Parole svuotate: le riformulazioni del senso come strumento di governo

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Maurits Cornelius Escher, Trasformazioni

di Valeria Dell’Orzo 

La contemporanea distorsione tra la parola e il senso che diffusamente vi si attribuisce, sotto la spinta dell’uso mediatico, riflette un disallineamento concettuale tra la società, il suo sistema di segni e significati, e la descrizione che una porzione di questa vuole darne. Molti sono i termini che rimbalzano da un media all’altro, tra un’intervista e un titolo di giornale, che hanno visto la propria sfera di significato svuotarsi e rigonfiarsi di immagini cognitive differenti. Non è un fenomeno recente, ma la frequenza con cui si assiste oggi a questo stravolgimento del senso verbale non può non destare l’attenzione di coloro che intendono studiare e comprendere la complessità della realtà contemporanea.

Invasione, non evoca più nel lessico del mondo social, un’occupazione bellica, ma l’arrivo, o il muoversi, di esseri umani che come sempre l’uomo ha fatto, migrano, attraversando e vivendo territori nuovi; buonista, qualcuno troppo incline alla comprensione e alla collaborazione, attribuito ora, in tono dispregiativo e denigratorio, a chiunque proponga di osservare i dati e i fatti, senza fomentare sommari giudizi; clandestino, che dovrebbe indicare colui che, sprovvisto di documenti, decide di nascondersi, ma che invece viene diffusamente esteso a tutti coloro che giungono in un Paese straniero, pur avviando le possibili procedure giuridiche per regolamentare la propria condizione e la propria presenza nel Paese ospitante. All’elenco vanno poi a aggiungersi anche termini dialettali e regionalismi divenuti di più largo uso, come rosicare che, da un rodersi interno per invidia o gelosia, viene oggi ossessivamente e indistintamente, attribuito a coloro che palesano dissenso o che intraprendono tentativi di ripristino del senso comune, sia questo di dominio etico, o linguistico-cognitivo, antecedente lo stordimento delle più recenti, e pedissequamente politicizzate mutazioni.

È ricco l’elenco delle parole che perdono il loro precedente significato, o dei tanti termini che vengono utilizzati in maniera imprecisa in quello spazio di uso comune e diffuso come può esserlo quello del tempo del social globale, molte parole finiscono per trasformarsi nel segno di altri e spesso inversi concetti, come sottolinea Santerini (2017) che nel linguaggio intercetta uno dei cardini della sempre più necessaria educazione interculturale, giungendo a fornire un vero e proprio glossario dei termini riconducibili alla realtà migratoria, nella convinzione che la parola sia un potente veicolo di cultura e un indispensabile mezzo di apprendimento e confronto.

Un uso trasandato e approssimativo del lessico altera quei significati che sono alla base della comunicazione e, dunque, della costruzione societaria. Quelle parole manomesse, così come le affronta Carofiglio (2010), diventano il riflesso di una manipolazione della società, della sua etica condivisa e del suo grado di consapevolezza. L’alterazione del significato logora e svilisce la facoltà di attribuire un senso condiviso e riconoscibile a quel segno che la parola rappresenta. La premessa linguistica fonda e regge la società – precisa Carofiglio (2015) – il linguaggio condiviso, condiviso nel dedalo dell’accezione di senso che ogni espressione racchiude, veicolando il vivere comune: un suo sfilacciarsi sotto le pressioni di un impiego propagandistico che le distorce è un esito facile, nel frastuono dei media e dei social.

È invece nella ribellione a questa corrosione linguistica, in quel gesto rivoluzionario che Rosa Luxemburg attribuiva al chiamare le cose col proprio nome, che occorrerebbe ritrovare l’essenza di quei termini oggi alterati in derive concettuali, quella giustizia e quella sicurezza, che si sono abbrutite nel giustizialismo esaltato e plagiato, e nell’innesco di micce alimentate dai detriti della paura o dell’esasperazione.

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Escher, Rettili

Molte parole vengono sempre più spesso utilizzate come se fossero interscambiabili, oscurando il loro essere portatrici, invece, di accezioni molto differenti: ripristinare il valore della comprensione e dell’uso dei giusti termini, di volta in volta chiamati in causa per descrivere la realtà, con particolare riferimento a quella relativa alla dimensione multiculturale urbana contemporanea, prodotta in una continua evoluzione nell’universo delle migrazioni globali, è una necessaria resistenza di fronte all’indifferenziazione aggressiva del linguaggio politico odierno. Richiamare le coscienze a veicolare i significati è quindi necessario a interiorizzare un immaginario che troppo spesso viene annichilito da una lingua strumentalizzata e imprecisa.

