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Per fare il punto sui musei locali: criticità e prospettive

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di Antonino Frenda 

Il convegno Musei locali ed ecomusei. Spazi patrimoniali di partecipazione attiva ha segnato la conclusione della ricerca nazionale finanziata dall’Unione Europea. L’evento è stato coordinato dai responsabili di unità Daniele Parbuono (Università di Perugia), Alessandra Broccolini (Sapienza) e Laura Bonato (Università di Torino). I lavori si sono aperti presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza con una introduzione di Alessandra Broccolini e a seguire la consegna del volume di Daniele Parbuono e Benoît de l’Estoile Musée Métamorphose pubblicato in Cina quale prologo della keynote lecture.

Il Museo e la ritualizzazione del passato e delle identità prende le mosse da alcuni casi studio in cui l’antropologo individua con efficacia il museo quale luogo privilegiato dei processi di ritualizzazione, tema questo particolarmente caro a Benoît de l’Estoile già a partire dai primi anni Ottanta ove emerge, sulla scorta delle teorie di Edmund Leach, un particolare interesse sui processi di ritualizzazione piuttosto che sul rituale: di là dalla più o meno evidente componente sacrale, la ritualizzazione va intesa quale mise en form attraverso la quale interpretare una gamma vasta di fenomeni evidenziandone la dimensione creativa.

Sulla scia di Claudio Lominiz (1999) Benoît de l’Estoile tematizza ampiamente le qualità affettive degli oggetti e il loro potere di trasportare il passato nel presente, di dare ordine al presente del museografo, del museo come marcatore della differenza e delle rivendicazioni di identità molteplici. In tal senso le vicende del Museo del Maranhão che hanno visto protagonista Dona Nice, leader sindacale, sono state eloquenti in merito a un “museo del noi”, inteso quale dispositivo di rivendicazione territoriale dei quilomobola: uno spazio della memoria attiva e partecipata da non percepire come una sorta di “anagrafe” ma «una prova, una forma di ritualizzazione della presenza quilombola». 

Momenti della tavola rotonda

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Tavola rotonda: bilanci sull’avvio di ricognizione nazionale

Alessandra Broccolini ha opportunamente osservato come la keynote lecture di Benoît de l’Estoile si dimostra perfettamente in linea con i contesti e gli attraversamenti etnografici proposti dal PRIN. Viene inoltre sottolineata la rilevanza del rapporto museo/ritualizzazione, facendo riferimento a quanto scritto pionieristicamente da Vito Lattanzi sui riti della patrimonializzazione (1999), tema non ancora sufficientemente esplorato dalla antropologia museale e che in relazione ai musei della civiltà contadina potrebbe portare a feconde riflessioni.

Ci si concentra ora sulle restituzioni dei dati raccolti dalle tre Unità di Ricerca (UR): rispetto alle precedenti mappature e/o censimenti il numero complessivo dei musei locali individuati a livello nazionale ammonta a 1332 musei etnografici, un numero cospicuo ma che allo stesso tempo obbliga a una articolata analisi post-PRIN come ribadiscono gli interventi di Alessandra Brocolini, i coordinatori delle UR di Torino (Laura Bonato) e Perugia (Daniel Parbuono). Proprio Laura Bonato rileva come in ambito metodologico meritano una particolare attenzione le possibili dinamiche che le ricognizioni mettono in moto: tra queste, la consultazione di archivi e/o depositi di musei locali ha permesso di elaborare un quadro aggiornato di patrimoni poco visibili o sottovalutati.

Momenti della tavola rotonda

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Posticipando alla sessione pomeridiana spunti e riflessioni, Daniele Parbuono delinea invece i territori e i musei indagati dalla Unità di Ricerca dell’Università di Perugia con un totale di 401 musei “grigliati” e così variamente distribuiti: Marche n. 86, Toscana n.19, Umbria n. 61, Liguria n. 47, Emilia n. 88, rimandando alla sessione pomeridiana i risultati delle Unità. Sulle sollecitazioni di Vincenzo Santoro (Anci), Pietro Clemente ha posto giustamente l’attenzione su alcune pratiche legate ai censimenti UNPLI sui patrimoni immateriali gestiti con esiti non lusinghieri, lamentando la totale mancanza di personale con una formazione demoetnoantropologica: al contempo delinea un panorama museale che spesso non «intercetta grandi reti entro cui esprimere la propria soggettività e riconoscimento. Tutti questi musei – nota Clemente – non nascono entro contesti di razionalità istituzionale e dobbiamo aiutarli a resistere in questa dimensione». Si deve insistere pertanto sui «movimenti territoriali quali vera e propria risorsa», continua Clemente, «forzare le Istituzioni a muoversi entro il flusso di tali movimenti».

