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Performare la tradizione. Nuove botteghe artigiane nella città di Matera

Cuccù, Geppetto Artigianato (ph. Ciriaca Coretti)

Cuccù, Geppetto Artigianato, Matera (ph. Ciriaca Coretti)

CIP

di Ciriaca Coretti 

Premessa 

Negli ultimi anni, la riflessione antropologica sull’artigianato ha assunto un rilievo crescente nell’ambito degli studi sul patrimonio culturale immateriale, sulla cultura materiale e sui processi di valorizzazione dei saperi locali. In tale contesto, la città di Matera rappresenta un osservatorio privilegiato per indagare il rapporto tra produzione artigianale e costruzione identitaria. L’artigianato materano, erede di una lunga tradizione di saperi manuali, si è ridefinito nel corso del tempo come spazio di sperimentazione creativa, economica e culturale, dove la manualità si traduce in linguaggio e la pratica produttiva diventa dispositivo di narrazione territoriale.

Il contributo che segue è il risultato di una ricerca di dottorato, condotta a partire dal 2017, presso l’Università degli Studi della Basilicata e finanziata dalla Fondazione Intesa Sanpaolo nell’ambito delle borse di ricerca destinate a dottorati in discipline umanistiche, culminata poi nella monografia Antropologia del saper fare. Il carattere performativo degli oggetti artigianali. Il caso di studio della città di Matera (Coretti 2025).

La nozione di dimensione performativa del saper fare consente di leggere gli oggetti artigianali non solo come testimonianze materiali del passato, ma come agenti attivi di significato, capaci di mettere in scena valori, memorie e immaginari collettivi. L’oggetto artigianale, difatti, agisce oggi performativamente nella misura in cui produce identità, e evoca “autenticità” e “nostalgia”, due categorie fondamentali nel mercato culturale e turistico contemporaneo. Gli oggetti artigianali vengono caricati di intenzionalità multiple: rappresentano biografie, luoghi e “tradizioni”, diventando simboli di identità locale, spesso “inventata” o “ostentata”. Franco Lai scrive: 

«I prodotti artigianali locali sono l’esito di varie “intenzionalità” e, pertanto, si caricano di vari significati. Essi devono essere genuini e autentici, come tali devono portare con sé una biografia e una storia, non solo quella del loro percorso nel processo produttivo, ma anche quella del luogo cui fanno riferimento e di cui sono i rappresentanti. Comunicano una serie di significati che in modo più o meno esplicito fanno riferimento alla tradizione, alla cultura e così via. Diventano così i simboli della cosiddetta “identità locale”, talvolta vissuta e, talvolta, perlopiù inventata e ostentata [...] Nel discorso politico e a vari livelli la parola che compare spesso è “valorizzazione”. [...] Gli oggetti diventano così anche gli emblemi del riscatto delle regioni più sfavorite della storia nazionale che cercano una riaffermazione nel nuovo contesto europeo e nel mercato globale. Ciò che ne risulta in modo ricercato o come risultante di varie scelte e dinamiche è un vero proprio processo di “produzione della località”. [...] Alla base c’è una progettualità politica che dà luogo ad un vero e proprio processo di costruzione dell’autenticità. Si tratta di un processo complesso che mette in modo più livelli decisionali. [...] Entrano così in gioco in vario modo associazioni delle categorie produttive, imprenditori, politici regionali e amministratori locali, esperti delle università e dei centri di ricerca, agenti di sviluppo, responsabili del patrimonio, a vari livelli decisionali, locale, regionale e comunitario» (Lai 2007: 40-41). 

La produzione della località è, pertanto, un processo politico e culturale che coinvolge, a tutti i livelli, istituzioni, associazioni, imprenditori e università. L’artigianato locale, inoltre, si colloca all’interno di nuovi modelli di consumo e turismo, dove il valore di “autenticità” diventa un dispositivo di mercato. Franco Lai sottolinea che «non c’è autenticità senza procedura di autenticazione»: i prodotti locali sono “falsi genuini” o “falsi autentici”, la cui autenticità è garantita da marchi, disciplinari e reputazione (Lai 2007: 38). Pietro Clemente osserva anche che il moderno non può prescindere dall’uso del passato, non per nostalgia ma per pratiche legate alle differenze (cfr. Clemente 2007: 55-57). La nostalgia diventa così una forza culturale centrale nella società postmoderna (cfr. Salizzoni 2007: 112; Appadurai 2021: 102-104). Richiamando Frederic Jameson, Appadurai parla di “nostalgia immaginata” o “nostalgia per il presente” (Appadurai 2021), mentre Vito Teti (2020) rilegge la nostalgia come sentimento del presente, una risorsa critica contro la modernità.

