Introduzione
Cosa significa essere genitori e genitrici in questo periodo storico? Quali strumenti di sostegno ci vengono messi a disposizione da parte delle istituzioni? Perchè l’Italia è uno dei Paesi con più basso tasso da natalità al mondo? Come si può essere buoni genitori se si è cresciuti e si vive in un contesto di fragilità e di disagio?
Questo contributo si interroga su questioni culturali eticamente “scomode” e considerate non prioritarie in questo momento, partendo da queste domande per riflettere principalmente sulle riflessioni scaturite dalla lettura del film “Paternal leave” e dalla serie “Shameless” e da alcuni casi di cronaca che hanno scosso le nostre menti benpensanti. Ovviamente l’obiettivo di questa analisi non è certo essere esaustivi ma cercare di far riflettere i lettori e le lettrici su temi che sono spesso messi da parte dai media o affrontati solo per creare audience.
“Cosa pensi di venire qui e pensare che tutto ruoti intorno a te?”
Paternal Leave (2025) è il lungometraggio d’esordio alla regia di Alissa Jung (doppiatrice, attrice, filantropa, sceneggiatrice, compagna di vita di Luca Marinelli), una coproduzione italo-tedesca (The match factory, The Wildside) presentata nella sezione Generation 14plus al Festival di Berlino. Il film racconta il viaggio di Leo (abbreviazione di Leona, interpretata da Juli Grabenhenrich), una ragazza di quindici anni cresciuta in Germania senza conoscere il padre, che decide di partire verso l’Italia per affrontare Paolo (Luca Marinelli), il genitore biologico che non ha mai incontrato. Dalla madre Leo scopre durante l’adolescenza l’esistenza di quel padre misterioso: una rivelazione che scatena in lei rabbia, domande e un bisogno quasi ossessivo di capire “il perché” dell’abbandono.
In treno, con un quaderno pieno di interrogativi e senza sapere bene cosa aspettarsi, parte, convinta che ogni domanda possa colmare quel vuoto. Il luogo dell’incontro con Paolo è la Riviera Romagnola (tra Marina Romea, Casalborsetti, Ravenna, Comacchio, Argenta, Cesena) ripresa in inverno, con spiagge deserte, mare freddo e atmosfere malinconiche che diventano specchio interiore dei personaggi. Paolo lavora in un bar sulla spiaggia e offre lezioni di surf in giro per il mondo; durante l’inverno vive una vita di apparente normalità mentre è già genitore di un’altra bambina, Emilia, frutto di una relazione finita (ma dalla fiamma ancora accesa) con una ragazza del posto.
Quando Leo e Paolo si incontrano, il confronto è diretto e intenso: Leo chiede spiegazioni, formula domande che vuole risposte definitive (“Che reazione hai avuto quando sono nata? Che nome mi avresti dato?”), mentre Paolo, senza sottrarsi all’incontro, dà voce alle sue paure: “non mi fidavo di me come padre, avevo paura”. Ma il film non procede per colpi di scena plateali né per grandi rivelazioni interrogative: la regista evita l’eccesso di spiegazioni e predilige l’“impercettibile” (piccoli gesti, sguardi, momenti di silenzio) come strumento emotivo. Così, tra surf sulla costa gelida, brevi viaggi con un vecchio camper, lunghe osservazioni dei fenicotteri (simboli ricorrenti di cura condivisa), dialoghi spezzati e tensioni emotive, il rapporto padre-figlia si snoda fra il bisogno di riconoscimento di lei e la paura del fallimento di lui.
Alla fine, ciò che permane non è una riconciliazione perfetta né il superamento completo del conflitto, ma una sensazione di “riempimento” e apertura: Leo e Paolo non cancellano le ferite, ma scoprono la possibilità di un legame fondato sull’ascolto, la vulnerabilità e piccoli gesti di fiducia reciproca. “Paternal Leave” offre una riflessione profonda sul concetto di genitorialità come “cammino” piuttosto che come certezza preesistente: crescere un figlio non significa seguire un manuale predefinito passo per passo, ma un’impresa che richiede di fare i conti con le proprie fragilità, i propri limiti e le paure non risolte. In Paolo si intravede un uomo che non ha saputo affrontare l’impatto emotivo dell’esser padre, che ha esitato, fallito, fuggito non perché privo d’amore, ma perché privo di strumenti interiori per governare quel compito. Il film suggerisce che l’assenza non sempre è una scelta consapevole, ma spesso il risultato di un equilibrio precario fra paura e desiderio.
