Papa Francesco segno di contraddizione

Foto da Twitter

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 di  Marcello Vigli

Sabato 16 aprile la visita del papa al campo profughi sull’isola di Lesbo ha chiuso una settimana di significativi appuntamenti per la Chiesa cattolica: la divulgazione della Esortazione post sinodale Amoris laetitia, la riunione di tre giorni del Consiglio dei Nove costituito dal papa per studiare un piano di  riforme della Curia, la ripresa del processo Vatileaks, il rinvio a giudizio per i due ex manager dell’Ospedale Bambino Gesù, Giuseppe Profiti e Massimo Spina, il fugace incontro in Vaticano con Bernie Sanders, candidato democratico alla Casa Bianca.

Non hanno, ovviamente,  tutti lo stesso valore, ma denotano la complessa realtà che chiamiamo Santa Sede e dintorni, resa ancor più difficile da interpretare dalla intraprendenza  e imprevedibilità delle iniziative di papa Francesco, che, proprio per questo, devono essere analizzate nel complesso contesto in cui si presentano.

L’incontro del papa con i profughi, prevalentemente siriani, accampati nell’isola di Lesbo in attesa del rimpatrio forzato, in conseguenza di un mercimonio fra Europa e Turchia, evidenzia il carattere ignominioso  di questo patto che resta tale pur se nobilitato come scambio diplomatico. Coinvolgendo in esso Bartolomeo, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, e Ieronymo, arcivescovo ortodosso di Atene e di tutta la Grecia, Francesco ne fa anche occasione di un’iniziativa ecumenica, che Enzo Bianchi non esita a definire «una nuova stagione non solo per l’ecumenismo, ma per la testimonianza dei cristiani nel mondo contemporaneo». Andrea Riccardi ne profitta per auspicare: «Europa e profughi, subito un Sinodo ecumenico. È giunto il momento di una convocazione dei cristiani europei che affronti la grande questione dei rifugiati. Le Chiese non rimangano prigioniere delle politiche dei loro Paesi». Cattolici, ortodossi e protestanti sembrano unirsi e  superare il faticoso confronto teologico fra Chiese cristiane in un processo di avvicinamento all’insegna del fattivo ecumenismo della carità per aiutare chi più soffre.

 Il Papa a Lesbo

Il Papa a Lesbo

Ad evidenziare il significato politico dell’evento, che  ha sconvolto l’Occidente xenofobo e turbato gli integralisti clericali, si aggiunge il gesto del Papa – straor- dinario nella sua semplicità evangelica –  che porta con sé in Vaticano tre famiglie di migranti, per di più musulmani. A sottolinearne il carattere eversivo può bastare la reazione del segretario della Lega Nord Matteo Salvini. Su facebook contesta le parole del papa, che aveva definito la situazione in Grecia «la catastrofe più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale», dichiarando: «Con tutto il rispetto, sbaglia. Mi sembra che la catastrofe avvenga in Italia, non in Grecia».

Di diverso avviso Bernie Sanders, il candidato democratico alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Invitato a Roma per partecipare ad un seminario sulla Centesimus annus di Wojtyla, dichiara di aver accettato «di perdere un giorno di campagna elettorale» nella speranza, di fatto delusa per la brevità del contatto, di incontrare il papa che, a suo avviso, «ha veramente svolto un ruolo storico per cercare di creare una nuova economia mondiale e una nuova visione per il pianeta, non possiamo andare avanti con l’avidità». Senza ignorare la funzione elettorale del suo viaggio a Roma è innegabile che esso rende testimonianza del prestigio di cui gode papa Francesco negli Usa, se diventa conveniente usarlo come “agente elettorale”!

Di ben altro parere è il noto vaticanista Sandro Magister che nei suoi testi non cessa di criticare papa Francesco nell’intento di delegittimarlo. Recentemente ha scritto: «Lesbo e Lampedusa. Porta santa e lavanda dei piedi. La borsa in mano sulla scaletta dell’aereo. Ecco come Francesco attualizza il teatro pedagogico dei gesuiti del Seicento». Con lui concorda Matteo Salvini che rilancia: «Il Papa vuole invitare altre migliaia di immigrati in Italia? Un conto è accogliere i pochi che scappano dalla guerra, altro conto è incentivare e finanziare un’invasione senza precedenti. Caro Santo Padre, la catastrofe è a due passi dal Vaticano, è in Italia!» E aggiunge: «Quello del Papa è un gesto molto mediatico. Di famiglie in difficoltà a 50 metri dal Vaticano ne trova a migliaia, non occorreva andare in Grecia a recuperare qualche padre, qualche madre, o qualche bimbo che non hanno colazione, pranzo e cena». Anche sulla scelta di portare con sé soltanto islamici il papa è stato oggetto di critica: poteva portare anche qualche cattolico!

