Negli ultimi anni Gaza ha oltrepassato i confini della cronaca per entrare pienamente nell’immaginario culturale e letterario globale. Più che un luogo geografico, è diventata un simbolo stratificato, capace di condensare visioni ideologiche diverse. Questa sottile striscia di terra così densamente popolata, teatro di conflitto e vessazione, assurge a spazio simbolico su cui si proiettano categorie storiche, morali e persino mitologiche.
Nella narrativa e nella saggistica internazionale viene spesso rappresentato il suo assedio: come una moderna Troia, città in cui la vita continua nonostante la distruzione e in cui la sofferenza assume un valore universale. È qui che la resistenza dei suoi abitanti, la fermezza, il “sumud” palestinese assurge a simbolo di lotta, trasformando la quotidianità e la permanenza in una forma di resistenza civile e morale.
Un’altra rappresentazione centrale è quella della testimonianza. Poeti e scrittori hanno restituito a Gaza il ruolo di luogo della parola fragile ma necessaria: raccontare significa opporsi alla cancellazione, preservare i nomi e le storie delle vittime. In questa prospettiva, la città testimonia la crisi contemporanea del racconto stesso: chi può parlare e chi rischia di essere privato della voce.
E poi, c’è il mare, quel confine che collega la Striscia al Mediterraneo, quello spazio liquido che unisce popoli e civiltà diverse fin dall’antichità e che ha sempre significato unione, scambio, conoscenza. La dimensione simbolica del mare ha assunto un valore quasi mitologico: è orizzonte di libertà e insieme confine invalicabile, promessa e negazione allo stesso tempo. Questa è un’immagine che rafforza l’idea di Gaza come spazio sospeso, intrappolato fra apertura e isolamento, fra desiderio di futuro e impossibilità di movimento.
Gaza è diventata oggi una metafora globale. Come altri luoghi entrati nella memoria collettiva – da Guernica a Sarajevo – viene evocata per interrogare il diritto internazionale, le responsabilità morali dell’Occidente e il ruolo dell’opinione pubblica. In questo processo la città si carica di significati ideologici diversi: per alcuni è il simbolo di una tragedia umanitaria; per altri l’emblema della resistenza anticoloniale; per altri ancora il segno di una crisi più ampia della politica contemporanea.
È dentro questa pluralità di immagini che si inserisce il libro Per Gaza di Tomaso Montanari, con illustrazioni di Marco Sauro. Il testo dialoga con queste rappresentazioni e le mette in tensione, interrogando non solo ciò che accade a Gaza, ma anche lo sguardo con cui il mondo sceglie di osservare, oppure di non vedere ciò che accade.
Il libro nasce nel cuore della mobilitazione italiana per il popolo palestinese, affinché tutto quello che è stato fatto per Gaza non venga dimenticato nonostante le migliaia di persone scese in piazza, perché notizie e testimonianze raccolte da vittime, operatori umanitari, testimoni diretti non siano silenziati o ignorati da reticenze e indifferenza o, peggio ancora, dalla prossimità delle potenze occidentali con gli artefici di quello che ormai è chiaro sempre più essere il genocidio di un intero popolo.
Molti intellettuali e analisti sottolineano aspetti che riportano ampiamente a un vero e proprio piano genocidiario, così come dimostrano le parole di alti esponenti del governo israeliano quali Amichai Eliyahu che in un’intervista radiofonica cita espressamente la volontà di “cancellare Gaza” attraverso la fame deliberata e le demolizioni quotidiane. La fame come arma di guerra a Gaza e, parallelamente, la crescita esponenziale degli insediamenti coloniali in Cisgiordania, l’altro territorio palestinese ormai controllato sempre più dall’esercito israeliano e in cui i nuovi coloni mostrano quotidianamente la loro protervia ai vecchi residenti arabi. E poi, la cancellazione culturale e la censura sono facce della stessa feroce politica coloniale e di apartheid di Israele nei confronti della popolazione palestinese.
A Gaza l’umanità intera si trova così davanti a un bivio: credere o meno ai valori democratici e di giustizia, di tutela dei diritti umani e di uguaglianza di fronte al diritto, magari proprio quel diritto internazionale che pensavamo istruisse i rapporti fra gli Stati e i diritti dei popoli mentre lo studiavamo nei manuali e non fosse importante “fino a un certo punto”, come un ministro italiano asserisce.
