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Per una teoria della metafora: percorsi tra Aristotele, la Nuova Retorica e la metafora viva

anyconv-com__bwsa3dqm4noddi Ali Dahbi 

Introduzione

Questo articolo affronta il tema della metafora. La scelta di proporre una riflessione su questo argomento nasce dalla sua centralità in quanto fenomeno linguistico fondamentale, un dominio che si presenta tanto affascinante quanto ricco di enigmi. È proprio in virtù del dono immenso del linguaggio, infatti, che l’umanità ha potuto dar vita alla propria civiltà. Attraverso di esso abbiamo sviluppato il pensiero, le facoltà intellettive, la capacità di ragionare, argomentare e progettare: è così che, nel corso del tempo, siamo giunti a traguardi di progresso straordinari.

Riteniamo pertanto che il linguaggio in generale, e in particolare il fenomeno metaforico – in quanto sua componente essenziale – meriti attenzione, studio e approfondimento. Nel nostro uso quotidiano della lingua, facciamo continuo ricorso alla metafora in modo del tutto spontaneo e inconsapevole. Quando, ad esempio, una persona reduce da un’esperienza negativa afferma che “l’uomo è un lupo”, sta utilizzando spontaneamente una metafora, spesso senza nemmeno rendersene conto. In casi come questo, come osserva Paul Ricoeur, il senso della metafora non può essere esaurito da una parafrasi letterale. Dire “l’uomo è un essere avido e feroce” non restituirebbe appieno il significato voluto da chi parla. Con la parafrasi avvertiamo che qualcosa manca, che qualcosa va perduto. Quel “qualcosa” costituisce il nucleo stesso della metafora. Quando il locutore dice “l’uomo è un lupo”, intende dire proprio che l’uomo è un lupo, e nient’altro. Questa, a nostro avviso, è una ragione sufficiente per considerare inadeguate le teorie tradizionali della comparazione e della sostituzione.

In questo articolo concentreremo la nostra analisi sulle teorie della metafora, a partire dalla dottrina classica di Aristotele, per poi approfondire il dibattito nell’ambito della “Nuova Retorica”. Tratteremo, in questo senso, il pensiero di alcuni grandi studiosi del Novecento come I.A. Richards, Max Black, Paul Ricoeur e F. Frasnedi. Cercheremo infine di dimostrare quale concezione ci appaia più appropriata per spiegare la natura del fenomeno metaforico.

img_15571. La nozione classica di retorica di Aristotele

1.1 Cosa è la retorica antica?

Nel grande dizionario enciclopedico della lingua italiana [1], la retorica è definita come l’arte che, nell’antichità, mirava a insegnare a parlare in pubblico e a condurre alla persuasione per mezzo della parola. Nata in Sicilia nel V secolo a.C. e diffusa in Grecia per opera dei sofisti, l’arte retorica fu una disciplina fondamentale dell’insegnamento in tutta l’antichità classica. Nel Medioevo costituiva una delle arti del Trivio, insieme alla grammatica e alla dialettica. In quanto dottrina dello stile, rifiorì nuovamente con l’Umanesimo. Nell’uso moderno, invece, il termine ha assunto spesso una connotazione spregiativa, indicando l’artificio del dire, un calore d’espressione che nasconde vacuità di pensiero.

1.2 Aristotele e la sua visione della retorica: fondazione di un sistema

Aristotele (384-322 a. C.) è il filosofo greco che diede il contributo più decisivo allo sviluppo della retorica classica. Nella sua opera più importante sull’argomento, la Retorica, e in particolare nel primo libro (capitolo secondo [2]), è possibile individuare alcuni argomenti fondamentali. Innanzitutto, Aristotele esalta l’utilità della retorica: è necessario essere capaci di persuadere il proprio interlocutore e di contrastare argomenti disonesti. Se è considerato vergognoso non sapersi difendere con il corpo, sostiene il filosofo, sarebbe assurdo che non lo fosse l’incapacità di difendersi con la parola, strumento proprio dell’uomo.

Inoltre, Aristotele osserva che, pur possedendo la scienza più esatta, non sarebbe facile persuadere attingendo alla sola conoscenza tecnica. Il discorso scientifico, infatti, appartiene all’ambito dell’insegnamento e non è adatto a persuadere un pubblico generico. Esso è efficace solo in un contesto scolastico, che presuppone metodi didattici, maestri e programmi progressivi. Questo non è evidentemente il caso del discorso retorico, pronunciato davanti a un tribunale o in un’assemblea pubblica. Il dominio della retorica riguarda dunque le questioni giudiziarie e politiche, e non si fonda sulla verità assoluta, bensì sul verosimile.

Aristotele riabilitò la retorica integrandola in una visione sistematica del mondo, assegnandole il suo posto preciso. Ma il suo contributo va oltre: egli fece della retorica stessa un sistema organico, che i suoi successori completeranno senza modificarne l’impianto fondamentale. La grande sistemazione aristotelica della retorica abbraccia tre campi: una teoria dell’argomentazione, che ne costituisce l’asse portante e fornisce il criterio per articolare la retorica con la logica dimostrativa e la filosofia. È significativo che questa teoria occupi da sola circa due terzi dell’intero trattato della Retorica. Le altre sono una teoria dell’elocuzione e una teoria della composizione del discorso. 

9788858724361_p0_v4_s600x5951.3 Aristotele e il suo contributo alla metafora nell’ambito della retorica antica

Come gran parte dei fenomeni linguistici, anche la metafora fu oggetto di studio, nei primi secoli della civiltà greca, nell’ambito della retorica. Aristotele fu il primo a trattare la questione in modo sistematico. Nella sua Retorica, la definisce così: «La metafora consiste nel trasferire a un oggetto il nome che è proprio di un altro: e questo trasferimento avviene o dal genere alla specie, o dalla specie al genere, o per analogia».