Vito Lattanzi ritorna sul “che fare” del censimento e sulle dinamiche di riconoscimento dei “dieci cento mille musei locali” (Cfr. Lattanzi, Padiglione, Aureli, 2015). In linea con quanto asserito da Pietro Clemente, Lattanzi propone «di entrare dentro la necessità dei musei etnografici di farsi massa critica», interpretarne i bisogni e rivedere criticamente modelli e pratiche di riconoscimento istituzionale. La testimonianza dell’Ecomuseo Casalino, di fatto, ribadisce molte delle istanze discusse nella prima parte della mattinata, rimarcando come il riconoscimento giuridico della formula ecomuseale potrebbe comportare il ritorno di progettualità top down, venendo meno alla mission partecipativa, democratica e territoriale propria dell’ecomuseo. 

Momenti della tavola rotonda

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Tavola rotonda: Unità di Ricerca – Università degli Studi di Torino e Perugia

E proprio gli ecomusei inaugurano le restituzioni dei dati e delle “griglie” fornite dalla Unità Operativa del Piemonte, coordinate da Laura Bonato, seguiti poi dalle regioni Friuli Venezia-Giulia ove molti sono gli spunti di riflessione forniti in particolare dalle etnografie. Roberta Tucci  (SSBDEA – Sapienza) ribadisce in qualità di discussant la centralità per gli ecomusei di un approccio multidisciplinare che coinvolga antropologi ma anche architetti e archeologi perché «il patrimonio dell’ecomuseo è il territorio nel suo farsi sistema e valore negoziale»: anzi gli ecomusei, asserisce la studiosa, proprio in virtù di tale assetto possono rinverdire le posture politiche che i musei della cultura contadina avevano assunto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, contribuendo a una “co-creazione” e ri-generazione della cultura territoriale locale.

L’Unità di Perugia, coordinata da Daniele Parbuono, ha presentato un’analisi densa delle complessità locali, con contributi di Fabio Mugnaini, Massimiliano Minelli, Elisa Rondini e della Massai. La mappatura condotta da Massai su quattro casi emblematici ha rivelato realtà diversificate ma fragili, strettamente legate a economie locali (sagre e feste). È emersa una cronica carenza di fondi e di accessibilità: spesso i musei non sono facilmente rintracciabili o mancano di un contatto diretto riferibile alla struttura, rendendo difficile la loro fruizione. Daniele Parbuono ha sottolineato come la pesca sia, per sua natura, un’attività “ineffabile”. Il museo (come quello della Pesca e del Merletto o la Banca della Memoria) deve restituire queste frizioni tra il sapere tecnico e la sua rappresentazione. Un esempio virtuoso è l’associazione “Trasimeno Arti Vive”, che gestisce direttamente gli spazi museali trasformando i laboratori in attività proprie: qui la comunità non è solo fruitrice, ma invita gli esperti a partecipare a una gestione attiva e condivisa. Francesca Sbardella ha offerto uno spaccato suggestivo sui patrimoni monastici. Le religiose riconoscono oggetti di loro proprietà che necessitano salvaguardia, ma questi non occupano spazi museali tradizionali: sono spesso custoditi in ambienti speciali o semplici armadi. In questi luoghi, carichi di una dimensione “extraumana”, lo spazio non è mai omogeneo o continuo ma vive di una sacralità quotidiana e segreta.

