Un breve ritratto per ricordare, conoscere o invitare ad approfondire la vita di Marjane Satrapi, le sue opere e la sua voce che controcorrente, coraggiose e libere hanno lasciato segni profondi e di vasta risonanza.
Marjane Satrapi è autrice iraniana e ha acquisito fama mondiale con il suo capolavoro Persepolis, graphic novel autobiografico, pubblicato per la prima volta in serie in Francia tra 2000 e 2003, poi tradotto in oltre 30 lingue. Ampiamente acclamato dalla critica, proibito in Iran, Persepolis ha cambiato il modo di guardare l’Iran e il suo popolo, l’esilio e la libertà, e anche il fumetto.
Persepolis è infatti tante cose assieme: testimonianza dell’Iran post-rivoluzionaria, romanzo di formazione, memoria al femminile di un Paese che si modella anche sul corpo delle donne, letteratura contemporanea, e innanzitutto racconto di vita a fumetti, in bianco e nero.
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Marjane Satrapi, nata nel 1969, è cresciuta in una famiglia di alta estrazione sociale, grande apertura mentale, orientamento politico decisamente progressista e contrario al regime dello scià Pahlavi che venne deposto dalla rivoluzione iraniana del 1978-1979, cui però seguì una dura repressione.
Nella sua opera a fumetto, Marji (così è chiamata in famiglia) riversa la sua storia personale di bambina, adolescente e giovane donna, costretta a crescere sotto gli ayatollah che hanno imposto il governo teocratico e l’obbligo del velo alle donne, poi a cercare di ritagliarsi un posto in un’Europa libera ma per lei a tratti incomprensibile. Appena quattordicenne, viene mandata a Vienna dai suoi genitori per studiare e proteggersi dalla guerra Iran-Iraq che durerà 8 anni. Ormai ventenne e con un divorzio alle spalle, Marjane stessa decide di trasferirsi definitivamente in Europa per una vita libera e indipendente. Persepolis si conclude nel 1994 nell’aeroporto di Teheran con Satrapi in partenza. Si stabilirà definitivamente a Parigi e sarà lì che scriverà e disegnerà Persepolis.
Quando uscì, Persepolis fu sorprendente per i lettori europei. Di Iran si sapeva pochissimo e quello che si sapeva era quanto mai mediato dalle immagini distorte dalla propaganda post-11 settembre. Satrapi è riuscita a raccontarlo sfidandone gli stereotipi: ha mostrato che un popolo non è il suo governo, come un monolite, ma è ben più complesso, fatto di persone che vivono, soffrono, resistono e amano, e che persino si divertono pur in mezzo a tanto dolore. L’Iran di Satrapi non era un Paese nemico. L’Iran non era mai sembrato così emotivamente vicino.
Raccontare il proprio Paese attraverso i ricordi personali e familiari fu la scelta più onesta, nonché funzionale all’obiettivo di decostruire lo stereotipo tutto occidentale dell’iraniano retrogrado e fondamentalista. Per fare ciò servivano esempi concreti, nomi e cognomi di persone che smentissero preconcetti. Episodi drammatici, come quello dell’amato zio Anush, condannato a morte perché comunista, sono associati a momenti di ironia e leggerezza: i genitori di Marjane organizzano feste clandestine e consumano alcol aggirando i divieti del regime, mentre lei si appassiona al punk e frequenta il mercato nero per accaparrarsi cassette pirata.
Ma c’è un altro importante fattore che contribuisce a creare empatia e immedesimazione: la schiettezza e l’onestà con cui Satrapi si mostra. Il suo racconto è toccante ed è indizio di un percorso personale, avvenuto non solo nella storia raccontata nel fumetto, ma proprio attraverso l’atto concreto di scrivere e disegnare.
Il processo di lavorazione del fumetto costringe chi lo realizza a un lungo confronto con se stesso ed è parte integrante di questo cambiamento di prospettiva. Una volta raggiunta la giusta distanza, Satrapi raggiunge anche il linguaggio unico di Persepolis: il tono leggero, che si fa grave senza scivolare nel patetico, con un’ironia che serve a rendere sopportabile la tragedia.