In una metafora come «il prato ride», alla «gioia» del prato viene attribuita una caratteristica propria dell’uomo. Per Aristotele, la metafora è dunque un trasferimento (epíphora) di un nome in un altro contesto, dove esso sostituisce il termine proprio. Questo procedimento ha, secondo lui, uno scopo fondamentalmente estetico: serve a evitare la banalità dell’espressione consueta, permettendo di dire la stessa cosa in modo inaspettato e piacevole.

Questa concezione della metafora come ornamento del linguaggio è destinata a una fortuna secolare. Tuttavia, in Aristotele essa non è così univoca, poiché numerose sue affermazioni lasciano intendere che la metafora possieda un valore anche conoscitivo e innovativo, e non puramente estetico. Nella Retorica, ad esempio, egli afferma che attraverso la metafora «il poeta crea in noi apprendimento e conoscenza attraverso il genere». Inoltre, Aristotele dichiara che l’abilità di forgiare metafore è indizio di un dono naturale, che non si può apprendere e che consiste nel «saper veder bene le somiglianze». Questa concezione della metafora come “dono” naturale ci permette di considerarla un processo “profondo”, di natura inconscia, che si contrappone quindi all’idea di un mero trasferimento di nomi a scopo esornativo.

L’accostamento della metafora alla similitudine consente di riprendere il problema dell’epíphora. Nel trasferimento metaforico, come nella similitudine, sono coinvolti due termini tra i quali si percepisce una somiglianza; la similitudine la rende esplicita attraverso la particella di paragone che la caratterizza. Quando la poesia dice di Achille “si lanciò come un leone”, abbiamo una similitudine; se dice “il leone si lanciò”, abbiamo una metafora. «È grazie al fatto che entrambi sono coraggiosi», spiega Aristotele, «che egli, trasferendo il senso, chiama Achille leone». L’elemento che accomuna metafora e similitudine è l’assimilazione che fonda lo spostamento di una denominazione, vale a dire la percezione di un’identità nella differenza dei due termini. La metafora è istruttiva proprio grazie a questa percezione del “genere” tramite la somiglianza.

Il fatto che l’arte geniale della metafora abbia sempre il proprio fondamento nella percezione di una somiglianza è confermato dal suo accostamento alla similitudine, che esprime esplicitamente una relazione che nella metafora è invece solo operante. Per Aristotele, la metafora è preferibile per la sua eleganza e rapidità, qualità che ci forniscono una conoscenza nuova. Il saper vedere e cogliere direttamente la somiglianza costituisce il colpo di genio della metafora. Essa possiede dunque un valore conoscitivo e innovativo, e non puramente estetico-esornativo.

s-l9602. Teorie della metafora nell’ambito della Nuova Retorica: la nascita della retorica moderna

2.1 La teoria della metafora di I. A. Richards

Nella sua teoria della metafora, Richards osserva come la dottrina tradizionale di derivazione aristotelica consideri la metafora un semplice espediente verbale, uno slittamento o spostamento di parole. Al contrario, secondo Richards (1936), si tratta fondamentalmente di «un commercio di pensieri, una transazione fra contesti». Egli sostiene che, per progredire nella teoria della metafora, si debba sempre tenere presente che il pensiero stesso è di natura metaforica e procede per comparazioni. Il metodo corretto ha il proprio fondamento nella piena considerazione di questa nostra abilità di pensiero, della quale, tuttavia, siamo consapevoli solo a tratti. Richards aggiunge che il problema del funzionamento del linguaggio riguarda la vita stessa del pensiero, del sentimento e di ogni altra forma di attività mentale, nonché il modo in cui si debba imparare a vivere; anche la padronanza della metafora, «la più importante tra tutte le cose», può essere trasmessa ad altri.

Per Richards, l’aspetto più significativo di ciò che avviene nella nostra mente quando associamo in modo improvviso e sorprendente due cose appartenenti a sfere d’esperienza del tutto diverse, è lo sforzo della mente stessa di collegarle. La nostra mente è un organo associativo che funziona unicamente tramite connessioni, ma non può associare due elementi qualsiasi in modo arbitrario; la scelta tra i modi possibili coinvolge un disegno più ampio e complesso, poiché la mente non opera mai senza uno scopo. Tutte le interpretazioni che formuliamo dipendono dalle connessioni che stabiliamo, e il potere fondamentale della poesia deriva proprio dalla nostra libertà di integrare, dall’assenza di ovvi gradini intermedi. In questo senso, Richards cita William Empson, il quale nei suoi Sette tipi di ambiguità (ivi : 32) afferma: «Le espressioni vengono proposte come se fossero connesse, e il lettore è costretto a trovare da sé le relazioni fra di esse. Il motivo della scelta di queste espressioni è lasciato alla sua inventiva; deve inventare una quantità di ragioni e ordinarle nella sua mente. Questa è una caratteristica essenziale dell’uso del linguaggio» [3]. Il lettore sperimenterà diverse connessioni e questa attività, sostiene Richards, è il movimento che dà significato a tutto il linguaggio spontaneo.