Dove sono finiti tali valori se non possiamo denunciare apertamente gli orrori di Gaza? Pensavamo di avere sviluppato anticorpi civili e giuridici di fronte alle violenze e alle pratiche disumane pianificate e deliberatamente scelte di “pulizia etnica”. “Mai più” ripetevamo, nonostante in tutto il mondo i massacri e i genocidi continuassero impuniti, perché convinti che almeno il rifiuto formale di tali violenze fosse imprescindibile per ipotizzare un futuro migliore per il genere umano. Vivevamo in una prospettiva ipotetica di progressivo avanzamento dei diritti e ci troviamo, adesso, a dovere accettare una realtà molto più feroce e differente.
L’autore di Per Gaza comprende quale sia il rischio che tale cortocircuito porta, soprattutto nelle giovani generazioni costrette a cercare nuovi modelli in grado di spiegare la complessità del mondo ma anche a fornire soluzioni plausibili che dapprima l’ideologia forniva e adesso non riesce più a sostenere. La narrazione quotidiana del genocidio fatta dai media mainstream tende spesso ad assecondare un racconto prono all’agenda politica: il cessate il fuoco di un piano di “pace” mai veramente discusso con le vittime e piuttosto imposto per celare la continuazione delle operazioni genocidiarie; la cloroformizzazione del dibattito, sempre incline a un doppiopesismo nel giudicare le responsabilità chiare degli atti di crudeltà a cui assistiamo quotidianamente; il tentativo di silenziare la voce delle piazze. Tutto è social, il dibattito polarizzato, il cuore di esse sempre dentro il fumus della discussione piuttosto che dritto al cuore delle questioni.
Con questo volume, Montanari vuole perciò riportare la mobilitazione al centro, offrire riflessioni che la alimentino e scongiurare l’oblio: è importante, quindi continuare a denunciare, spiegare, raccontare. Per esempio, denunciando la gestione degli aiuti umanitari, prima negati, poi fatti passare col contagocce o utilizzati perfidamente come strumento per affamare la popolazione di Gaza e deportarla. Chiarire e demistificare, come fa ricordando il ruolo avuto dall’organizzazione americana Gaza Humanitarian Foundation, un’arma di “distrazione di massa” potremmo dire, di mera propaganda, ma anche di morte reale, dal momento che molti accusatori la associano a episodi di violenza e uccisione di profughi in fila per il cibo nei punti di raccolta.
Montanari, d’altronde, rimarcando il valore della parola libera – «le parole sono lo strumento dei senza-potere» – denuncia anche il tentativo di cancellare le testimonianze. Spesso, le cronache internazionali tacciono le voci dirette da Gaza: giornalisti feriti o uccisi e testimoni mancati rischiano di rendere inascoltate le parole degli abitanti. E seppure le immagini e i video siano tanti, mostrando il dramma in tutta la sua ferocia, è la voce critica dei giornalisti che manca, di chi può aggiungere un’analisi più ragionata e complessa della terribile realtà.
La questione della testimonianza si intreccia con quella della dignità delle vittime, evocata attraverso immagini potentissime: i nomi dei bambini, i sudari, i corpi avvolti in lenzuola bianche. Il sudario diventa simbolo visivo e politico. Nella letteratura e nel discorso pubblico contemporaneo, Gaza viene spesso raccontata attraverso il gesto di restituire un nome a ciò che rischia di essere ridotto a statistica. In questo senso, le lenzuola bianche non sono solo un simbolo del lutto musulmano, ma una forma di scrittura collettiva nello spazio urbano europeo: una memoria appesa ai balconi per appropriarci anche noi di quella carica visiva che è di protesta e condivisione.
La dimensione simbolica ritorna anche nell’immagine di Gaza senza il mare. Storicamente, il mare rappresenta apertura, commercio, fuga, relazione. Qui siamo stati testimoni, invece, di sempre maggiori restrizioni: divieto di pesca, già prima delle operazioni belliche post ottobre 2023; dell’accesso alle acque territoriali per i gazawi e per gli stranieri, come è successo con il blocco navale attuato per arrestare la flottiglia di barche di volontari intervenute da ogni parte del mondo a portare aiuti umanitari e sostegno. Si è creata una frontiera, un orizzonte visibile ma irraggiungibile. Questa condizione ha un forte valore metaforico nella letteratura recente, dove il mare diventa promessa negata e confine esistenziale. Come la frontiera terrestre negata a Rafah, al confine con l’Egitto, unica valvola di sfogo per il deflusso delle masse di esuli, aperta e chiusa in un cinico gioco di illusioni.