Le loro sono, in verità, voci fuori del coro di diffuso consenso che, invece, papa Francesco raccoglie  per questi suoi gesti profetici e per le sollecitazioni alla solidarietà di cui si nutre la sua evangelizzazione, intrecciate costantemente con i suoi pronunciamenti dottrinali, arricchiti recentemente dalla pubblicazione  dell’esortazione apostolica  Amoris Laetitia. Un testo di oltre duecento pagine (263 pagine, suddivise in 9 capitoli e 325 paragrafi) che investe il tema molto controverso della sessualità già affrontato nelle due sessioni del Sinodo, da lui convocate, e delle cui conclusioni rappresenta la chiave di lettura. L’esortazione, nel suo ripercorrere il dibattito della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia, ha, in verità, suscitato grande interesse non solo fra gli addetti ai lavori, e reazioni contrapposte anche in campo cattolico. A partire da una attenta lettura biblica ripensa la parola amore, come  punto di incontro fondamentale tra diritto e pastorale, e affronta tutti i temi ad esso collegati: la visione della sessualità, la dignità delle persone omosessuali, la comunione dei divorziati risposati.

FOTO2Nell’intento di concludere il dibattito post sinodale su tale argomento, che è stato intenso e lacerante dentro e fuori la Chiesa, Bergoglio propone di valutare, caso per caso e in una prospettiva  “autocritica”, le rigidità del passato sminuendo la condanna delle situazioni “irregolari” e, pur ribadendo il no agli anticoncezionali, dichiara che «il sesso è un dono per gli sposi, non un male permesso, non un peso da sopportare per il bene della famiglia: la sessualità è un regalo meraviglioso di Dio per le sue creature che abbellisce l’incontro tra gli sposi». In nessuna parte del documento si dice in maniera esplicita che un divorziato risposato possa ricevere i sacramenti, ma si parla genericamente dell’«aiuto della Chiesa», ed è, al tempo stesso, eliminata la “benevolenza” con cui si concedeva ai divorziati risposati di accostarsi ai sacramenti purché vivessero in astinenza. Si sconfessa, così, la valutazione negativa della sessualità! Delusi quanti continuano a leggervi solo una conferma del passato, euforici coloro che parlano «di un primo passo, di una “decisa apertura”, dell’inizio di una nuova stagione, comunque di un nuovo approccio pastorale», alla luce della parola chiave di tutto il pontificato di Francesco, ossia, “misericordia”.

Minori le aperture che si possono intravvedere sulla questione dei gay. Per il papa è stato assai più difficile allontanarsi dalla intransigenza tradizionale circa la loro convivenza e si è limitato a confermare che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» Anche su aborto, eutanasia e suicidio assistito, l’esortazione apostolica non aggiunge nulla di nuovo, ma neppure indica nessuna “scomunica” per i “devianti”. La dottrina non cambia, c’è però bisogno di parlare una lingua diversa per esprimere una diversa sensibilità pastorale, una diversa direzione di marcia ispirata alla  misericordia. Già nel discorso conclusivo del Sinodo 2015, aveva riconosciuto quanto sia difficile ascoltare la coscienza dei fedeli: «Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle».

Questo nuovo orientamento, che ha frustrato le aspettative di tanti credenti, implicati nella difficile condizione di divorziati e che, al tempo stesso, ha deluso l’ansia riformatrice di tanti progressisti impazienti, ha suscitato fra i cattolici tradizionalisti non poche critiche: aperte in Curia, velate nelle diocesi, silenti nelle parrocchie. Il card. Raymond Leo Burke, uno dei capofila dell’opposizione interna a Francesco, ha voluto rimarcare, in un testo pubblicato dal “National Catholic Register” l’11 aprile, che il documento postsinodale non farebbe magistero, ma rappresenterebbe solo una «riflessione del Santo Padre, un punto di vista che egli non intende imporre». «Siamo di fronte ad una svolta innegabile», scrive, invece, Sandro Magister, noto vaticanista di opposizione, nel denunciare la svolta pastorale di papa Francesco su amore, matrimonio e famiglia: una soluzione nel perfetto stile gesuita. «Forse non lo dirà espressamente ma il divieto generalizzato di assoluzione e eucarestia per divorziati risposati è di fatto stato superato …. È un’inondazione di misericordia. Ma è anche un trionfo della casuistica, pur così esecrata a parole. Con la sensazione, alla fine della lettura, che ogni peccato è scusato, tante sono le sue attenuanti, e quindi svanisce, lasciando spazio a praterie di grazia anche nel quadro di “irregolarità” oggettivamente gravi. L’accesso all’eucaristia va da sé, neppure è necessario che il papa lo proclami dai tetti».

