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Per una contronarrazione sui borghi, epifenomeno contemporaneo

Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2022 @ 00:39 In Cultura,Letture | No Comments

9788855223560_0_536_0_75il centro in periferia

di Giuseppe Sorce 

É tardi. Sono in ritardo. Le isole bruciano. É l’Antropocene manifesto. Sono in ritardo. Devo consegnare, devo condividere, devo dire. Sono in ritardo. L’Europa brucia. Casa mia brucia. Sono in ritardo. L’Italia è spaccata, caldo torrido e nubifragi. Le isole bruciano. Le isole seppellite dal loro stesso fango. Sono in ritardo? No. É l’Antropocene manifesto. Non è tardi perché era già tardi prima. Ricchi turisti che fuggono impauriti dal fuoco. No, non è Plinio il vecchio. Poveri turisti che affollano gli aeroporti. No, nessuna fuga. Fatevi un giro in Sicilia, d’estate, nell’Antropocene manifesto. Fatevi un giro l’anno scorso, quest’anno, l’anno prossimo. Andate nelle città, nelle campagne, nei paesi. D’estate. E sperate. Sperate di beccare quella finestra di clima mite che dura qualche giorno ormai. I giorni vivibili si riducono. Il caldo e i temporali si inseguono in una danza di morte, spettacolo e nichilismo. Adesso se ne accorgono tutti. Ma non è tardi, perché tardi era già ieri. Ma torniamo a occuparci dei luoghi che da sempre ci offrono chiavi di lettura per interpretare il presente. Oggi più che mai, dove il futuro della Terra e dell’umanità sono già all’attacco. Cosa possiamo e non possiamo fare ce lo dicono i luoghi, quel risultato narrativo del rapporto uomo-Terra, appunto.

Ripartire dai luoghi è un appello diffuso qui su Dialoghi Mediterranei, un appello troppo poco ascoltato. I luoghi infatti ci parlano meglio di qualunque altra cosa e lo fanno in modo diretto, intuitivo. Ci parlano di loro e di noi, di noi e di loro, come unica cosa, come cioè ciò che veramente siamo. “Se fuggi ti porterai i tuoi problemi con te”. Okay. Provate a dirlo a chi fugge sul serio, a chi migra e a chi ha migrato, ai cacciatori raccoglitori dei duecentomila anni prima della comparsa delle prime città. Provate a dirlo a chi non ha accesso all’acqua potabile, a chi ha il terreno intossicato, a chi ha le bombe sopra la testa. “Non si fugge ma si resta per cambiare le cose”. Okay, provate a dirlo ai Comanche di fronte l’invasione diabolica dei coloni occidentali armati fino ai denti e portatori di pestilenze ed alcol. Non vi piace il termine? Non vi piace “fuggire”. Sottrarsi allora. Sottrarsi a certi discorsi, a certe dinamiche, a certe ideologie di morte e fascismo. Non è nel fuggire che soggiace la paura bensì nell’immobilità, nella confort zone delle abitudini mentali, dei comportamenti tossici reiterati, nelle narrazioni, nel linguaggio.

elementi-brand-identityBrucia l’Europa e poi spazzata via, inondata di fango e crolli, insozzata dalle destre populiste, le memorie dei poveri sono troppo labili. Tutto comincia sempre nelle periferie, delle regioni, degli Stati, del mondo. Sono i luoghi avamposto, i luoghi esposti, i luoghi barricata, i luoghi fantasma, i luoghi vetrina. Ripartiamo da qui. Dal nostro Paese. Il mondo-antropocene è troppo complesso. Ripartiamo da epifenomeni spaziali nostrani del collasso. Perché il punto, il punto di tutto, è sempre lo stesso: abitare la Terra. Abitare. «Abitabilità dei luoghi» scrivono Barbera, Cersosimo e De Rossi nell’introduzione a Contro i borghi, il Belpaese che dimentica i paesi, pubblicato quest’anno (2022), edito da Donzelli, una riflessione di ampio respiro proprio sul problema dei luoghi e dell’abitabilità attraverso la lente distorta del concetto tutto italiano di “borgo”. É il borgo l’epifenomeno contemporaneo attraverso il quale i curatori ci propongono un’analisi tagliente e che non fa sconti alle mal politiche economiche, sociali e narrative del nostro Paese sui propri luoghi, ossia quelli che dovrebbero essere gli avamposti stessi dell’operare politico, sociale e narrativo.

