di Aldo Aledda
Quest’anno purtroppo è venuto a mancare Paolo Cherchi, un grande intellettuale che mi onorava della sua amicizia. Era un uomo schivo, sensibile ma poco incline a stare sotto i riflettori, come in genere capita a noi sardi; spero quindi che né lui, se in qualche modo potesse osservarmi, né i suoi numerosi estimatori me ne vogliano se provo a mettere in luce i miei ricordi soffermandomi su alcuni lati non a tutti noti della sua personalità e anche molto particolari nell’interazione tra conterranei che per molti versi si intendono.
Intanto direi che il suo percorso nel mondo — prima in Spagna, poi negli Stati Uniti e infine di nuovo in Italia, con il ritorno alla terra d’origine — riflette una vicenda tipica di molti abitanti delle isole, ossia il bisogno di superare in tutti i modi la chiusura imposta dal mare proiettandosi con tutte le forze nel più vasto universo. In realtà per qualche tempo ho condiviso anch’io la visione strappalacrime di una certa cultura italiana che vede il “povero” emigrante costretto dalla mancanza di opportunità ad abbandonare quella terra cui sarebbe stato morbosamente attaccato e che, in ultima analisi, sia stato il “sistema” a espellere le persone loro malgrado negando lavoro e realizzazione (giustamente afferma la storica italoamericana Donna Gabaccia che nessuno è stato costretto a uscire dall’Italia), tesi che si continua a difendere strenuamente ancora oggi anche ad alti livelli con riguardo soprattutto a una popolazione giovanile che emigra all’estero (perché non sono stati sempre i giovani a emigrare?) solo perché l’Italia non offrirebbe le condizioni per restarvi. Come se sul fronte dei giovani davvero si chiedesse qualcosa del tipo “create le condizioni e noi resteremo” mentre dall’altro si commenterebbe, se creiamo le condizioni giuste i nostri ragazzi sicuramente continueranno a restare con noi.
A parte che la finzione elude del tutto la questione per cui tanti abitanti di un’area geografica decidono di emigrare quando questa ha già raggiunto un certo grado di sviluppo e non quando si trova nel mero livello di sussistenza, come era la Sardegna prima che iniziassero le uscite in massa dopo la Seconda Guerra Mondiale, rimane il taglio paternalistico e familistico di questa posizione che considera i figli sempre come “pezzi ‘e core” da tenere sempre vicini a casa. A prescindere dai numerosi casi che ho avuto il modo di studiare di persone che si era sentite “cacciate” dalla propria terra ma che, scavando più a fondo, emergeva sia che avrebbero avuto ancora qualche chance dove erano nate sia che in loro più forte era il desiderio di evadere da una realtà ristretta e consuetudinaria, vi è che nel bilancio generale dei flussi migratori italiani da una buona metà al terzo dei partenti rientrava appena possibile, segno che per tanti le aspettative erano inferiori al desiderio.