È in questo spazio di tensione che emerge un tema contemporaneo e dibattuto: come garantire che chi assume il ruolo di genitore sia preparato, responsabile e consapevole? Da questa domanda nasce, in alcuni contesti, l’idea di un “patentino per genitori” o test di competenza genitoriale.
In Danimarca, ad esempio, esiste il cosiddetto “forældrekompetenceundersøgelse” (FKU): un esame psicometrico volto a valutare la capacità individuale di prendersi cura di un minore nei vari ambiti (fisico, emotivo, psicologico) e spesso usato nei casi più complessi di affidamento o perizie familiari. Tuttavia, questo strumento è fortemente controverso: critici e attivisti sostengono che non tenga conto delle differenze culturali, linguistiche e sociali, rischiando di discriminare le minoranze, come dimostra il caso recente di una madre groenlandese cui è stata tolta la neonata dopo un test ritenuto “inadeguato” dagli esperti. Nel 2025 il parlamento danese ha introdotto una norma che vieta l’uso del test per le persone di origine groenlandese, evidenziando la delicatezza e la pericolosità dell’idea quando applicata in modo astratto o generalizzato.
Il parallelo con “Paternal Leave” si fa evidente: Paolo non avrebbe passato alcun “test”, eppure la sua incapacità di affrontare il ruolo di padre emerge con forza. Ciò mostra che la responsabilità genitoriale non può essere ridotta a una lista di competenze o a un esame psicometrico, ma è piuttosto un processo continuo di apprendimento, aggiustamento e disponibilità a esporsi. La sfida è: come supportare chi diventa genitore, senza ridurlo a soggetto sotto esame giudicato dalla società? Lo stato sociale, forse, dovrebbe/potrebbe investire in sostegno reale (formazione, consulenza psico/pedagogica, reti sociali, condivisione di buone pratiche) piuttosto che in certificazioni preventive che rischiano di ignorare la complessità umana e culturale. In definitiva, “Paternal Leave” ci ricorda che pensare alla crescita come ad un percorso che solitamente compiono i figli non è corretto, nel contesto di “Paternal Leave” chi deve affrontare un percorso di crescita personale è Paolo non Leo; d’altra parte diventare genitori con tutti i doveri e le incertezze che ne derivano, è anche un atto di coraggio: bisogna accettare la propria vulnerabilità, mettersi in ascolto, cercare la strada giorno per giorno. E anche la società può intervenire, ma con sensibilità, riconoscendo che il rapporto genitore-figlio è una relazione vivente, non una competenza statica da certificare.
Il caso Pifferi e il “patentino” danese: come tutelare i minori?
Il caso di Ivana Nikoline Brønlund, giovane madre groenlandese di origine inuit, ha generato un acceso dibattito politico e sociale in Danimarca. Subito dopo il parto, la neonata le è stata sottratta dalle autorità municipali di Høje-Taastrup, sulla base di un test di “competenza genitoriale” (FKU), nonostante tale procedura sia stata recentemente vietata per i cittadini di origine groenlandese, in quanto ritenuta discriminatoria e culturalmente inappropriata. La giustificazione addotta dalle autorità riguarda i traumi infantili subiti dalla madre, che avrebbero potuto compromettere la sua capacità di accudimento. L’episodio ha suscitato un vasto movimento di protesta, con manifestazioni in Groenlandia, Danimarca e in altri contesti europei, e ha attirato l’attenzione delle istituzioni nazionali. La ministra danese degli Affari Sociali ha richiesto chiarimenti al Comune interessato, il quale ha riconosciuto irregolarità procedurali. Attualmente, la madre può vedere la figlia solo in incontri limitati e vigilati, mentre l’esame del suo appello è fissato per settembre. Dietro questa decisione c’è comunque e sempre l’interesse a tutelare il minore, ma come è possibile farlo se il genitore vive una situazione di fragilità?