Nel suo intento di spiegare la metafora, Richards introduce due termini tecnici per distinguere le due idee che ogni metafora porta con sé: il tenore e il veicolo. Il tenore è il concetto che viene definito metaforicamente, mentre il veicolo è l’immagine o il termine impiegato per esprimerlo. Ad esempio, nell’espressione “l’uomo è un lupo”, il tenore è l’idea della ferocia e dell’avidità umana, mentre il veicolo è il senso proprio del termine “lupo”. Richards sostiene che il significato della metafora non risiede in nessuno dei due termini isolatamente, né in alcuna loro parte, ma nel risultato del loro incontro e della loro interazione. Prima di questo incontro, il significato metaforico non esiste. Per Richards, la metafora gioca sulla distanza fra i due termini più che sulla loro somiglianza; l’interazione tra tenore e veicolo non deve essere limitata alle loro rassomiglianze, perché è presente anche un movimento divergente. Come nell’esempio in cui Amleto usa il verbo “strisciare” nell’espressione «perché dovrebbero uomini come me strisciare fra la terra e e il cielo» [4], la forza dell’immagine non proviene solo dalla somiglianza con il comportamento bestiale che implica, ma, in misura almeno uguale, dalle differenze che esistono e che controllano l’influenza di quelle somiglianze. Ciò che è qui implicitamente affermato è, in sostanza, che l’uomo non dovrebbe strisciare.

Pertanto, afferma Richards, sarebbe un errore sostenere che la metafora effettui una semplice identificazione o fusione. Generalmente, nelle metafore le differenze tra tenore e veicolo sono tanto operative quanto le somiglianze. Lo slittamento di senso può forse evidenziarsi in una certa rassomiglianza, ma la particolare modificazione del tenore che il veicolo mette in atto è opera della dissomiglianza più che della somiglianza.

In definitiva, per I. A. Richards l’uso di una metafora implica due pensieri relativi a cose differenti, entrambi simultaneamente attivi e sostenuti da una singola parola o frase, il cui significato risulta dalla loro interazione. Generalizzando il senso del termine, Richards ha usato “metafora” in tutti i casi in cui una parola «ci dà due idee in una», ovvero quando mettiamo insieme due accezioni e parliamo di una cosa come se fosse un’altra. È andato ancora oltre, fino a ritenere metaforici quei processi in cui percepiamo, pensiamo o sentiamo una cosa nei termini di un’altra: come quando, guardando un edificio, ci sembra che abbia una faccia e che ci osservi con una particolare espressione. Richards afferma che questo è normale nella percezione piena e che lo studio dello sviluppo delle nostre percezioni (come il mondo animistico del bambino) ci dimostra che deve essere necessariamente così. 

9788873800322.2 La teoria della metafora di Max Black

Nel suo tentativo di analizzare la nozione di metafora, Max Black (1962) propone il seguente esempio: «The chairman plowed through the discussion» (in italiano: «Il presidente si aprì faticosamente il varco nella discussione»). Un primo problema che salta all’occhio è il contrasto tra l’espressione «si aprì il varco» e le altre parole della frase, considerate in senso letterale. Nonostante l’intera proposizione costituisca un chiaro esempio di metafora, osserva Black, è su una singola espressione che si concentra la nostra attenzione, ed è a essa che attribuiamo la qualità metaforica.

Generalmente, quando si parla di una metafora relativamente semplice, ci si riferisce a una frase o a un’espressione in cui alcune parole sono usate in senso metaforico, mentre altre mantengono il loro significato letterale. Black definisce le parole usate metaforicamente come il focus della metafora, mentre il resto della frase in cui esse compaiono costituisce la cornice. Nell’esempio citato – «The chairman plowed through the discussion» («Il presidente si aprì faticosamente il varco nella discussione») –, se si definisce questa frase una metafora, ciò implica che almeno una parola (in questo caso “plowed”/“si aprì il varco”) è usata metaforicamente e che almeno una delle parole restanti è usata letteralmente. Pertanto, l’espressione “si aprì il varco” è il focus, mentre il resto della frase funge da cornice.

Sarebbe opportuno capire, osserva Black, come la presenza di una determinata cornice sia in grado di generare l’uso metaforico di una parola che ne è parte, mentre una cornice differente per la stessa parola non produrrebbe lo stesso effetto. Inoltre, traducendo parola per parola una frase metaforica in un’altra lingua, si cercherà naturalmente, per quanto possibile, di far sì che la frase tradotta realizzi la stessa metafora. Dunque, affermare che una frase è un esempio di metafora significa dire qualcosa sul suo significato, non sulla sua ortografia, sulla sua forma fonetica o sulla sua struttura grammaticale. Utilizzando una distinzione consolidata, Black sostiene che il termine “metafora” appartiene al dominio della semantica, non della sintassi o di qualsiasi altro livello dell’analisi linguistica.

Supponiamo che qualcuno dica: “I like to plow my memories regularly” (Mi piace scavare regolarmente nei miei ricordi) [5]. Alla domanda se si tratti della stessa metafora dell’esempio precedente, dato che in entrambi i casi abbiamo lo stesso focus, Black risponde che ciò dipenderà dal grado di somiglianza che possiamo riscontrare confrontando le due cornici. Le differenze che emergeranno dalle due cornici produrranno alcune discrepanze nell’interazione tra focus e cornice nei due casi. Tuttavia, stabilire se tali differenze siano abbastanza significative da autorizzarci a definire le due frasi come metafore distinte rimane una questione di decisione arbitraria. “Metafora” è, nel migliore dei casi, un termine vago, al quale bisogna guardarsi dall’attribuire regole d’uso più rigide di quelle che operano effettivamente nella pratica linguistica.

Black definisce concezione sostitutiva della metafora quella teoria secondo cui un’espressione metaforica viene impiegata in sostituzione di un’espressione letterale equivalente. Nell’esempio “Richard è un leone”, la metafora vorrebbe dire pressappoco la stessa cosa di “Richard è coraggioso”. Il focus della metafora, cioè la parola o l’espressione che possiede un evidente uso metaforico all’interno di un contesto letterale (nel nostro caso “leone”), viene dunque utilizzato per esprimere un significato che avrebbe potuto essere reso in modo letterale. Chiamando l’espressione metaforica “M” e quella letterale “L”, l’autore sostituisce L con M; il lettore, dal canto suo, deve invertire il processo, utilizzando il significato letterale di M come chiave per ricostruire il significato letterale di L. Secondo questa concezione, comprendere una metafora equivale quindi a decifrare un codice o a risolvere un indovinello.

