CIP
di Marco Pitzalis
In occasione della presentazione, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, il libro Pastoralismo tra continuità e innovazione. Evidenze dal caso Sardegna, curato da Meloni e Uleri (2024). La discussione che si è sviluppata intorno al libro è stata la scintilla che mi ha spinto a proporre questa riflessione. Il libro rappresenta una collezione importante di saggi, la gran parte pubblicati negli ultimi dieci anni, sulle trasformazioni del pastoralismo in Sardegna, che assurge così a un campo privilegiato per interrogare le trasformazioni del mondo rurale, le forme di innovazione sociale e le tensioni che attraversano i modelli di sviluppo nel capitalismo avanzato.
Quel volume collettaneo mostra come la ricerca più recente abbia radicalmente cambiato gli indirizzi dell’indagine socio-antropologica, spezzando una serie di false opposizioni – storiche, epistemologiche e normative – tra tradizione e modernità, arcaicità e storicità, arretratezza e progresso, che per lungo tempo hanno caratterizzato il dibattito scientifico e pubblico sul pastoralismo, interpretato attraverso schemi dicotomici che ne hanno limitato la comprensione.
Da un lato, dunque, una narrazione passatista, presente soprattutto nella pubblicistica non accademica (ma non solo), incline a rappresentarlo come un residuo arcaico, come una sopravvivenza di un passato destinato a scomparire o da conservare in forma museale. Dall’altro, una prospettiva sviluppista e produttivista, che lo ha considerato un settore arretrato, da ricondurre a modelli industriali standardizzati e pienamente integrati nei mercati globali. Entrambe queste posture, pur opposte, condividono un medesimo presupposto: l’incapacità di riconoscere al pastoralismo una propria razionalità storica e una capacità autonoma di trasformazione.
È a partire da questa critica che il presente saggio propone di leggere il pastoralismo sardo non come un settore residuale in via di adattamento, bensì come un campo sociale attraversato da conflitti, pratiche di valore e dispositivi di governo che ne ridefiniscono continuamente le forme di esistenza, le possibilità di riproduzione e i significati sociali del lavoro.
Assumere il pastoralismo come oggetto di analisi significa, al contrario, riconoscerlo come sistema sociale dinamico, storicamente situato, attraversato da processi di adattamento, conflitto e innovazione. Esso non va dunque assunto come universo isolato o marginale, ma analizzato come uno spazio di intersezione tra la dimensione locale e i processi globali: politiche agricole europee, mercati volatili, mutamenti ambientali, trasformazioni demografiche e nuove forme di mobilità del lavoro. In questa prospettiva, il pastoralismo non appare come l’antitesi della modernità, bensì come una delle sue configurazioni specifiche, inscritta a pieno titolo nelle contraddizioni del tardo capitalismo.
Per cogliere tale complessità è necessario adottare una prospettiva multilivello. Sul piano sociografico, il pastoralismo è composto da famiglie, reti di parentela, comunità locali, forme di cooperazione e di lavoro che non possono essere ridotte a meri fattori produttivi (Meloni e Farinella, 2015a; 2015b). Sul piano territoriale e identitario, esso contribuisce a costruire paesaggi (Pitzalis e Zerilli, 2013b), appartenenze e narrazioni condivise. Sul piano politico-istituzionale, infine, il territorio stesso emerge come attore collettivo, capace di interagire con dispositivi di governance multilivello, negoziando risorse, norme e riconoscimento, come mostrato nell’introduzione al volume citato in incipit (Meloni e Uleri, 2024a; 2024b).
Uno degli snodi centrali dell’analisi riguarda il rapporto tra il pastoralismo e il mercato. La crescente dipendenza dal comparto lattiero-caseario, in particolare dalla filiera del Pecorino Romano, ha generato profonde asimmetrie di potere, accentuando la volatilità dei prezzi e la vulnerabilità delle aziende pastorali (Farinella, 2018). Tuttavia, leggere queste dinamiche esclusivamente in termini di subordinazione significherebbe occultare le strategie di risposta elaborate dai pastori: il ricorso alla filiera corta, la trasformazione artigianale, la diversificazione produttiva, la costruzione di circuiti alternativi di valorizzazione. Queste pratiche non rappresentano semplici aggiustamenti economici, bensì forme di riorganizzazione sociale e simbolica del lavoro pastorale (Meloni e Uleri, 2024a).
