di Giacomo Bonagiuso
«Sei il benvenuto, chiamami per nome, che qui, chiamiamo per nome e diamo del tu anche a Dio. Mio padre mi voleva pastore e ho passato la mia adolescenza tra pecore e cani e un solo libro. Scolpivo alabastri di notte, in una stalla accanto a quella dove riposavano altri pastori che sempre mi urlarono, tra le bestemmie, di andare a dormire. Scolpivo al lume di una fiaccola (un pezzo di stoffa immersa nella nafta) e quando le mie narici si riempivano di polvere e di fumo uscivo fuori a respirare sotto le stelle. Una notte chiesi al cielo di farmi incontentabile – mai sazio della mia arte – e sono stato ascoltato. In tanti mi chiedete come è nata l’idea per il teatro… è scritto che “lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole” e ha soffiato qui, dove alla fine degli anni settanta, portavo a pascere le pecore, che stranamente, come prese da incantamento, restavano a ruminare ferme come sassi. Allora ho intuito che da questo luogo fluisce energia positiva, così nei primi anni novanta alzai le prime pietre – non sarei stato più solo. In quel tempo ho saputo che la Galassia M31 della Costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa due miliardi e mezzo di anni, pensai allora di dare forma a una cavea con 108 pietre ricalcando la mappa delle 108 stelle della Costellazione di Andromeda… Vedi? È una storia semplice».
1. Nel preludio
A chi gli diceva che il Teatro di Andromeda, sin dalle prime pietre più irregolari, sembrava evocare cenni micenei o di arcaiche architetture del passato, Lorenzo Reina rispondeva con il mito post moderno dell’incompiuto. Ovvero che quei segni, ancora non del tutto scalfiti dall’infinito lavoro del fieri, avrebbero ancora dovuto diventare finiti, de-finiti, non appena l’Autore ne avesse dichiarato la conclusione. Soltanto con tale finis operae la ing-form del divenire, il waiting for che è preludio della speranza e dell’utopia, il work in progress che per trent’anni ha visto mutare il teatro fino a diventare quel che è oggi, secondo Lorenzo Reina, si sarebbe concretato.
E non fu la morte a finire, bisogna dirlo: fu Lorenzo che nel 2023 – compiute 63 primavere – dichiarò terminata l’opera. L’astronave spaziale che sulla terra speculava le fattezze delle stelle, le visibili di M31 della Costellazione di Andromeda, è stata, ora ed allora, pronta a ricevere la profezia. Il mito, per Lorenzo, è sempre stato futuro. Il senso originava dal domani non dal passato. Non arcaico, non fondato su una emulazione di vestigia archeologiche, ma tutto proiettato al divenire senso proprio, non a copiarne uno, ad emularne uno: «Un’opera si considera finita quando la visione del suo autore si materializza nelle forme e nei contenuti ricercati»; ed ancora: «quando ho iniziato a costruirlo, ero un giovane servo pastore, povero e senza mezzi e mi sono servito delle rozze pietre trovate sul posto». Per concludere: «l’afflusso degli ultimi due anni è stato tale da potermi consentire la messa in sicurezza delle rozze pietre in una nuova architettura geometricamente cristallina, formata da blocchi di calcarenite pesanti due tonnellate», sebbene «il viaggio spirituale fuori e dentro il teatro non è mutato, piuttosto si è precisato e amplificato con nuovi richiami simbolici». (https://www.balarm.it/news/dopo-40-anni-e-finalmente-completo-il-terrazzo-magico-un-sogno-fatto-in-sicilia-136053).
Ed, in realtà, perché questa astronave, che nel punto più alto dei Monti Sicani sfida il senso sempre uguale e sempre diverso, è proprio un teatro? Perché non un dolmen, perché non un tempio, perché non una land art scavata nel suolo, perché non una scultura… perché, dunque, un teatro? Perché ciò che la classicità ha definito come luogo sacro di Dioniso, il Dio barbaro ri-partorito dalla coscia di Zeus, si presta ad essere l’astronave di cui profetava Reina?
