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Per una rilettura del Breviario di Matvejeviċ

copertinadi Mariano  Fresta

L’opera di Predrag Matvejeviċ, Breviario Mediterraneo, è stata pubblicata per la prima volta in Italia nel 1991, successivamente è stata riedita nel 2006 in una versione ampliata e con una Introduzione di Claudio Magris. A leggere le didascalie della copertina del libro, il lettore può rimanere disorientato perché l’opera di Matvejević è presentata come “romanzo”, termine che contrasta con il lungo sottotitolo, che invece parla de «I traffici dei mercanti, le migrazioni delle anguille, fughe di popoli e nascita di idee, leggende, architettura, storia, paesaggi». Il termine “romanzo” non compare però nel frontespizio, e il contrasto tra la didascalia e il testo è superato dalla prefazione di Claudio Magris, il quale la intitola Per una filologia del mare. Un titolo molto appropriato al testo e intonato alla personalità e alla cultura dell’Autore, che fu un linguista, avendo insegnato Francese a Zagabria, Letterature comparate alla Sorbona, Slavistica alla Sapienza di Roma e al Collège de France; e difatti Matvejević affronta il tema amplissimo del Mediterraneo da grande filologo e non da romanziere.

Come Magris ha affrontato da letterato e storico il viaggio lungo il Danubio per delineare la storia, la cultura e i rapporti delle popolazioni che abitano le sponde del fiume dall’Austria fino allo sbocco al mare, nello stesso modo Matvejević, partendo dalle suggestioni che il nome “Mediterraneo”, termine polisemico che racchiude in sé elementi di storia, di geografia, di etnografia, ecc., si distende in una scrittura che sviluppa molteplici argomenti, dai più piccoli e quasi insignificanti a quelli più importanti.

È un lavoro molto originale che ha solo pochi precedenti, come fa osservare Magris: il primo esempio a cui ci si può richiamare è quello del grande storico ottocentesco Jules Michelet [1] che affrontò il tema amplissimo del “mare”, l’altro è Fernand Braudel che, con altri storici, ha dato, alla fine del secolo scorso, un’immagine del bacino del Mediterraneo come antesignano  dell’unità europea [2].

Il libro in qualche modo può essere considerato complementare a quello di Braudel, in quanto, pur se costruito partendo da un’ottica differente da quella dello storico francese e usando strumenti diversi di analisi, arriva alla stessa conclusione, quella di dare una rappresentazione globale del bacino mediterraneo: «Le apparenze mediterranee non sono solo apparenze. L’estensione dello spazio, la peculiarità del paesaggio, la compattezza d’assieme creano l’impressione che il Mediterraneo sia ad un tempo un mondo a sé e il centro del mondo – un mare circondato da terre, una terra bagnata dal mare». Così scrive l’Autore, ma poi fa vedere come sotto l’apparenza della sua compattezza si nasconde una eterogeneità di aspetti che riescono a sopravvivere anche a distanza di molti secoli: Matvejević, infatti, non si pone limiti di tempo e ci fa navigare sul suo Mediterraneo dal tempo di Omero (ed anche da prima, da Gigalmeś) fino ai giorni nostri.

Nel clima politico-culturale odierno in cui agiscono sovranismi diversi e tentativi di esaltare particolarità etniche e culturali, il libro di Matvejević dimostra come tutta la cultura, tutti i popoli, che si affacciano sulle rive del Mediterraneo, siano accomunati dall’appartenenza a questo mondo, unico e complesso e variegato nello stesso tempo: tanto che, anche oggi, abbiamo la speranza che unitarietà  e diversità possono coesistere come ci racconta la storia delle epoche passate e dei tanti popoli che per lunghi secoli hanno vissuto in condizioni abbastanza simili sulle sponde di quel mare.

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Lipari, 2019 (ph. Danilo Cusumano)

Il libro è suddiviso in tre lunghi capitoli: si apre con il Breviario, che è una specie di enciclopedia o compendio di tutto quanto riguarda il grande specchio d’acqua intorno al quale si estendono decine di terre diverse, su cui è vissuta e vive un’ampia varietà di popoli, di usi e tradizioni. Ad esso segue un capitolo dedicato alle Carte nautiche, alla loro nascita, alla loro evoluzione e alle rappresentazioni che del Mediterraneo hanno dato. Chiude il volume, infine, una parte intitolata Glossario, dove l’Autore si produce in un lungo esercizio filologico, all’inseguimento di nomi e di termini e di concetti che completano ed ampliano il contenuto del Breviario.