Nel luglio del 2022, a Milano, si è consumata una tragedia che avrebbe suscitato un acceso dibattito pubblico e giuridico: la morte per stenti di Diana, neonata di diciotto mesi, lasciata sola nella sua casa per sei giorni dalla madre, Alessia Pifferi, che nel frattempo si era allontanata per motivi personali. Secondo la ricostruzione processuale, Pifferi lasciò l’abitazione nel pomeriggio del 14 luglio e fece ritorno il 20 luglio, trovando la bambina esanime nella sua culla. Nel frattempo, la piccola era stata privata di alimentazione, idratazione e assistenza, in condizioni ambientali estreme aggravate dalle alte temperature di quel periodo, e autopsia e perizia indicarono che nel suo stomaco erano presenti frammenti del suo stesso pannolino, segno dell’agonia disperata. Durante il processo di primo grado, si assunse che Pifferi fosse capace di intendere e di volere al momento dei fatti, e per questo fu condannata con l’accusa di omicidio volontario aggravato, con pena dell’ergastolo.
La difesa avanzò l’ipotesi di un deficit cognitivo, sostenendo che la donna avesse una capacità cognitiva ridotta e che ciò potesse aver inciso sul suo comportamento, ma la perizia ufficiale, e successivamente confermata in sede d’appello, riconobbe che pur essendovi “fragilità cognitiva” e immaturità affettiva, tali caratteristiche non pregiudicavano in modo decisivo la sua capacità di comprensione e di scelta. In particolare, i periti dell’Appello sottolinearono che il deficit cognitivo era “settoriale” e scarsamente incidente nella condotta specifica dell’abbandono madre‑figlia, e non configurabile come una dissociazione o un’amnesia causale. Durante le udienze emerse altresì che Pifferi presentava dalla giovane età segnali di difficoltà nei processi di memoria, attenzione e nella regolazione affettiva, ma non tali da invalidarla pienamente sotto il profilo del discernimento. L’esito giudiziario ha suscitato reazioni contrastanti all’interno dell’opinione pubblica: da un lato la condanna all’ergastolo fu accolta come necessaria risposta a un crimine di grande gravità; dall’altro, la presenza di elementi di fragilità cognitiva nella storia della donna ha stimolato riflessioni complesse sulle condizioni sociali e psicologiche delle madri più vulnerabili.
Il caso Pifferi pone con urgenza una domanda che il dibattito sociale e scientifico non può più ignorare: come sostenere efficacemente persone che desiderano diventare genitori pur avendo fragilità cognitive o psicologiche significative? Da un punto di vista teorico e pratico, è possibile avviare alcune linee di intervento che ovviamente non possono essere considerate soluzioni rispetto alle enormi difficoltà che genitori e genitrici in situazioni di fragilità affrontano.
Alcune di queste sono:
- Screening e valutazione preventiva. Prima del concepimento o durante la gravidanza, un’analisi multidisciplinare (psicologica, psichiatrica, neuropsicologica, sociale) può aiutare a identificare potenziali fragilità e a valutare le risorse ambientali disponibili (rete familiare, supporti sociali, servizi) per stabilire se vi sia un equilibrio ragionevole per l’accoglienza di un bambino. Tuttavia, lo screening non deve assolutamente diventare una forma di discriminazione: deve essere accompagnato da un percorso di empowerment, non da un veto.
- Progettazione partecipata del sostegno. Per i genitori con fragilità cognitive è fondamentale progettare un supporto individualizzato, che coinvolga tutor familiari, operatori sociali e figure specialistiche (assistenti educativi, mentori genitoriali). Questi sostegni dovrebbero essere modulati e graduali, con monitoraggio continuo, affinché l’assistenza non venga percepita come intrusiva ma come co‑costruzione.
- Formazione parentale “adattata”. Spesso i modelli tradizionali di formazione per genitori (corsi di puericultura pre-parto, supporto psicologico) non sono adeguati a chi ha difficoltà cognitive. Sarebbe utile sviluppare percorsi semplificati, con un linguaggio accessibile, strumenti visivi, esercizi pratici e supervisione costante. La “genitorialità aumentata” è un concetto utile: il genitore non è lasciato solo, ma affiancato da sostegni educativi concreti.