Taluni dicono che il cavallo che i greci lasciarono davanti alle mura di Ilio in realtà fosse un hippos, una imbarcazione fenicia la cui invenzione e costruzione Plinio il Vecchio attribuiva al maestro d’ascia Hippus: una nave sacra al Dio del mare Poseidone, per le sue fattezze – che sostituivano alla polena una testa equina – la cui pancia custodiva la mossa finale della guerra (https://www.lastampa.it/cultura/2017/11/01/news/il-mito-del-cavallo-di-troia-l-archeologo-in-realta-era-una-nave-1.34377431/).
Nave, come nave, per Lorenzo, è questo Teatro. Che però non guarda alla terra, alle guerre, alle conquiste, alla storia ma al cielo, agli astri, alla profezia pur restando ventre per le storie degli uomini… al domani ineluttabile degli equilibri cosmici, che – senza gli arbitri degli Dèi – accadranno nel vorticoso cosmico. Elassi due miliardi e mezzo di anni, senza astuzia degli uomini, degli eroi, le stelle si mischieranno alle stelle. E l’astronave di Lorenzo ben piantata al suolo tra le rocce sicane, sarà l’unico teatro a volare tra le stelle per accogliere M31 di Andromeda.
Soltanto un teatro pur finito continua ad essere opera viva, non museo, perché accoglie ogni giorno le storie di chi vi transita, non solo di chi vi recita, o di chi assiste ad una drammatizzazione. Il teatro, dichiarato finito ante mortem da Reina, continua ad accogliere visitatori nella sua pancia; sussurrano varcando le porte strette, si perdono nel suo ventre, bisbigliano davanti all’occhio del sole, si perdono nell’infinito oltre la siepe di mura. Ma c’è un tempo ancora più sacro che il teatro di Andromeda custodirà ancora per molto tempo prima di trasformarsi in astronave: ed è quello delle parole, dei cenni, dei gesti e della musica che in quel teatro produce meraviglia.
Perché – unico al mondo – Andromeda (https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/una-storia-semplice-nel-tempo-di-andromeda-come-teatro/) modifica non solo la messa in scena teatrale dei teatranti, degli astronauti che alimentano con il loro corpo e la loro parola il carburante dell’astronave, dal punto di vista spaziale, ma riporta ad un tempo tutto originale la drammaturgia entrando in ogni opera rappresentata come regista inditus.
2. Nella retrospettiva (mi cito e mi ripeto perché nulla aggiungerei al pensiero)
«Andromeda costringe il teatrante ad alcune prese d’atto che sono tutt’altro che formali, ma che incidono sulla sostanza del rito stesso della messa in scena in un qualunque teatro. Andromeda, infatti, non è un comune teatro, men che mai un luogo: è un evento, piuttosto, una connessione armonica di fatti, nel cui ventre si dischiudono altri eventi, altre parole, collegate, a filo doppio, all’aisthesis di quel narrare. Per questo, Andromeda fa parte del fatto teatrale, drammaturgico. Non lo ospita, non ne è luogo. Evoca, piuttosto, la temporalità, come categoria, non la spazialità.
Andromeda non possiede quinte, perché la scelta, dapprima di adeguare i contorni dell’orchestra al connubio di monti e luce, poi di ritoccarne l’argine con un contenimento di roccia sempre più presente ma mai ingombrante, prevede de facto un allestimento minimalista, come si usa dire oggi, ovvero una mise en scène en plein air, a spazio globale. In questo, Andromeda ricalca solo in parte lo stilema dei teatri greci, ad orchestra rotonda, poiché non invita alla collocazione di nessuna macchineria, nessun deus ex machina, nessuna imbardatura, a corredo, o per incrementare lo spazio narrativo. Andromeda si offre così come è, in divenire, invitando a sorprendersi e vivere tale meraviglia nella trasformazione del rito ospite, in modo funzionale alla creatura ospitante.