Per la teoria sostitutiva, nell’espressione metaforica “Richard è un leone”, il significato metaforico coincide con quello della frase letterale “Richard è coraggioso”. Si suppone pertanto che la metafora non arricchisca il vocabolario e che le ragioni del suo impiego siano di natura essenzialmente stilistica: essa dovrebbe procurare piacere al lettore, ad esempio per il godimento nel deviare l’attenzione da Richard verso il leone, che in sé non è pertinente. Questa concezione presuppone inoltre che il lettore provi piacere nel risolvere enigmi, che ammiri l’abilità dell’autore nel nascondere e al contempo rivelare il significato, e che la metafora susciti uno shock di piacevole sorpresa.

Per Black, la concezione sostitutiva considera la metafora un ornamento, un mero abbellimento stilistico. Unica eccezione sarebbe il caso della catacresi [6], in cui una metafora sopperisce a una carenza del vocabolario letterale. Secondo questa concezione, lo scopo della metafora è dunque quello di divertire e distrarre. Il suo impiego rappresenterebbe una deviazione da quello che Whately (Whately, 1846) [7] definisce lo «stile piano e strettamente appropriato».

L’idea che un’espressione metaforica abbia un significato derivante da una qualche trasformazione del suo significato letterale normale costituisce un caso particolare di una concezione più generale riguardante il linguaggio figurato: ogni figura retorica che comporta un cambiamento semantico è il risultato di una trasformazione del significato letterale. L’autore non fornisce direttamente il significato corrispondente alla sua intenzione, ma una sua certa funzione; nel caso della metafora, questa funzione è l’analogia o la similitudine. Così, nel nostro esempio precedente, il significato di M (“leone”) è simile o analogo a quello del suo corrispondente letterale L (“coraggioso”). Quando il lettore avrà scoperto il fondamento dell’analogia o della similitudine rappresentata, potrà risalire il percorso compiuto dall’autore per giungere al significato originale, cioè al significato di L (“coraggioso”). Black definisce concezione comparativa della metafora qualsiasi teoria che ritiene che la metafora consista nella presentazione di un’analogia o di una similitudine sottostante.

Nel nostro esempio, “Richard è un leone”, ciò che l’autore intende comunicare – secondo la concezione comparativa, anche se in modo non esplicito – è che Richard è come un leone, in quanto entrambi sono coraggiosi. Questa concezione considera dunque la metafora una similitudine condensata o ellittica. È importante notare che la concezione comparativa rappresenta un caso particolare della concezione sostitutiva, poiché presuppone che un’asserzione metaforica possa essere sostituita da un’equivalente comparazione letterale.

Black critica la teoria comparativa della metafora, affermando che «l’obiezione principale contro la concezione comparativa è che presenta una tale indeterminatezza da rasentare la vacuità»[8]. Risulta infatti problematico sostenere che un’espressione M, usata metaforicamente, possa semplicemente sostituire un’espressione letterale L che avrebbe lo stesso significato se fosse impiegata al suo posto. Black sostiene, al contrario, che l’enunciato metaforico non costituisce il sostituto di alcuna comparazione esplicita o di altro tipo di asserzione letterale, bensì comporta procedure e risultati del tutto originali.

In questa prospettiva, Black adotta la concezione interattiva della metafora, definendola come un tentativo di «rendere più chiari certi usi della parola “metafora” – o, in termini più concreti, di analizzare la nozione di metafora» [9]. Secondo la sua teoria, si può concepire la metafora come un filtro. Considerando l’asserzione “l’uomo è un lupo”, si identificano due soggetti: il soggetto principale (l’uomo) e il soggetto sussidiario o secondario (il lupo). L’espressione metaforica in questione, tuttavia, non comunicherà il significato inteso a un lettore che ignori molte caratteristiche attribuite ai lupi. Ciò di cui si ha bisogno non è semplicemente che il lettore conosca il significato denotativo di “lupo” secondo un dizionario, o che sia in grado di usare la parola in senso letterale, quanto piuttosto che possieda ciò che Black definisce il sistema di luoghi comuni associati al termine secondario. Non importa che questo sistema contenga convinzioni scientificamente errate; per l’efficacia della metafora, ciò che conta non è la verità oggettiva di questi luoghi comuni, ma il fatto che siano prontamente e liberamente evocati nella mente dell’interprete.

Chiamare metaforicamente un uomo “lupo” comporta, quindi, l’evocazione del sistema di luoghi comuni associato a questo animale. Se “l’uomo è un lupo”, ciò implica che egli è un predatore, feroce, affamato, impegnato senza scrupoli in una lotta costante e spietata, un animale che si nutre di carogne, e così via. Il soggetto principale (l’uomo) viene quindi “fatto coincidere” con ciascuna di queste asserzioni metaforiche. Ciò è possibile solo se la metafora è appropriata: le implicazioni del sistema “lupo” guideranno un ascoltatore attento a costruire un corrispondente sistema di implicazioni per il soggetto principale.

In definitiva, secondo la concezione di Black, il riconoscimento di un enunciato metaforico dipende fondamentalmente da due fattori: la nostra comprensione di ciò che costituisce un’affermazione metaforica, e il giudizio per cui un’interpretazione metaforica di una data espressione è preferibile a quella letterale. La ragione decisiva per optare per un’interpretazione metaforica può essere la palese falsità o incoerenza della lettura letterale, la sua banalità o insensatezza, oppure la sua incongruenza rispetto al contesto. 

