni di fatti e leggende di fondazione, balli eleganti, carri allegorici, cortei dei mesi e raffigurazioni di antiche cosmogonie, con rassegne dei vari astri del firmamento (il sole, la luna, i pianeti, Apollo, Giove, ecc.): una sorta di riepilogazione cosmologica, che significava la fine di un ciclo, ma anche la propiziazione del nuovo.

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Carnevale, anni 70, Melilli (ph. Nino Privitera)

In questo particolare e significativo contesto rientra la “Cavalcata dei dodici mesi dell’anno”, in cui dodici cavalieri rappresentavano ciascuno un mese, recitando un’ottava in sicilia­no sul mese rappresentato. Alla fine i dodici cavalieri cantavano la seguente strofe, assai significativa per il suo carattere “lugubre”, non infrequente nel carnevale arcaico:

Nui semu morti, comu viditi /e‑mmorti accussì vidremu a‑bbui / fummu comu vui ora già síti /e‑bbui sariti comu a‑nnui./ Nui tutti pri lu Carnavali / i nostri amuri iemu cantannu / ed avanzamu di mali in mali / ora pri lu munnu iemu gridannu / pinitenza, pinitenza [4].
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Carnevale, anni 70, Melilli (ph. Nino Privitera)

Semel in anno …

Questi aspetti lugubri un tempo convivevano con quelli buffoneschi: oggi la grassa risa­ta, dal significato augurale, ha sovrastato ogni altro elemento “serio” [5]. Ma dietro la burla e il riso si intuivano spesso gli aspetti “tragici”: il clou del Carnevale è ancora oggi il rogo del protagonista di tanto festivo rumore, re Carnevale, eroe e vittima, re burlone, sovrano in un regno di caos felice e sregolato, il “Regno di Cuccagna”, il “Paese di Ben‑godi”; egli è il nanno, u nannu, personificazione moderna del Saturno latino, entrambi espressione del vecchio mondo che finisce in allegria, numi tutelari di un ricominciamento del tempo.

Ma Carnevale è un dio che dà vita, ricevendone in cambio la morte: il festeggiato, il tanto amato e lodato, alla fine deve mori­re per unanime condanna e volontà di tutti: il tempo storico deve essere ripristinato. Al popolo, poi, il dotto, nonché ricco poeta, ricor­dava che «semel in anno licet insa­nire», la follia egualitaria del car­nevale è ammessa solo per un giorno o per un periodo limitato; col tempo rigenerato e normalizzato riprendono ruoli e differenze socia­li (incluse le ingiustizie). Nella logica del carnevale, come origina­rio rito agrario, la morte è fonte di generale purificazione nel fuoco fecondo del rogo finale alla mezzanotte del martedì grasso: questa morte, lungi dal signi­ficare annullamento, è al contrario una propiziazione solenne di ferti­lità e abbondanza: le ceneri di Carnevale si lasciano libere di spandersi per il paese; di esse si cospargono i campi seminati.

La sensazione che si ricava da questo intreccio di elementi seri e buffoneschi del carnevale è di una certa ambivalenza, che sfocia spes­so nell’ambiguità o, come scrive il Bonanzinga [6], di “bipolarità”. Come sapientemente sintetizza Glauco Sanga:

«La caratteristica principale del carnevale, la più emotivamente percepibile, è la fondamentale ambivalenza, a volte così netta da sfociare in aperta ambiguità. L’ambivalenza nega ogni interpre­tazione univoca del carnevale, in termini di comico, tragico, gioia, angoscia, liberazione, ribellione, sfogo. Gli uomini vestiti da donna sono ambivalenti perché si sa che sono uomini, ma possono essere ambigui se agiscono un “desiderio inconscio di rilevare la propria compo­nente femminile” [...]. A carnevale ci si deve divertire, si deve scherzare, si devono infrange­re i divieti. L’atmosfera festiva è intessuta di inquietudini e ansie. Le maschere sono spaventose e comiche, incutono terrore e riso…»[7].

L’ambivalenza si riscontra in alcuni elementi portanti e fondamentali del carnevale, che in estrema e parziale sintesi sono: Mascheramento, Orgia alimentare (e sessuale), Anormalità sociale o naturale, economica e morale, Rovesciamento e Capovolgimento dei ruoli, Lotta, Rievocazione e Ricapitolazione storico‑mitologica, Espulsione finale e penitenza collettiva. La sequenza naturalmente è puramente teorica. Essa si può ulteriormente ridurre alla seguente ternaria: mascherata, inversione, formalità. La mascherata sottolinea l’ingres­so nel mondo della festa e la rottura col quotidiano, la resurrezione del “dio” Carnevale; l’inversione è il caos del mondo rovesciato; la formalità è il ristabilimento dell’ordine (processo ed espulsione del carnevale).