Andromeda sviluppa le due Comuni in modo asimmetrico. Una Comune grande, imperiosa, centrale, incastonata da torrioni e su cui campeggia il simbolo del Sole, che riflette la propria ombra sul centro del palcoscenico, e una più discreta, a sinistra, adottando la prospettiva della visione del pubblico. Un inquadramento che si rispecchia, sul corpo di fabbrica della platea, nella grande vasca, opposta, dove riposano acque di pioggia, e nella porta di ingresso per il pubblico, sullo stesso lato della comune laterale, che – come abbiamo già rilevato – è bassa e stretta, come a riprendere il tema dannunziano dell’inchino di fronte al fatto d’arte. Varcando una porta scomoda, gli spettatori dovrebbero poter riconoscere di introdursi nella pancia di una creatura vivente d’arte. Un “tempo” che merita la rimozione della chiacchiera e la sospensione del respiro. Tra l’occhio del Sole, puro fuoco cui corrisponde, dirimpetto, la fonte d’acqua, e la pietra terrosa, si stende l’aria infinita. Tutti e quattro gli elementi sonno in connubio dentro il ventre di Andromeda.
Quanto alla propagazione del suono tramite l’aria: l’orchestra, grande, rotondeggiante, ha una struttura acustica che ha il suo principale risuonatore nella pendenza della platea e non presenta – come nelle orchestre greche e nei teatri contemporanei – nessun corpo cavo sottostante che funga da cassa di risonanza. Questo conferisce alla struttura della voce un reverbero circolare, e non radiale, rendendo risonante l’attitudine della vocalità, considerando che alle spalle dell’attore, musico o performer, si estende, appunto, una sorta di infinito di monti e cielo. È una scelta netta, quella di Reina, che porta con sé l’adesione dell’interprete al suono di Andromeda.
La struttura della platea, oggi ritrasformata, è stata a lungo composta da una sorta di ghiaia nera, incandescente al sole, molto consistente al passo, e persino sonora nell’attraversamento dei 108 spettatori. Oggi ho difficoltà ad immaginare il percorso dentro la platea senza quel suono dei passi, segnati, scanditi, quasi mappati dal fondo del teatro. Di certo assaporerò presto l’inedito suono ovattato della nuova pavimentazione, che probabilmente esalta ancora di più il silenzio di chi, flesso e col respiro sospeso, varca la porta stretta di Andromeda.
Al centro dell’orchestra di Andromeda ha sede una pietra tonda, specchiata, infuocata di sole, luogo del riflesso d’ombra del disco posto in alto, sulla Comune principale, come detto, che invita l’interprete a non assumere mai il centro esatto della scena, ma anzi a spostarsi, più avanti, indietro, a destra o a sinistra. Un nuovo monito, dunque: se allo spettatore è suggerita la prassi del silenzio e dell’ascolto, all’attore, che ha il privilegio della voce, è in qualche modo preclusa l’occupazione fisica del centro, che invece è apprezzabile dal cielo, e il cielo riflette, o l’ombra della luce, al solstizio, così come la notte o le stelle luminose. Quel centro non è luogo umano, insomma. Non va occupato, così come si occupano i posti. Ma rispettato e lasciato vacante, perché tramite esso accade qualcosa.
Durante la rappresentazione – altro monito di Andromeda – lo spettatore deve convivere con il sole inclinato verso lo sguardo della platea, al tramonto. Mentre anche l’attore vede pronunciarsi la sua ombra verso il pubblico, quest’ultimo assiste al rito teatrale anche in funzione di un disturbo. Il sole, che sempre celebriamo come emblema di chiarezza e distinzione, in Andromeda come teatro, esalta l’assunto hegeliano che l’oscurità assoluta e l’assoluta luce, quando al vedere, producono lo stesso effetto: l’accecamento. È un dazio, presente nella disposizione del teatro, che va in qualche modo vissuto. Ne risente certo la visione dell’opera rappresentata come cosa e non già come fatto, come evento, che proprio in quella luce, parola pura, oracolo, infuocamento, invece, può e-venire. Ciò, in linea con l’estetica di Reina, anche riguardo ad altre sculture che prendono a tema il Sole e di cui, qui, non abbiamo purtroppo lo spazio d’occuparci.