Momenti della tavola rotonda

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Conclude la sessione Mario Turci in qualità di discussant che ribadisce come il compito della ricerca non consiste solo nelle liste e/o censimenti ma mel connettere e provocare riflessioni attraverso termini densi di significato. La ricerca ha fatto emergere infatti un senso a più dimensioni che possiamo definire attraverso tre posture fondamentali: a) la postura Politica: ovvero il museo come rivendicazione di esistenza e agency territoriale; b) la postura Patrimoniale: la selezione di cosa meriti di essere tramandato e “sacralizzato”; c) la postura Gestionale: la sfida della sostenibilità, dell’accessibilità e della governance. Queste posture si incontrano e si scontrano costantemente nei casi di etnografia museale indagati, definendo la vitalità (o la crisi) delle istituzioni locali. 

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Tavola rotonda. Unità di Ricerca – Sapienza Università di Roma (Aula Studio Torpignattara)

Alessandra Broccolini dà inizio ai lavori della Tavola Rotonda ricapitolando alcuni dei temi discussi il giorno prima e ponendo delle domande essenziali da condividere e tematizzare: tra queste, a monte di un presunto “tramonto” della partecipazione militante che caratterizzava i “vecchi” musei etnografici, quali nuove forme di partecipazione contraddistinguono i musei locali e in che modi la dimensione etnografica ci permette di ridiscutere la nozione stessa di partecipazione? Come declinarla e quali attori sono possibili? Laddove il “vecchio” modello del museo etnografico ha perso il modello contestativo, quali rinnovate posture politiche bisogna introdurre? In tal senso l’avvento degli ecomusei, declinati in ambito regionale, segna una sorta di spartiacque ove rintracciare continuità, differenze e conflitti con i precedenti musei locali. A monte delle suggestioni della lecture di De Benoist e dello studio pionieristico di Vito Lattanzi su riti di patrimonializzazione, in che termini si ripropone oggi il rapporto museo tempio/museo/forum e possibilmente quali ibridazioni e porosità esso comporta?

Poste le domande, i vari gruppi di ricerca vengono chiamati a una restituzione delle loro esperienze sul campo, a partire dalla Sicilia. Rosario Perricone riporta l’attenzione su un aspetto affatto anacronistico ma anzi denso di implicazioni di ordine riflessivo sulle politiche dei beni culturali e DEA nello specifico: in particolare, sono state oggetto di discussione le logiche dei “vincoli” di Enti e Soprintendenze che, se da un punto di vista antropologico-museale “classico” scorporano oggetti e pratiche, dall’altro pongono temi e problemi solo apparentemente inattuali. «Nell’agire in ambito museografico – ricorda Perricone – spesso ignoriamo e riteniamo il vincolo come qualcosa di anacronistico laddove, forse, è il momento di ritornare criticamente su tale aspetto attraverso una genealogia “ripensata” di “arte popolare». A tal proposito viene opportunamente ricordato come la comunità degli antropologi museali rimuove o tende a rimuovere le posture normative e istituzionali ove storici dell’arte, artisti e archeologi hanno svolto (e svolgono ancora, come è largamente emerso durante i lavori) un ruolo centrale entro pratiche di patrimonializzazione di oggetti e collezioni DEA. Una provocazione riflessiva volta a una ri-lettura dei “musei etnografici” o “della civiltà contadina” nella contemporaneità, soprattutto in relazione alla Sicilia che, se da un lato ha notoriamente conosciuto una stagione pionieristica in ambito museografico, oggi si trova alle prese con realtà e soprattutto narrative museali ed ecomuseali estremamente diversificate e contrastanti.

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Lo scopo del censimento e delle etnografie previste dalle attività del PRIN, secondo Perricone, deve prendere le mosse proprio da tali diversificazioni ed elaborare conseguentemente azioni mirate e contestuali.  Da tali presupposti Antonino Frenda ha ampiamente relazionato sul censimento degli ecomusei siciliani riconosciuti a livello regionale: ne è emersa una realtà estremamente diversificata nell’ambito dello story telling territoriale e, in alcuni casi, una accentuata porosità tra musei etnografici e “svolte ecomuseali” non sempre priva di frictions tra progettisti, Soprintendenza e comunità locali. In ambito più propriamente etnografico, ha concluso Frenda, «il “Museo della Civiltà contadina” di Montallegro nell’agrigentino appare quale caso emblematico di tali processi: più volte candidato a una riconversione ecomuseale, esso si presenta alla comunità quale scenario entro il quale convergono pratiche, narrazioni e visioni museografiche potenzialmente “altre” rispetto ai ruoli egemonici che storia dell’arte e in particolare archeologia, svolgono nelle politiche e nelle retoriche dei beni culturali del territorio».