In questo quadro si colloca anche la dimensione politica del pastoralismo. Le mobilitazioni collettive emerse negli ultimi anni mostrano come i pastori non siano attori passivi, bensì soggetti capaci di contestare regimi di regolazione, rivendicare diritti e intervenire nel dibattito pubblico. Le lotte sul prezzo del latte, ad esempio, vanno lette come pratiche politiche che mettono in discussione i rapporti tra Stato, mercato e territori rurali, riportando al centro il tema della giustizia economica e della sovranità produttiva (Pitzalis e Zerilli, 2013a).
La mobilità costituisce un ulteriore elemento strutturale del pastoralismo (Meloni, 1988). Storicamente incarnata nella transumanza, essa rappresenta una strategia ecologica ed economica, ma anche un dispositivo sociale di costruzione delle reti comunitarie e di trasmissione dei saperi. Oggi, accanto a queste forme storiche, emergono nuove mobilità legate ai flussi migratori di manodopera, che ridefiniscono le relazioni di lavoro, le gerarchie sociali e le configurazioni identitarie all’interno delle aziende pastorali (Farinella e Mannia, 2017).
Un tratto sempre più rilevante del pastoralismo contemporaneo è la sua multifunzionalità. Alla produzione primaria si affiancano attività di trasformazione, di turismo esperienziale, di servizi ecosistemici e di valorizzazione del patrimonio culturale, materiale e immateriale. Queste pratiche non possono essere lette come semplici strategie di sopravvivenza, bensì come tentativi di ridefinire il rapporto tra economia, territorio e comunità, costruendo modelli di sviluppo localmente radicati e socialmente sostenibili.
La dimensione storica consente di collocare questi processi all’interno di traiettorie di lungo periodo. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, il declino dell’agricoltura montana, l’abbandono delle coltivazioni tradizionali e l’espansione del pascolo hanno profondamente trasformato i paesaggi e le economie locali. Queste trasformazioni mostrano come il pastoralismo sia sempre stato attraversato da discontinuità, adattamenti e riorganizzazioni, smentendo ogni rappresentazione statica o essenzialista.
All’interno di questo quadro, assumono rilievo anche le strutture sociali che sostengono il pastoralismo: la famiglia estesa, i contratti di cumpanzía (Maxia, 2002; Meloni e Uleri, 2024). Analizzare queste dimensioni significa restituire il pastoralismo come un universo sociale complesso, attraversato da disuguaglianze, conflitti e alleanze, e non come una comunità omogenea o idealizzata.
Infine, collocare il pastoralismo in una prospettiva comparativa consente di leggerlo come parte di un quadro più ampio, che coinvolge altre aree mediterranee, europee e planetarie (Solinas, 2021; Simula, 2021; Mannia, 2011). In questo senso, esso diventa un caso paradigmatico per interrogare le trasformazioni delle economie rurali contemporanee e le possibilità di costruire forme di resilienza sociale e territoriale.
Nel complesso, questa analisi intende contribuire a un ripensamento critico del pastoralismo, sottraendolo tanto alle retoriche della marginalità quanto a quelle della nostalgia. A partire da questa ricostruzione, il saggio si sposta su un piano più esplicitamente analitico e critico, interrogando i dispositivi economici, politici ed epistemici attraverso i quali il pastoralismo viene oggi governato, valutato e trasformato.
Dal punto di vista teorico, tale ripensamento si fonda su una concezione del valore che non può ridursi alla sola dimensione del prezzo di mercato. Il pastoralismo consente di osservare con particolare chiarezza la tensione strutturale tra il valore monetario e i valori sociali, tra la dipendenza dai meccanismi di mercato e la capacità di agire degli attori. Il prezzo del latte, determinato da costellazioni di potere che si articolano tra scala globale e locale, rappresenta una forma di oggettivazione economica che tende a occultare il lavoro, le relazioni sociali e le funzioni territoriali incorporate nella produzione pastorale (Zerilli e Pitzalis, 2019; Farinella, 2018).