Il progetto di Matvejević è quello di far parlare il mare, di far raccontare ad esso tutte le sue vicende, da quelle geologiche a quelle fisiche, da quelle della sua natura di acqua a quelle che gli uomini hanno prodotto navigandolo e sfruttandolo. Che è un’impresa difficile, se dobbiamo credere a Borges: «Il mare è una lingua antichissima che non riesco a decifrare» (La luna vicina, 1925 riportato da Matvejević: 222).

Si comincia con un giudizio fulminante sulle genti del Mediterraneo: «gli abitanti del Mediterraneo appartenevano più alle città che allo stato o alla nazione». Detto in questo modo, sembra quasi una battuta di spirito, ma se riflettiamo sui secoli vissuti da quei popoli sappiamo che è così: da quando è iniziata la storia fino all’Impero Romano ogni città è vissuta per sé stessa e si è autogovernata; poi sfaldatasi la potenza di Roma, tutto è tornato a frammentarsi, fino alla formazione degli Stati moderni; né oggi mancano i tentativi di ritornare agli isolamenti entro presunte nicchie etniche, idealizzate come “pure” ma mai realmente esistite.

E poi Matvejević comincia a stendere l’ordito del suo racconto e a rimpolparlo di trame sempre più fitte, magari prendendo spunto da uno di quei pezzi di corda che si trovano spesso abbandonati sui moli, accanto alle barche ormeggiate:

«Le corde servono a lungo nelle regioni più povere, e ognuno le tira per il suo verso. Non c’è niente in un porto che si trovi ad essere tanto schiacciato o compresso quanto lo è il paglietto (detto in Sicilia lo stramazzo), quel gomitolo di corda e stoppa che protegge il fianco delle navi dal contatto col molo e il molo stesso (tecnicamente si chiama, parafianchi ma a bordo lo chiamano così) … I marinai del mondo antico lo conoscevano, e lo facevano anche utilizzando della paglia (dalla quale infatti ha preso il nome».

E con le corde ci sono anche la canapa, la stoppa, il catrame, tutti materiali necessari per costruire i natanti e soprattutto riparare i guasti piccoli e grossi cui si può incorrere durante la navigazione: «La stoppa è sempre preziosa a colui che naviga il Mediterraneo su una barchetta insicura e logora, da un’isola all’altra».

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Stromboli, 2019 (ph. D. Cusumano)

Su quel mare ci hanno navigato e molti ancora ci navigano per commerciare e soprattutto per procurarsi il cibo pescando; occorrono dunque le reti e le vele, le quali ultime hanno bisogno del vento. Ed ecco la sfilza dei nomi dei venti che soffiano sull’Adriatico; i nomi, però, non sono soltanto quelli dei meteorologi, accanto a questi ci sono anche le qualità che i poeti hanno attribuito loro, «qualità maschili e femminili, erotiche, divine, demoniache e diaboliche … Un tempo, in ogni epopea doveva levarsi una tempesta sul mare: i venti erano le divinità del Mediterraneo».

E poi ci sono le correnti marine, che «assomigliano a immensi fiumi: sono ostinate e silenziose, non determinabili né contenibili. A differenza dei fiumi, però, non se ne conoscono l’esatta sorgente né la foce. L’una e l’altra si trovano a qualche punto del mare. Non se ne conoscono con esattezza le dimensioni, né come le loro acque si separino dalle altre. Il loro letto resta pur sempre il mare».

Si resta nel campo dei misteri con il volo dei gabbiani di cui non si riesce a vedere se toccano l’acqua o la sfiorano e non si capisce per quale motivo cambino la modalità dell’ammaraggio a seconda se il mare è calmo o agitato.

Il racconto di Matvejević segue percorsi imprevedibili: dal discorso descrittivo e referenziale si passa a quello indiretto libero, come se a parlare fossero gli stessi elementi marini, le onde, i pesci, i gabbiani, le barche; ed infine i pescatori, «spesso rappresentati … con le facce rugose, come scavate dalla pioggia e dal sole, dal vento e dalle onde… si adirano  e litigano … ma non danno addosso l’uno all’altro … Nascono delle liti ma in numero assolutamente non paragonabile a quelle che scoppiano per il possesso della terra. È più facile dividere il mare che la terra, è più difficile possederlo».