Terminata la sessione “Sicilia” Alessandra Broccolini ha opportunamente sottolineato la possibilità di riflettere su un nodo centrale del PRIN ovvero il rapporto museo/ecomuseo ove la realtà ecomuseale in certi casi potrebbe porsi a livello narrativo come una nuova forma di egemonia, una sorta di contenitore attrattivo che relega la categoria museo a una nuova forma di subalternità. Il rapporto tra musei ed ecomusei affiora inoltre dai dati e dai contesti lucani indagati da Sandra Ferracuti e Bianka Myftari: il focus di ricerca riguarda i musei spontanei e delle “case grotte” nel materano, spazi ove attraverso precise strategie documentali si mettono in scena le memorie del mondo contadino. Oltre «a esprimere la volontà di custodire e trasmettere la memoria culturale locale – asserisce Byanca Myftari – le case grotte assicurano ampi e partecipati spazi di mediazione memoriale, indispensabile contributo alla stabilità e compattezza delle comunità».

Tra i casi indagati il “Museo Laboratorio della Civiltà Contadina” fondato nel 1998 da un ex dipendente comunale ove le testimonianze riportate dalla ricercatrice in merito alle frizioni tra Museo, Comune e Regione risultano di un certo rilievo etnografico. Bianka Myftari rileva ancora come tratti distintivi del Museo riguardano una mirata organizzazione degli spazi museali e una accentuata cura verso il recupero e il riuso degli oggetti donati, sovente, con una fotografia del donatore. Questo aspetto non si esaurisce tuttavia in una semplice quanto generica “pratica del dono” ma avvalora e rafforza il ruolo delle immagini quali dispositivi generativi dei processi di ritualizzazione degli oggetti. Palese, per stessa ammissione del proprietario riferita durante le interviste, l’ispirazione guatelliana del Museo utile per la comunità, ove gli oggetti vengono messi in circolo.

Momenti della tavola rotonda

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Prima di relazionare sulle vicende dell’ecomuseo San Mauro Forte sulle colline del materano, Sandra Ferracuti ha invitato a una riflessione critica sulle significative trasformazioni che la nomina di Matera quale Capitale della Cultura 2019 ha comportato nella fruizione degli spazi museali in una sorta di circuito di “riorganizzazione della memoria” e di “rappresentarsi come luogo di destinazione”. Caso emblematico il successo di pubblico e visite di un museo della civiltà contadina che riassembla narrazioni diverse inclusi corsi di formazione sugli oggetti in forma di “simposio” con evidente richiamo alla Magna Grecia: segno, questo, di un sotterraneo (e neanche tanto) ritorno di narrazioni egemoniche che si combinano nel modulo museo/archeologia/oggetti d’arte.  

Lia Giancrstofaro per l’Abruzzo pone invece una interessante suddivisone tra musei praticati dagli antropologi legati alla tradizione toschiano-cocchiariana degli oggetti d’arte popolare (come ricordato da Rosario Perricone) e il caso di Cocullo attraversato notoriamente da Alfonso Maria Di Nola. Il caso cocullese, si configura come spazio di mediazione politica-amministrativa, mitigando gli aspetti di consumo della festa e di spopolamento e di crisi territoriale, sostenendo i ritmi della restanza in contesti di squalificazione economica. L’analisi condotta da Daria de Grazia sul Museo Civico di Roseto degli Abruzzi – in fase di trasformazione nel CUMA, un museo che intende «raccontare storie vere» – evidenzia il conflitto tra due visioni museologiche divergenti. Da un lato, la genesi del museo per mano di una ex sindacalista segue un approccio guatelliano, in cui l’oggetto è caricato di una forte rivendicazione identitaria e ogni reperto ha pari rilevanza simbolica. Dall’altro, la presidenza dell’associazione, spinta dai processi di “borghesizzazione” del patrimonio, ha intercettato finanziamenti per rendere la struttura più fruibile e istituzionale. Si assiste dunque a una frizione tra modelli narrativi locali e nazionali, che scivola verso processi di vetrinizzazione e “brandizzazione” dei musei. Tale mutamento trasforma radicalmente la partecipazione: se prima essa era di tipo “affettivo” e funzionante per la comunità di Montepagano, oggi viene sostituita da un assetto più formale. Emerge qui il tema dell’abbandono dei musei spontanei, una perdita che non è solo gestionale ma “immaginativa”.