9788816415980_0_0_536_0_75II.3. La teoria della metafora di Paul Ricoeur

Paul Ricoeur è uno dei grandi studiosi moderni della teoria della metafora. Fondamentale, in questo senso, è la sua opera maggiore, La metafora viva, che rimane – come osserva Frasnedi [10] – forse il libro più bello e più importante sull’argomento. L’opera è composta da otto studi, il cui filo conduttore parte dalla teoria classica, attraversa la semiotica e la semantica, per approdare infine all’ermeneutica. La progressione da una disciplina all’altra segue naturalmente quella delle corrispondenti entità linguistiche: la parola, la frase e infine il discorso.

Nel suo secondo studio, Il declino della retorica, Ricoeur sostiene che una considerazione esclusivamente retorica della metafora trae origine dall’indebito privilegio inizialmente attribuito alla parola, e più precisamente al nome, alla denominazione. In questa prospettiva, la metafora è ridotta a un tropo, vale a dire a uno scarto che modifica semplicemente il significato di una parola. Tale impostazione fornisce, secondo Ricoeur, una spiegazione al declino della retorica: dopo i Greci, essa si è progressivamente ridotta alla teoria dell’elocuzione e dello stile, per poi contrarsi ulteriormente in una mera classificazione delle figure, la teoria dei tropi. La tropologia si è infine ristretta allo studio della coppia formata dalla metafora e dalla metonimia, limitando la prima al principio della somiglianza e la seconda a quello della contiguità.

Ricoeur critica la teoria della metafora propria della retorica classica. L’errore di fondo di tale teoria risiede nella “dittatura della parola” all’interno della teoria della significazione. Questo approccio ha l’effetto di ridurre la metafora a un mero ornamento: un termine improprio o estraneo, dotato di un senso figurato, sostituisce un termine proprio che è assente ma che avrebbe potuto occupare lo stesso posto con il suo significato letterale. Poiché la parafrasi (o “restituzione”) annulla questa sostituzione, diventa possibile una riscrittura esaustiva della metafora e, in generale, di ogni tropo. Ne consegue che la metafora non ci insegna nulla, non fornisce alcuna informazione nuova. La sua funzione è primariamente estetica: procurare piacere grazie all’eleganza conferita al discorso. In definitiva, Ricoeur sostiene che questa conclusione deriva da un approccio che analizza la metafora solo attraverso le lenti della retorica classica: la teoria dei tropi, partendo dal presupposto che la metafora sia un accidente della denominazione, giunge alla conclusione che essa abbia un ruolo semplicemente ornamentale, relegandola tra le arti che mirano al diletto.

Questa alternativa viene preparata attraverso la distinzione, ricavata da Benveniste (1971), tra una semantica – in cui la frase è l’unità portatrice del significato completo minimale – e una semiotica, per la quale la parola è un segno all’interno di un codice lessicale. A tale distinzione Ricoeur fa corrispondere l’opposizione tra una teoria della tensione e una teoria della sostituzione. La prima riguarderebbe la produzione della metafora all’interno della frase considerata come un tutto unitario; la seconda, invece, si applicherebbe all’effetto di senso al livello della parola isolata.

Per Ricoeur, la somiglianza svolge un ruolo fondamentale nella teoria della tensione (tra identità e differenza) che definisce la metafora. Infatti, egli attribuisce proprio all’operare della somiglianza la produzione dell’innovazione semantica, per cui una “prossimità” inedita fra due idee viene colta nonostante la loro “distanza” logica – come avviene tra l’uomo e il lupo nella metafora “l’uomo è un lupo”. Aristotele affermava che il saper trovare belle metafore significa saper vedere e cogliere la somiglianza tra le cose. Allo stesso modo, per Ricoeur, la somiglianza stessa deve essere compresa come una tensione tra identità e differenza all’interno dell’operazione predicativa innescata dall’innovazione semantica.

Un’analisi di questo tipo implica, a sua volta, la reinterpretazione delle nozioni di immaginazione produttiva” e di “funzione iconica”. Bisogna smettere di concepire l’immaginazione come una facoltà legata all’immagine in senso quasi sensoriale; essa consiste piuttosto nel “vedere come”. Questa capacità è un aspetto dell’operazione propriamente semantica che consiste nel percepire il simile nel dissimile.

Sviluppando la sua teoria della tensione (o della controversione) della metafora, Ricoeur dice che essa viene estesa al rapporto referenziale che l’enunciato metaforico ha con la realtà. Egli ha dato tre applicazioni dell’idea di tensione:

a)  Tensione nell’enunciato: tra tenore e veicolo, tra focus e cornice, tra l’uomo e lupo nel nostro esempio “l’uomo è un lupo”.

b) Tensione tra due interpretazioni: tra una interpretazione letterale che viene distrutta dalla non pertinenza semantica, e una interpretazione metaforica che produce senso a partire dal non senso.

c) Tensione nella funzione relazionale della copula tra l’identità e la differenza nel gioco della somiglianza.

Queste tre applicazioni dell’idea di tensione rimangono al livello del senso immanente all’enunciato, anche se la seconda mette in gioco l’interlocuzione e la terza riguarda già la copula, ma presa nella sua sola funzione relazionale. Un’ulteriore e più radicale applicazione concerne invece la referenza e la pretesa dell’enunciato metaforico di dire, in un certo senso, qualcosa della realtà. Per esprimerlo nella sua forma più radicale, bisogna introdurre la tensione nell’essere stesso che viene affermato metaforicamente. Secondo la teoria di Ricoeur, quando il poeta dice, per esempio, «la natura è un tempio di colonne viventi», il verbo essere non si limita a congiungere il predicato “tempio” al soggetto “natura” sul fondamento della triplice tensione descritta sopra; la copula non ha più unicamente valore relazionale. Essa comporta, inoltre, che la realtà (ciò che è) venga ri-descritta mediante la relazione predicativa; dice che le cose sono proprio così, instaurando una tensione tra la nostra comprensione abituale del mondo e una sua nuova possibilità di esistenza.