Il fare manuale, lungi dal limitarsi a una pratica produttiva, si trasforma in un atto di mediazione culturale: ogni gesto tecnico e ogni oggetto realizzato materializzano un sapere situato, una forma di conoscenza incarnata che rimanda a una precisa appartenenza territoriale e a una concezione condivisa del fare artigiano. In tale prospettiva, l’artigianato si configura come un campo di tensione tra locale e globale, tradizione e innovazione, produzione e rappresentazione. I processi di patrimonializzazione e di certificazione — come nel caso del marchio “MateraDoc”, istituito nel 2008 per garantire l’autenticità delle produzioni locali [1] — mostrano come l’oggetto artigianale sia oggi investito di una duplice funzione: economica, legata alla filiera produttiva e turistica; e simbolica, relativa alla costruzione dell’immagine del territorio.

Empremtes de Catalunya, sede del Centre Artesana Catalunya, luogo di espansione e vendita di prodotti, Bacellona Carrer Banys Nous, 11 (ph. Ciriaca Coretti)

Empremtes de Catalunya, sede del Centre Artesana Catalunya, luogo di espansione e vendita di prodotti, Bacellona Carrer Banys Nous, 11 (ph. Ciriaca Coretti)

Nel mio percorso comparativo, ho potuto osservare con particolare interesse il marchio catalano “Empremtes de Catalunya”, progetto promosso dal Consorci de Comerç, Artesania i Moda de Catalunya e dall’ Institut Català de les Empreses Culturals. Il marchio, concepito come una “impronta della Catalogna”, certifica non solo la provenienza e la qualità, ma anche l’autorialità e la creatività dei singoli artigiani, riconoscendo nell’oggetto un valore culturale e non solo economico. Durante la mia indagine in Catalogna, ho riscontrato come tale marchio operi come un vero e proprio strumento di cultural branding, capace di rendere visibile l’artigianato locale su scala internazionale senza snaturarne il legame con la tradizione.

In entrambi i casi — MateraDoc e Empremtes de Catalunya — il marchio funziona come una narrazione territoriale, un discorso sul “locale” che si fonda sulla costruzione di autenticità e appartenenza. Seguendo l’interpretazione di Lai (2007) e Appadurai (2021), possiamo leggere tali processi come forme di “produzione della località”: strategie in cui la cultura materiale diventa un linguaggio di rappresentazione del territorio, mediando tra l’economia simbolica del patrimonio e le logiche di mercato globale. Lungi dall’essere un semplice segno di consumo, l’oggetto artigianale agisce dunque come medium culturale, capace di veicolare valori di identità, appartenenza e memoria collettiva. All’interno di questo scenario, la manualità e il gesto produttivo diventano elementi centrali di una performatività diffusa: l’artigiano non solo riproduce tecniche tradizionali, ma mette in scena, attraverso il proprio lavoro, un’idea di continuità con il passato. Tale performatività si manifesta sia nella materialità degli oggetti, sia nei contesti sociali e rituali in cui essi circolano, rivelando come il “fare” artigianale sia al tempo stesso una pratica economica, estetica e culturale.

La ricerca condotta nella città di Matera permette di esplorare la pluralità di significati assunti dal saper fare artigiano in una società in cui la manualità è tornata a essere segno di distinzione, autenticità e creatività locale. Gli oggetti artigianali materani, oggi, non sono soltanto residui di un passato contadino, ma strumenti di una nuova progettualità culturale che tiene insieme economia creativa, turismo esperienziale e produzione di immaginario.

L’articolo si propone di analizzare tale dimensione performativa del saper fare, indagando come gli oggetti e le pratiche artigianali agiscano come atti di rappresentazione e auto-rappresentazione della comunità locale, inscrivendosi in più ampi processi di patrimonializzazione e di risemantizzazione della tradizione. Attraverso l’osservazione etnografica e il confronto con le prospettive teoriche dell’antropologia del patrimonio e della cultura materiale, l’indagine intende restituire un quadro dinamico dell’artigianato materano come pratica sociale, estetica e performativa, capace di tenere insieme memoria e innovazione, tecnica e racconto, oggetto e gesto. 