La parola, piena del suo senso, può intralciare l’assottigliamento della consapevolezza sociale, può destare l’attenzione verso processi di deperimento etico-relazionali, può descrivere in piena evidenza la volontà di stordimento delle masse (De Luca, 2015); la parola diventa così il cardine da smembrare per favorire il dilagare di consensi, stanchi o esaltati.

Distinguere, ad esempio, tra smuggling e trafficking, come Santerini (2017) fa notare, implica la capacità di discernere tra quello che è il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato spesso contestato a coloro che, in condizioni di elevato pericolo, aiutano i migranti indicando loro i percorsi per l’attraversamento di un confine, senza trarne alcun guadagno e mossi solo da intenti umanitari; e la tratta invece, a scopo di lucro, degli esseri umani, trasformati in merce, venduta, acquistata e delocalizzata ai fini dello sfruttamento sessuale o lavorativo.

Tra le parole che scivolano dal senso distorto al senso opposto troviamo, nella più recente cronaca, il termine “sicurezza” legato a un decreto che, sventolando nemici, pericoli e drastiche soluzioni per garantire l’ordine pubblico e la sicurezza, appunto, dei cittadini, sul piano pratico mette in atto una evidente macchina di produzione del suo esatto opposto. Associando il tema della sicurezza socio-statale in maniera predominante alla sfera delle migrazioni, e all’umanità che vi si lega, si compie una prima manipolazione del senso della parola, legata quindi non a una diffusa condizione di garanzia e tutela, ma alla gestione di una realtà umana, internazionale e diacronica, trasformata nell’indice della criticità sociale, da combattere e arginare, quindi, per garantire un presunto benessere ai cittadini autoctoni.

Sotto il vessillo svuotato della parola sicurezza, dignità e diritti vengono tolti o limitati, come avviene nel caso della protezione umanitaria, revocata per coloro che provengono da Paesi ritenuti, sulla base di una sommaria quanto faziosa valutazione, privi di comprovati rischi; limitato sarà lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e i rifugiati, che rimane disponibile solo per i minori non accompagnati e i titolari di protezione internazionale; viene poi eliminato anche il patrocinio gratuito per il ricorso in caso di rifiuto del riconoscimento del diritto di protezione umanitaria; viene esteso invece da 90 a 180 giorni il tempo massimo del trattenimento degli stranieri all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio, luoghi di evidente frustrante esasperazione (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana).

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Escher, Cielo e acqua

Il risultato altro non è che, da una parte, rendere ancora più precarie le condizioni di uomini, donne e bambini, che nella speranza di una vita possibile hanno intrapreso viaggi spesso disperati e drammatici, esacerbare in loro, e negli altri, la sensazione che queste  non siano che quelle “vite di scarto” descritte da Bauman (2007), indesiderate scorie spinte fisicamente ai margini di un marciapiede, tra gli anfratti urbani, privi di ogni forma di assistenza e di possibilità, offerti alle mani di usurpatori e sfruttatori che con maggiore facilità possono attingere al bacino della disperazione, attivando quella pericolosità sociale che si fomenta con l’esasperazione e lo sfinimento; dall’altra parte speculare il risultato è invece quello di ostentare un’alterità affamata, a coloro che nella presenza dell’altro hanno riposto il fulcro delle proprie miserie e delle proprie incertezze quotidiane, e ne percepiscono così un’accresciuta pericolosità dalla quale difendersi attraverso l’aggressione, resa più facile e più “legittima” grazie a una promossa nuova sicurezza che estende pericolosamente i margini della legittima difesa.

La parola sicurezza coincide così, nel paradosso contemporaneo, con la creazione di un’emergenza sociale, con l’aumento dell’esasperazione e del disagio, con la brutalità del rifiuto e dell’annullamento di fatiche e speranze; coincide con l’accrescersi costante dei timori di chi nella visibilità dell’altro trova una minaccia, con l’insofferenza e il tacito consenso a forme di aggressione, repulsione, e allontanamento.