- Integrazione tra servizi sanitari, sociali e giuridici. Occorre una rete fluida che connetta i servizi sanitari, i servizi sociali territoriali, i servizi per la disabilità e le autorità giudiziarie. Solo così è possibile intervenire preventivamente quando emergono segnali di rischio, anziché intervenire “a posteriori” dopo un evento tragico. Ciò richiede protocolli chiari, formazione degli operatori e uno “senso di soglia bassa” per attivare misure di supporto.
- Inclusione e non stigmatizzazione. Chi vive con fragilità cognitiva non va considerato inevitabilmente “incapace”, ma come soggetto che richiede un’attenzione differenziata. Gli interventi dovrebbero puntare a valorizzare le risorse residue, ad accrescere la consapevolezza (quando possibile) e a evitare l’“esclusione preventiva” dalla genitorialità. Occorre promuovere una cultura della solidarietà e del riconoscimento della dignità delle persone fragili.
- Ricerca e monitoraggio continuo. È necessario investire in studi longitudinali che monitorino gli esiti di genitori con fragilità e i loro figli, per comprendere quali modelli di sostegno funzionano meglio in contesti diversi (urbani, rurali, aree marginali). La raccolta di dati empirici consente di affinare protocolli e linee guida.
Paolo e Frank: due padri QUASI perfetti
In Un genitore quasi perfetto Bruno Bettelheim argomenta che la perfezione genitoriale non è né realistica né desiderabile: piuttosto, il compito fondamentale di un genitore è essere “abbastanza buono” (in inglese good enough parent), cioè in grado di instaurare una relazione empatica, affettiva, capace di comprendere le ragioni dei figli, dialogare nei momenti di crisi e accompagnarli nella costruzione della propria identità, senza pretendere né da se stessi né dai figli una assenza totale di errori o conflitti. Come riportava Internazionale i giorni scorsi in Spagna si sta adottando la prospettiva del congedo parentale che sia maggiormente suddiviso tra padre e madre in modo da suddividere i compiti genitoriali e per rafforzare il sostegno di entrambi i genitori nei confronti dei bambini appena nati.
Questa visione evidenzia che l’amore verso i figli, manifestato attraverso ascolto, rispetto, affetto, è centrale, ma che da solo non basta se non è integrato in una rete di sostegno che permetta ai genitori di affrontare le difficoltà materiali, psicologiche e sociali che emergono nella vita quotidiana. Difficoltà che emergono in maniera tragicomica dalla serie di successo “Shameless”. Si tratta di una serie TV americana trasmessa su Showtime dal 2011 al 2021, disponibile anche in Italia su Netflix e Prime Video. Si compone di 11 stagioni per un totale di 134 episodi, e appartiene al genere della black comedy e del family drama. Il creatore dell’adattamento statunitense è John Wells, che si è ispirato alla serie britannica omonima ideata da Paul Abbott nel 2004, durata anch’essa 11 stagioni e conclusa nel 2013. Mentre la versione originale era ambientata a Manchester, quella americana si svolge a Chicago, nello sfortunato e problematico quartiere del South Side.
Protagonista dello show è la famiglia Gallagher, una famiglia estremamente povera e profondamente disfunzionale. Al centro c’è Frank (interpretato da uno straordinario William H. Macy, vincitore di tre Screen Actors Guild Awards), un uomo senza scrupoli: bugiardo, alcolizzato, tossicodipendente, senzatetto, truffatore e ladro. Nonostante ciò, è padre di sei figli, cresciuti quasi del tutto senza di lui, visto che la madre Monica (Chloe Webb), affetta da disturbo bipolare e tossicodipendenza, li ha abbandonati anni prima. Frank appare e scompare dalla casa, ormai ignorato da tutti, considerato poco più che un parassita impossibile da eliminare. Ad occuparsi di sorelle e fratelli è Fiona (una straordinaria Emmy Rossum), la figlia maggiore, che si prende cura della famiglia con grande fatica e determinazione cercando di lavorare e di avere una vita privata.
