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Parole e immaginari per un mondo in mutamento

copertina-librodi Giovanni Cordova

Inizio a scrivere un contributo per questo numero di Dialoghi Mediterranei durante lo svolgimento della campagna referendaria che a giugno ha sottoposto all’attenzione di elettrici ed elettori la possibilità di intervenire su questioni attinenti al mondo del lavoro e alle politiche della cittadinanza. Tralasciando le prime, non perché poco importanti ma in quanto meno attinenti ai propositi di questo scritto, il quesito referendario sulla cittadinanza prevede la possibilità, qualora il quorum venisse raggiunto, di dimezzare i tempi di residenza legale in Italia (da 10 a 5 anni) necessari per istituire la pratica che conduce a riconoscere “nuovi” cittadini e “nuove” cittadine. Come già accade in numerosi Paesi europei (tra cui Francia e Germania). A questi intervalli temporali vanno in ogni caso aggiunti gli anni (in media tre) che generalmente intercorrono tra l’istituzione della pratica e l’eventuale accoglimento della richiesta di cittadinanza.

Al di là dei tempi di residenza, gli altri requisiti (reddito, tipologia di rapporto lavorativo, carriera “penale”) restano invariati. È evidente, allora, che si tratta di una proposta niente affatto radicale e comprensibilmente moderata di estendere i diritti di cittadinanza, riconoscendo trasformazioni demografiche, sociali e culturali ormai ben consolidate nella società italiana, della quale sono costitutivamente parte generazioni di “nuovi” italiani e “nuove” italiane non più associabili esclusivamente al fenomeno migratorio – né tantomeno agli “sbarchi” degli ultimissimi anni. La moderazione della proposta è comprensibile, visto il clima avvelenato e le strumentalizzazioni cui il dibattito pubblico è andato così tante volte incontro recentemente in seguito alla costruzione di immaginari xenofobi incentrati sui temi dell’“invasione”, della “sostituzione etnica”, del “buonismo istituzionale” e dell’“islamismo” galoppante – temi rilanciati dalle principali istituzioni dello Stato e dai media.

La proposta referendaria non solo riconosce il diritto di soggetti che lavorano e pagano le tasse in Italia a vedersi attribuita la titolarità di una cittadinanza che, nei fatti, esiste già e di cui è testimone la densa partecipazione delle persone “con background migratorio” nate e/o cresciute in Italia alla cultura, allo sport, all’attivismo civico e politico di questo Paese. Oltre a ripagare questa parte invisibilizzata del tessuto sociale italiano da un’ingiustizia evidente, il quesito referendario riconosce una situazione sociale che, già nei numeri, non ha bisogno di ulteriori commenti: il governo ha recentemente emanato un decreto flussi per l’ingresso in tre anni di poco meno di mezzo milione di lavoratrici e lavoratori “stranieri”, cui andrà aggiunta una quota analoga di ingressi dovuti a ricongiungimenti familiari. Allo stesso tempo, il 65% degli studenti “stranieri” in Italia (quasi un milione) è nato in questo Paese. Mentre l’11% della popolazione minorenne italiana è costituita da minori venuti al mondo in famiglie “migranti” (ISTAT 2023). In altre parole, è l’evoluzione della struttura demografica e sociale italiana (evidente nel mercato del lavoro, nella ridefinizione della popolazione studentesca e, in misura crescente, dell’utenza dei servizi pubblici) a richiedere interventi strutturali che orientino il mutamento di un paesaggio politico e culturale che non può più essere compreso a partire da categorizzazioni dicotomiche e grossolane, superate dalla realtà dinamica che ci circonda. A patto di volerla vedere.