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Il calendario carnevalesco

Anticamente il carnevale durava diverse settimane. Oggi, le prime maschere si vedono solo il giovedì grasso, quando invece fino a pochi anni fa esisteva un vero calendario, codificato dalla consuetudine, per cui ogni giorno aveva il suo nome e le sue usanze particolari. Così il giovedì, che precede il giovedì grasso, era chiamato u iovi mpignalo­ru, in quanto era caratterizzato dallo scambio di doni fatti tra amici, onde rafforzare i vincoli della passata amicizia e intraprenderne di nuove. Questo giorno in alcuni centri era preceduto dal “giovedì delle comari” (u iovi rê cummari), che in effetti inaugurava il car­nevale ed era caratterizzato dagli inviti che reciprocamente si facevano le comari, per cui si ripeteva: U iovi di li cummari / cu nunn-ha si li fa mpristari. Il giovedì seguente era chiamato, significativamente, iovi rô zzuppiddu: è il caso di Palazzolo, dove si suole ripetere: Ppô iovi ro zzuppiddu / cu nun si cammira è-ppeggiu pir‑iddu (per il giovedì dello “zoppetto” guai a chi non mangia carne!).

Zzuppiddu è nella tradizione popo­lare uno dei diavoli: una delle tante conferme che i diavoli sono i protagonisti dei carne­vali tradizionali, in quanto signori dell’altro mondo, il rovescio del nostro, vero mundus riversus. In questo giorno dedicato al diavolo zoppo si soleva organizzare un corteo detto di li zzuppiddhi nel corso del quale faceva la sua comparsa la caratteristica maschera del “caprone”, così come la descrive il Guastella [8]:

 «Bimbo insieme alle mie sorelle solevamo bazzicare in casa di una donna Paola Ventura. Una volta la padrona di casa per racquetarci ci mostrò uno scatolone pieno di maschere, fra le quali ce n’era una con le corna caprine intrecciate a festoni di edera: maschera rossa, che parea riderci in faccia con riso allegro e beffardo. Ci spaventammo sul serio, perché ci parve il diavolo, e anzi i più grandicelli si segnarono a furia sperando farlo fuggire. Allora la madre di donna Paola, donna stravecchia che non si movea dal seggiolone, ci disse di non impaurirci perché quella era la maschera dello zoppo e ordinò che ci si mostrasse una stampella intagliata bizzarramente a fiaschi, a teste di capre, a grappoli di uva, ed altri emblemi bacchici, dicendo che con quella stampella lo zoppo solea perco­tere i fanciulli quando strillavano [...]».
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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Questa maschera era accompagnata da un corteo fatto di altri diavoli, satiri, pezzenti, streghe e vecchie ruf­fiane, chiamate quest’ultime i fìmmini nnuocci, ricoperte di stracci neri e di lunghi capelli di stoppa. Di questa singolare processione bacchico‑satiresca è rimasto oggi assai poco, ma la sua esistenza è fra l’altro ricordata da un’espressione popolare per indicare un ballo disordinato e orgiastico: abballunu zzoppi e‑zzuppini. Inoltre le signore di buona condizione per dire che non volevano mescolarsi alle mode della gente di basso ceto ripe­tevano: Cci l’annu zzoppi e zzuppini, o anche: lu fanu zzoppi e zzuppini [9]. A questo seguiva il giovedì grasso detto iovi lardaloru, caratterizzato dagli inviti fra parenti più stretti e dal consumo smodato di carne di maiale e lardo (da cui il nome siciliano di lardaloru).

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

I giorni precipui del carnevale sono detti sdirri (forse dal francese dernier, ultimo). A Palazzolo a differenza degli altri comuni iblei, li sdirri iniziano la domenica precedente, detta sdirruminichedda, segue il giovedì grasso, la sdirruminica ranni, u sdirriluni e l’ultimo giorno detto sdirrimarti; la sera della domenica si chiama sdirrisira. Gli ultimi due giorni di carnevale sono chiamati anche i iorna ro picuraru, i giorni del pecoraio. Secondo la leggenda furono aggiunti dal Signore per venire incontro alla richiesta di un pastore, giunto alla festa in ritardo.