In questa prospettiva, il pastoralismo rende visibile una congiuntura diffusa nelle economie contemporanee, in cui una condizione di non-agency, intesa come dipendenza strutturale da mercati e dispositivi di regolazione esterni, coesiste con strategie e tattiche attraverso cui gli attori cercano di rinegoziare il senso e il valore del proprio lavoro. Sotto questo punto di vista, i valori elaborati dai pastori – dignità del lavoro, giustizia economica, cura del territorio, qualità del cibo – non sono semplici elementi culturali sovrapposti all’economia, bensì strumenti con cui si tenta di ricomporre, almeno parzialmente, questa tensione (Pitzalis e Zerilli, 2013b; 2015).
Il pastoralismo può così essere interpretato come un campo privilegiato per analizzare il valore come processo sociale, ovvero come il modo in cui le azioni diventano significative in quanto inserite in totalità sociali più ampie. Le mobilitazioni collettive, le pratiche di multifunzionalità, la rivendicazione del ruolo sociale del pastore e la produzione di narrazioni alternative sul cibo e sul territorio costituiscono forme di produzione di valore che eccedono il mercato e, al contempo, lo interrogano criticamente (Pitzalis e Zerilli, 2013; Zerilli e Pitzalis, 2019).
Questa lettura consente di superare una visione economicista del pastoralismo senza cadere nella celebrazione romantica della tradizione. Il valore prodotto dal mondo pastorale non è esterno alla modernità, ma nasce all’interno delle sue contraddizioni, come tentativo di riorientare i rapporti tra economia, società e ambiente. Il pastoralismo diventa una lente analitica attraverso la quale interrogare le trasformazioni più generali del lavoro, della produzione alimentare e delle forme di soggettivazione nel capitalismo contemporaneo. Guardare alla pastorizia come risorsa critica significa riconoscerne la capacità di generare innovazione sociale, di rinegoziare i rapporti con il mercato e con le istituzioni e di offrire strumenti per immaginare modelli di sviluppo più equi, sostenibili e territorialmente radicati. Per esempio, le ricerche sul movimento dei pastori hanno mostrato come la tesi di Brigaglia (1971), secondo cui l’unica forma di resistenza possibile nella Sardegna barbaricina (e, per estensione, pastorale) fosse quella negativa del banditismo, incapace, dunque, di costruire qualcosa di simile a una mobilitazione sociale, sindacale e politica, sia stata smentita (Pitzalis e Zerilli, 2013a).
Guardando alle ricerche condotte negli ultimi venti anni, possiamo dire, dunque, che lo sguardo sociologico e antropologico è stato capace di leggere il cambiamento sociale ed economico incrociando differenti sguardi teorici, empirici e metodologici e rendendo conto, in questo modo, della complessità dei fenomeni sociali osservati.
Ciononostante, mi sembra che alcuni livelli dell’analisi restino fondamentalmente inesplorati. Infatti, se il livello della produzione (dall’impresa pastorale all’industria di trasformazione) è stato studiato in profondità da un punto di vista anche storico, rimane sullo sfondo il ruolo giocato dagli attori politici, dalle burocrazie e da quella panoplia di esperti che si è costituita nel governo del mondo rurale. Insomma, manca un’analisi del campo dell’expertise, il cui primo passo dovrebbe essere quello di una socio-analisi dell’expertise accademica e dei suoi effetti sulle rappresentazioni e sulle politiche di “modernizzazione” che hanno investito il mondo rurale in Sardegna. A partire dal ruolo della Facoltà di Agraria fino a quello degli economisti e dei sociologi dello sviluppo nella definizione della realtà pastorale, e sull’effetto di legittimazione delle politiche di ristrutturazione e modernizzazione condotte dalla Regione Sardegna nel quadro delle policy nazionali e europee.
In secondo luogo, occorrerebbe analizzare proprio questo intreccio tra l’expertise accademica e quella burocratica e politica, a partire dal modo in cui negli Assessorati si sono costruite delle definizioni condivise dell’azione amministrativa legittima (quindi una cultura burocratica del governo del mondo rurale).