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Lipari, 2019 (ph. D. Cusumano)

Quasi sempre, il racconto o la descrizione di un fatto finiscono con una frase definitiva, come quella appena letta: «È più facile dividere il mare che possederlo»; sono frasi che arrivano improvvise, che colgono di sorpresa il lettore, che è costretto a fermarsi e ragionarci sopra. All’inizio, come osservavo poco fa, si crede di avere davanti una spiritosaggine, ma poi la riflessione ci convince che in fondo l’Autore non si è lasciato sfuggire dalla penna una freddura, prima di metterla sulla carta ci ha meditato sopra a lungo. La stessa cosa avviene quando parla di luoghi e di città; il suo sguardo è quasi sempre a volo d’uccello, per cui i suoi giudizi appaiono superficiali, dettati da impressioni più che da dati di fatto; poi ci si accorge che le sue indicazioni sono puntuali e non improvvisate.

I pescatori insieme con altri abitanti delle coste gli sono stati generosi nel raccontargli tante storie sugli argomenti più disparati, dai mari scomparsi ai carnevali, dai terremoti ai lupanari, dai fiumi carsici alle anguille ed altre mille ancora, che però accenna solamente in minima parte, lasciando il resto nei quaderni in cui trascriveva tutto ciò che riguarda il Mediterraneo.

Chissà quante volte abbiamo guardato, attraverso le foto o direttamente, il cono grigio che si alza in mezzo al mare dirimpetto alle coste occidentali della Calabria, l’isola-vulcano di Stromboli, ultima isola settentrionale delle Eolie, ma forse pochi hanno fatto caso che il suo nome si rifà al gioco infantile della trottola che nei dialetti meridionali si chiama strùmmolo, alla quale somiglia.

Mentre svolge la sua narrazione, ad un certo punto Matvejević si chiede come mai si conoscono le modalità di bestemmia delle popolazioni rivierasche, diverse da quelle degli abitanti dell’interno, e non si conoscono quelle degli Arabi che pure il Mediterraneo hanno navigato in lungo e in largo. Possibile che gli Arabi non bestemmino? «… presupponiamo che ce ne siano e che non siano più lievi delle nostre (è come se gli Arabi nascondessero le loro bestemmie ai cristiani, come fanno con le donne, ma non sempre ci riescono)». Ma il tema della bestemmia è per M. così allettante che ci torna ancora quasi alla fine del Glossario, dove racconta del suo incontro con un prete bosniaco studioso di questo tipo di espressività e dove conclude il discorso parlando di una delle forme più offensive dell’espressività com’è la pernacchia della cultura popolare dell’Italia meridionale, e soprattutto il napoletanissimo pernacchio.

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Salina, 2019 (ph. D. Cusumano)

Nell’immaginario collettivo i paesi che si affacciano sul grande lago mediterraneo si caratterizzano essenzialmente per la coltivazione della vite e dell’ulivo che dà due prodotti come l’olio e il vino, a cui va associato anche il fico, importantissimi non solo per l’alimentazione ma anche per l’uso rituale che di essi si fa. L’olio rientra in molti riti delle religioni mediterranee, oltre che nelle pratiche superstiziose: «Serviva a curare e ad abbellire il corpo, si adoperava per massaggiare i muscoli degli atleti e le cosce delle etère». Alcune gocce di olio venivano versate in mare dopo che vi era stato calato il marinaio morto durante la navigazione. Invece nelle cerimonie funebri raccontate nell’epopea di Gigalmeś, Matvejević ha rintracciato la testimonianza di un rito, come quello dell’Ultima Cena, fondamentale per il Cristianesimo: l’offerta di pane e di vino per sottolineare quei momenti antecedenti l’ultimo addio.