L’atmosfera del carnevale è segnata nel suo inizio da una serie di comportamenti, paro­le, gesti, usi e tradizioni particolari: innanzitutto gli scherzi carnevaleschi, praticati da grandi e piccoli, come il valè, consistente nell’attaccare alle spalle dell’ignaro passante un nastro e nel gridare a coro: «U valè, u valè!», cioè: «guarda che lo tieni appeso addosso»; le domande trabocchetto, le battute sciammusi, oscene, a doppio senso, e poi i dubbi e, soprattutto, i nivinagghi, gli indovinelli, la più parte apparentemente osceni. Cominciavano anche in questo periodo i giochi collettivi, oggi del tutto scomparsi, come il gioco praticato fine ad una cinquantina d’anni fa a Rosolini e chiamato U rre rê iaddi (il re dei galli). Il gioco si praticava il giovedì grasso: si formavano due o tre squadre cia­scuna con un suo bel gallo ruspante, adornato di nastri e fettucce variopinti. Si dispone­vano a confronto e si aspettava quale cantasse per primo: il proprietario del primo gallo canterino era proclamato “re dei galli”. Per animare la gara veniva posta in mezzo ai galli una gallina, la cui presenza eccitava i galli alla lotta cruenta e a volte anche morta­le. Dalle piume del gallo vincitore veniva strappata una penna, che si poneva in testa al “Re”, successivamente fatto sfilare per le vie del paese col gallo in braccio. Alla fine venivano offerti a tutti dolci e moscato.

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Le maschere

Le maschere in provincia di Siracusa potevano circolare anche dopo la Befana: «Ppe tri rrè tutti olè». Ma dal 1693, anno del terremoto grande, avvenuto l’11 gennaio, non si videro più maschere prima di quel giorno. A Siracusa le maschere comparivano il giorno di S. Sebastiano: Ppi Sam-Mastianu / maschiri n‑cianu (il giorno di S. Sebastiano: maschere fuori!). Ma era a partire dal Giovedì grasso che più numerose si vedevano (e si vedono) le maschere circolare per le strade a coppia o a gruppi: prima fra tutte spiccava, a Siracusa in particolare, la maschera del dutturi, vestito con frac, cilindro e con grossa siringa in mano, pronto a fare iniezioni di acqua ai passanti. Spesse volte il fantoccio da bruciare aveva proprio le sembianze del dottore: a Noto tale fantoccio era chiamato u nunnu, per­ché rappresentava un vecchio nell’atto di bere e mescere vino. Posto su un carro assai grande, veniva condotto in giro per la città. Gli stavano attorno diverse maschere vocianti: il nardu, Peppinappa, Nofriu Taddharica e altre maschere tratte dal repertorio della commedia, primi fra tutti Pulcinella e Arlecchino.

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Altri paesi avevano poi proprie maschere particolari: ancora a Siracusa una delle più popolari, oltre al dottore, era il villano, vestito con bburritta (una foggia di copricapo), stivaloni e abito di orbace o di velluto nero. La maschera del balla­rinu era comune a molti centri: vestiva un corto gonnellino fiorato, corona di fiori in testa, una giubba variopinta. Questa maschera, per la verità, era tipica di Avola, dove erano davvero singolari, così come ci vengono descritte dal folklorista Gaetano Gubernale: il massaru, ad esempio, vestito con la meusa, copricapo di lana scura, camicione di flanella, giacca corta, calzoni al ginocchio, stivali, quasuna, calze bianche, con bisacce in spalla, procedeva con andatura saltellante, quasi danzante sulla punta dei piedi. Seguivano i Micieli, vestiti con berrettone a punta sulla testa con quattro buchi orlati di rosso, un camicione da donna bianco, legato da una cor­dicella di ampelodesma (liama): essi infastidivano gli spettatori con rametti di ortiche o di olivo, procedendo con una sorta di trotto e parlando di tanto in tanto con strani suoni gutturali; seguivano, variamente combinandosi fra loro nella mascariata avolese, il “pescatore”, i ruffiani e i domino. Una maschera assai significativa era u ncravaccacani, vestito con un manto nero allungato sul capo, in modo da farlo apparire gigantesco. Che si tratti di maschera arcaica è fuor di dubbio: essa rappresenta uno spirito maligno molto conosciuto nell’area palazzolese col nome di varcacanni (spiriti dispettosi se non trarimintusi). Chi non indossava un “costume” poteva mascherarsi con la gghiucca, ampio mantello di orbace con cappuccio, usato dai contadini fino a non molto tempo fa. Sotto la gghiucca si poteva celare chiunque uomo o donna, nobile o plebeo, giovane o anziano e financo sacerdoti.