Se il consumismo, la globalizzazione, il capitalismo, il neoliberismo, hanno trasformato la Terra, lo hanno fatto, come sappiamo, spesso in peggio. Sì, abbiamo gli ospedali, i dentisti, le scuole, e sì, abbiamo gli aerei e le automobili, ma abbiamo pagato un prezzo caro, a conti fatti. Capitalocene? No. Antropocene. Inutile addossare colpa e sviscerare meccanismi segreti alla storia e della storia, inutile dire si poteva fare meglio qui, allora e là diversamente. Oggi, l’Antropocene manifesto ci pone davanti l’urgenza di agire. Bisogna prima comprendere cosa non va. I curatori di Contro i borghi identificano proprio qui uno degli snodi geoculturali per individuare le storture del sistema umano contemporaneo quando si relaziona con i “propri” luoghi. Contro i borghi utilizza i borghi per una critica salda alla gestione politica e mediatica dei luoghi d’Italia, una critica che è anche e soprattutto all’autonarrazione che il Belpaese autoalimenta ogni giorno come un cancro e in cui i cittadini si trovano imbevuti e intossicati. Contro i borghi propone invece una contronarrazione articolata in tre sezioni, territorio, immaginari e politiche, attraverso le quali i saggi proposti costruiscono un’analisi ricca e, per fortuna, senza compromessi. 

«Come già per la cultura, la narrazione del “borgo” fa sì che anche la valorizzazione del territorio sia tale solo se inglobata nella goffa egemonia del “turismo petrolio d’Italia”, oggi condita con una spruzzata di ecologismo che assomiglia più al giardinaggio che alla presa in carico della questione ambientale. È come se si guardasse al paese attraverso le categorie estetiche delle guide turistiche: con un effetto di spaesamento che non permette di abitare consapevolmente il policentrismo territoriale». 

borghi_belli_italia_logoÉ chiaro che, quando si parla di Italia e i suoi paesaggi, il turismo viene subito individuato come forza distruttrice perché sì, mettetevi l’anima in pace, il turismo di massa, così come viene oggi costruito, venduto, pubblicizzato, è una forza distruttrice, per il pianeta intero, figuriamoci per il nostro Paese. Per questo, il concetto contemporaneo di “borgo” funziona come cartolina attrattiva per tutti i turisti del mondo, come jolly in una mano perdente, è un «costrutto estetizzato» che non ha la priorità che ogni luogo deve avere: l’abitabilità. Ecco che la narrazione istituzionale fa scivolare comodamente il “paese” nel “borgo”, perché 

«A differenza dei borghi, i paesi hanno bisogno di essere abilitati con adeguate dotazioni di competenze tecnico amministrative, progettuali e relazionali per consentire l’elaborazione di scenari e azioni congruenti con i bisogni, le opportunità e le aspirazioni delle comunità locali. La capacità amministrativa è la precondizione per disegnare servizi per l’abitabilità quotidiana (scuola, sanità, trasporti) adatti alle caratteristiche specifiche dei contesti, esigenza annullata dalla finta omogeneità che deriva dal concetto di borgo. I paesi hanno bisogno di servizi basati sull’integrazione delle funzioni socio-sanitarie e assistenziali e sulla scuola come presidio educativo dell’intera comunità». 

«Il paese è la dimensione del cambiamento» scrive Pietro Clemente, ribadendo il fatto che lo spostamento semantico paese-borgo è al servizio della macronarrazione che vuole i luoghi non-metropolitani mete turistiche spesso solo per chi ha una certa agiatezza economica e una certa ingenuità cognitiva. Eppure qualcosa sembrava essere mutata nel discorso pubblico ma Contro i borghi serve proprio a questo, come una cartina tornasole. 