Prodotti con marchio Empremtes de Catalunya registrati dal Centre d'Artesana Catalunya del Consorci de Comercç Artesania i Moda (ph. Ciriaca Coretti)

Prodotti con marchio Empremtes de Catalunya registrati dal Centre d’Artesana Catalunya del Consorci de Comercç Artesania i Moda (ph. Ciriaca Coretti)

Oggetti, simboli e nuove pratiche di risignificazione 

L’artigianato lucano, e in particolare quello materano, si configura come una forma di espressione performativa del sapere, in cui il gesto tecnico si intreccia a una dimensione simbolica e comunitaria. Le radici dell’artigianato lucano si collocano nel mondo agropastorale, dove la trasformazione dei materiali naturali – legno, ferro, terracotta, tufo, metallo – rispondeva sì a bisogni funzionali e pratici ma anche a istanze estetiche e talvolta rituali (Coretti 2025: 100).

L’artigiano, in quanto depositario di una competenza condivisa, incarnava così una memoria collettiva che si trasmetteva attraverso il corpo, nella reiterazione di gesti tecnici appresi per imitazione, “rubati con gli occhi” e perfezionati nel tempo. La bottega, più che un luogo di produzione, costituiva un teatro del sapere, in cui l’apprendimento era incorporato nella pratica, e l’oggetto finito diventava testimonianza tangibile di una relazione tra gesto, materia e contesto sociale (cfr. Spera 1977; Clemente 1978). Gli artigiani, depositari di un patrimonio tecnico e simbolico collettivo, non solo “realizzavano oggetti”, ma performavano una memoria condivisa, inscrivendo nei manufatti la relazione vitale tra uomo, ambiente e collettività (Spera 1977: 7-10). L’oggetto artigianale, pur nascendo per un contesto funzionale e utilitario, possedeva una duplice valenza, che era pratica e simbolica.

Marchi di pane realizzati in legno. Massimo Casiello Tornitura Artistica Atelier del legno (ph. Ciriaca Coretti)

Marchi di pane realizzati in legno. Massimo Casiello Tornitura Artistica Atelier del legno (ph. Ciriaca Coretti)

Il marchio da pane, ad esempio, originariamente utilizzato per contrassegnare le forme di pane nei forni comuni dei Rioni Sassi, oggi viene reinterpretato come segno identitario e manufatto artistico. Nelle mani degli artigiani contemporanei, come Massimo Casiello, Emanuele Mancini e Tommaso Schiuma, il timbro diviene un oggetto narrativo che condensa il rapporto tra sacro e profano, lavoro e simbolo, femminile e comunitario, rievocando la gestualità condivisa del pane (Coretti 2025: 163-165). Enzo Spera, in relazione a uno studio che egli aveva condotto negli anni Settanta, in Basilicata e Puglia, e riferito all’arte popolare e, nello specifico, alla produzione dei marchi da pane, scrive: 

«Qualsiasi prodotto d’arte popolare, o più esattamente in questo caso pastorale […] si configura sempre come documento di cultura, di una cultura che, a livello visivo, si riconosce subito muoversi in dimensione diversa e altro dal linguaggio figurativo dell’arte espressa dalla classe che detiene il potere burocratico-culturale […]. Un prodotto d’arte popolare, come qualsiasi altro elemento della cultura tradizionale, analizzato a fondo in base a riferimento e interpretazioni interne alla stessa cultura che lo esprime, puntualizza compiutamente il lavoro di complicazione che si stabilisce tra individuale e collettivo […]. Gli schemi e i modelli che l’artista popolare possiede non sono patrimonio suo esclusivo, sono gli stessi schemi e modelli che l’intera collettività possiede come suo patrimonio ancor prima di quel singolo individuo» (Spera 1977: 7-10). 
Matrix, Marchio da pane, Schiuma post Design (ph. Tommaso Schiuma)

Matrix, Marchio da pane, Schiuma post Design (ph. Tommaso Schiuma)