In definitiva, secondo la teoria di Ricoeur, la metafora è quel processo retorico mediante il quale il discorso libera il potere, proprio di certe finzioni, di ”ridescrivere” la realtà. Da questo legame intrinseco tra finzione e ridescrizione, Ricoeur trae una conclusione radicale: il “luogo” più proprio e fondamentale della metafora non è il nome, né la frase, e nemmeno il discorso in sé, bensì la copula del verbo essere. L’”è” metaforico significa simultaneamente “non è” ed “è come”. In questa tensione costitutiva, Ricoeur può dunque parlare di una verità metaforica, attribuendo però al termine “verità” – come abbiamo visto – un senso essenzialmente tensionale e dinamico. 

II.4. Il concetto di “metafora viva” in F. Frasnedi

Noi riteniamo che il concetto di “metafora viva” sia quello che spiega in modo più efficace il fenomeno del linguaggio metaforico. Si tratta precisamente di quella metafora che, come osserva Frasnedi [11], «compie il miracolo di cambiare i connotati del mondo» e, con essi, il nostro intero sistema di valori. In questo senso, Frasnedi cita il poeta Giuseppe Ungaretti, il quale afferma: 

Balaustrata di brezza
Per appoggiare stasera
La mia malinconia [12]
O anche:
col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza [13] 

s-l500Qui la “brezza” si fa balaustra, e diventa così un parapetto per la malinconia; e la balaustra assume, a sua volta, la consistenza delle brezze. Il mare conclude un patto misterioso con la sepoltura e con la morte; la bara, invece, mitiga i propri legami con i rituali funerari, per offrire un giaciglio in grado di avvolgere nella sua freschezza.

Siamo di fronte, dice Frasnedi, all’anima più radicale del fenomeno metaforico, quella che conduce ad una ricategorizzazione e riclassificazione del mondo. In questo senso Frasnedi afferma che «quando la lingua cambia il volto delle cose, e rinnova così anche se stessa, essa dà voce all’infinita variabilità percettiva che ci caratterizza, ed al nostro bisogno di rinnovare, giorno dopo giorno la conoscenza del mondo» [14]. Infatti, noi non sentiamo le presenze del mondo secondo una regola stereotipica, come se esse fossero sempre uguali a se stesse, e in accordo eterno con le etichette linguistiche suggerite dall’uso e ordinate dalle regole della codificazione semantica. Frasnedi non ignora, però, l’altro polo necessario: per vivere e coesistere, occorrono anche ripetizione e ordine – la costruzione di categorie e distinzioni che rendano classificabile l’esperienza. Però siamo anche dotati di immaginazione. Dunque, il nostro essere – che non è costituito solo di ragione e regolarità – si lancia nell’avventura di infrangere la superficie delle cose. In questo modo dà vita a metamorfosi, manifestandole in enunciazioni innovative capaci di generare nuovi mondi, enunciazioni che esigono, per essere comprese, un criterio interpretativo differente da quelli della costanza, dell’abitudine e della ripetizione.

Conseguentemente, nelle diverse dimensioni della vita e della conoscenza, noi non attribuiamo alle presenze che ci circondano un valore sempre identico, ma vi leggiamo invece un’energia di rinvio continuamente mutevole. Questa energia è legata al nostro stato emotivo, ai contesti in cui agiamo e parliamo, agli scopi e agli interlocutori dei nostri discorsi.

Nella molteplicità pluridimensionale del nostro linguaggio, quando spostiamo i margini della plausibilità e ridisegniamo gli orizzonti categoriali del mondo, agiamo anche – almeno ipoteticamente – sui valori delle entità linguistiche. Progettiamo nuove possibilità di senso proprio a partire da ciò che appare certo e consolidato. In questo modo, noi costruiamo continuamente il nuovo a partire dal già dato.

Per interpretare correttamente un’espressione come “mi tuffai nella frescura”, è indispensabile ricostruirne sia il contesto sia quello situazionale. Se “tuffai” è usato in senso stereotipato (letterale), allora “frescura” funziona come una sineddoche ordinaria, che si decodifica proprio grazie al suggerimento del verbo “tuffai”. Tuttavia, “tuffai” potrebbe essere anche una metafora; in questo caso, la “frescura” potrebbe designare, per esempio, l’ombra di un bosco.

Il “tuffai” del nostro esempio è comunque una metafora facile, indubbiamente più facile di quelle che trasformano il mare in una bara o la brezza in una balaustra. Ciò non è dovuto solo al fatto che il calcolo retorico che la realizza sia facilmente ricostruibile, ma anche al fatto che essa si sia codificata, diventando abituale e depositandosi nella memoria linguistica collettiva quasi come un termine proprio – come accade, del resto, con espressioni del tipo “un mare di guai”.

Secondo Frasnedi, ne deriva l’idea di una “scala” energetica e efficace della metafora. All’apice si collocano le metafore più inattese, che proiettano il pensiero in uno stato di avventura e di “acrobazia cognitiva”. D’altro canto, esistono casi in cui la memoria dell’innovazione si è persa: sono le metafore “morte”. Il termine o l’espressione si presentano come lessicalizzati, tanto che gli utenti non li percepiscono più come metafore e non avvertono più l’eco originaria, né tantomeno l’atto inventivo che le ha generate. A questa categoria appartengono espressioni come “collo della bottiglia”, “gamba del tavolo”, ma anche modi di dire come “mare di guai”, “un sacco di tempo”, “una barca di soldi”, ecc.