Nonostante la complessità e la drammaticità dei temi trattati, Persepolis è realizzato con un linguaggio visivo semplice, di figure che fuoriescono da bianchi e neri netti e minimali, quasi da libro per l’infanzia. Questa scelta stilistica lo rende capace di parlare a un pubblico più ampio, risultando leggibile anche a chi di fumetti è quasi a digiuno. La scelta del bianco e nero dai contrasti forti, così come della complessità dell’argomento, è stata influenzata dalla lettura di Maus di Art Spiegelman, che per la prima volta le fece vedere il fumetto come un mezzo per raccontare storie ed esprimere se stessi.
David B., con il suo lavoro su Il grande male, faceva parte del gruppo di fumettisti della Parigi di fine anni ‘90, che condivideva lo stesso studio e che ha dato vita all’etichetta indipendente L’Association.
Così Marjane Satrapi ha cavalcato da protagonista una transizione decisiva: dal fumetto in serie al fumetto lungo e autoconclusivo, di argomento complesso e di respiro internazionale, spesso chiamato “graphic novel”, insieme con la sua diffusione nelle librerie.
La cosa curiosa è che Satrapi ha disegnato fumetti per un periodo brevissimo, dal 2000 al 2005. Oltre al suo capolavoro, ha realizzato altre due storie a fumetti, Taglia e cuci e Pollo alle prugne. Con Taglia e cuci intreccia una conversazione corale tra personaggi femminili esilaranti, dando voce alla cultura iraniana e alla condizione femminile, rompendo tabù e sfidando silenzi. Con Pollo alle prugne vince il premio per il miglior albo al festival di Angouleme 2004. Pur allontanandosi successivamente dal fumetto, ha contribuito a una piccola rivoluzione culturale.
Nel 2007 cominciò a scoprire di preferire il lavoro di squadra del cinema, realizzando con Vincent Paronnaud il film d’animazione tratto da Persepolis, che ottenne a Cannes il premio della giuria, aumentando anche la popolarità del fumetto.
Ritorna in parte a disegnare e scrivere nel 2022 dopo l’uccisione di Mahsa Amini avvenuta il 16 settembre per le percosse che ha subìto dalla polizia morale perché indossava il velo in modo scorretto. Riunisce tre specialisti e vari autori di fumetti, tra cui diversi iraniani, in un’opera collettiva, pubblicata contemporaneamente in diversi Paesi, dal titolo Donna, vita, libertà, motto del movimento iraniano che in un’ondata di proteste chiede maggiori diritti e la fine del regime.
Nelle opere come nella vita Marjane Satrapi si batte per la libertà e l’autodeterminazione, per raccontare il suo Paese, per ricordare gli iraniani che hanno perso la vita in prigione, che sono morti in guerra, che sono stati vittime della repressione dei diversi regimi, costretti a fuggire e a lasciare le loro famiglie. Donna fiera e indomita, Marjane Satrapi sfida il silenzio, persegue l’indipendenza di spirito e intelletto, lotta quotidianamente per la libertà, con lo stesso impeto e responsabilità di idee, la stessa chiarezza di principi e inflessibilità che colpisce nel fumetto.
Marjane Satrapi muore a Parigi il 4 giugno 2026. Secondo un comunicato della sua famiglia “è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”. Forse è così che muore chi ha vissuto tutto fino in fondo, senza mezze misure. Dopo tante sfide e battaglie, sono ora sepolti insieme nel cimitero di Père-Lachaise.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Giulia Panfili vive attualmente a Roma. Ha studiato antropologia visiva a Lisbona e ha concluso il dottorato in antropologia, politiche e immagini della cultura, museologia con una tesi di ricerca etnografica in Indonesia sul wayang come patrimonio immateriale dell’umanità. Ha partecipato a convegni di antropologia e arte in Portogallo, Brasile, Inghilterra, Indonesia, e a mostre collettive di fotografia, illustrazione e stampa grafica presso gallerie e festival in Italia, Spagna, Portogallo, Indonesia. Tornando in Italia ha frequentato la Scuola Romana del Fumetto, dedicandosi quindi a disegno e illustrazione. Ha approfondito in seguito tecniche e linguaggi della fotografia e del documentario audiovisivo con corsi di formazione e progetti vincitori di bandi di concorso.
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