Analogamente, il cuccù, fischietto antropomorfo in terracotta, da giocattolo popolare e dono augurale si trasforma in oggetto da collezione e souvenir di viaggio. La tradizione di questo particolare fischietto è molto antica e accomuna difatti le aree del materano come anche quelle della Murgia barese. La sua forma richiama quella di un gallo stilizzato mantenendone però le caratteristiche principali come, ad esempio, la cresta che lo caratterizza e che, con uguale valore propiziatorio e augurale, era posta su molti comignoli e abitazioni dei Sassi. La loro fabbricazione era marginale e veniva incrementata con l’avvicinarsi delle fiere locali e durante i riti religiosi della Pasqua. Il cuccù aveva la funzione di un giocattolo o il più delle volte di un portafortuna e veniva donato generalmente ai figli maschi come segno di responsabilità affinché crescessero sani e forti e diventassero buoni capofamiglia oppure venivano acquistati dalle donne che li regalavano alle vicine di casa. Per le bambine era molto raro riceverlo in regalo perché era un oggetto legato tradizionalmente al genere maschile (D’Imperio 2019: 5-7). Tra gli anni ’60 e ’70, alcuni artigiani iniziarono a dedicarsi più assiduamente all’artigianato tradizionale e alla produzione di cuccù. Tra questi, i fratelli Giuseppe e Tommaso Niglio che grazie alla collaborazione con alcuni ceramisti materani, tra cui Giuseppe Mitarotonda e Dino Daddiego, rilanciarono la fabbricazione dei cuccù inserendola nelle forme di artigianato locale.

Cuccù in terracotta, Daddiego Ceramiche (ph. Ciriaca Coretti)

Cuccù in terracotta, Daddiego Ceramiche (ph. Ciriaca Coretti)

Oggi il cuccù, insieme al marchio da pane, è presente quasi in ogni casa, molte famiglie materane ne possiedono uno. Fabbricati in terracotta o in ceramica presentano una grande varietà di forme e di colori. Ricercati dai visitatori e proposti come souvenir turistici per il loro valore simbolico e il richiamo alla tradizione, sono realizzati da molti artigiani materani che hanno ripreso a fabbricarli inserendoli nella propria produzione artistica. Richiamano per certi versi i colori e le forme più tradizionali i cuccù prodotti dalle famiglie Daddiego; particolarmente originali invece dal punto di vista artistico ed estetico sono quelli realizzati da Marco Brunetti, Maria Bruna Festa e Ilenia Dragonetti.

Cuccù, Maria Bruna Festa Ceramiche d'Arte (ph. Ciriaca Coretti)

Cuccù, Maria Bruna Festa Ceramiche d’Arte (ph. Ciriaca Coretti)

Mentre, invece, la lavorazione della cartapesta, legata alla fabbricazione del Carro trionfale della Bruna, continua a essere prodotta in una “bottega temporanea” che ripete annualmente, in forma performativa, il rito della distruzione e rinascita della materia [2]. Il cosiddetto strazzo costituisce il momento culminante della Festa, un rituale di propiziazione in cui l’elemento religioso incontra l’aspetto più profano della festa e nello stesso tempo celebra l’inizio di un nuovo anno che avverrà con la realizzazione del nuovo Carro Trionfale; del vecchio rimane soltanto lo scheletro che viene riportato nella “fabbrica del carro” fino all’affidamento al nuovo vincitore. Il detto, noto a molti materani, celebra così questo momento: A mogghj a mogghj all’onn cj vahn (di bene in meglio l’anno futuro), a significare l’intento augurale di buon auspicio valido per l’anno successivo.

Cuccù, Cucibocca Ilenia Dragonetti (ph. Michele Morelli)

Cuccù, Cucibocca Ilenia Dragonetti (ph. Michele Morelli)

In ciascuno di questi casi, il gesto artigiano riattiva un codice simbolico, inscrivendo nel presente una memoria di lunga durata. Tali pratiche rivelano una tensione tra autenticità e innovazione, in cui la performatività del saper fare consiste nel suo essere costantemente riscritto, negoziato e condiviso.

A Matera, tale intreccio tra gesto e memoria si è tradotto nella sedimentazione di un patrimonio materiale oggi riletto anche in chiave museografica e identitaria. Le trasformazioni del secondo dopoguerra – dalla chiusura delle botteghe artigianali all’avvento dell’industria dei laterizi e dei mulini – hanno determinato una progressiva “de-funzionalizzazione” dei manufatti artigianali, che tuttavia sopravvivono come segni estetici e narrativi di una cultura materiale rifunzionalizzata nella memoria collettiva (cfr. Chisena 1984: 102-104).