italiani-senza-cittadinanzaLe reazioni a questa proposta referendaria hanno seguito variabili sociali, economiche e generazionali. Se infatti le e i giovani appaiono più pronti a riconoscere ciò che nei fatti hanno vissuto tra i banchi di scuola – e cioè una ordinaria convivenza sociale non (sempre) differenziata dal colore della pelle e dalle origini – in altri settori della società la diffidenza e persino il timore che la cittadinanza venga “regalata” sono palpabili. Senza contare l’ampia quantità di fake news e informazioni distorte che vengono quotidianamente propalate sui mezzi di comunicazione, e in particolare sui social, questa paura riflette una doxa che si è radicata in schemi e disposizioni – individuali e collettivi – che, venendo incorporati, assumono veste “naturale” e, perciò, inconfutabile, orientando il vivere quotidiano a partire da opposizioni nette e incontrovertibili: ad esempio, quelle tra “noi” e “loro”, “normale” e “anormale”, “estraneo” e “familiare”. E tra Oriente e Occidente, molto più che semplici riferimenti geografici, ma cartografie politiche e morali che hanno contribuito a plasmare immaginari culturali intrisi di desiderio, repulsione ed erotismo e a fissare relazioni di dominio, subalternità e progetti intellettuali e imperiali (Said 2002). È a queste “invenzioni reali” – come per l’appunto le definisce l’autrice del volume di cui propongo qui una breve riflessione, riconoscendone l’artificiosità quanto la tangibilità dei riferimenti culturali che li costituiscono e degli effetti storico-sociali – che Renata Pepicelli, islamologa e storica del mondo arabo contemporaneo, dedica il suo ultimo libro, recentemente pubblicato per il Mulino: Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo.

Il viaggio proposto dall’autrice si articola in quattro tappe. L’“invenzione” di Oriente e Occidente ripercorre, nel primo capitolo, la genealogia di queste categorie e degli immaginari che in essi prendono forma, all’interno di relazioni di dominio e di potere che includono sistematicamente le relazioni di genere e l’ossessione (occidentale) per la donna (orientale) da salvare dalla cultura “retriva” che la opprime, tema – quest’ultimo – cui è dedicato il secondo capitolo, “Terre e donne di conquista”. Il terzo, il quarto e il quinto capitolo (“Ancora contrapposti”, “Il mondo nuovo” e “Islam. Passaggio a Occidente”), invece, ci traghettano nel presente, facendoci muovere tra i fantasmi di Oriente che assediano un Occidente ormai attraversato da stratificazioni culturali talmente plurali (evidenti guardando alle generazioni figlie della migrazione, alle scuole, alla nascita di “nuovi” luoghi di culto e al composito paesaggio urbano europeo) da rendere del tutto inadatte le narrazioni univoche e violentemente omogenee con cui ancora media e classi dirigenti descrivono (o meglio, costruiscono) la società e le sue trasformazioni, riproponendo motivi gerarchizzanti che conducono all’affermazione (talvolta implicita, talvolta più esplicita) della superiorità occidentale. Un esempio, tra i tanti, è il noto incipit al paragrafo dedicato alla Storia delle “Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico”, formulate da una Commissione nominata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, nel quale si afferma – senza alcuna base scientifica – che «solo l’Occidente conosce la Storia […]. Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia». Un assunto ampiamente criticato dalla comunità scientifica italiana, nelle pagine del numero di maggio di questa rivista e sul quale non intendo tornare in queste pagine [1].

Il testo ha il pregio della chiarezza e l’ambizione di “porre una questione”, di introdurre cioè un elemento innovativo e problematico, non ancora adeguatamente affrontato e declinato nel dibattito pubblico e, in parte, in quello scientifico. Come rappresentare uno spazio vivente di ibridazioni socio-culturali e commistioni reciproche che supera perimetrazioni politiche ed epistemologiche consolidate e che l’autrice propone di definire con un neologismo, Occiriente? Inoltre, la scelta di interessanti e concreti riferimenti tematici o biografici che fungano da ancoraggio nella lettura del libro ne aprono la strada per un’ampia divulgazione presso un pubblico eterogeneo: specialiste/i, studiose/i e coloro che operino negli spazi di “frontiera” dei grandi cambiamenti del nostro tempo: scuole, presìdi sociali, strutture comunitarie e di accoglienza. 