Oltre, però, che nei riti funebri, il vino era al centro di molte feste di tutt’altra atmosfera: pur essendo stato proibito da Maometto, si sa che molti grandi poeti arabi e persiani s’inebriavano in terra di quel vino che il Profeta aveva promesso in paradiso. Né da meno dell’importanza del vino e dell’olio è quella del sale; lungo le coste del Mare nostrum molte erano le saline: «La città, il porto, o l’isola dovevano avere le loro saline per essere indipendenti». Usato come moneta o come merce di scambio, il sale permetteva, infatti, alle popolazioni costiere di comprare olio, grano, carne, vino e a quelle continentali di conservare, salandoli, i cibi. «I viaggiatori tenevano la provvista di sale dentro uno scomparto della borsa, le famiglie nei sacchi, il municipio nei magazzini»; a Siena, adibito ormai ad altri usi, c’è ancora l’edificio pubblico dei magazzini del sale. Il sale, oltre a condire i cibi, a dar loro “sapore”, era usato con molta parsimonia, per questo esso divenne il simbolo della saggezza.

Mare significa anche paura: viaggiare su fragili natanti, essere in balia di venti e di marosi e del buio della notte produce paura; basta riandare con la mente ai racconti omerici dell’Odissea: Ulisse è coraggioso non perché non abbia paura, ma perché, pur avendola, sa affrontarla e vincerla:

«Durante la navigazione verso sponde ignote la paura è la prima alleata. Il miglior equipaggio è quello che teme navigando verso la meta e che, al tempo stesso, si rallegra raggiungendola. La maggior paura la prova quello che non sa esattamente dove sia la meta,e se pure ci sia. Neppure i più grandi navigatori ne erano certi. I marinai del Mediterraneo si rivoltarono contro Colombo».

Non mancano nel Breviario notizie storico-politiche, con prese di posizione chiare da parte dell’Autore; così a proposito degli Ebrei:

«Nella loro memoria e nella speranza, la terra dove desideravano tornare era e rimane vicina al mare e al deserto. Ma lì, presso il Muro del pianto e la Valle delle lacrime, si erano stanziati nel frattempo i Palestinesi. Quest’altro popolo dovette pure assaggiare l’amarezza dell’esodo e provare la sete del ritorno … due nazioni di stirpe semitica, l’una accanto all’altra, separate dalla sorte e dalla fede».

Per costruire questo Breviario, Matvejević ha letto libri, spulciato fonti di archivio, intervistato ed ascoltato centinaia di persone ed ha fatto molto di più se vogliamo credere a quel che ci dice:

«Ho perlustrato gli alvei e i corsi di molti fiumi mediterranei, mi ci sono immerso, ho annusato la vegetazione lungo le coste e l’ho confrontata con quella dei bacini fluviali superiori e inferiori».

Di quel grande mondo mediterraneo, compatto e contemporaneamente vario, è rimasto soltanto la memoria. Secondo Metvejević non sono state la scoperta del Nuovo Mondo e le nuove rotte oceaniche a decretarne la fine:

«Le sponde del Mediterraneo hanno affrontato con ritardo la modernità, non seppero trovare risposta ai suoi richiami né adottare le forme che essa offriva. Rimasero legate alle loro tradizioni, oppresse dalla loro stessa eredità, rispettabile, ma invecchiata. Non hanno vissuto una laicità necessaria. L’Illuminismo non era incline a loro: esso disprezzava infatti la superstizione, l’intolleranza e l’oscurantismo che continuavano a signoreggiare su di esse».
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Stromboli in lontananza da Panarea (ph. D. Cusumano)

Il secondo capitolo dell’opera è dedicato al lavorìo, lungo molti secoli, che marinai e cartografi hanno svolto per cercare di rappresentare sulle mappe i paesi visitati, le isole, le rotte da percorrere. Non sempre, tuttavia, la geografia degli studiosi coincideva con quella dei naviganti: «Alla base di questa distinzione più di ogni altra cosa erano i diversi modi di guardare e di rappresentare il mare». Per i naviganti erano molto più utili i portolani, carte che segnalavano punti di approdo precisi, rotte certe e distanze più documentate. Spesso i cartografi si affidavano alle loro conoscenze letterarie e mitologiche che influenzavano le loro rappresentazioni cartografiche; addirittura le leggende nate attorno al Mediterraneo aiutavano i geografi a trovare le soluzioni grafiche. Non solo, spesso sulla costruzione delle carte intervenivano le prospettive filosofiche e religiose del geografo o del committente, così le mappe avevano poco a che fare con la realtà. Ecco perché i portolani riscuotevano più fiducia. Tra l’altro, alcuni viaggi erano fatti a tavolino e guardando le carte esistenti, come dimostra l’Itinerarium di Francesco Petrarca che, senza aver mai navigato, descrive al suo amico Mandelli il viaggio da Genova in Terrasanta.