Il teatrante, il performer che volesse vivere Andromeda non come semplice luogo, dovrà sperimentare quanto incandescente sia, per i piedi nudi, il centro della scena, altrimenti e altrove così ambito, e quanto sia dura la via di comprensione del pubblico, qualora si voglia affondare nella ghiaia i propri piedi e le proprie mani nude, senza il privilegio delle scarpe. Comprenderà, quindi, l’attore, il performer, che sta compiendo un viatico, insieme ad Andromeda, e insieme al sole, insieme alla energia che in quel fatto, produce una dirompente meraviglia, spesso incontenibile. […]
Per un teatrante, non solo attore, o performer, o musico, o regista, il fatto della messa in scena di un’opera nella pancia del Teatro di Andromeda, è quindi un atto in qualche modo “algico”. Un adattarsi ad una forma cangiante che a volte stritola, a volte amplifica a dismisura, a seconda che si riesca o meno ad entrare in Stimmung con essa. […]
Insomma: non c’è opera che possa rappresentarsi ad Andromeda senza esserne radicalmente trasformata nella sua stessa carne. Ma Eros, rispetto a Pòrnos – che tutto esibisce e tutto fa vedere – è il regno della conquista, della pugnace battaglia, della tensione tra arco e freccia, tra ricapitolazione e fuga, tra corda e spada; Eros è figlio di Pòros e di Penìa e, proprio per questi natali di povertà e indigenza, non ha già in sé tutto quel che gli manca, ma può desiderare, cercare infinitamente al di fuori di sé ciò che il Sé completa.
Desiderare: avere a che fare col cielo, dunque: De-sideribus; qualcosa che incrocia il cielo e le sue misteriose stelle. Eros è un incontro e scontro, un perdersi nelle viscere dell’altro, e dirimere il proprio confine, come nell’orgasmo, alla sommità di tutte le Stimmungen. Così, similmente, l’avventura che sbigottisce dentro la pancia di Andromeda, per il teatrante che fosse chiamato a lasciarsi confondere nella magia orchestrata da Reina, si traduce in un Eros senza confine che determina la risata matta e il pianto ininterrotto. Sentimento, quindi, commovimento; non suggestione. Syn-titemi, infatti, ha la sua radice nel syn: in ciò che si può sentire insieme.
Certo è che quando la notte scende, e l’atto drammaturgico è compiuto, mentre i partecipanti al rito discendono verso la fattoria dell’arte, per toccare anche con il palato la semplicità della Sicilia contadina, ed alcuni restano prigionieri delle opere di Lorenzo Reina, su, alla torre esagonale che sovrasta la fattoria, i teatranti provano enorme difficoltà a distaccarsi da Andromeda. Lorenzo lo sa e gli concede spesso qualche istante in più. Come in un parto, la gioia estrema del vagito appena compiuto, la parola, e l’azione scenica che si è fatta carne, in Andromeda si fondono e confondono con il dolore del distacco, della perdita.
Dopo aver fatto teatro in Andromeda, si piange, a lungo, perché la bellezza ci ha sovrastati, e si riesce a comprendere come s’è stati parte di una drammaturgia per corpo, luce, immagine e voce. Parte, mai tutto. Mai bravi abbastanza. Mai belli per sé. E di colpo i teatranti comprendono le porte strette, e basse, e la fatica e il dolore del ritorno: il nòstos. La nostalgia che costellò il viaggio di Ulisse e quello inverso di Telemaco. Così, pubblico e teatranti mangiano insieme le focacce semplici che coronano una storia semplice. Ma la nostalgia, dopo essere stati in scena nel teatro più alto del mondo, entra nella vita artistica di chi, in Andromeda, è stato come in un parto. Si nasce una sola volta. Come una sola volta si rinasce» (https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/una-storia-semplice-nel-tempo-di-andromeda-come-teatro/).