81bldiqrakl-_uf10001000_ql80_Società in trasformazione

Se un’ampia letteratura sociologica e antropologica ha ormai da decenni esaminato le configurazioni sociali, culturali, politiche, economiche e affettive degli scenari della mobilità transnazionale (Vertovec 2007; Werbner 2008) analizzando l’impatto che i flussi di persone, idee, immagini e capitali esercitano sugli assetti politici internazionali, sulle soggettività e sui processi di generazione del legame sociale (Appadurai 2001; Bhabha 1994), le trasformazioni cui vanno incontro le forme e i codici dell’appartenenza, sostenute da un massiccio ricorso ai media digitali, determinano uno scenario dinamico e in continua evoluzione, che sollecita il pensare e il ripensare la contemporaneità. L’argomentazione che percorre il libro di Renata Pepicelli è sostenuta dal desiderio di individuare gli instabili spazi di frizione – spazi di possibilità in divenire – nei quali si producono appartenenze ibride e cangianti, per capire le quali sono necessarie «parole diverse» e pensieri nuovi.

I mutamenti cui sta andando incontro la società contemporanea definiscono un presente “nuovo”, intessuto nelle pratiche sociali, nei desideri, nelle posture affettive e nelle (auto)rappresentazioni culturali che vedono come protagonisti giovani donne e uomini le cui storie, individuali, familiari, comunitarie, restituiscono la complessità di paesaggi compositi, non liquidabili con formule univoche e perentorie. Donne e uomini che sembrano abitare una soglia senza che riescano ad oltrepassarla venendo riconosciuti non solo come soggetti titolari di diritti, ma anche come depositarie e depositari di identità innestate su multiple stratificazioni spazio-temporali ma non per questo meno limpide o familiari. Queste difficoltà, probabilmente, poggiano anche sulla inadeguatezza di categorie che, se essenzializzate o assolutizzate, rischiano di deviare dalle traiettorie di condivisione che possono essere resistite e avversate, sì, ma che sono indiscutibilmente il mondo presente (e quello futuro) che abitiamo, che lo vogliamo o no.

81ojfdhilblRenata Pepicelli partecipa così a un dibattito sulla centralità (demografica, culturale, sociale) delle cosiddette nuove generazioni di italiani che negli ultimi anni ha preso vita anche nell’ambito delle scienze umane e sociali e vi si inserisce a partire da una postura scientifica (e dunque biografica) forse inedita e certamente originale, quella di un percorso che dall’Islam e l’Oriente (o gli Orienti) si estende a osservarne le incessanti riplasmazioni nel tempo, nello spazio e negli usi creativi che donne e uomini fanno di categorie, tradizioni e ordini discorsivi. Del resto, Talal Asad (2018) considera il «cuore» della tradizione il passaggio da una generazione all’altra attraverso una traduzione che è sempre in qualche modo slittamento, scarto, disallineamento. Per questo, Né Oriente né Occidente si affaccia sull’Europa e l’Italia in divenire osservando questo “mondo nuovo” dal prisma multi-sfaccettato di religioni, linguaggi e codificazioni dell’appartenenza che attingono a serbatori pluri-secolari (l’Islam, le genealogie teleologiche e imperialistiche dell’incontro con l’alterità e il colonialismo, le rappresentazioni incorporate del genere, la violenza dei razzismi e di ogni pulsione assimilatrice) ma che si rigenerano e assumono nuove forme nelle scuole, nelle moschee e nelle sale da preghiera, nello spazio pubblico convissuto di società ormai irrigidite da dispositivi ansiogeni e iper-disciplinanti.