«Forse è stato il Covid – scrive Clemente – e la riflessione che ha suscitato su nuovi modelli del vivere e dell’abitare a scompensare la sfera delle culture locali, creando nuove mitologie della campagna contro forti reazioni di rifiuto ad aprirsi a nuove cittadinanze da parte dei nativi o residenti. Ma sono stati la Rai e il ministero della Cultura ad appesantire in una direzione inaccettabile la nozione di “borgo”. […] Ma rispetto alla Rai il ministero della Cultura ha fatto anche di peggio, perché con il bando legato al Pnrr e la scelta di finalizzarlo ai “borghi” ha finito per costruire un paradigma che separa, crea disuguaglianza e gerarchizza gli spazi comunitari». 
Il concorso Il borgo più bello d'Italia, in TV

Il concorso Il borgo più bello d’Italia, in TV

C’è da chiedere da cosa viene questa narrazione, chi ne sono gli artefici, quale il progetto che sostiene questo complesso di false credenze sul futuro dei luoghi e degli spazi. Ma forse non è così essenziale chiedersi chi stia dietro istituzioni e media, quanto invece capire come opporsi. Il borgo è turisticamente attrattivo perché “esteticamente bello” quindi vedibile e vendibile, i paesi sono invece spesso brutti, facciate non finite, palazzine abusive, né troppo antichi né troppo recenti, senza panorami, senza colpi d’occhio, senza vessilli brandizzabili. Eppure qualcosa sembrava essersi mossa. Esempio: ricordate la vendita di case a un euro nei borghi? Tutti ne parevano entusiasti. La narrazione era “tornate nel vecchio borgo, guardate quanto è bello”. Sembrava una buona iniziativa. Come si produce allora una contronarrazione non appena ci si accorge delle storture alla base, del “paradigma che separa”? 

«La vendita di “case a 1 euro” sottende un’idea che pone al centro dell’intervento la vita degli immobili più che quella delle persone, che cerca al più di attivare velleitari micro-circuiti edilizi locali ma del tutto cieca rispetto a quelle componenti che dovrebbero costituire il fulcro di ogni misura pensata per il ripopolamento», scrivono Cersosimio, Librandi e Nisticò. 

Siamo perciò dinanzi l’idea che decostruire una narrazione sia l’arma migliore per valutarne i reali scopi. Perché non si hanno narrazioni senza scopi. E quando si tratta del paesaggio, del territorio, dei luoghi e degli spazi, le forze di potere sono sempre in prima linea. Non si ha potere se non sugli spazi: che siano della Terra, che siano del corpo. L’Antropocene ci insegna a non scandalizzarci di fronte a narrazioni e politiche atte a creare gerarchie, disuguaglianze, disparità. Deve allora insegnarci a elaborare delle contronarrazioni. Il costo spesso è alto. Bisogna non fidarsi della pancia, della prima reazione, e andare in profondità. Non guardare con sospetto diffuso perché non serve, serve una sana spinta critica soprattutto di fronte a scelte, discorsi e prese di posizioni che riguardano i luoghi. Perché prima tocca ai paesi-borghi, poi toccherà alle periferie delle città. E in questo prima e poi non c’è un senso temporale ma di ordine di idee per dire che vanno difesi tutti i luoghi anche i più brutti, i più isolati, i più lontani.

fnb-4-1-1170x630Il turismo di massa ha già modificato il tessuto delle città. A Palermo, per esempio, lo abbiamo visto negli ultimi anni. Ricordavo una via Maqueda abitata, viva, seppur inondata di auto. Oggi, alle lamentele sulla Ztl (non legittime) non sono seguite lamentele sul fatto che la via è diventata un accrocco di locali tutti uguali, iperluminosi, dove si serve cibo congelato prefritto pronto per il turista di turno, ammassati gli uni sugli altri, che si illudono di stare facendo la Sicilian/italian way of Life experience. Chi sta traendo reale beneficio globale all’ennesima via uguale a tutte le altre di tutte le città europee mete turistiche? Che cosa porta questo al quartiere, agli abitanti, alla città, alla regione, allo Stato, alla Terra? Ai paesi che o diventano borghi-vetrina o vengono dimenticati? É questo il turismo fonte di arricchimento di tutta la cittadinanza che avevamo immaginato – che ci avevano venduto come idea-risorsa imprescindibile – per le nostre città, per i nostri luoghi? Lo esprime bene, ancora una volta, Clemente: 