3. Nell’astronave di Lorenzo
Io, sono stato in scena due volte ad Andromeda: la prima come autore e regista, ed ho intuito nel volto trasfigurato dei miei performer ciò che era accaduto, come si cercava di raccontare nel testo precedentemente citato, parte del saggio Una storia semplice. Nel tempo di Andromeda come Teatro; la seconda, oltre che come drammaturgo e regista, anche come attore e l’ho vissuto nel corpo. Dovevo fare delle cose, secondo il mio stesso rito di regia, e ne ho fatte altre, ma il punto è più preciso, di una variazione scenica o meccanica da mestierante. Il punto vero è che tu, in scena, ti senti una parte del narrato del teatro, come se ciò che ti accade immediatamente ritorna a te percorrendo rapido tutti i sedili, gli sguardi, fino alla rupe più alta in cui incontri e ti scontri con quello di Lorenzo. Andromeda modifica il tempo di scena, modifica le anime narranti, e per questo non è simile ad un monumento.
È davvero una astronave, qualcos’altro rispetto ad un luogo, il più accogliente e il più vissuto dei luoghi. Sicuramente una parte di un rito che si fa tempo. Inconsapevolmente, se non a posteriori, sembra che ogni interpretazione, ogni parola, abbia alimentato i motori della nave, li abbia messi in funzione affinché l’incontro con le stelle non sia soltanto un compiersi del fato scientifico ma un vero presente, cioè un dono. Si chiama presente il dono che rende “presente” qualcuno a qualcun altro. Ecco, Andromeda, carico di tutte le storie che ha accolto e modificato, diventa il presente di questo tempo che si muove, come si è mossa l’opera per trent’anni, alle stelle. Non incontrerà la galassia come si incontra un uragano, come si incontra un terremoto, o altri ineluttabili fenomeni cosmici o naturali, ma come una stretta di mano tra due che da lontano si sono visti e che nell’incontro possono stringersi la mano e dirsi “assabenedica”.
Soltanto adesso che scrivo comprendo come ogni nostro respiro, gesto, suono, canto, parola maturata nel ventre di Andromeda abbia concorso a scrivere nella sua pietra mutante quel “assabenedica” che Lorenzo vestito di bianco tributava ad ogni viandante, e che oggi è nel riverbero del teatro, dell’astronave per le stelle, diretto a raccontare a quelle stelle una storia tutta umana. “Non ce ne andremo docili nella notte buona” – diceva il poeta Dylan Thomas; non resteremo carbonizzati dall’incontro stellare senza raccontare la nostra storia. Lorenzo Reina ha costruito una astronave immortale che può addirittura parlare con le stelle. Non un cannocchiale che le scruta, non un telescopio che le indaga, non un satellite che si avvicina, ma in astronave che le accoglie tutte. Adesso comprendo che anche le mie poverissime parole sono servite a Lorenzo per plasmare roccia col suono, e trasformare ancora Andromeda.
Adesso comprendo che sia il mio “Mobbidicchi” che la mia “Médèa. Arcana Opera in Canto” in Andromeda non sono più mie. Sono parole del teatro che ruba il tempo a chi narra la sua storia e ne fa una storia più grande più complessa più plurale più accogliente. Ricordo il primo incontro con Lorenzo, sulla soglia della fattoria, il suo cappello a falda, e soprattutto le sue braccia protese in un abbraccio tondo, accogliente, che tutto ti includeva. Capisco di avere avuto per amico un genio, non soltanto un artista del nostro tempo, la cui storia più naïf (quanto era più semplice scrutare il teatro con l’occhio di chi vi scorge Agamennone o di chi vi ritrova Eschilo), ovvero il mito dell’astronave per le stelle, è in realtà tutto ciò di cui ogni uomo abbisogna per non finire anche quando si ha finito.