Uno dei pregi del libro di Pepicelli è l’approccio intersezionale con cui affronta temi specialistici senza però restringerli entro prospettive anguste e difficilmente accessibili a un pubblico di non addette/i ai lavori. Così, dunque, l’Islam – inteso come religione, istituzione, discorso che si fa prassi e tradizione, complesso sociale e culturale (nell’accezione di Islamicate proposta da Hodgson) – interseca, nel fluire dell’argomentazione proposta dall’autrice, le rappresentazioni artistiche dell’alterità, specie in epoca coloniale; le trame immaginative inerenti alla segregazione tra generi e al “bisogno” di salvare le donne non europee così come le rivendicazioni politiche e sociali femminili in Nord Africa e in Asia sudoccidentale; i nazionalismi europei che tentano di espungere ogni elemento di mescolanza da narrazioni artefatte e artificiose; il protagonismo culturale e politico delle “nuove” generazioni di italiani e le aporie del multiculturalismo; la tentazione jihadista che periodicamente si innesta su storiche disparità economico-politiche; i conflitti urbani e i miti della razza nell’Europa post-coloniale; la militarizzazione degli scambi globali in un mondo sempre più incerto e frammentato.

Inoltre, merita di essere annotato che l’“alterità” che prende forma nel testo non è mai fissa, ma assume una conformazione cangiante secondo il contesto storico e politico: gli “altri” non sono sempre e solo musulmani e musulmane, straniere e migranti, così come “la linea del colore” che riproduce forme variabili di gerarchie, inclusione, esclusione e subalternità investe parimenti l’“altro interno” della “nazione”, come i meridionali, con forme molteplici di razzismo e ingiustizia strutturali che segnano storicamente le relazioni nord-sud in Italia (e in questo senso, il parallelo tra il cantante italo-tunisino Ghali e il rapper partenopeo Geolier, andato in scena durante il festival di Sanremo 2024 e giustamente ripreso dall’autrice, è assai illuminante). E non sarà mai abbastanza richiamare – come giustamente Pepicelli non omette di fare – la costruzione culturale della “bianchezza” che gli italiani emigranti nelle Americhe hanno dovuto perseguire per decenni, prima di essere associati alla minoranza di privilegio che oggi rappresentano, sulla scorta di oscillazioni tra affinità e alterità che caratterizzano la presenza dei migranti nel nostro Paese, giocate sul “colore” e sulla presenza di supposte caratteristiche etno-nazionali (come la religione, le attitudini caratteriali, la propensione alla fatica e al lavoro, ecc.).

Sono blocchi tematici che l’autrice scandaglia presentandone una visione d’insieme per poi addentrarsi, con un gusto documentario e archivistico, nell’esplorazione di traiettorie biografiche e nella ricostruzione di eventi storici o episodi consegnati alla cronaca, dando possibilità di espressione a tante voci (attive nei campi della letteratura, del giornalismo, della politica, della musica) che negli ultimi anni hanno riflettuto sull’italianità, sull’abitare quotidianamente la soglia tra più mondi, sugli immaginari e sulle esperienze ordinarie di razzismo istituzionale da prospettive personali ben specifiche. 

cover-atlantide-bhabha-luoghi-cultura-1La frontiera delle categorie

Homi Babha, già un paio di decenni or sono, localizzava le appartenenze culturali negli scarti porosi dell’in-between, generatori di un terzo spazio aperto a possibilità culturali e politiche sovversive, contro-egemoniche, instabili e imprevedibili. Se la teoria sociale ha trovato spesso parole efficaci per analizzare (e talvolta precorrere) questi scenari, è evidente che le aporie della rappresentanza politica insieme all’emergenza dei populismi e degli integralismi europei ha fatto sì che la ricezione sociale di questi ragionamenti abbia finito con il connotare il cosmopolitismo con l’elitarismo, e le ibridizzazioni delle formazioni sociali con il consumo borghese della differenza culturale (Friedman 2018; Holmes 2020). 

