Nel panorama della poesia italiana, nel quale va prendendo sempre più piede una parola ad alta densità concettuale, allo stesso tempo oscura, che rimanda alla lezione ermetica, si situa, in modo del tutto singolare, la poesia di Bia Cusumano, che con Itaca Ebbra compie un’opera preziosa di raccordo con quelle che sono le radici mediterranee di una poetica che non rinuncia agli apporti della tradizione classica né all’ancoraggio a una espressività vivida e pulsante.
Nei versi di questa raccolta, Itaca ebbra (Interno Libri 2025), la materia poetica sembra prossima al suo stesso sgorgare; essa, infatti, non risulta affatto raffreddata, disponendosi sul foglio ancora incandescente, fiammeggiante vitalità e verità dal sapore arcaico e oracolare. Si tratta di una parola volutamente compromessa col magma delle emozioni e delle contrastanti percezioni, e dunque, come ci ricorda la Zambrano:” fedele alle cose, fedele a una prima meraviglia estatica” [1].
Questa volontà di autenticità, di conseguenza, impegna l’autrice in procedure stilistiche e di contenuto che le consentono di occupare uno spazio preciso nel contesto della poesia, risultando, la sua, una parola “impegnata”, direi “militante”, dal taglio essenzialmente civile, che prende a cuore il dramma della perdita di senso delle relazioni, soprattutto di quelle tra uomo e donna. Ma entreremo meglio dentro queste tematiche successivamente. Intanto mi piace partire dal titolo di questo libro, ovvero da Itaca Ebbra.
Il toponimo connota gran parte della poesia della nostra autrice: Itaca è l’isola che simboleggia il fatto che dentro ciascuno di noi esiste un luogo proprio, irraggiungibile, separato da tutto il resto, un luogo che appartiene solamente a chi lo abita, anche se solo idealmente. Itaca è il luogo della preservazione e della resistenza al cambiamento; è il nido dell’amore, della sacralità dell’amore; dunque è anche il luogo della fedeltà e della bellezza coniugale.
Sarà la memoria di questo luogo “interiore” a dare ad Ulisse la forza di dire di no alla ninfa Calipso e di resistere alle promesse di conferirgli l’immortalità. Il libro di Omero, in fondo, lascia questo messaggio: senza un luogo interiore che orienti, ogni viaggio è privo di senso, ogni destinazione equivale a un’altra; ogni scelta non è migliore di un’altra.
Ci si chiede a questo punto quale possa essere il senso dell’aggettivo che la poetessa accosta a tale nome, ovvero il senso di quell’ebbra. L’ebbrezza, lo sappiamo, è uno stato alterato della nostra psiche, a volte innescato da fattori esterni, come alcolici o droghe, ma che può essere indotto, come pensavano gli antichi, dall’irruzione del divino nella sfera dell’umano. E quando ciò avviene, l’essere invaso da questa ebbrezza è davvero un altro, manifesta una presenza che innesca una rottura con la normale andatura del vivere quotidiano, dando voce a parole nuove, che, a volte, possono avere anche il sapore della profezia.
Gli antichi credevano che i poeti scrivessero in preda a uno stato di ebbrezza. E allora, provando a sintetizzare, mi viene da dire che l’Itaca della Cusumano non è un sogno, non è un ricordo, una vuota citazione letteraria, ma una realtà viva, presente nel cuore di quelle persone che non vogliono smettere di credere nella loro rinascita. Dunque, Itaca è questa memoria che vivifica e consolida i tentativi di rifare ogni giorno le fondamenta della nostra casa; dirà infatti l’autrice a pag. 72: “Sono vecchia/ di cent’anni/ e ho sogni infanti”.
Il libro, che si avvale della prefazione di una grande della poesia italiana, Anna Segre, si articola in 72 liriche suddivise in due sezioni: Ciò che resta e, appunto, Itaca Ebbra.
Nella prima sezione la poetessa confida, attraverso liriche appassionate, quella che è la sua fede: “L’amore ha le sue soluzioni, / non vive di finzioni”, e ancora: “La bellezza va custodita in gran segreto”.
Partirei da qui per entrare nel senso di questa prima sezione. È importante che ogni uomo, attraverso le esperienze che vive, sappia capire veramente alla fine cosa c’è di vero in ciò che sperimenta, ciò che veramente resta. E se qualcosa resta, allora quello è un bene, e ogni bene va protetto e custodito. A restare, sempre e in ogni caso per la nostra poetessa, è una sola cosa, la bellezza.