Carro Trionfale della Bruna, Raffaele Pentasuglia, 2018 (ph. Ciriaca Coretti)

Carro Trionfale della Bruna, Raffaele Pentasuglia, 2018 (ph. Ciriaca Coretti)

In tale prospettiva, le collezioni museografiche – dal Museo Laboratorio della Civiltà Contadina di Donato Cascione alla Collezione etnografica esposta oggi presso i Musei Nazionali di Matera – operano come dispositivi performativi della memoria, in cui gli oggetti non sono solo esposti, ma “agiscono” come mediatori tra passato e presente [3]. A tal proposito Ferdinando Mirizzi scrive: 

«Il Museo-laboratorio di Donato Cascione, allestito in alcuni ambienti ristrutturati di un palazzotto a corte sito nel Sasso Barisano, si presenta allo sguardo di chi vi entra come un luogo della memoria, che rimanda evocativamente alla vita condotta nei Sassi prima che la Legge 619 del 1952, decretando lo sfollamento di migliaia di uomini e donne fino ad allora lì residenti, ponesse le premesse per farne il simbolo di un passato contadino capace col tempo di diventare oggetto di contemplazione estetica. [...] Così, gli oggetti raccolti e custoditi nel Museo-laboratorio della Civiltà Contadina di Donato Cascione si presentano come testimonianze vive e tangibili di quelle generazioni, di cui, anche attraverso le storie che riescono a produrre riattivando la memoria, dimostrano di saper interpretare sentimenti e valori, norme di comportamento e stili di vita, concezioni del mondo e speranze in un futuro migliore, con la conseguenza di poter prospettare alle generazioni presenti la visione contraddittoria di mondi finiti e insieme di altri possibili e progettabili a partire da essi, eppur da essi profondamente distanti e diversi» (Mirizzi 2012: 14-17). 
A ci appartjn Vicinati, Etnografie di oggetti, Musei nazionali di Matera (ph. Ciriaca Coretti)

A ci appartjn Vicinati, Etnografie di oggetti, Musei nazionali di Matera (ph. Ciriaca Coretti)

Nel progetto museale dei Musei Nazionali di Matera, l’allestimento della Collezione etnografica – articolato in sezioni tematiche che evocano il “vicinato” come spazio di interazione quotidiana – rinnova tale dimensione performativa, restituendo ai manufatti contadini una nuova vita estetica e sociale (Coretti 2025: 124-125). Esclusa la ricostruzione filologica degli ambienti domestici tipica della museografia etnografica novecentesca, l’allestimento mira piuttosto a stimolare un’esperienza sensoriale e relazionale, grazie anche all’audioambientazione che richiama suoni e voci dei Rioni Sassi. Così, la pratica artigianale, da gesto produttivo, si trasforma in dispositivo narrativo e performativo, dove l’oggetto — decontestualizzato e reinscritto nello spazio museale — continua a “produrre cultura”, attivando processi di riconoscimento e di appartenenza comunitaria. 

In entrambi gli esempi, gli oggetti artigianali assumono il valore di “testi materiali”, capaci di raccontare la storia sociale di una comunità attraverso le tracce della loro fabbricazione, del loro uso e della loro rifunzionalizzazione. La loro funzione, nel passaggio dal mondo agropastorale alla modernità, si è progressivamente trasformata: da strumenti d’uso a elementi di una memoria patrimonializzata. 

A ci appartjn Vicinati, Etnografie di oggetti, Musei nazionali di Matera (ph. Ciriaca Coretti)

A ci appartjn Vicinati, Etnografie di oggetti, Musei nazionali di Matera (ph. Ciriaca Coretti)

Nuove botteghe artigiane. Il caso di studio della città di Matera 

Manufatti come il marchio da pane, il cuccù – antichi oggetti d’uso o simboli rituali – diventano oggi emblemi della creatività locale e strumenti di autorappresentazione culturale. La loro riproduzione nelle nuove botteghe materane non implica una semplice replica formale, ma un processo di re-enactment simbolico che reinterpreta la tradizione del passato come pratica viva e riflessiva. Il gesto tecnico, lungi dall’essere una ripetizione inerte, si configura come atto performativo che mette in scena la continuità tra memoria e creatività (Coretti 2025: 168-172).

La produzione artigianale contemporanea non mira a cristallizzare la tradizione, ma a tradurla in linguaggio culturale e narrativo, attraverso una rete di relazioni economiche, estetiche e sociali che uniscono artigiani, istituzioni e pubblico (Coretti 2025: 185-187). In tal senso, l’artigianato materano si conferma come pratica performativa del patrimonio: un processo dinamico in cui l’oggetto continua a “fare” comunità, reinventando se stesso nel dialogo tra memoria e progettazione. Nel corso della mia ricerca ho osservato come, difatti, le nuove botteghe artigiane della città di Matera rappresentino un campo particolarmente dinamico, in cui pratiche tradizionali e sperimentazioni contemporanee convivono e dialogano.