Né Oriente né Occidente non offre una lettura apologetica della globalizzazione. Benché siano evidenti l’impegno intellettuale e il posizionamento politico appassionato che animano le considerazioni dell’autrice, la scrittura è fortemente (ed empiricamente) calata nella “realtà sociale”, una congiuntura epocale che richiede – essa stessa – l’affinamento e l’aggiornamento delle griglie analitiche con cui studiose e studiosi tentano di comprendere il presente. Abitiamo già in un “mondo nuovo”, espressione che dà il titolo al quarto capitolo del libro, nel quale convivono da una parte gli esempi, le storie e le testimonianze di un paesaggio antropologico fortemente dinamico e irriducibile a ogni categorizzazione essenzialista, a partire da quella che omogeneizza le appartenenze fissando luoghi, culture e identità e «la resistenza di alcuni segmenti del paese ad accettare la trasformazione ormai in corso e a riconoscere una realtà di fatto, ovvero che nel mondo nuovo che abitiamo la bianchezza non è più identificativa dell’identità italiana» (infra: 113). Definire l’Italia habibi (“amore mio”) come fa il cantante italo-tunisino Ghali, del resto, rappresenta un indice plastico della ricca pluralità espressiva con cui oggi le identità possono essere codificate, incorporate e “messe in scena”, come lo stesso Ghali ha fatto dal palco dell’Ariston.  

Indagare questo spazio nuovo richiede la messa in discussione delle “vecchie” categorie, a partire da quelle che poggiano su referenti concreti e apparentemente immutabili. Oriente e Occidente, da questo punto di vista, rappresentano costruzioni culturali particolarmente efficaci nel radicarsi nell’immaginario e nel produrre effetti sociali e politici, dal momento che istituiscono arealità geografico-culturali apparentemente “naturali” ancorando comunità (linguistiche, religiose, ecc.) a luoghi ben precisi. L’arbitrarietà convenzionale e la strumentalità politica che fonda la costruzione di tali cartografie viene esaminata, nel testo, proprio a partire dalla costruzione “materiale” di mappe, planisferi e modelli geografici (dalle celebri tavole di Al-Idrisi in poi), e in relazione alla colonialità nelle nostre relazioni con l’alterità, inscritte in paradigmi geo-politici di dominio e sfruttamento capitalistico dell’Occidente sugli Orienti. Questo regime di categorizzazione binaria prosegue nelle articolazioni contemporanee della post-colonialità, ma finisce comunque con il produrre smarrimento e disorientamento.

Prospettive cartografiche sul Mediterraneo

Prospettive cartografiche sul Mediterraneo

Del resto, chi scrive ha svolto le sue maggiori ricerche (etnografiche o “di terreno”, come amano specificare gli antropologi per sottolineare l’ancoramento a un campo sociale, culturale e relazionale) in due contesti attraversati da ampie intersezioni e disgiunture spazio-temporali. Una nell’Occidente dell’Oriente, ovvero nel Maghreb, il punto più a ovest del cosiddetto “mondo arabo” e di quella costruzione culturale che siamo soliti definire “Medio Oriente” – un’area che nasce tra Marocco e Mauritania per giungere, nelle cartografie disegnate in età moderna secondo prospettive e rappresentazioni mai neutrali né innocenti, fino ai confini del subcontinente indiano. Un’altra tra comunità originarie del subcontinente indiano ma cattoliche e depositarie di una storia coloniale che ha parlato il linguaggio della violenza insieme a quello dell’evangelizzazione cristiana, e di cui il lascito permane nei cognomi di origine portoghese che contrassegna un’ampia parte della popolazione. Qual è l’Occidente? Qual è l’Oriente? Dove sono collocati e quali sono le tradizioni culturali “proprie” dell’uno e dell’altro che permettono di distinguerli?