Negli ultimi decenni, la trasformazione del pastoralismo sardo è stata infatti accompagnata da un insieme articolato di politiche e programmi regionali che, pur non dichiarando mai esplicitamente l’obiettivo di ridurre il numero delle aziende pastorali, hanno contribuito a ridefinirne profondamente la struttura. L’orientamento prevalente delle politiche di sviluppo rurale regionali, in coerenza con il quadro europeo della PAC, è stato quello della modernizzazione, della competitività e dell’efficienza produttiva. Questo lessico apparentemente neutro ha trovato traduzione operativa in strumenti di intervento fondati su criteri di accesso selettivi, soglie minime di dimensione economica, requisiti di investimento e di capacità progettuale che hanno progressivamente favorito aziende più strutturate e capitalizzate.
In particolare, i programmi regionali di sostegno agli investimenti hanno assunto come riferimento implicito un modello di azienda agricola “moderna”: capace di sostenere volumi significativi di investimento, di anticipare capitale, di adattarsi a standard tecnici, amministrativi e sanitari sempre più complessi. In questo quadro, la dimensione economica dell’azienda è divenuta non solo un indicatore descrittivo, ma anche un vero e proprio criterio normativo per l’accesso alle risorse pubbliche. Le aziende pastorali di piccola scala, spesso a conduzione familiare, con forme di organizzazione flessibili e poco formalizzate, si sono trovate così collocate in una posizione strutturalmente svantaggiata, non tanto perché inefficienti, quanto perché non allineate ai parametri con cui la modernizzazione viene istituzionalmente definita.
Questo processo ha prodotto una selezione silenziosa ma persistente. Non un’espulsione diretta, bensì una pressione indiretta che ha reso più fragile la permanenza delle aziende marginali e, al tempo stesso, ha incentivato percorsi di ingrandimento, specializzazione e concentrazione. La modernizzazione, più che una scelta, si è configurata come una condizione di sopravvivenza. Le politiche regionali hanno contribuito a trasformare il pastoralismo in un campo sempre più polarizzato, in cui convivono aziende in grado di intercettare risorse pubbliche e circuiti di innovazione e altre che rimangono ai margini, esposte alla volatilità dei mercati e alla progressiva erosione delle basi materiali della riproduzione sociale.
L’effetto più rilevante di questo assetto non è soltanto economico, ma anche simbolico e politico. Definendo implicitamente quali aziende siano “degne” di essere sostenute e quali no, le politiche regionali hanno contribuito a ridefinire il valore sociale del lavoro pastorale. La pastorizia non viene valutata per la sua capacità di generare relazioni, presidio territoriale, continuità culturale e gestione ecologica, ma prevalentemente per la sua conformità a un modello produttivo standardizzato. È in questa frizione tra il valore riconosciuto istituzionalmente e il valore prodotto socialmente che si colloca gran parte delle tensioni contemporanee del mondo pastorale sardo.
Questa dinamica di selezione strutturale non si traduce necessariamente in una riduzione immediata e visibile del numero complessivo delle aziende pastorali. I dati censuari più recenti mostrano infatti una sostanziale stabilità del numero di aziende ovine in Sardegna tra il 2010 e il 2020, a fronte di un incremento significativo del patrimonio ovino complessivo. L’apparente continuità numerica delle aziende non va però interpretata come un segnale di immobilità del settore. Al contrario, essa convive con una profonda trasformazione delle condizioni di riproduzione sociale ed economica del pastoralismo.
L’aumento del numero di capi a fronte di un numero di aziende sostanzialmente invariato suggerisce processi di differenziazione interna e di polarizzazione: alcune aziende si ingrandiscono, concentrano risorse, intercettano politiche di investimento e rafforzano la propria posizione sul mercato; altre rimangono formalmente attive ma operano in condizioni di crescente fragilità, con margini ridotti di accesso agli strumenti di modernizzazione e una maggiore esposizione alla volatilità dei prezzi e ai vincoli normativi. In questo senso, la selezione non avviene tanto attraverso l’espulsione immediata dal settore, quanto mediante una pressione strutturale che ridefinisce gerarchie, possibilità e traiettorie all’interno del mondo pastorale.