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Caratteristica era poi la maschera del pastore: egli veste l’antico abito sici­liano in fustagno o di drappo (ddhappu) standardizzato dalla fine del sec XVII e comune a tutta la Sicilia. Su questo costume viene aggiunto un copricapo a turbante da cui scen­dono variopinti nastri; legati alle caviglie sono altre corone di campanelli e nastrini, paillettes, lustrini e altro. Il bastone che ha in mano è addobbato in cima con lunghi nastri e con altre campanelle. Infine indossa una maschera di colore bianco. La presenza dei cam­panelli ci rinvia a un prototipo di maschera comune a tutta l’Italia: si tratta secondo alcuni studiosi della maschera del matto, la cui follia carnevalesca è segnata anche dal rumore chiassoso e sregolato di tamburi, nacchere, campane, campanacci e campanelle. I campanacci ai piedi ricordano i sonagli del pazzo del medioevo e rinviano al tema rabelaisiano, gargantuesco e carnevalesco dello sganciamento delle campane. Campane che segnano il tempo sulla torre della piazza e della chiesa; campane sulle spalle, come in un certo carnevale spagnolo, campane ai piedi: insomma si attua «il rovesciamento del senso della campane; il tempo a rovescio»[10].

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Ma l’elemento più caratterizzante e in un certo senso più significativo del carnevale sira­cusano, e in particolare palazzolese, era senz’altro la messinscena che si chiudeva con il rogo del fantoccio a mezzanotte del martedì grasso. I personaggi protagonisti erano la mamma di carnevale, la morte, il/i diavolo/i, la diavolessa, l’avvocato, il notaio, il prete e vari altri personaggi minori. Si cominciava col processo al re carnevale, seguiva la condan­na, il testamento, il rogo e il rièpitu o lamento funebre [11]. Alla fine della recita uno scoppio faceva saltare la testa al re burlone, che veniva avvolto dalle spire del fuoco, generando nei presenti insieme gioia e tristezza (un’altra ambiva­lenza, fra le tante del carnevale). Il gelido vento del mattino sparge le ceneri per il paese. L’indomani, appunto giorno delle Ceneri, iniziano la Quaresima e la penitenza col­lettiva. Ma la quaresima non di rado entrava nei festeggiamenti carnevaleschi: l’ultimo giorno di festa infatti si vedeva aggirarsi una figura inquietante, una vecchia orri­pilante col fuso e la rocca intenta a filare, residuo moderno di una Parca greca, personifi­cazione del destino e della morte incombente. Prendeva vari nomi: a Veccia ca fila, a vec­cia cucciara. I ragazzi nel tentativo di allungare il più possibile il divertimento cercava­no di strapparle il fuso dalle mani perché si riteneva che in questo modo la vecchia per­desse il suo potere, ma era fatica inutile. A volte essa si univa al corteo carnevalesco, sfi­lando da sola e suscitando in tutti un attimo di paura e di riflessione.

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Carnevale, anni 80, Melilli (ph. Nino Privitera)

Ritornando sul rito del rogo del carnevale, esso conclude la mascariata per le strade del paese: il corteo percorre le stesse vie delle proces­sioni dei santi, oggi come ieri. Un corteo chiassoso, allegro, irriverente, in cui alle belle maschere si alternano i carri allegorici, realizzati in cartapesta; e ancora macchine infio­rate, carretti addobbati, gruppi in maschera e una folla partecipe e allegra. Questo è dato o era dato di vedere nei carnevali più famosi della provincia: Avola e Palazzolo.

La chiesa ha sempre chiuso un occhio sul carnevale: ma a mezzanotte ogni baldoria doveva cessare. La Quaresima reclamava i suoi diritti come ricorda il seguente indovinel­lo: Niesci tu puorcu manciuni (carnevale) trasi tu sarda salata (quaresima), poi veni l’angelica fata (pasqua). Ma quaranta giorni di penitenza sono lunghi anche per il più accanito digiunatore: ecco che allora a mezzaquaresima era lecito trasgredire, introducendo una pausa “carnevalesca”, fatta di giochi, scherzi e insoliti consumi alimentari. Ad Augusta, a metà quaresi­ma, si era soliti spezzare il lungo periodo penitenziale (sorta di Ramadan cristiano) con il gioco delle uova. Ma seguiamo la descrizione di uno storico locale (S. Salomone):

«Il giuoco consiste nel mettere a prova la resistenza di un uovo a colpi di un altro. Prima s’impegna la sfida fra due. Uno dei ragazzi dice all’altro: “Cu me pizzu ti rrumpu u pizzu, u culu e u ciancu”. “Tastamu”, risponde lo sfidato, e allora si scambiano l’uovo e lo fanno battere leggermente contro i denti incisivi per sentirne la consistenza della scorza. Chi dubita del proprio allora soggiunge: “Vu to ccà”, vuol dire che rimane vincitore l’uovo che si rompe, mentre nel primo caso sarebbe stato vincitore l’uovo più forte. Spesso si combinano delle insidie, tenendo pronte due uova e usandone con destrezza nell’un caso e nell’altro. In siffatta maniera si giunge a passare ore e ore del giorno e ci sono dei fortunati che portano a casa un gran numero di uova rotte, per farne la frittata di mezza quaresima».