C’era qualche avventuroso, tuttavia, che anziché bordeggiare affrontava lunghi viaggi, come i peripli attorno alle terre conosciute: i loro resoconti non sono stati creduti, come quelli del fenicio Pitea (circa 300 a. C.) che lo storico Polibio accusava di aver raccontato favole; oppure quelli del punico Annone (circa 500 a. C.), incisi su una pietra nel tempio di Moloch a Cartagine, andati distrutti insieme con il tempio.

Secondo Matvejević la necessità di separare le notizie mitologiche e letterarie dalla realtà delle coste e delle isole sta alla base della critica che si applica ai testi narrativi: in fondo sulle mappe nautiche e sulle carte geografiche si racconta il modo con cui affrontare il viaggio, quali sono gli itinerari da seguire, i luoghi pericolosi da evitare, come giungere incolumi alla meta: in sostanza, come separare la realtà dalla fantasia.

Gli Arabi, invece, navigavano senza l’aiuto di carte. Matvejević impiega diverse pagine per mostrane l’abilità marinara, la capacità di costruire strumenti per agevolare la navigazione:

«Non è noto quanta dimestichezza gli Arabi avessero col mare e con la marineria nei luoghi da cui provenivano. Comunque su questo mare impararono in fretta e vennero facilmente a capo dei problemi».
Salina (ph. D. Cusumano)

Salina (ph. D. Cusumano)

A loro dobbiamo anche molti termini relativi alla astronomia e alla marineria, come azimut e zenit, darsena, admiral, catrame (da al-kathram). La loro capacità di orientarsi in mare aperto deriva, secondo Matvejević, dall’abitudine alla preghiera: per tre volte al giorno pregavano in una posizione orientata verso Est, là dove è posto il loro santuario. Per loro che si trovavano in alto mare era quasi spontaneo rivolgersi verso il punto in cui nasce il sole.

Se per gli antichi Greci viaggiare significava soprattutto navigare, i Romani preferivano camminare sulla terraferma, dove costruirono con innumerevoli strade una fitta rete viaria che rese raggiungibili quasi tutti i punti dell’immenso impero. Con la caratteristica che quasi tutte le strade, partendo da Roma, portavano al mare.

La storia dei viaggi intrapresi allo scopo di esplorare nuove rotte e nuove terre si intreccia, nell’età moderna, con quella delle carte; da Cristoforo Colombo in poi, chiunque avesse deciso di affrontare un viaggio di esplorazione, si preparava con lo studio della cartografia esistente. Il viaggio, poi, avrebbe eliminato tutto ciò che nelle mappe era frutto di fantasia e di ideologia e avrebbe stabilito che l’oceano Atlantico non era un’appendice del Mediterraneo.  I diari di bordo e le relazioni di viaggio erano per lo più compito di persone che non avevano responsabilità di comando: a Cristoforo Colombo o a Magellano interessava di più la navigazione piuttosto che mettersi a descrivere le nuove scoperte.

Dalla seconda metà del sec. XVIII, ad esplorazioni quasi ultimate, le cose cambiano, perché la cartografia diventa più attendibile, scevra di mitologie e ideologie, e perché soprattutto diventa laica con l’abbandono dei tradizionali punti di riferimento religiosi, come Gerusalemme e la Terra Santa e Medina con la Kaaba. La scienza, infatti, prende il sopravvento, divide il mappamondo con i meridiani e i paralleli e individua nel meridiano di Greenwich e nel parallelo dell’Equatore i nuovi punti di riferimento.

Le carte, dunque, assumono un carattere di veridicità scientifica e i loro committenti, che spesso sono i governi dei principali Stati europei, per questioni economiche e militari cercano di evitare che esse diventino di dominio pubblico; addirittura su di esse è apposto il sigillo di “segreto di stato”. In verità tutti gli Stati, fin dall’antichità, sono stati gelosi delle loro cartografie: Matvejević riferisce che ad Erodoto fu permesso dai Fenici di guardare le loro tavole cartografiche ma non di copiarle.