«Non voglio qui criticare in modo radicale il turismo, che è spesso una risorsa di forte sostegno dello sviluppo locale, né voglio sostenere il punto di vista “pauperista” e populista che rifiuta la gentrification e gli investimenti alla vita locale che vengono dall’esterno. Lo sviluppo locale e la coscienza di luogo hanno bisogno di un riconoscimento che parta dalle comunità, secondo metodi di partecipazione dal basso, e di empowerment. A tutte le comunità deve essere riconosciuta la possibilità di limitare il gap territoriale evitando di privilegiare i luoghi storici del potere e investendo invece sulle qualità incorporate dei saperi pratici legati allo spazio storico e al paesaggio. I borghi, grazie all’interpretazione del Ministero della Cultura, tornano purtroppo ad essere luoghi dove domina la cultura dei cittadini e dei potenti e non quella dei contadini, degli artigiani, degli esperti del paesaggio culturale e della gente che ha memoria dei luoghi. Nella legge sui piccoli comuni il Parlamento aveva usato la dizione “piccoli comuni”. La nozione di borghi non compariva mai, così come non compariva nella legge sullo sviluppo delle agricolture contadine nelle aree interne. I borghi, nel quadro ufficiale pubblico, non sono che una invenzione “ornamentale” legata a un cattivo uso del patrimonio culturale e delle culture locali. I paesi sono invece le cellule molteplici dell’insediamento territoriale, delle pratiche collettive e delle comunità. Non borghi dunque, ma paesi è la parola del futuro». 

Contro i borghi è un testo prezioso che ogni cittadino dovrebbe leggere, non come semplice “adesso so che”, ma proprio come manuale per la consapevolezza, per lo svelamento e per la produzione di contronarrazioni efficaci. Il trick, il gioco di prestigio, il trucco e l’inganno epistemologico sta già nell’uso della parola borgo, nell’area semantica che attorno è stata costruita negli anni. Il borgo, nell’Italia di oggi, non è il contraltare della bruttezza della provincia, come dire “c’è questo di brutto ma c’è anche quest’altro di bello”. Il borgo è proprio il mezzo subliminale con il quale si perpetra l’oblio volontario dei paesi ancora abitati ove l’abitare diventa sempre più difficile, ove lo spopolamento, la desertificazione, la corruzione e il disagio sociale prendono piede senza sosta né ostacoli. Lo scrive Francesca Lacqua in modo chiaro: 

«La distanza spaziale e la prossimità espressiva e identitaria – anche con identità oppositive tinte di “esotismo” interno – non coincidono. Da questo punto di vista, il borgo non esiste di per sé ma solo come proiezione di desideri e bisogni di chi non ci vive: il borgo non esiste se non nella sua straordinarietà. In parallelo, le rappresentazioni e le politiche sui “borghi” non fanno che allargare le disparità territoriali e riprodurre i rapporti di asimmetria territoriali, configurando nuovamente il rischio di polarizzazione, gerarchizzazione tra territori sommersi e salvati». 
Mappa dei paesi interessati dal bando : una casa a 1 euro

Mappa dei paesi interessati dal bando: una casa a 1 euro

«Il borgo non è meno urbano» della città, scrive Giovanni Semi, nell’ottica in cui si vuole la città unico spazio antropocenico e antropocentrico, ma «la narrazione del borgo – piccolo, bello, autentico, tipico, green – è la facciata, l’apparato simbolico, che assume il progetto di modernizzazione ecologica. È la mistificazione che consente di normalizzare il concetto di sostenibilità», annota Giovanni Carrosio. La narrazione del borgo perciò si iscrive nel lungo commiato occidentale che è la filosofia green, della sostenibilità, concetti cool ma fuori tempo massimo nell’Antropocene manifesto. La narrazione del borgo perciò è il battello che ci porta dall’altro lato del fiume dell’ipocrisia, altra sponda ma stessa foce. Fra altri dieci anni, forse già cinque, il problema dell’abitare la Terra si farà una grassa risata ripensando al concorso “il borgo più bello d’Italia”. Lo fa già ora, ma ancora i cittadini delle metropoli trovano il tempo di inebetirsi davanti a certe trasmissioni tv. Questo tempo-lusso finirà anche per loro, come per loro è finito il tempo di negare il cambiamento climatico perché adesso, adesso sì che è sotto gli occhi di tutti. Ma adesso non è tardi, tardi era già ieri, dieci anni fa era tardi, cinquant’anni fa e più era tardi. Adesso è il momento di pensare a cosa fare per salvarsi e salvare tutti. Adesso è il momento di avere cura dei luoghi, dei nostri luoghi e di quelli degli altri. Adesso è il tempo delle narrazioni della sopravvivenza e non c’è sopravvivenza senza luoghi da abitare. 

Dialoghi Mediterranei, n. 57, settembre 2022

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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