La stabilità statistica delle aziende nasconde dunque una trasformazione qualitativa. Il permanere di molte unità produttive non implica, infatti, un’equa distribuzione delle opportunità, né una continuità delle forme di vita pastorali. Le politiche regionali di modernizzazione contribuiscono a questo esito nella misura in cui premiano determinate configurazioni aziendali – più grandi, più capitalizzate, più allineate ai parametri tecnici e amministrativi – e rendono progressivamente più difficile la riproduzione di modelli pastorali di piccola scala, flessibili e multifunzionali. È in questo scarto tra visibilità statistica e trasformazione sociale che si colloca una parte rilevante delle tensioni contemporanee del pastoralismo sardo.
Letto in questa prospettiva, il conflitto che attraversa il pastoralismo non è riconducibile a una semplice resistenza alla modernizzazione, bensì va interpretato come una critica implicita ai criteri con cui la modernità agricola viene definita e governata. Le mobilitazioni, le rivendicazioni di dignità del lavoro e le pratiche di riorganizzazione produttiva possono essere comprese anche come risposte a un processo di selezione strutturale che, pur presentandosi come tecnica e neutrale, incide profondamente sulle forme di vita, sulle traiettorie biografiche e sulle possibilità di futuro delle comunità pastorali.
Inoltre, la persistenza di un mondo agro-pastorale composto in larga misura da aziende individuali è stata a lungo oggetto di preoccupazione e di valutazioni critiche da parte degli economisti e di una parte della sociologia economica. Questa rappresentazione, che interpreta la frammentazione aziendale come un limite strutturale allo sviluppo, è stata ampiamente ripresa nel dibattito pubblico, nelle campagne elettorali e nelle pratiche di governo regionale. Ne sono esempi le politiche e i discorsi promossi durante le presidenze regionali di Renato Soru e di Francesco Pigliaru, all’interno delle quali il tema dell’aggregazione delle imprese agricole e pastorali è stato più volte indicato come risposta necessaria alle fragilità del settore. In particolare, durante la sua presidenza, Francesco Pigliaru ha insistito con continuità sull’esigenza di superare l’isolamento produttivo delle aziende rurali, promuovendo l’aggregazione e la strutturazione delle filiere come condizioni per la modernizzazione e la stabilizzazione economica del comparto. Tale questione ci permette di interrogare la pretesa razionalità di un modello economico fondato su un modello di impresa calcato sull’ideal-tipo dell’industria agroalimentare intensiva del Nord che corrisponderebbe a standard di efficacia ed efficienza economica. Tale prospettiva si scontra con un discorso parallelo condotto anche dagli stessi economisti – che, sorprendentemente, stentano a incrociare con il precedente – cioè la questione della crisi demografica delle aree interne e dello spopolamento.
Dal mio punto di vista, il modello della micro-impresa, al contrario, non solo garantisce una maggiore capacità di adattamento nei momenti di crisi economica (attraverso strategie di riconversione a breve termine, riduzione o aumento del numero di animali, ecc.) ma è l’unica risposta possibile per il mantenimento di una rete produttiva diffusa nel territorio che ponga argine allo spopolamento, che gestisca il territorio stesso e che dia qualche speranza di continuità. La riduzione di questo universo variegato a poche unità produttive implicherebbe la marginalizzazione sociale dei tanti che oggi, nel lavoro e per il lavoro (agricolo e pastorale), non soltanto ricavano un reddito, ma anche un’identità e un ruolo sociale e politico.
Pur non essendo privo di contraddizioni e limiti strutturali, il modello della micro-impresa pastorale appare, nel contesto delle aree interne sarde, una soluzione socialmente e territorialmente razionale. Sotto questo aspetto, la ricerca socio-antropologica avrebbe molto da dire per contrastare queste visioni settoriali e riduzioniste e per proporre il proprio sguardo globale (o multilivello) sulla realtà socioeconomica e culturale del mondo rurale e pastorale.