È anche così che si sopprime la dignità dei civili, quando anche ai più piccoli viene negato il diritto allo svago e al gioco. Ricordando il nome di una piccola vittima e dei suoi sogni da calciatore, la Federcalcio palestinese stima in quasi un migliaio il numero di suoi tesserati, fra atleti e dirigenti, che nel corso degli ultimi anni hanno perso la vita nel “conflitto”. Un termine che va scritto fra virgolette, laddove si riconosce la sproporzione delle parti in contesa. Migliaia sono state le vittime fra bambine e bambini, cifre drammatiche a cui spesso si fa fatica ad associare un nome, un volto, numeri ormai comunque riconosciuti anche dall’IDF, l’esercito israeliano.
Questi appunti in margine a un genocidio sollecitano a Tommaso. Montanari l’esortazione a non abbandonare la campagna di mobilitazione che, ormai in tutto il mondo e anche in Italia, va avanti da mesi. Quella mobilitazione dal basso, quelle piazze spontanee che, anche grazie alle informazioni che circolano attraverso i social, fanno da “campane per Gaza”, risuonando la voce di protesta di un’opinione pubblica ormai non più ignara. La mobilitazione simbolica si estende anche al campo culturale: il tema del boicottaggio di artisti e istituzioni ritenuti compromessi viene discusso come pratica etica, ma anche come strumento di pressione politica. Qui Gaza diventa terreno di confronto tra libertà artistica, responsabilità morale e solidarietà transnazionale.
Anche l’attivismo assume il suo ruolo simbolico nel contesto di questa mobilitazione. La cosiddetta sopracitata “Global Sumud Flottilla”, condivisa da attivisti e volontari provenienti da tutto il mondo, è stata un’azione nonviolenta basata sul rispetto del diritto del mare. L’insistenza sul diritto internazionale appare come risposta alla percezione di una sua progressiva irrilevanza. In questa prospettiva, Gaza non rappresenta solo una crisi umanitaria, ma una crisi dell’ordine giuridico globale: un luogo in cui si misura la distanza tra norme proclamate e pratiche reali.
Qui emerge un altro elemento ideologico: la frattura fra la narrazione istituzionale e quella civile. Il fatto che parole come “genocidio” siano ormai entrate nel lessico comune riflette un cambiamento culturale profondo, legato anche al dibattito giuridico internazionale. La Commissione Internazionale Indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite su Israele, Territori Palestinesi Occupati e Gerusalemme Est, istituita già nel 2021, ha posto un punto fermo cruciale nella questione, ravvisando condotte praticate dal Paese occupante che possono essere qualificate come “genocidio” ai sensi della Convenzione Internazionale di riferimento.
In definitiva, Per Gaza è un appello alla coscienza e all’azione. Occorre fermarsi, guardare, ascoltare, come gesto di solidarietà verso le vittime, perché nessuno possa dire “non sapevo” o “non mi riguarda”. Gaza è lo specchio della nostra coscienza collettiva e luogo in cui si decide la possibilità stessa di un futuro umano. Questo crocevia di rappresentazioni ideologiche non descrive solo un conflitto, ma interroga il modo sullo scegliere di porgere il proprio sguardo sulla sofferenza contemporanea o di non farlo. Gaza è lo specchio della capacità collettiva di reagire, ma anche di agire in maniera responsabile scegliendo di boicottare, di contrastare un sistema di controllo e spartizione economica che incrocia potere politico e capitalismo, fino al senso stesso che vogliamo dare al termine “democrazia”.
Un altro punto su cui Gaza porta progressivamente a riflettere è come l’esito storico del colonialismo europeo sia, di fatto, rimasto irrisolto. E il sostegno delle correnti di ultradestra alle azioni genocidiarie in Palestina lo dimostra. Come molti intellettuali ed esponenti dei movimenti di liberazione coloniale hanno intuito, i fascismi in Europa sono stati dinamiche importate dall’esperienza nelle colonie di tutto il mondo. Lo stesso modo di assoggettare o eliminare gruppi etnici, culture e ideologie fa parte di un arsenale di cui l’imperialismo e le dottrine suprematiste bianche si sono fatti promotori negli ultimi due secoli in giro per il mondo. E che oggi ritrova anche nei mezzi di diffusione capitalista, economici e di comunicazione, l’espressione ideologica più completa.
Resta quindi da chiedersi se Gaza, nel mostrare il lento e progressivo disfacimento della società occidentale, indicherà al contempo una nuova via all’umanità tutta.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Federico Costanza, si occupa di progettazione e management strategico culturale, con un’attenzione specifica all’area euro-mediterranea e alle società islamiche. Ha diretto per diversi anni la sede della Fondazione Orestiadi di Gibellina in Tunisia, promuovendo numerose iniziative e sostenendo le avanguardie artistiche tunisine attraverso il centro culturale di Dar Bach Hamba, nella Medina di Tunisi.
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