«Ciò che caratterizza le forme di esclusione tipiche delle società statali contemporanee è il doppio legame tra pratiche neoliberiste e i princìpi dei diritti umani. Secondo questi ultimi, ogni vita umana ha valore, ma la mercificazione della vita sociale implica che le attività possano essere classificate gerarchicamente secondo la loro rilevanza economica. […] Nella pratica, questo significa che le vite perse nel Mediterraneo hanno molto più valore se si tratta di turisti su un traghetto, piuttosto che di profughi su un gommone affollato» (Eriksen, 2017: 151).

Se a questo processo sommiamo la più recente tendenza a scardinare la tutela dei diritti umani, svuotando di senso parole come richiedente asilo, rifugiato, profugo, beneficiario di protezione umanitaria, sfociamo nella possibilità di negare i diritti umani a coloro che vengono pressati nell’indistinta definizione di un migrante indesiderabile poiché trasformato nel coacervo dei mali sociali.

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Escher, Stars

Stravolgere il bagaglio concettuale racchiuso nel segno della parola agevola lo stordimento di masse annichilite e incattivite, anzi imbarbarite con un riferimento stavolta classico del termine, trasformate cioè in soggetti balbettanti di fronte a una lingua che, pur essendo giuridicamente propria, di fatto non  appartiene loro, masse che sconoscono quei termini e che così ripetono quel che sul momento viene loro insegnato, così che la parola può dunque essere svuotata e avvilita fino al suo opposto. È evidente infatti che se la competenza linguistica fosse rispondente a un princìpio di equità di cui la scuola cerca di farsi carico, ben maggiori sarebbero le difficoltà incontrate in questo processo di sostituzione. È invece sempre più frequente imbattersi nella ripetizione spasmodica di termini e concetti spesso del tutto slegati dal contesto discorsivo, ma mutuati da slogan mediatici di forte impatto emotivo.

Quello osservato fin qui è, seguendo Tom Nichols (2018), uno dei prodotti generatisi in seno a quella che lui stesso ha definito come l’era dell’incompetenza, che attraverso la strumentalizzazione della mancanza di conoscenza mette a rischio quei baluardi della democrazia e, più in generale, del vivere sociale, del trasversale coesistere e cooperare indispensabile sempre di più sotto le spinte della realtà globale.

Si racchiude una volontaria induzione alla perdita del senso delle parole dietro certe logiche politiche, un processo di alterazione del significato dei significanti e dell’etica del loro utilizzo, capaci di disorientare le masse. «La vulnerabilità e l’incertezza costituiscono la base di ogni potere politico» (Bauman, 2014: 139), e privare le parole del loro significato stravolge non solo il lessico, ma anche i princìpi sociali interni e coerenti al sistema linguistico. Spinti oltre la creazione del nemico, oltre la sua disumanizzazione che legittima posizioni altrimenti inconciliabili con quegli stessi dogmi culturali e religiosi che l’Occidente rivendica come indissolubili dall’immagine di sé, è invece compito di ciascuno opporre resistenza a questo progressivo svilimento delle parole, nella ritrovata consapevolezza della funzione etica, sociale e civile del linguaggio.

Dialoghi Mediterranei, n. 35, gennaio 2019
 Riferimenti bibliografici
Bauman Z., Vite di scarto, Laterza, Bari, 2007.
Bauman Z., Danni collaterali, Laterza, Bari, 2014
Carofiglio G., La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano, 2010.
Carofiglio G., Con parole precise. Breviario di scrittura civile, Laterza, Bari, 2015.
De Luca E., La parola contraria, Feltrinelli, Milano, 2015.
Eriksen T. H., Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato, Einaudi, Torino, 2017.
Nichols T., La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Luiss, Roma, 2018.
Santerini M., Da stranieri a cittadini. Educazione interculturale e mondo globale, Mondadori, Milano, 2017.
 Sitografia
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg
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Valeria Dell’Orzo, antropologa culturale, laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee, con particolare attenzione al fenomeno delle migrazioni e delle diaspore e alla ricognizione delle dinamiche urbane. Impegnata nello studio dei fatti sociali e culturali e interessata alla difesa dei diritti umani delle popolazioni più vessate, conduce su questi temi ricerche e contributi per riviste anche straniere.
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