Non sono convincenti, anzi sono preoccupanti,  per questi avversari di Bergoglio, fra i quali diversi presunti dottori della legge che lo hanno criticato  nei vari media e social network, le motivazioni che lo hanno ispirato nell’evocare che «la strada della Chiesa è quella di non condannare nessuno», e ancor meno li rassicura il suo mea culpa quando afferma, ancora prima di entrare nel vivo delle questioni, che «non serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità». Né, tanto meno, l’invito: «Dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica».

Forse si trova in queste parole il criterio per interpretare la posizione degli antagonisti del pontificato di Bergoglio che rifiutano la sua concezione di Chiesa che non è chiesa di puri ma di giusti e peccatori e  il concetto di discernimento punto chiave nel suo documento. A questa Chiesa il Pontefice sta, invece, tentando di dare un governo più condiviso e permeabile, introducendo  nuovi criteri (meno romani) per scegliere i vescovi e avviando la riforma della Curia a partire dalle proposte del Consiglio dei cardinali, il C9, da lui delegato ad avanzarne. Nella sua ultima recente sessione il Consiglio ha presentato al Pontefice sia la proposta di istituire due nuovi dicasteri, uno dedicato ai laici e alla famiglia, e l’altro dedicato ai temi della giustizia, della pace, della carità e dei migranti, sia nuovi criteri per la nomina dei vescovi e una ridefinizione del ruolo dei nunzi apostolici.

Al tempo stesso continua a governare con grande fermezza e intransigenza: non si è opposto all’apertura dell’indagine che ha portato all’accusa di appropriazione indebita per i due ex manager dell’ospedale Bambino Gesù per i finanziamenti della ristrutturazione dell’attico dell’ex Segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Tuttavia, continua a consentire  lo svolgimento del processo Vatileaks, che vede coinvolti i due giornalisti italiani Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi, autori dei best seller Avarizia e Via Crucis, rei di avere utilizzato documenti ottenuti in modo truffaldino per divulgare notizie riservate e, invece, non colpevoli per la stampa italiana e internazionale. Non ha sconfessato il Patriarca dei latini di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, che ha denunciato l’attuale modus operandi dello Stato ebraico, «anche se si proclama uno Stato laico e democratico, in realtà si sta comportando sempre più come un regime militare confessionale giudaico». Lo stesso ha fatto per le analoghe sue affermazioni, riguardo all’attuale fisionomia della politica israeliana, all’interno della relazione da lui tenuta giovedì 14 aprile a Roma, presso la Pontificia Università della Santa Croce, e dedicata alla attuale condizione dei cristiani in Palestina. Ha dato voce a chi non ha voce nel mondo del lavoro esprimendo, ad esempio,  la sua vicinanza alle tante famiglie preoccupate  per «la situazione precaria dei lavoratori italiani dei call center: auspico che su tutto prevalga sempre la dignità della persona umana e non gli interessi particolari».

foto 3A completare il quadro del suo interventismo, si può aggiungere che il clima da lui creato anche nella Chiesa italiana, che pur non guarda a lui con entusiasmo,  ha certo contribuito alla  ripartenza, seppure fra piccoli inconvenienti e ritardi, della rivista “Il Regno” con un nuovo editore dopo la cessazione dell’impegno della Compagnia dei Padri dehoniani nel sostenerne l’edizione. Dalla sua chiusura sarebbe derivato una gravissimo danno per l’informazione religiosa nella Chiesa italiana, la quale, nei giorni scorsi, ha perso con Piergiorgio Rauzi, morto il 16 aprile a Trento, un intellettuale cristiano partecipe nella realtà ecclesiale con un impegno critico, attento alle problematiche legate all’attuazione del Concilio Vaticano II e ai problemi posti alle comunità cristiane dalla post modernità e dalla secolarizzazione. Così lo ricorderanno le Comunità cristiane di base, che condividono i suoi ideali, nel loro XXXVI Incontro nazionale convocato a Verona negli ultimi giorni di questo aprile  sul tema “Vino nuovo in otri vecchi (lc 5,37). Novità e contraddizioni nelle comunità cristiane e nella società al tempo di Francesco”.

Dialoghi Mediterranei, n.19, maggio 2016

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Marcello Vigli, partigiano nella guerra di Resistenza, già dirigente dell’Azione Cattolica, fondatore e animatore delle Comunità cristiane di base, è autore di diversi saggi sulla laicità delle istituzioni e i rapporti tra Stato e Chiesa nonché sulla scuola pubblica e l’insegnamento della religione. La sua ultima opera s’intitola: Coltivare speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile (2009).

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