Raffaele Pentasuglia, bottega d'Arte Pentasuglia (ph. Ciriaca Coretti)

Raffaele Pentasuglia, Bottega d’Arte Pentasuglia (ph. Ciriaca Coretti)

L’artigianato materano, storicamente radicato nei saperi agropastorali e nelle lavorazioni della terracotta, del legno, del ferro e della cartapesta, ha attraversato negli ultimi vent’anni un processo di profonda rifunzionalizzazione, orientato alla produzione artistica, al design e al mercato turistico (Coretti 2025: 127-130). Nella mia esperienza sul campo, la dimensione estetica del manufatto – e la sua capacità di evocare identità e memoria locale – si è rivelata decisiva nella ridefinizione dell’artigianato come dispositivo culturale. Oggetti che avrebbero “raggiunto il loro punto zero”, perdendo la loro funzione originaria (Turci 2009), sono stati risemantizzati attraverso nuovi contesti d’uso e di produzione (Coretti 2025: 127).

Dalle interviste alle artigiane e agli artigiani, è emerso come molti di loro provengano da percorsi formativi eterogenei – dall’Accademia delle Belle Arti a percorsi tecnici, da esperienze lavorative nella grafica o nel design – e come reinterpretino materiali, tecniche e iconografie locali in modi inediti. La bottega si configura così come uno spazio di produzione culturale complesso, un laboratorio in cui gesto, materia e narrazione si intrecciano in una performatività quotidiana. In questo senso, il “saper fare” non è mai solo tecnica: è un modo di raccontare il territorio, di rappresentarlo e di posizionarsi rispetto a esso (Coretti 2025: 128-129).

Durante la mappatura condotta nel 2020, ho registrato circa settanta botteghe attive, distribuite prevalentemente nei rioni Sassi e nel centro storico (Coretti 2025: 131). Entrando nei laboratori, ho osservato come ciascuno di essi svolga simultaneamente funzione produttiva, espositiva e comunicativa. La bottega diventa negozio, atelier, spazio di performance e luogo di relazione con il pubblico, soprattutto turistico. Tale molteplicità fa dell’artigiano una figura ibrida e, a suo modo, “mediatore culturale”, capace di tradurre istanze locali in linguaggi globali. 

Lella Campitella, Matera, Laboratorio di arte orafa e lignea di Lela Campitelli e Michele Ascoli (ph. Ciriaca Coretti)

Lella Campitelli, Matera, Laboratorio di arte orafa e lignea di Lela Campitelli e Michele Ascoli (ph. Ciriaca Coretti)

Il rapporto tra artigianato e turismo, che ho definito un “binomio estremamente attuale” (Coretti 2025: 130), è risultato evidente soprattutto dopo la nomina di Matera a Capitale Europea della Cultura 2019, il flusso turistico è aumentato e con esso è cresciuta la domanda di prodotti che rappresentassero l’identità locale. Molte nuove botteghe sono nate proprio in questo clima di espansione, sostenute da un interesse rinnovato per il lavoro manuale, per la creatività individuale e per l’estetica del “pezzo unico”.

Le politiche istituzionali locali hanno giocato un ruolo decisivo. Il marchio MateraDoc, istituito nel 2008, ha contribuito a definire criteri e narrazioni condivise sull’autenticità dell’artigianato locale (Coretti 2025: 145-147). Progetti come “Percorsi Accoglienti”, promossi da Confartigianato, hanno invece proposto un modello di turismo sostenibile centrato sulla bottega e sulla sua capacità di restituire ospitalità e racconto (Coretti 2025: 155). La proposta del “Quartiere degli artieri”, formulata nel 2019 dal Comune, mira infine a rilanciare il ruolo dei Sassi come luogo di produzione artigianale, attraverso la creazione di un vero e proprio “condominio dei mestieri” (Coretti 2025: 148). Il rinnovamento della scena artigiana materana è stato favorito anche da politiche culturali regionali, come la manifestazione “Fucina Madre – Expo dell’Artigianato e del Design di Basilicata”, avviata nel 2018.

Infine, nel mio lavoro di ricerca ho potuto osservare come questi interventi contribuiscano a quella che Franco Lai definisce “produzione della località”: un processo politico e culturale che attiva dispositivi di autenticazione, legittima certe forme di tradizione e ne promuove altre, ridefinendo continuamente ciò che viene percepito come “artigianato locale”.