Il successo delle categorie di Oriente e Occidente nell’età politica moderna risiede non solo nel particolare immaginario coloniale che le ha forgiate, ma nell’articolarsi tramite una grammatica (l’isomorfismo popolo-cultura-territorio) che è quella da cui sono originate le formazioni statual-nazionali. E questo nonostante che ieri come oggi, all’interno di questi “blocchi” di cui si presume troppo facilmente la omogeneità, vi siano tracce ed espressioni culturali plurali, dal cosmopolitismo della corte normanna nella Palermo di Ruggero II fino all’Occidente e all’Oriente contemporanei. Seguendo l’autrice, tratteggiare l’Oriente identificandolo univocamente con l’Islam (il cosiddetto “mondo musulmano” (cfr. infra, I capitolo) equivale ad esempio a fare strame di esempi di coabitazione interconfessionale che Nord Africa e Medio Oriente hanno sperimentato e continuano, tra mille difficoltà, a mettere in atto tutt’oggi.

Come diversi studiose/i, citati dall’autrice, non hanno mancato di rilevare, definire monoliticamente Oriente e “civiltà musulmana” equivale a costruire un mondo con il quale l’Occidente è destinato a entrare in conflitto, razzializzandone e disumanizzandone l’umanità che lo abita. La liberazione della donna (in quanto oppressa da retaggi culturali arcaici e patriarcali, mai in quanto soggetto colonizzato) ha prestato a lungo – e, a ben vedere, ciò accade ancora ai nostri giorni – argomenti e pretesti per legittimare il progetto “modernizzatore” (coloniale) dell’Occidente sull’Oriente. Il corpo femminile, in particolare, è lo snodo simbolico intorno al quale hanno preso forma l’arte “orientalista”, cui l’autrice pone grande attenzione perché espressione di un episteme politicamente situato, e un desiderio di emancipazione della donna ambivalente e selettivo, in quanto tarato sui rapporti di genere “indigeni” e mai sulla violenza (coloniale e patriarcale) dell’oppressore europeo. Tale sguardo, incapace di focalizzare la pluralità delle forme di agency e di resistenza femminile esistenti in “Oriente”, e di cui autrici come Fatima Mernissi e Leda Rafanelli ci offrono preziose testimonianze, è indicatore di una “presa di possesso” più profonda, di cui Frantz Fanon ci ha offerto mirabili riflessioni. Salvare la donna, in particolare quella musulmana, implica la bestializzazione dell’uomo arabo, musulmano, orientale. Categorizzazioni ancora oggi più che attuali, alla luce dell’islamofobia e del “femonazionalismo” con cui retoriche apparentemente rivendicative dal punto di vista del genere si trasfigurano in assunti e pratiche di tipo razzista e xenofobo.

Napoli, Piazza del Plebiscito

Napoli, Piazza del Plebiscito

I commenti che i recenti fatti di cronaca (dal capodanno di Colonia all’assassinio di giovani ragazze che si erano ribellate a matrimoni combinati, come Saman Abbas) suscitano nell’opinione pubblica, richiedono analisi lucide come quella proposta da Renata Pepicelli, che evita al tempo stesso di infantilizzare le donne oppresse, riconoscendo la pluralità della condizione femminile in Oriente e nelle diaspore, attribuendo centralità a una “economia politica” della violenza di genere quasi mai presa in considerazione. Nelle analisi prevalenti, infatti, persiste uno scotoma disorientante rispetto a quanto l’assenza di diritti sociali e, nel complesso, la dimensione di classe che le assegna alla subalternità e all’invisibilità politica contribuiscano alla marginalizzazione delle giovani donne (così come alla loro possibilità di emancipazione) ma, più in generale, a quella delle classi popolari figlie della migrazione, al centro di un vero e proprio panico sociale negli ultimi anni, in Europa e altrove (Bouteldja 2024).