4.A riveder le stelle: un’improbabile conclusione
Lorenzo Reina, a volte, lasciava trasparire un filo di gelosia (o ne recitava bene la parte in commedia): era comunque la gelosia dell’artista, del poeta che nel progetto del teatro infinito aveva molto sacrificato il consenso e il riconoscimento per tutte le altre opere, quelle custodite nel “Battistero”, la torre che si affacciava da un poggio sulla fattoria dell’arte e che oggi custodisce le sue spoglie, e quelle che aveva disseminato, nella fattoria, come viatico ad Andromeda, introito al sancta sanctorum. Erano divenute tutte, proprio nell’abbaglio di genio che è Andromeda, un “contorno”, compreso l’oracolo nella cui bocca il sole si infuoca rendendo la parola luce purissima, o l’Icaro che, nelle ultime disposizioni, è deposto sulla via per raggiungere il teatro.
Ma il teatro, l’astronave per le stelle – insieme alla “storia semplice” che ne narrava la genesi e il viatico verso la compiutezza – rubava e ruba ancora lo sguardo, il fiato e le parole a chiunque metta piede, in inverno e in estate, nel cuore dei Monti Sicani. Come è noto, per raggiungere Andromeda il visitatore deve andarci di proposito; deve raccogliere l’invito di Reina, ricambiare quel “assabenedica”, acconsentire al viaggio. Non è una meta di passaggio, Andromeda, non è una destinazione turistica “a metà strada”, ma quel miracolo intorno al quale un intero paese si è raccolto facendo dell’ospitalità un motto civico. Tantissimi hanno lasciato il loro “thaumazein” nella pancia del teatro, i loro sguardi persi, i loro pensieri confusi, la loro incredula gioia. Sì, perché sostare in Andromeda dona anche una gioia profonda, aspetto talvolta sacrificato dall’arte contemporanea dei segni contorti; e la gioia, la felicità – come scrive un sempre sottostimato Aristotele – è la vera intera cifra dell’esistenza.
Così, dunque, concludere per verba ciò che non si è affatto concluso con la morte, per un uomo spirituale ma non religioso, come Lorenzo Reina, resta un paradosso della scrittura, che mette punto, e conclude anche laddove il senso si completerà ancora e ancora nel transito silente di nuovi sguardi di cui quell’astronave ha sempre infinito desiderio.
A riveder le stelle, allora, caro Lorenzo, ora che il tuo sguardo potrebbe somigliare più al loro che al nostro.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Giacomo Bonagiuso, laureato a Palermo in Filosofia, poi in Lettere, ha conseguito il Dottorato Internazionale di Ricerca in «Etica e Antropologia» presso l’Università degli Studi di Lecce, con un periodo di studi a Friburgo, sotto la guida di Bernard Casper, allievo di Martin Heidegger. Si è specializzato presso la Scuola di Alta Formazione di Aqui Terme in Letture Filosofiche della Bibbia. Studioso del pensiero ebraico, si è recentemente occupato anche del rapporto tra la filosofia e le arti, in specie il teatro e il cinema. Ha insegnato Etica Pubblica nell’Università di Palermo e diretto il Teatro Selinus di Castelvetrano Selinunte e la sua Scuola per giovani interpreti. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: Nòstoi, gli eterni ritorni (1993); Il Mago della Pioggia (1998); Non credo più (1997); Sum. Cogito. Ergo? Frammenti di finesecolo (2000); Forme cave del non. La fabbrica del teatro e il paradosso del cinema (2009); La soglia e l’esilio. Asimmetrie di tempo e spazio nel Nuovo Pensiero ebraico (2009); Mobbidicchi e altre storie (2024) e Aranci di ‘nterra (2025).
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