La ceramica è uno dei campi in cui la continuità con la tradizione del passato risulta più evidente ma, al tempo stesso, più profondamente ridefinita. I dati del Rapporto Unioncamere 2005 mostrano che il 32% delle produzioni artistiche lucane riguardava la ceramica [4]. A partire da queste basi, negli ultimi anni ho osservato l’affermarsi di laboratori che integrano tecniche storiche con forme, colori e materiali innovativi. La ceramica materana diventa così un campo privilegiato per riflettere sulla tensione tra ripetizione e creatività, tra ripresa della tradizione e spinta verso il nuovo. Nelle botteghe che ho visitato, ho visto come l’oggetto ceramico non sia più soltanto un “souvenir”, ma un manufatto carico di significati estetici e simbolici, risultato di un dialogo continuo tra artigiano, pubblico e territorio.

Dacia capriotti, Daciaarte Laboratorio di ceramca e pittura (ph. Ciriaca Cofretti)

Dacia Capriotti, Daciaarte Laboratorio di ceramIca e pittura (ph. Ciriaca Coretti)

Il riconoscimento della città di Matera tra i “territori di affermata tradizione ceramica” costituisce l’esito più recente di un processo di valorizzazione culturale e produttiva legato alla secolare attività artigianale locale. Nel 2019 la Confederazione Nazionale dell’Artigianato (CNA) ha promosso ufficialmente la candidatura del Comune di Matera all’Associazione Italiana “Città della Ceramica”, riconoscendo in tale adesione uno strumento strategico per il rilancio e la tutela delle maestranze ceramiste operanti nel territorio. Il dossier di candidatura, redatto con il mio contributo e quello dell’archeologa Isabella Marchetta, ha ottenuto nel 2023 l’inclusione di Matera nella rete nazionale delle città di affermata tradizione ceramica, attestando la rilevanza storica e contemporanea del comparto.

L’indagine etnografica da me condotta nella città di Matera conferma che gli oggetti prodotti nelle botteghe non sono mai semplici “cose”, bensì vettori semiotici che incorporano memorie, gesti, estetiche e aspirazioni. Essi performano l’identità locale e, allo stesso tempo, la reinventano. La performatività del “fare” artigiano si manifesta così su più livelli: nel gesto tecnico ripetuto e perfezionato; nella relazione con i visitatori che assistono ai processi di produzione; nelle narrazioni che accompagnano il manufatto; e infine nella capacità dell’artigiano di modulare la tradizione passata in risposta alle trasformazioni del contesto socioeconomico.

Alla luce della mia ricerca, il caso materano si configura come un modello di artigianato capace di rigenerarsi attraverso l’incontro tra saperi tradizionali e linguaggi contemporanei. La bottega emerge come luogo di innovazione culturale, di trasmissione di memoria e di produzione di valore economico. Le politiche culturali – dai marchi di qualità ai progetti sull’accoglienza – contribuiscono a costruire un immaginario condiviso e a definire forme di autenticità negoziata.