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Lipari, 2019 (ph. D. Cusumano)

Nelle ultime pagine di questo capitolo, l’Autore descrive i fari, i porti e le città portuali che punteggiano le coste mediterranee; elenca le pietre particolari e i marmi con cui erano adornati; descrive alcuni dei tanti monasteri cattolici e ortodossi costruiti sulle alture dominanti il mare e riportati sulle mappe. Infine svolge il tema delle storie e delle leggende che segnarono la costruzione e la nascita della Rosa dei venti; fu un lungo lavorìo intellettuale e pratico che si concluse col fornire i marinai di uno strumento che desse un senso alla navigazione e permettesse loro di orientarsi meglio in mare aperto.

Tutta questa miriade di notizie è il frutto di una lunga ricerca archivistica e bibliografica, nonché di centinaia di interviste formali e informali alle persone incontrate durante i molti pellegrinaggi lungo le coste mediterranee, tanto che l’Autore può chiudere questa parte del volume con la seguente considerazione: «quanto più possiamo sapere di questo mare, tanto meno lo guardiamo da soli. Il Mediterraneo non è mare di solitudine».

«I glossari si possono permettere una maggiore libertà rispetto agli altri vocabolari. E si possono leggere saltando da un punto all’altro, a seconda delle esigenze e di ciò che a ciascuno conviene». Data questa premessa, segue un fiume quasi inarrestabile di certezze miste ad ipotesi filologiche e linguistiche su tutto quanto riguarda il Mediterraneo. Sono riprese argomentazioni già presenti nella prima parte del Breviario che, dopo essere stato composto in forma contenuta come si conviene ad un compendio, adesso si amplia fino talora a trasbordare. Si comincia con i nomi che nel corso di molti secoli sono stati attribuiti al mare, dall’improprio “mediterraneo”, che prima indicava una terra circondata da altre terre, fino a quelli che Greci, Ebrei, Fenici, Romani, Arabi e Turchi hanno adottato per indicarlo e chiamarlo. Solo Omero nei suoi versi non usa nomi particolari, per lui il mare resta solo una distesa di acqua.

E dopo i nomi vengono i colori: perché il Mediterraneo ha colori diversi, a seconda da dove si guarda: Costa Azzurra, Costa Verde, Costa Viola, ecc. Il mare è uno ma i suoi aspetti sono vari ed è solo attraverso questi che i suoi abitanti lo conoscono.

Sempre a proposito di nomi, si scopre che le isole li cambiano spesso: Trinacria diventa Sicania, quindi Sicilia; Creta nella Bibbia è chiamata Kaftor, poi gli Arabi la denominarono Candia; l’isola di Hvar prese il nome da un faro greco, gli Italiani l’hanno sempre chiamata Lesina. Tra le isole ci sono quelle i cui abitanti erano reputati uomini felici, ma non si è sicuri della loro esistenza; conosciamo bene, invece, quelle destinate ai confinati ed esiliati politici (come Mamula nelle Bocche di Cattaro, o Iaros), quelle che sono diventate campi di concentramento per Ebrei (Isola di Rab, Arbe) e quelle, infine, destinate a diventare carceri per i criminali comuni, da cui era difficile evadere.

È poi la volta dei blasoni popolari derivati dalla maggiore o minore vicinanza al mare: chi abita sul mare o nelle immediate vicinanze è convinto di essere più “civile” e più moderno di chi vive nell’entroterra: il più offensivo di questi epiteti è certamente cafone. I blasoni, si sa, non hanno nulla di vero, servono solo a raccontare storielle. In questo lungo capitolo di natura filologica e linguistica Matvejević riprende temi già trattati in quelli precedenti. A proposito della cartografia nota che le mappe segnano anche i luoghi dei naufragi, ma senza riferire notizie riguardanti le navi e i naufraghi; sono segnalati anche i fari e i porti sommersi, tra cui l’Autore ricorda con particolare attenzione quelli dei Campi Flegrei, luoghi di villeggiatura e di festini degli antichi Romani (a Baia, scriveva il poeta Marziale, le matrone romane arrivavano come Penelopi e se ne ripartivano come Elene). Curiosamente, anche Braudel dedica qualche pagina alle “navi in fondo al mare”; ma tra i due lavori ci sono ancora altre coincidenze.