876715476L’equilibrio del posizionamento dell’autrice, tuttavia, risiede anche nel non assegnare la produzione di essenzialismi al solo Occidente, guardando anche alle costruzioni politiche che dall’Oriente nascono in reazione a questa grammatica del conflitto. Le identità pan-islamiche e pan-islamiste hanno parimenti seguito determinate agende politiche per promuovere una versione “da Sud” speculare allo scontro di civiltà con l’Occidente miscredente e dominatore: una prospettiva riproposta, oggi, in alcuni movimenti islamisti e conservatori (diffusi in tutto il globo), anche tra le diaspore che vivono condizioni di estraneità e nostalgia di riferimenti identitari solidi e onnicomprensivi in seguito alle migrazioni internazionali, ma che rappresenta a ben vedere una minoranza tra le società in cui l’Islam costituisce la religione dominante. Islam che tende a ridefinirsi continuamente nei flussi di persone, idee, immagini e pratiche culturali che mai costituiscono mimesi di un prodotto originario e immodificabile “importato” in Europa. Negli spazi di contatto muta il paesaggio religioso italiano ed europeo, in seguito alle migrazioni ma anche alle conversioni all’Islam, cui l’autrice sta dedicando parte dei suoi più recenti lavori di ricerca: la religione dei musulmani non è più solo la religione dei migranti ma è in misura sempre crescente una religione europea, acquisendo specificità locali e generazionali che stanno ricevendo l’attenzione di studiose e studiosi.

Mentre concludo la scrittura di questa breve recensione, la campagna referendaria di cui ho scritto all’inizio si è conclusa. Il referendum non ha raggiunto il quorum e, in particolare, il voto sul quesito sulla cittadinanza riflette una spaccatura nell’elettorato che pure si è recato alle urne. È evidente che, indipendentemente da eventuali criticità tecnico-politiche nella proposta referendaria, il “mondo nuovo” nel quale viviamo è oggetto di negazione, se non di rimozione. Eppure l’Occidente è attraversato da mondi “altri” che non legittimano narrazioni univoche e totalizzanti, narrazioni ancora egemoniche. Dalla Spagna musulmana dell’Al-Andalus ai nostri giorni, «l’Oriente e l’Occidente sono stati storicamente l’uno dentro l’altro». Qualsiasi discorso sulle radici non può che essiccarsi di fronte a questa ricchezza rizomatica. O, al contrario, può innestare nuovi germogli, assumendo questa complessità come punto di partenza per una nuova storia da scrivere. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Una critica di taglio antropologico è presentata al seguente link: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/03/19/la-storia-siamo-noi-il-ministro-e-la-centralita-culturale-delloccidente/
Riferimenti bibliografici
Appadurai A., 2001, Modernità in polvere, Meltemi, Roma.
Asad T., 2018, Secular Translations: Nation-State, Modern Self, and Calculative Reason, Columbia University Press, New York.
Bhabha H., 1994, I luoghi della cultura, Meltemi, Roma.
Bouteldja H., 2024, Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie, Derive Approdi, Bologna.
Friedman J., 2018, Politicamente corretto, Meltemi, Roma.
Holmes D., 2020, Integralismi europei. Capitalismo veloce, multiculturalismo, neofascismo, Meltemi, Roma.
Said E., 2002, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano.
Vertovec S., 2007, “Super-diversity and its implications”, Ethnic and Racial Studies, 29 (6): 1024-1054.
Werbner P. (ed.), 2008, Anthropology and the New Cosmopolitanism, Berg, Oxford.

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Giovanni Cordova, ricercatore in antropologia culturale presso il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II di Napoli. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia, Antropologia, Religioni (curriculum etno-antropologico) presso l’Università ‘Sapienza’ di Roma. Ha preso parte a progetti di ricerca inerenti al Nord Africa (Tunisia, Libia) e alle migrazioni internazionali. Negli ultimi anni ha condotto uno studio sulla ritualità religiosa delle comunità di origine asiatica residenti in Sicilia. Ha recentemente pubblicato per le edizioni Rosenberg&Sellier il volume Karim e gli altri. La gioventù tunisina dopo la Primavera (2023)  e per le edizioni del Museo Pasqualino nella collana “Dialoghi” Lapprodo e lassedio. Prospettive mediterranee tra solidarietà e conflitti  (2024).

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