Sempre in Augusta il rito più caratteristico è quello della “serramonica”, che si svolgeva durante la stessa giornata di mezzaquaresima. Fin dalla mattina si vedeva aggirarsi un’orribile vecchia, che minacciava di tagliare la testa con un falcetto. Essa penetrava nelle case, minacciando e al contempo raccogliendo uova (chiaro simbolo di futura rinascita) assieme ad altri regalucci. La giornata si concludeva col rito del “serrare la monaca”, tagliare a metà un fantoccio, rappre­sentante appunto la mezzaquaresima» [12].

Paganesimo e cri­stianesimo: le ragioni di una tolleranza

Con quali meccanismi ideologici la Chiesa ha potuto tollerare il carnevale? Come ha potuto inserire nel tempo cristiano il carnevale? Mi sembra definitiva l’analisi compiuta da Le Roy Ladurie (Il Carnevale di Romans, 1981: 317):

«Per quanto concerne l’inserimento di Carnevale‑Quaresima nel tempo cristiano, ho già ricordato ciò che meglio corrisponde al concetto primordiale del Carnevale: seppellire la propria vita di pagani, abbandonarsi a un’ultima orgia paganeg­giante, prima di penetrare nel tempo dell’ascesi quaresimale e catecumenica che cono­scerà infine a Pasqua la sua rinascita battesimale e spirituale. Insomma i fatti stretta­mente carnevaleschi, rispetto ai digiuni e alle predicazioni della quaresima, funzionano come preludio logico, come preventiva antitesi… essi sono inseriti nel tempo cristiano, più precisamente nel tempo cattolico… Nel sistema “papista” il carnevale si situa nello svolgimento di un lungo ciclo annuo della Chiesa che va da Ognissanti all’Avvento e a Natale e poi prosegue per carnevale, Quaresima, Pasqua e S. Giovanni… dopotutto il cristianesimo è anche una religione del peccato: è dunque del tutto normale che abbia saputo digerire totalmente questi riti pagani e che si sia pienamente assimilata la gioia peccaminosa del carnevale, pronto però ad espellerla quando si avvicina la Quaresima».
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Carnevale, anni 90, Melilli (ph. Nino Privitera)

 Le farse o parti di carnevale: le recite dei poeti a Palazzolo e Avola

In provincia di Siracusa, per carnevale, si allestivano nelle principali piazze del paese uno o due veglioni, dove si poteva giocare ô sutta novanta nei “botteghini”: la piazza veniva recintata con uno steccato di tavole, ornato di rami d’alloro ed edera. In un lato della piazza si allestivano delle capannucce in legno, l’una conti­gua all’altra. Ciascun “botteghino” veniva appaltato a chiunque ne facesse richiesta: ognuno esponeva la propria “merce” in cui spiccavano magnifici galli o belanti capretti, aggiudicati appunto col gioco del sutta novanta. Nei veglioni in giorni prestabiliti, si ascoltavano le farse o le “storie” recitate dai poeti di popolo. Il gior­no consacrato a tali recite era la sdirruminica. Nei veglioni appositamente allestiti si alternavano personaggi dotati di particolare verve poetica, recitando composizioni satiriche in dialetto contro questo o quel personaggio locale, contro l’Amministrazione comunale. Più comuni erano le satire sociali dei mastri contro i contadini e viceversa [13].

Normalmente la domenica era dedicata alle satire dei contadini, il lunedì a quelle dei mastri. L’unico paese dove le satire dei puieti resistono ancora è Avola; in questo comu­ne erano caratteristici i carri rê puieti, così come ci vengono descritti dal folklorista avole­se G. Gubernale [14]:

 «Degni di nota e che attirano un gran numero di curiosi, sono i carri re pueti che fanno pensare subito ai carri greci, sui quali ebbe inizio la prima forma di com­media [...]. Il carretto, tirato da un asinello e rivestito di foglie di rànnulu (oleandro), è sor­montato da più individui quasi sempre contadini, vestiti nelle fogge richieste dall’argo­mento che debbono trattare… Stanno innanzi l’autore della poesia, vestito per lo più da pulcinella e il suonatore di brogna (tritone, buccino). Arrivato il carro nei luoghi più fre­quentati si ferma; la brogna manda il suo cupo suono e la gente si arroccia per sentire a puisia».