Un caso di segno opposto è rappresentato dalla “Guardia del costume della nostra gente”, legato al tema dell’emigrazione. Da vent’anni, gli emigrati guardiesi inviano al museo fotografie in un’ottica di “turismo delle radici”. Questo immenso albo costituisce un archivio vivente che si inscrive nello spazio pubblico del paese, ricostruendo legami translocali e integrandoli in un “noi” rinnovato e partecipato. In una direzione ancora diversa si muove il Borgo Fantasma di Celleno Vecchio, nel viterbese. Segnato dalla frattura culturale dell’abbandono forzato (il trasferimento degli abitanti dal centro vecchio al nuovo), il paese vecchio è rimasto a lungo un’area interdetta. Dal 2018, per iniziativa della Pro Loco, è stato trasformato in un museo diffuso. Se da un lato si sfrutta la suggestione del “paranormale” in chiave turistica, dall’altro la musealizzazione serve a riscrivere lo spazio pubblico. Attraverso passeggiate patrimoniali e donazioni di oggetti (principalmente legati agli anni ‘50 e ‘60), le persone anziane operano una riappropriazione del passato. Tuttavia, emergono frizioni su quali memorie negoziare, rendendo il Borgo Fantasma un laboratorio patrimoniale dinamico e ambiguo.

Momenti della tavola rotonda

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Letizia Bindi (UniMol, BIOCULT) chiude i lavori con una analisi attenta e, per certi aspetti, molto concreta in una prospettiva del prosieguo dei lavori  del PRIN, relativa all’importanza e alla presenza degli etnografi in fase progettuale: di là da dicotomie per certi aspetti fuorvianti quali una forzata e arbitraria contrapposizione musei/ecomusei, Bindi sottolinea con forza come etnografie ed etnografi devono saper guardare e abitare gli interstizi delle narrazioni che, spesso, innervano politiche e pratiche del patrimonio locale. Inventari, censimenti, schede e mappe sono strumenti ancora assai utili ma è ancora più utile – conclude Bindi – risulta interrogarsi sul ruolo che gli antropologi occupano (o possono occupare) entro gli spazi dell’innovazione sociale e della ri-generazione territoriale quali frontiere entro le quali operare /rinnovare sguardi e azioni. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Riferimenti bibliografici
Lomnitz, C., Dos prepostas par los museos del futuro, in «Modernidad indiana», 1999.
Lattanzi, V., Riti di patrimonializzazione, in «Storia, antropologia e scienze del linguaggio», a. XIV, fasc. 3, 1999.
Lattanzi, V., Padiglione, V., Aureli, M., Dieci, cento, mille musei delle culture locali, in Clemente, P. (a cura di), L’Italia e le sue regioni, III vol., “Culture”, 2015.

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Antonino Frenda, è dottorando di ricerca presso il Dipartimento Culture e Società dell’Università di Palermo. Ha collaborato con la Fondazione Ignazio Buttitta in merito a ricerche sul simbolismo festivo tradizionale in Sicilia e con il Museo Internazionale delle Marionette in relazione a temi e contesti di etnografia museale. Ha pubblicato numerosi articoli con la Soprintendenza di Agrigento sui patrimoni museali e festivi dell’agrigentino (Sambuca di Sicilia, Sciacca, Caltabellotta, Ravanusa) e una monografia edita dalla Fondazione Ignazio Buttitta dal titolo Riunire Proteggere Rappresentare. La religione dei Santi in Sicilia (2019). Insegna antropologia culturale in qualità di docente invitato presso lo Studio Teologico San Gregorio Agrigentino e presso l’istituto Don Sorce a Caltanissetta.

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