In tale scenario, l’artigiano diventa una figura centrale: un interprete della tradizione, un mediatore culturale e un produttore di senso. Attraverso le sue mani, la città di Matera continua a ridefinire la propria immagine e a sperimentare nuove forme di appartenenza e di rappresentazione del territorio. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note 
[1] Il marchio collettivo MateraDoc, depositato nel 2004, al fine di identificare e promuovere le produzioni artistiche e artigianali del territorio, andrà ad identificare, solo qualche anno dopo dalla sua creazione, i soli prodotti legati al settore agroalimentare e vinicolo, abbandonando i propositi iniziali. Nel 2025, con una lettera indirizzata alla Confartigianato Matera e alla CNA Matera, il Consiglio di Amministrazione di Asset Basilicata (Azienda Speciale della Camera di Commercio della Basilicata) con delibera n. 6 del 9 maggio, ha deciso di non rinnovare la registrazione del marchio e di verificare l’interesse delle associazioni di categoria del settore artigianato all’acquisizione e mantenimento del marchio MateraDoc. 
[2] La distruzione del Carro Trionfale è uno dei momenti su cui si sofferma anche il regista e documentarista Mario Carbone nel cortometraggio “La Madonna della Bruna” girato nel 1978 a Matera in occasione della festa patronale del 2 luglio. Il film, della durata di 29 minuti è stato realizzato in collaborazione con Elisa Magri, moglie del regista e con la consulenza e i testi di Enzo Spera. Il regista descrive la processione mattutina dei pastori e il trasporto processionale del Carro Trionfale, soffermandosi su alcuni momenti come la vestizione del generale dei cavalieri, a cui è affidato il compito di scortare la statua della Madonna durante la processione e la distruzione del carro trionfale, momento conclusivo della festa. 
[3] Il Museo Laboratorio della Civiltà Contadina è situato nell’antico rione Barisano dei Sassi di Matera, in via San Giovanni Vecchio. Il Museo è stato realizzato da Donato Cascione ed è gestito dall’omonima associazione culturale (ONLUS) della quale Cascione è presidente. La struttura ha una superfice di 500 metri quadri ed è costituita da un lamione soppalcato del XVI sec. che prolunga il volume di una grotta preesistente. Il museo ha all’attivo diversi laboratori, attività didattiche e pubblicazioni. La Collezione etnografica dei Musei nazionali di Matera conta oggi circa seicento oggetti di interesse etnografico e si compone, volendo sintetizzare, di tre diversi nuclei storici, la cui tutela, dopo la riforma del 2014 che ha riorganizzato le competenze dei musei e delle Soprintendenze, e la successiva creazione dei Poli museali, è stata affidata unicamente ai Musei nazionali di Matera. Le differenti raccolte seguono un percorso cronologico che documenta l’interesse delle pubbliche istituzioni attive nel campo dei patrimoni culturali espresso negli anni per gli oggetti di cultura materiale. La collezione etnografica dei Musei Nazionali di Matera è delle più ricche raccolte etnografiche storiche di proprietà dello Stato, forse la più consistente dopo quelle contenute, a Roma, nel Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni Popolari e nel Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini”, oggi entrambi compresi nel Museo delle Civiltà.
L’esposizione permanente, voluta meritoriamente da Annamaria Mauro, dal titolo A cì appartjn? Vicinati. Etnografie di oggetti, è stata inaugurata il 24 luglio 2024 alla presenza della stessa, anche curatrice della mostra, del prof. Ferdinando Mirizzi e da me. Il nuovo allestimento è stato predisposto, infine, presso il complesso monumentale dell’Ex Ospedale di San Rocco, sede dei Musei nazionali di Matera, all’interno degli spazi della Chiesa del Cristo Flagellato. 
[4] Regione Basilicata, Centro Studi Unioncamere Basilicata, L’Artigianato artistico in Basilicata: problematiche e aree di intervento, Dicembre 2005, Tab. 2.2, p. 21. Il Rapporto redatto dalla Regione Basilicata insieme al Centro Studi Unioncamere nel dicembre 2005, è lo studio che può aiutare meglio a ricostruire, almeno sotto un punto di vista quantitativo, la presenza di botteghe artigiane presenti nel Comune di Matera, in assenza di un sistema classificatorio del comparto dell’artigianato artistico e tradizionale riconosciuto a livello regionale e in assenza di documenti più recenti e adeguatamente redatti. 
Riferimenti bibliografici 
Appadurai, A. (a cura di), La vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale sulle merci di scambio, Sesto San Giovanni (MI), Meltemi, 2021. 
Chisena, L.A., Matera dalla Civita al Piano. Stratificazione, classi sociali e costume politico, Matera, Congedo, 1984. 
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Ciriaca Coretti, ha conseguito il Dottorato di ricerca presso il DICEM – Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo dell’Unibas, con una tesi di dottorato dal titolo “Artigianato artistico e processi di costruzione della località. I casi della città di Matera e della regione catalana”. È stata assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Foggia, con una ricerca sul tema delle rappresentazioni sacre in Basilicata. Nel 2023 ha frequentato il Corso di Perfezionamento in Antropologia Museale e dell’Arte (AMA) dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Attualmente è specializzanda presso la Scuola di specializzazione in Beni demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia (università convenzionate: Basilicata, Firenze, Siena e Torino) e cultrice della materia presso l’Università degli Studi della Basilicata. Ha lavorato dal 2022 al 2023 come demoetnoantropologa presso i Musei nazionali di Matera, curando la progettazione della mostra permanente A cì appartjn? Vicinati. Etnografie di oggetti. Nel 2023/2024 è stata incaricata dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Della Basilicata della catalogazione, attraverso schede SCAN e BDM, della Collezione degli ex voto del Santuario di San Rocco di Tolve (PZ).

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