La recita dei poeti di piazza sopravvive ancora oggi ad Avola il lunedì di carnevale: in questo giorno, infatti, i poeti popolari si esibiscono in un palco nella piazza centrale e recitano ad una folla strabochevole e con quella grandissima libertà di parola che è propria delle genti iblee in certe circostanze ritualmente e tradizionalmente definite: la beffa, lo sfottò, la satira politica, l’attacco a questo o quel personaggio locale è tollerato e sottoli­neato dagli applausi di una folla divertita.

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Carnevale, anni 90, Melilli (ph. Nino Privitera)

A Palazzolo le satire in piazza si sono recitate fino all’immediato dopoguerra. Fra i poeti di piazza giova ricordare ro Mmastianu u viddanu (Sebastiano Lombardo, mio nonno), che imperso­nava anche la parte della Mamma di carnevale nella sceneggiata del martedì grasso. Un altro personaggio tipico era don Cicciu Iaddhu, il quale fabbricava carrettini e maschere carnevalesche, erede dell’arte di don Cicciu pastasciutta. L’ultimo personaggio “carneva­lesco” è stato Turi Rizza, morto pochi anni addietro: egli stesso divenuto col tempo una maschera.

La cannaluariata

Che il carnevale palazzolese abbia origini antichissime, legate profondamente alle radici greco-romane della città, è fatto che si presuppone, anche se non documentato: difficile è dimostrarne la continuità nei secoli. Difficile è dare delle datazioni al carnevale di Palazzolo, come di ogni altro centro siciliano. Ciascun Carnevale vanta origini antiche e ogni centro in cui la tradizione del “Re mangione” vive al giorno d’oggi, si vanta di essere “il più antico carnevale di Sicilia”. Fino ad oggi nessuno è in grado di portare documenti a suffragare le proprie affermazioni circa la presunta antichità. Chi lo fa, e sono tanti seri studiosi a farlo, non va al di là dell’Ottocento, in cui le manifestazioni carnevalesche si arricchiscono di elementi spettacolari, teatrali e in cui nascono le prime sfilate di carri allegorici in cartapesta.

Ho avuto la fortuna di trovare un documento fra alcune carte d’archivio (fra le tante ricerche che ho avviato “sul campo”) che “data” incontrovertibilmente il Carnevale palazzolese e ne fa veramente un “Antico Carnevale, un Carnevale storico” (fra i più antichi di Sicilia). Si tratta di un “banno” gettato dal Capitano della città e dai Giurati per regolamentare alcuni fra gli usi e costumi più popolari del carnevale. Siamo nell’anno 1663 e in vista del vicino Carnevale che iniziava a Palazzolo dopo il 25 Gennaio, festa del Patrono della città, le autorità cercano di “disciplinare” la festa (cosa, come si sa, alquanto ardua e assolutamente controproducente). Per far questo colpiscono alcune delle usanze che ormai erano inveterate. Ma leggiamo il documento che è davvero eccezionale:

«Die quinto Ianuarii 1663. Perché si vide (…) che quelli giochi che si fanno in questi giorni di Carnelivari tanto in gettari arangi, darsi mazzonati (“colpi di mazza”, n.d.a.) d’una parte e l’altra purtari all’acqua et altri giochi (…) con lo proposito di levari gli inconvenienti si have fatto d’ordine del sig. Capitanio l’infrascritto banno per lo quali si ordina e comanda che nessuna persona di qualsiasi stato e grado voglia né debia giochare et aver giochato con arangi, colpi di mazzonati, purtare ad acqua et altri giochi ad effetto di livari li inconvenienti sotto la pena di onze 4 e sei mesi de canne».
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Carnevale, anni 90, Melilli (ph. Nino Privitera)

Come si vede il documento ci parla di un cerimoniale davvero insolito per le nostre parti e che credevamo fosse un’esclusiva del Carnevale di Ivrea: la battaglia delle arance, combattuta fra due o più squadre rivali. Naturalmente anche allora i Regolamenti e i divieti poco valevano in circostanze di licenza e goduria generale. Mi ricordo che fino a non molti anni fa le battaglie a base di talco e acqua, di ceci e di colpi di mazza erano un fatto che, se infastidiva i più, gratificava gli attori del rituale. Spesso la cosa degenerava al punto che ne nascevano furibonde risse, poiché, protetto dall’inquietante maschera, qualcuno consumava qualche piccola vendetta personale. Anche per questo le autorità si preoccuparono assai presto di regolamentare l’uso delle maschere.