Negli Stati Uniti, la povertà educativa assume dimensioni strutturali che vanno ben oltre il caso singolo di personaggi come Frank in “Shameless”. Le statistiche mostrano che circa il 16% dei bambini vive in condizioni di povertà nel 2022, con forti disuguaglianze razziali. La povertà si traduce non solo in disagio economico ma in deficit nei primi anni di vita: carenza di risorse (materiali, cognitive, affettive), difficoltà nel frequentare una scuola di qualità, assenteismo scolastico, risultati accademici inferiori e minore accesso all’istruzione prescolare e ai servizi integrativi. Il divario nel rendimento scolastico (“achievement gap”) tra bambini provenienti da famiglie a basso reddito e quelli provenienti da famiglie più agiate è aumentato negli ultimi decenni, correlato con l’aumento della disuguaglianza di reddito. Inoltre, politiche che durante la pandemia (es. Child Tax Credit potenziato) hanno ridotto la povertà infantile, una volta terminate, hanno fatto risalire i tassi; questo indica che le misure pubbliche hanno un impatto reale e misurabile.
Questi dati confermano che il racconto di “Shameless”, per quanto drammatico e romanzato, coglie elementi essenziali: la povertà educativa è diffusa, è sistemica, e agisce per intersezioni (etnia, isolamento geografico, instabilità familiare). Come nel caso di Frank Gallagher, dove la mancanza di stabilità, risorse e supporto si somma a disfunzioni sociali ben più ampie, anche nella realtà diventa chiaro che l’amore genitoriale, la resilienza individuale e familiare possono offrire protezione ma non sono sufficienti se la struttura esterna (scuole, politiche sociali, investimenti pubblici) non è adeguata. La normativa italiana, nel suo impianto costituzionale, riconosce esplicitamente la famiglia come istituzione di primaria importanza. L’articolo 29 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» e l’articolo 30 sancisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli. La Legge quadro per interventi e servizi sociali n. 328 del 2000 prevede altresì che la Repubblica italiana assicuri alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, finalizzato anche a prevenire o ridurre situazioni di bisogno e disagio familiare. Questo significa che lo Stato riconosce che il dovere educativo dei genitori può essere esercitato al meglio solo se sostenuto da misure pubbliche che affiancano la famiglia (servizi di sostegno alla genitorialità, progetti individuali in caso di disabilità o difficoltà).
Il contributo fondamentale di Bettelheim sta nel liberare i genitori dall’ideale opprimente della perfezione, mostrando che ciò che conta davvero è la qualità del rapporto emotivo e della cura quotidiana piuttosto che la perfezione formale. Però, perché questo amore e questa intelligenza educativa possano dispiegarsi, serve che la famiglia non sia lasciata da sola: occorrono politiche pubbliche, servizi sociali, sostegno economico, strutture che permettano ai genitori di affrontare le sfide reali. Se Frank e Paolo possono essere considerati dei genitori ben lungi dall’essere quasi perfetti, il caso Pifferi non può essere letto esclusivamente come una vicenda giudiziaria estrema, bensì come un monito: la società civile e le istituzioni devono predisporre reti di prevenzione e accompagnamento che riconoscano e sostengano la soggettività anche nelle condizioni di fragilità. Solo in questo modo è possibile evitare che situazioni di rischio diventino tragedie.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
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Sabina Leoncini, è assegnista di ricerca (responsabile scientifica Prof.ssa Mancaniello) e docente a contratto presso Unisi(M-PED01); laureata in Antropologia, è Dottore di Ricerca in Scienze della Formazione. I suoi principali ambiti di interesse sono: il concetto di cura, la rieducazione in carcere, la parità di genere e l’inclusione sociale. Si è occupata tramite ricerche sul campo dell’educazione mista in Israele/Palestina e del significato socio-culturale del muro che separa Israele e Cisgiordania. Ha collaborato con alcune Università straniere tra le quali l’università Ebraica di Gerusalemme (HUJI), l’Istituto Universitario Europeo (EUI) di Fiesole, l’Università Ludwig Maximilian (LMU) di Monaco. Ha usufruito di varie borse di studio (MAE, DAAD) e si occupa di progetti europei all’interno del programma Erasmus Plus e Horizon. Dal 2023 è socia e volontaria attiva dell’Associazione Pantagruel per i diritti dei/delle detenuti/e.
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