La metafora può raggiungere lo statuto di autentico miracolo linguistico, capace di modificare la nostra percezione del mondo: si tratta di un’innovazione radicale che scuote dalle fondamenta la trama dei valori linguistici consolidati. In questo miracolo è possibile ipotizzare un metodo, un “calcolo” sottostante; ma tale procedimento non si manifesta sempre con la stessa evidenza. Prendendo il caso della metonimia o della sineddoche in “nuotai nella frescura”, il rapporto tra la figura retorica e il calcolo che la genera è più immediato e percettibile. Vi sono occorrenze che possono essere riconosciute immediatamente come frutto di un’astuzia manipolativa, mentre per altre un calcolo è ravvisabile solo attraverso un lungo lavoro di costruzione ipotetica, e forse non sempre in modo definitivo.

Tuttavia, con il passare del tempo e con l’abitudine, il sapore del miracolo svanisce. Il nostro lessico e le nostre lingue sono infatti costruiti in gran parte da metafore che non riconosciamo più come tali, come gli esempi citati di “gamba del tavolo” o “collo della bottiglia”. Frasnedi sostiene che la produzione discorsiva costituisce una pratica di continua innovazione del sistema linguistico, una frazione della quale si stabilizza, dando origine a nuove configurazioni di valore.

La metafora si manifesta come un miracolo quando la voce che parla, nel testo, riesce a cambiare il volto del mondo; più precisamente, quando riesce a comunicarci una visione radicalmente nuova del mondo dal proprio punto di vista. «Siamo allora invitati a condividere quella visione, a seguire la voce attraverso la soglia che essa apre verso una visione»[15]. Il nostro dialogo con la voce che enuncia la metafora diventa un confronto rischioso, che implica l’accettazione dell’avventura di oltrepassare una soglia, per vedere e misurarsi con un’ipotesi innovativa del sistema dei valori linguistici. Infatti, la metafora – ribadisce Frasnedi – tende ad alterare i valori all’interno del sistema linguistico; come d’altronde ogni operazione discorsiva, ma secondo una modalità specifica, riconoscibile e almeno parzialmente descrivibile.

Dunque, l’energia di rinvio della figura è, in questo caso, invito a sperimentare la differenza fra il noto e l’ignoto e a trovare il coraggio per varcare il limite del noto: il noto della lingua e del mondo. Secondo Frasnedi, la metafora è un miracolo quando non solo insegna [16], come sempre fa, ma apre, in un attimo, dinanzi a noi, un nuovo mondo di possibili esperienze; anche per ciò può essere chiamata “metafora viva”.

La metafora miracolosa è tipica della poesia e della prosa a elevato livello stilistico; si tratta di testi che mirano a far accedere a una visione esclusiva del mondo e, per questo, prendono le distanze dalle prospettive abituali. Essa si manifesta però anche nella vita quotidiana, spesso come un’illuminazione improvvisa, una trovata che permette di dare un nome a un’esperienza inusuale, o come un modo per rinnovare la conoscenza di ciò che è noto, attraverso la freschezza di un’intuizione.

I due esempi citati in precedenza sono possibili rappresentazioni della metafora viva: enunciati che evocano un miracolo percettivo e che stabiliscono una nuova plausibilità cognitiva. In questi casi, comprendere – o, per meglio dire, la comprensione stessa – non è solo un problema di ragionamento logico. Ricostruire un “calcolo” retorico, almeno ipoteticamente, è quasi sempre possibile. Tale calcolo, tuttavia, non è sufficiente a descrivere il dialogo metaforico tra la voce che enuncia e colui che accoglie l’immagine, per poi trasformarla all’interno del proprio mondo.

Per capire come la brezza possa diventare una balaustra per la malinconia, bisogna poter contare su un’esperienza nota, ma per la quale non esiste ancora un nome. Dobbiamo conoscere, in termini esperienziali, cosa significhi farsi accarezzare dalla brezza, e lasciare che essa pervada l’intero nostro mondo di sentimenti e pensieri, i vuoti e i pieni del nostro sentire e del nostro sapere. Se l’immagine riesce così a evocare una storia di cui ci siamo sentiti interpreti, possiamo allora partecipare pienamente alla gioia della visione nascente e superare quella soglia con la soddisfazione di aver trovato, anche noi, le parole per dire ciò che fino a quel momento era rimasto indicibile.

Come afferma Frasnedi, il modo migliore per comprendere l’energia di rinvio di una metafora miracolosa è raccontare una storia. La storia che prende vita quando qualcuno si ritrova immerso nell’universo di quella visione e vi si riconosce. In questo modo, l’illuminazione che ci invita nel suo mondo acquista carne e ossa. Si immagini, per esempio, un uomo che, convinto di non farcela più, si accosti alla riva del mare al crepuscolo. Improvvisamente viene toccato dal soffio della brezza e si abbandona ad esso, sorpreso dal modo in cui il vento riesca a sollevare il suo morale.

In definitiva, quando una storia si presenta spontaneamente alla nostra mente, ciò significa che la metafora è riuscita a dialogare in profondità con la nostra esperienza, consegnandovisi e traendone un’evidenza che prima era percepita solo in modo confuso. Così, la lingua del miracolo stabilisce un autentico colloquio, e in questo dialogo si dispiega la ricchezza del senso. Affinché ciò accada, tuttavia, è necessario ascoltare con attenzione e permettere a tutte le parole del testo di raggiungere gli strati più profondi della nostra consapevolezza e della nostra sensibilità.

s-l1600-7Conclusione

In questo articolo ci siamo proposti di affrontare il problema del discorso metaforico. A tal fine, abbiamo preso in esame il pensiero di studiosi fondamentali come Richards, Black e Ricoeur, i quali hanno tentato, nel quadro delle rispettive teorie, di spiegare il fenomeno della metafora e di giustificarne il ruolo costitutivo nel linguaggio.