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Carnevale, anni 90, Melilli (ph. Nino Privitera)

A Catania accadde, ad esempio, che dallo scherzo si passò all’omicidio: nel 1902 anche la città etnea festeggiava il suo carnevale fatto di giochi innocui, di scherzi piacevoli, ma anche delle solite battaglie a base di talco, gesso e quant’altro materiale imbrattante. In particolare, fra la gente irruppe una comitiva di mascherati che cominciarono a spargere sulla folla cipria, gesso e acqua, e a lapidare con lancio di pietruzze quanti assistevano dai balconi al “Festival” in piazza. A un certo punto intervenne la polizia e nel tumulto che ne seguì si trovò il corpo di un ragazzo di 14 anni ferito da un colpo di pistola. Ne seguì una vera ribellione a stento sedata. Da allora si proibì il carnevale a Catania.

Non sempre tuttavia le autorità intervenivano per reprimere o proibire. Nel 1851 l’Intendente della Valle di Siracusa invia una circolare ai sindaci della Provincia (che allora comprendeva Siracusa e Ragusa) per spronarli a «Far riuscire divertito e brillante il carnevale». Fra le risposte in «riscontro» alla missiva dell’Intendente riporto solo questa che mi sembra interessante nella sua estrema sintesi:

 «Dal Sindaco di Scicli all’Intendente: Signore […] in questa comune per quanto riguarda il ceto della bassa gente non occorre alcun stimolo, giacché, essendo essa al presente la classe più agiata, stante l’abbondanza dei generi, si è abbandonata a tali sollazzi senza moderazione! In quanto ai proprietari e borgesi si usa la necessaria moderazione, non perché essi trovansi occupati a sostenere li pesi sociali, ma perché non le riesce poi molto sensibile il passaggio dal tripudio alla concentrazione, che esigge la prossima quaresima».
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Carnevale, anni 90, Melilli (ph. Nino Privitera)

Davvero eccezionale il documento perché in sostanza conferma che il carnevale lo volevano e lo facevano le classi popolari, anche per l’abbondanza di cibo a disposizione. Infatti in questo periodo in un modo o nell’altro la tavola dei poveri era più ricca e succulenta, e il maiale, e la salsiccia in particolare, vi faceva la sua smagliante comparsa. A proposito di salsiccia. Anche qui Palazzolo può vantare il suo bel primato. Che abbia della buona salsiccia lo dice anche il proverbio, quando scanzonato ripete: Ppi sausizza Palazzuolu, ma ppi finuocci Sarausa, intendendo ambiguamente il primato di Siracusa nella produzione di finocchi, e giocando sul doppio senso delle parole salsiccia e finocchi. Ma che la si producesse (e si produce) sempre allo stesso modo, almeno da trecento e più anni, è dimostrabile da alcuni documenti di archivio, da cui si evince inoppugnabilmente come la salsiccia palazzolese sia prodotto “tipico” del paese.

Se è dimostrata l’antichità del carnevale palazzolese, è purtroppo certificata la cancellazione del suo rito più caratterizzante e tradizionale, ovvero il rogo o morte di Carnevale. Quello che era il clou appunto di ogni Carnevale oggi è scomparso, sostituito da un ballo da discoteca di cui sono protagonisti i giovani eternamente in festa (beati loro!).