Sul terreno della governance del campo pastorale, c’è un terzo livello dell’analisi finora trascurato, cioè quello degli esperti (agrari, veterinari, biologi e progettisti) che agiscono all’interno delle diverse agenzie regionali dedicate al settore o, di fatto, come attori esterni intermediari tra queste agenzie e il mondo pastorale (Zerilli, Pitzalis, 2018). Questo intervento è capillare ed incide sull’organizzazione aziendale, sulle tecnologie in uso, fino alla biologia animale. Attraverso il loro lavoro di controllo, misurazione e applicazione di standard, modellano ogni aspetto della vita rurale, essendo arbitri della stessa sopravvivenza dei capi e delle greggi (mi riferisco, per esempio, al piano di selezione genetica volto a eradicare la scrapie classica dalla popolazione ovina, attraverso l’abbattimento selettivo di capi e greggi, che mostra con particolare evidenza come le decisioni tecniche possano tradursi in interventi radicali sulle forme di vita pastorali e sulle loro condizioni di riproduzione).
La questione dell’expertise interroga inoltre sui meccanismi del dominio di classe e il dominio simbolico. Infatti, l’esperto (spesso l’economista) finisce per uscire dallo stretto spazio disciplinare per entrare in quello della gestione politica delle risorse e dei progetti di trasformazione sociale e ambientale che esulano dalle sue competenze. Questa esondazione dell’expertise dal campo del sapere a quello del potere, come aveva mostrato Michel de Certeau (1990/2023), si realizza attraverso la conversione del sapere in autorità, un sapere che, paradossalmente, manca quando esercita il potere.
Per questa ragione, gli studi storici, sociologici e antropologici sono chiamati a offrire un contributo fondamentale alla costruzione di saperi approfonditi sui processi sociali e culturali complessi che attraversano il mondo pastorale. Un contributo che non consiste tanto nel “dare la parola” ai pastori – i quali, attraverso le loro pratiche e le loro organizzazioni, hanno da tempo dimostrato una piena capacità di espressione, di elaborazione politica e di produzione culturale – quanto piuttosto nel costruire un discorso contro-egemonico capace di legittimare politiche pubbliche rispettose di un universo sociale che ha mostrato una notevole capacità di resistenza e di adattamento anche di fronte alle politiche di ristrutturazione implementate negli ultimi due decenni.
Infine, appare necessario approfondire, da un lato, il tema della costruzione degli immaginari sulla Sardegna e il modo in cui essi contribuiscono a ridefinire l’identità dei pastori sardi (Pitzalis, 2012; 2015); dall’altro, analizzare le modalità attraverso cui il mondo pastorale agisce in maniera razionale e strategica nel suo rapporto con i media, tanto nuovi quanto tradizionali [1]. La scarsa attenzione riservata alla sfera della produzione culturale e comunicativa rischia infatti di farci ricadere in forme di passatismo analitico, simili a quelle di una storiografia che, fino a tempi relativamente recenti, continuava a descrivere la vita pastorale come solitaria e arcaica, ignorando come le trasformazioni tecniche – dall’automobile alle reti metalliche, dai trattori alle mungitrici elettriche – avessero già profondamente modificato le condizioni materiali e sociali dell’esperienza pastorale.
La sfida che si pone oggi alle scienze sociali è dunque quella di costruire una sociologia capace di tenere insieme economia, cultura e territorio e di sapersi configurare come un intellettuale collettivo e organico, in grado di comprendere, interpretare e accompagnare un mondo rurale che non solo è stato, ma continua a essere, profondamente in movimento.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Zerilli F. M. e Pitzalis M., When the Shepherds Meet Mr Billionaire: Rebellion, Collaboration, and Public Intimacy in Sardinia, intervento al panel The politics of brokerage: intimate interconnections and spaces of collaboration, 13th EASA Biennial Conference (Collaboration, intimacy & revolution: innovation and continuity in an interconnected world), Tallinn University, Estonia, 31 July – 3 August 2014.
Riferimenti bibliografici
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Marco Pitzalis, Marco Pitzalis è sociologo, professore ordinario presso l’Università degli Studi di Cagliari, dove insegna sociologia dei processi culturali e comunicativi. Ha condotto, a partire dal 2010, una ricerca sul Movimento dei Pastori Sardi e sull’evoluzione del mondo rurale e pastorale, sulle politiche pubbliche e sui processi di soggettivazione collettiva, con particolare attenzione al contesto sardo. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali, contribuendo al dibattito critico su sviluppo, territorio e conflitti sociali.
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