Riteniamo, tuttavia, che non si possa aspettare una spiegazione definitiva o una verità scientifica in grado di chiudere la questione una volta per tutte. La metafora, in quanto schema cognitivo e modalità specifica dell’intelletto, appartiene tanto alla linguistica quanto alla filosofia del linguaggio. Ci muoviamo dunque nel dominio delle scienze umane, un terreno per sua natura instabile, dove nessun percorso di ricerca può considerarsi conclusivo.

Del resto, quale teoria potrebbe mai sciogliere definitivamente il nodo della metafora? Come è possibile che, dicendo una cosa e intendendone un’altra, si riesca comunque a comunicare? Ogni studioso avanza una propria soluzione, elabora una teoria diversa, sostenuta da argomenti più o meno validi. Proprio per questo, a nostro parere, il mondo della metafora conserva un fascino misterioso ed è destinato a stimolare senza fine l’interesse della ricerca.

Tra gli studiosi esaminati, desideriamo sottolineare il grande merito di I. A. Richards e del suo lavoro pionieristico in The Philosophy of Rhetoric (1936). Egli ebbe il pregio di superare le teorie classiche della metafora, aprendo la strada a nuovi sviluppi. Non risparmiò critiche alla retorica tradizionale, che dall’antichità fino al Settecento aveva considerato la metafora un mero abbellimento del linguaggio. Richards sostenne invece che essa è un principio onnipresente e organico del linguaggio stesso.

A nostro avviso, il concetto di “metafora viva” – o “attiva”, secondo la terminologia di Max Black – rappresenta lo strumento più efficace per spiegare la natura del linguaggio metaforico. Si tratta di quella metafora intrinsecamente intraducibile che, come osserva F. Frasnedi, «compie il miracolo di cambiare i connotati del mondo» e, con essi, l’intero sistema di valori. Questa forma di metafora non si limita a insegnare: essa dischiude un nuovo orizzonte di esperienze possibili.

Nella sua forma attiva, la metafora può generare genuina conoscenza e condurre a scoperte inedite, ridefinendo i rapporti tra i suoi referenti – il soggetto principale e quello secondario. Si rivela così come un dispositivo dalla forte funzione cognitiva: è capace di mettere in relazione due domini concettuali separati, sia sul piano intellettuale che emotivo, impiegando il linguaggio dell’uno come una lente per osservare l’altro. Le implicazioni, le associazioni e i sistemi di valori legati all’uso letterale del veicolo metaforico ci permettono di vedere il tenore – l’oggetto della metafora – in una luce radicalmente nuova.

L’estensione di significato che ne risulta e le relazioni che si instaurano tra campi inizialmente distanti non sono né prevedibili a priori né completamente parafrasabili in un linguaggio letterale successivo. Per questa ragione, una metafora viva non può essere adeguatamente descritta attraverso la vecchia formula retorica del “dire una cosa per intenderne un’altra”. Essa costituisce piuttosto un atto cognitivo creativo che modifica la nostra percezione stessa della realtà. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Aa.Vv (1991). Grande dizionario enciclopedico della lingua italiana, Le lettere, Firenze: 11 
[2] Aristotele, Retorica, a cura di M. Dorati (1996), Mondadori, Milano 
[3] Citato in I.A. Richards (1967), La filosofia della retorica, Feltrinelli, Milano: 116-117
[4] Ivi: 110
[5] Il verbo to plow che Black utilizza in entrambi i casi di metafora, ha in italiano due traduzioni diverse
[6] Black definisce come uso di una parola in qualche senso nuovo per rimediare alla mancanza del vocabolario; catacresi vuol dire attribuire a parole vecchie un significato nuovo.
[7] Citato in M. Black, op. cit: 54
[8] Ibidem
[9] Ivi: 42
[10] Frasnedi, F. (1992). Leggere per scrivere, Editori Riuniti, Roma: 229
[11] Ivi: 205
[12] G. Ungaretti, «Stasera» in Allegria (1970), Mondadori, Milano: 49
[13] Ivi: “Universo”
[14] Frasnedi, F. op. cit.: 206,
[15] Ivi: 229
[16] Qui Frasnedi si riferisce all’opera di Ricoeur La metafora viva, op. cit Ricoeur, infatti, ripete incessantemente che la metafora “insegna”. 
Riferimenti bibliografici
Aa.Vv. Grande dizionario enciclopedico della lingua italiana, Firenze: Le Lettere, 1991.
Aristotele, Retorica, a cura di D. Lanza, Milano: Rizzoli, 1987.
Benveniste, É, Problemi di linguistica generale. Milano: Il Saggiatore, 1971.
Black, M., Modelli Archetipi Metafore, Parma: Pratiche Editrice, 1983 [Ed. orig. 1962].
Frasnedi, F., Leggere per scrivere. Roma: Editori Riuniti, 1992.
Marchese, A., Dizionario di retorica e stilistica, Milano: Mondadori, 1978.
Richards, I. A., La filosofia della retorica. Milano: Feltrinelli, 1967 [Ed. orig. 1936].
Ricoeur, P., La metafora viva, Milano: Jaca Book, 1976 [Ed. orig. 1975]. 

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Ali Dahbi, professore di italianistica presso la Facoltà di Lettere e Scienze Umane dell’Università Mohamed V di Rabat (Marocco). I suoi studi riguardano la stilistica della letteratura italiana moderna, le figure retoriche in generale, e teoria della metafora in particolare la riflessione retorica tra tradizione classica e pensiero contemporaneo.

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