Ma non si tratta di un’operazione indolore o semplicemente astratta, non è un risultato che si ottiene senza pagare dazio. L’autrice infatti ci ricorda: “Ho dovuto scegliere/appartenere o abdicare”.
Ed è chiaro che qui per appartenenza non significa essere di qualcuno, ma essere se stessa, appartenersi. Infatti, uscire fuori da un “amore – veleno” è atto necessario, è liberarsi da un inutile “sacrificio che macera da dentro l’anima delle persone”. Il prezzo dell’amore, ci dice ancora l’autrice, non può essere quello dell’annullamento dell’identità dell’altro, non può includere la necessità di indossare “una museruola”, di cessare di essere.
Non c’è dubbio che la poesia di Bia sia davvero una parola fortemente impegnata a farsi segno di contraddizione in un frangente storico nel quale, in maniera assurda, la donna resta ancora relegata a ruolo di oggetto, funzionale ai desideri maschili. In questa opera di denuncia, l’autrice non ha paura a dire la verità, anzi ce la scrive a chiare lettere: “Gli uomini sono monete mendaci”.
Questa fatica dello scegliersi, che in fondo è fatica di amarsi, non va vista soltanto sotto il profilo umano, ma si riverbera su quello più strettamente poetico. Ecco che, dentro questo orizzonte, la poesia di Bia si risolve in questo continuo esercizio di rinascita, per riconsegnarsi sempre nuova, nonostante le ferite e le sconfitte, al sogno della vita, al sogno dell’amore. Solo a questa condizione può esistere l’ebbrezza, la quale opera nella poesia come un continuo ridestare in noi dell’originaria forza d’amare, senza la quale ci consegniamo, giorno dopo giorno, al cinismo, alla disillusione, alla mancanza di speranza.
Per questo l’autrice scrive: “Il poeta ha un volto solo”. Sì, il poeta non mente, non può mentire; il narratore sì, il romanziere sì, ma il poeta no: egli è la sua parola e la sua parola lo compromette fino in fondo.
Ma proviamo a indagare il rapporto che l’autrice ha con la parola. C’è un verso, a pagina 36, in una poesia dedicata a G che recita così: “Rendi il sorriso/al mondo. / La legge della/parola incisa/nella pelle. / Mistica e scarlatta /creazione di grazia”.
Il significato di questi versi ci appare chiaro: il senso della poesia, per la nostra autrice, si riassume in questo impegno a rendere il sorriso al mondo, quel sorriso che la violenza cancella, quel sorriso nel quale possiamo vedere l’innocente apertura di ciascuno alla meraviglia dell’esistenza. Credo si tratti di una parola che, scevra da ogni vuoto riferimento letterario, punta a generare in chi legge una geometrica corrispondenza emotiva, una risposta dell’essere nella sua totalità.
Tanto più la carne sente propria quella parola, tanto più questa è vera e vitale, diventa “spada e sigillo”. E questa parola può davvero considerarsi una sorta mistica carnale, ovvero di una resistenza dell’orizzonte dell’innocenza dentro la tortuosità della storia.
Non credo di sbagliarmi, ma in molti di questi versi risento davvero la lezione, già citata, di Maria Zambrano. La filosofa, parlando del poeta, dice: “Il poeta è innamorato delle cose, vi si attacca, si attacca a ognuna di esse e le segue… senza poter rinunciare a nulla…” [2]; si tratta davvero di una mistica del cuore, di un amore che si consuma solo amando.
Per la Cusumano la poesia è sicuramente una riproposizione della figura materna, che cura e lenisce le ferite; dice infatti, credo nella poesia più bella del libro: “Solo le parole mi hanno amata/ baciandomi le ginocchia sbucciate”; e ancora, proprio a rafforzare questo rapporto vitale con la poesia: “Io vivo le trincee, i confini, gli squilibri, /quella sottile striscia che dà il senso al mondo”, per concludere con una citazione esemplare: “Il poeta è un veggente ferito/sente ciò che il mondo calpesta… I poeti sono mendicanti/di verità silenti”.
Come non essere d’accordo con tutto ciò? Davvero il poeta è posto su una sottile linea di confine: soggetto che catalizza in sé l’esperienza umana, tutta e senza alcuna preclusione, ma, nello stesso tempo, colui che sporgendosi sull’abisso del cuore umano, prova a ricavarne un senso, aprendo squarci di cielo nella drammatica quanto oscura vicenda umana.