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
Note

[1] «L’inverno sta finendo, il vecchio sta morendo, prepariamogli la bara, a questo gran cornuto».
[2] Nel Medioevo lo stesso rituale si svolgeva durante le funzioni reli­giose natalizie, quando un bambino (chiamato appunto ‘episcopello’) sedeva al posto del vescovo o dell’arciprete.
[3] Cfr. L. Lombardo, Vampariglie. Fuochi e feste popolari in Sicilia, intr. di I. E. Buttitta, Palermo, Fondazione Buttitta, 2009.
[4] «Noi siamo morti, come vedete, e morti così vedremo voi, fummo come siete voi ora, e voi sarete come noi. Noi tutti per carnevale, i nostri amori andavamo cantando, ed andavamo di male in male, ora per il mondo andiamo gridando: penitenza, penitenza».
[5] All’origine di molte rappresentazioni carnevalesche, ancora oggi in auge, sono fatti storici autentici: è il caso del Mastro di campo di Mezzoiuso, dove è rappresentato il noto episodio del rapimento di Bianca di Navarra, regina di Sicilia, dopo la morte di Martino II il giovane, su cui si legga il fondamentale saggio: A. Buttitta, A. Pasqualino, Il Mastro di campo a Mezzojuso, Palermo, Fondazione Ignazio Buttitta, 2007. Un contributo di riepilogazione e rinnovamento degli studi sul carnevale è il recente Oltre il carnevale: maschere travestimenti, inversioni, a cura di Sebastiano Mannia, Atti del Convegno Internazionale Palermo, 12-13 febbraio 2016, Palermo, Fondazione Ignazio Buttitta, 2017.
[6] S. Bonanzinga, Un sistema cerimoniale bipolare, in Tempo di carnevale. Pratiche e contesti tradizionali in Sicilia,  Messina, Intilla editore, 2003, pp. 55-100.
[7] G. Sanga, Personata libido, in «La Ricerca folklorica», 6 (ottobre 1982): 6. Il titolo di questo saggio è preso da quest’articolo qui citato, il quale deriva dai Fasti di G. B. Spagnuoli (Strasburgo 1518, libro 2°). Il distico così recita: Per fora per vicos it personata libido / et censore carens subit omnia tecta voluptas («Per le strade e per le piazze va il desiderio in maschera / e, privo di un censore, il piacere entra sotto ogni tetto». In quell’anno il periodico citato dedicò tutto un numero al carnevale sotto il titolo Interpretazioni del carnevale, con saggi di vari studiosi, ancora oggi più che mai attuali.
[8] S. A. Guastella, L’Antico carnevale della Contea di Modica, Palermo, Edizione della Regione siciliana, 1973: 47.
[9] Questo giovedì era dedicato fra l’altro ai bisognosi.
[10] E. Le Roy Ladurie, Il carnevale di Romans, Milano, Rizzoli, 1981: 18.
[11] A Pachino uno di que­sti testi in poesia mi fu dettato anni addietro (1973) dal poeta contadino Scrofano Sebastiano. Ne riporto un brano: «Figghiu la to morti fu spavientu, a‑mmenzanotti finisci la to ura, campasti tri‑gghiorna a‑ttiempu a‑ttiempu, ca fu spavientu ri ogni criatura,cu l’ha‑ffattu pi spassu e‑ccu pi ntientu, cu s’ha mpignatu segghi letta e‑mmura: ora muristi, figghiu sbinturatu, doppu ca tanti casi ha‑rruvinatu. Pattri e pparucu a‑bbergia ci‑at’abbiatu, sarristanu sunamicci i campani, ca me figghiu milli puorci sha‑mmangiatu,  e‑ssetticientu furnati ri pani, milli chila ri strattu squagghiatu, milli chila ri pasta sani sani. Aspittati se v’at’a-pp‑ppurtari, ca l’urtimu vasuni ci‑aiu a‑ddari. Figghiu la to morti nun fu ddannu, ca lassi m‑paci ogni criatura, i signurini si vanu truccannu, si fanu bbeddi contra la natura, tutta a facci si vanu pittannu, hannu sfardatu milli chila ri pittura, ora ca s’accapau carnalivari, ci‑arriestunu li facci com’è scurzari».
 [12] S. Salomone, Storia di Augusta, Catania, 1905: 123-124.
[13] Il seguente brano è un esempio di satira dei villani contro la mastranza: il personaggio colpito fa il muratore o il pittore: «Cu a‑ttingiri, cu a‑ttingiri ca passa u tingituri / num‑bi faciti tingiri ro mastru muraturi [...]; / quest’altro colpiva il carrettiere: «iu vagghiu a‑ttri e fazzu u carrittieri / pi strata m’allientunu li muli e‑cci mpaiu a mo mugghieri. / Lu picciriddu cianci nto mienzu ra nuttata / si susi a cammarera e‑cci runa na nnacata. In quest’altro si colpivano i monsù (cuochi e cocchieri): «E nun fazzu cciù u cucchieri / ora fazzu u cavaleri / cô ntrallazzu i mo mugghieri / cu lu so riccu mistieri / speciarmenti cu sti Ngrisi ca ci su / tutti li siri puottunu cassati / biscotti e mammillati / burru zuccuru e cafè / bè, bè, bè, bè».
[14] G. Gubernale,  Avola festaiola, a cura di S. Burgaretta, Avola, Motta, 1988: 28.

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Luigi Lombardo, già direttore della Biblioteca comunale di Buccheri (SR), ha insegnato nella Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università di Catania. Nel 1971 ha collaborato alla nascita della Casa Museo, dove, dopo la morte di A. Uccello, ha organizzato diverse mostre etnografiche. Alterna la ricerca storico-archivistica a quella etno-antropologica con particolare riferimento alle tradizioni popolari dell’area iblea. È autore di diverse pubblicazioni. Le sue ultime ricerche sono orientate verso lo studio delle culture alimentari mediterranee. Per i tipi Le Fate ha di recente pubblicato L’impresa della neve in Sicilia. Tra lusso e consumo di massa.

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