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Lipari, 2019 (ph. D. Cusumano)

Ritorna anche il tema dell’importanza dei prodotti tipicamente mediterranei come l’olio, il vino ed il sale: e poi comincia il vertiginoso elenco dei nomi dei pesci e degli strumenti di pesca: moltissimi termini per indicare le poche e somiglianti attrezzature. Studiando il gergo marinaro delle popolazioni abitanti sulle due rive dell’Adriatico, Matvejević, sulla scorta del linguista Manlio Cortelazzo, scopre che quasi tutti i termini hanno avuto origine sulla terra ferma: «Siamo pur sempre tutti nati sulla terra».

L’Autore si occupa anche di alimentazione, quella sulle navi dei grandi viaggi, ma anche quella dei pescatori rivieraschi; scopre così che si può fare un brodo cuocendo dei sassi: «Il brodo di pietra è antico come la miseria del Mediterraneo»; in qualche zona delle Marche che si affaccia sul mare, ancora oggi, il brodo di pietra è uno dei piatti tradizionali.

Durante il trapasso dal mondo antico a quello moderno, è stato fatto il tentativo di “cristianizzare” il Mediterraneo ribattezzando con nomi di santi le isole, i promontori, i centri abitati costieri:

«All’entrata dell’insenatura di Pola ci vengono incontro tre isolette: San Pietro, Sant’Andrea, e Santa Caterina. Così si santifica la terra lungo il mare, ma non il mare Mediterraneo intero: che è sacro di per sé o, per converso, maledetto».

Nel riferirci queste innumerevoli notizie più o meno strane, Matvejević trova il modo di svolgere qualche considerazione di carattere storico. Per dimostrare che «l’asserzione di Braudel secondo la quale il Mediterraneo cessa là dove compaiono “il deserto e l’Islam” non è del tutto convincente», avvia una lunga discussione sulla presenza degli Arabi e sull’influenza che hanno avuto sulla marineria di tutto il bacino, sia per quanto riguarda le varianti del termine “barca”, sia per l’attrezzeria nautica. Ricorda, inoltre, che fu necessario mettere insieme tutti i cristiani per battere a Lepanto le flotte saracene.

L’altra considerazione storico-politica riguarda gli avvenimenti della Jugoslavia dopo la morte di Tito e lo sfaldamento della federazione: «Ogni tentativo di “pulizia etnica” sul Mediterraneo è assurdo e inumano»; e, lui nato a Mostar, ne accenna con cognizione di causa.

In questo compendio del Mediterraneo c’è di tutto, ma quando si arriva all’ultima pagina si ha la sensazione che qualcosa si potrebbe ancora aggiungere; il lettore colto, specie se ha delle conoscenze di quel mondo perché vi è nato e vissuto o perché l’ha studiato, grazie alle sollecitazioni di Matvejević, avrebbe delle cose da dire e da raccontare, perché il Breviario nonostante la mole di informazioni, spesso difficili da reperire, non è esauriente. Tra l’altro, lo sguardo di Matvejević non sempre raggiunge tutti i punti mediterranei: il porto di Genova, per esempio, rimane escluso dalla visuale che pur si allunga fino a Marsiglia. Ma anche la costa nordafricana, quella algerina e marocchina, sono appena individuate. Se, dunque, qualche appunto si può rivolgere alla grande opera di Matvejević, è che il suo punto di osservazione non si pone al centro del Mediterraneo, ma su un punto mediorientale, da cui si protende verso occidente, lambendo, solo lambendo, la regione delle Colonne d’Ercole, la penisola iberica e le coste bagnate dal Tirreno.

Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019
 Note
 [1] Magris, C., Danubio, Garzanti, Milano 1986.
 [2] Michelet, Jules, La mer (1861); edizione italiana, Il mare, con una nota di A. Tabucchi,  Il Melangolo, Genova 1992; Braudel, F., Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, Bompiani, Milano 1987; l’edizione in mio possesso è però quella di qualche anno più tardi, della Newton Compton, Roma 2002.
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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadino, Lo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. Tutti i suoi lavori si possono leggere in http//www.marianofresta.altervista.org

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