Ed è nella poesia che la nostra poetessa rivive l’esperienza della rinascita, della continua attività di autorigenerazione: “Sono stata libera/tra virgole e punti. /Sono sbucata tra vocali aperte… Così sono risorta dalle mie stesse ceneri”.
Dal punto di vista stilistico il libro ci offre due modalità compositive: nella prima sezione a prevalere è il verso immediato e segmentato, che si sviluppa per illuminazioni improvvise. Essendo una poesia immediata, i verbi sono generalmente al presente. La seconda sezione, Itaca Ebbra, appare una sorta di monologo in cui la poesia acquista un tono oracolare, da tragedia greca. Qui i verbi sono generalmente al passato, espressione di una più lunga fase meditativa che consente alla nostra poetessa l’accesso a un verso lungo e disteso, ricorrendo a una sorta di voce fuori campo (l’io di una Penelope dolente), che diviene una sorta di alter ego con cui affrontare le tematiche cocenti delle presenza – assenza dell’amore.
Dai confini di un’isola orfana del suo centro d’amore, che “brucia, ardendo viva tra le sue pietre d’incanto”, Penelope è figura della poesia stessa che è “canto che non spegne né fiamme né dolore”. La poesia, donna tradita, “resta” (in contrasto a una logica mondana che fa del tradimento dei valori un’opportunità da non perdere), nel suo regno che lentamente si distrugge, resta e canta compiendo il suo elogio alla verità, non nascondendo gli “inganni”, intessendo parole d’amore per un amore che non è più se non materia di una memoria che arde contemplando il ricordo.
Il tema dell’appartenenza in questi versi è centrale. La Cusumano intreccia una dialettica profonda fra le dinamiche dell’essere: se si ama si resta, se si ama si sceglie, e sia il restare quanto lo scegliere sembrano essere connotazioni specifiche del genere femminile; al contrario nella figura di Ulisse riscontriamo una sorta di dna della dispersione e del randagismo esistenziale: Ulisse non ha casa; quella che aveva è stata profanata dal suo abbandono, con tutto ciò che un abbandono comporta. Dice l’autrice: “Chi non sa restare, non sa appartenere”. Ulisse è l’uomo condannato a una peregrinazione infinita, essendo un individuo senza memoria; e non avendo memoria non ha neanche nome: è un “perduto” tra i tanti, tra i mille perduti del mondo.
La voce di Penelope, che altro non è se non la voce della stessa coscienza di Ulisse, lo invita a “essere vero”, ad “ammainare le vele”, ad “attraccare al porto la nave”. Il suo canto intenso e disperato ora si scioglie in un verso pacato e lontano, che non chiede più nulla se non di poter abbracciare il Kairos che c’è per ciascuno di noi.
Si tratta della volontà di abbracciare il “destino che accade”, di succhiare vita da una sorgente che non può disseccarsi. In questo tempo di aridità ma anche di grazia, che il disamore può anche generare, la poetessa può dunque sentirsi “antica e nuova”, certa che ciò che le appartiene veramente abita solamente, e per fede incrollabile, “nel qui / del non ancora”.
Itaca ebbra ci consegna un messaggio profondo, che non riposa su notazioni letterarie, ma rinvia a precise conseguenze sul piano etico: ci rimanda, tutti, a un impegno di quotidiana esistenza, a partire da ciò che resta, anche se ciò che resta può essere poco; a partire da un’oncia di bellezza con la quale esercitare il diritto inalienabile al sogno, alla libertà, alla pienezza di vita.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
[1] Maria Zambrano, Filosofia e poesia, Edizioni Pendragon, 2010: 40
[2] Ibidem:42
_____________________________________________________________
Biagio Accardo è nato a Santa Ninfa in Sicilia. Nel 2009 dà alle stampe La notte ha lunghe radici. Nel periodo che va dal 2010 al 2015 sue poesie compaiono su varie riviste e antologie italiane. È del 2016 l’uscita del suo secondo libro, Fratello in ombra, per la Casa Editrice Aletti. Il 2019 vede l’uscita di Ascetica del quotidiano, per conto della Samuele Editore e nel 2022 pubblica Luce del più vasto giorno, collana Portosepolto, per l’editore peQuod.
______________________________________________________________