Con questa premessa mi ricollego meglio alle ragioni che avevo di conoscere un Paolo Cherchi. Se nei miei primi approcci ai problemi delle migrazioni ero altamente prevenuto contro gli “irriconoscenti” che avevano deciso di recidere definitivamente le radici con la propria terra, abbandonai questo atteggiamento quando mi resi conto che alcuni avevano avuto valide ragioni per estraniarsi e ritenevo che facesse parte dei miei doveri di operatore e di studioso approfondire il problema. Talvolta incontravo chi rientrava in questa categoria nei circuiti italiani, anche grazie ai consolati, nel qual caso si sentivano legati più all’Italia che alla Sardegna. Se invece capitavi con chi non si riconosceva né con l’una né con l’altra sistemazione e ti trovavi ad avere a che fare casualmente con loro scoprendo che non intendevano farsi riconoscere nemmeno come italiani, in questi casi per quanto mi riguardava la finestra appariva definitivamente chiusa: fosse solo il cameriere italiano in ristorante che avendo capito da dove provenivi evitava di esprimersi nella lingua del paese di comune origine e che magari, messo alle strette, ancora conosceva, o fosse lo spocchioso cattedratico connazionale che ai margini di un convegno scientifico all’estero continuava a mostrarsi estraneo alla terra di entrambi imponendo l’inglese nella conversazione a tu per tu nell’approccio informale, la prima reazione era di stupore anche perché il ricorso alla comune lingua di origine e meglio ancora a un’eventuale battuta in dialetto in qualsiasi contesto, oltre che a sciogliere il ghiaccio, funziona da salvacondotto per tante altre cose che si vorrebbero fare e sembrano ancora inaccessibili. Quindi, coerentemente con la mia missione e all’inizio di essa, tendevo a considerare rappresentante più a buon diritto dell’isola solo il sardo che, pur vivendo fuori, manteneva un legame con essa, e, ancora di più, quando si era affermato nel paese d’adozione, se si faceva portatore di un’ideale bandiera indipendentemente dal riconoscimento ricevuto in Sardegna, dove magari aveva visto pesare sulla propria testa il giudizio emarginante del nemo propheta in patria. Ma anche questi col tempo ho capito che si tratta solo di stereotipi e di pregiudizi che tentano di schematizzare una realtà molto più complessa (personalmente, per esempio, confesso che quando mi imbatto con dei connazionali all’estero non mi precipito a farmi riconoscere, a meno che non vi sia l’occasione o non sia necessario).
Dunque, prima di incontrare il Prof. Cherchi non sapevo a quale tipologia di italiani all’estero avrei dovuto iscrivere il mio interlocutore. Ma appunto ero preparato a tutti gli scenari. Di certo ciò che ho capito, conoscendo meglio la persona è che sicuramente non si sarebbe iscritto alla categoria di chi attribuisce le colpe dell’emigrazione, sempre che di colpa si tratti, a un distante sistema astratto in quanto gran parte della sua analisi sociale insisteva molto sulla responsabilità individuale che, secondo lui, andava sempre più a ridursi proprio in omaggio all’approccio sistemico ritenuto da molti più culturalmente corretto.
L’incontro con Paolo, personaggio che taluni non avrebbero difficoltà a iscrivere nella categoria degli anticonformisti, ma che in realtà era solo uno che preferiva pensare con la propria testa e non cercare rifugio in luoghi comuni o in qualche schema precostituito mi mostrò ancora di più che la realtà finisce per essere sempre più sfaccettata di quanto non sembri. Si può essere profondamente sardi e, nello stesso tempo, identificarsi con la più ampia comunità nazionale, fino a diventarne un’eccellenza e un punto di riferimento internazionale per la diffusione della cultura italiana, come è stato il suo caso. È una collocazione assai diversa da quella di tanti miei corregionali che, anche sul piano culturale e antropologico, si chiudono nella parlata e nei valori identitari, divenendone magari studiosi autorevoli della lingua e delle tradizioni ma che finiscono per considerare come spuria la sardità di chi non condivide visioni integraliste (per inciso il Prof. Cherchi, parlava correntemente quella parte di lingua sarda della sua area, il logudorese, riconosciuta ufficialmente come la più autentica e ufficiale).
Queste chiusure, va detto con franchezza, si osservano non solo nelle comunità degli emigrati sardi in cui spesso viene professato un etnicismo estremo ma anche in molti residenti e piccole comunità in Sardegna che sembrano animate da un orgoglioso radicalismo che accentua ancora di più l’isolazionismo rinunciando alla ricerca di una collocazione dell’identità culturale sardo nel più vasto universo, che forse interessa di più alla maggioranza degli stessi abitanti nell’isola.
Durante un convegno sulla cultura sarda a Los Angeles, di cui parlerò più avanti, ricordo che Paolo Cherchi riprese un pur autorevole relatore proveniente dalla Sardegna che aveva definito “poesia” la produzione in versi presentata spesso in forma improvvisata nelle sagre paesane, precisando garbatamente che, in quel caso, si trattava solo di un “genere”, non di una poetica. Una distinzione apparentemente sottile, ma inevitabile per un grande studioso della lingua e delle forme della cultura italiana che, anche nella veste del compaesano conosceva perfettamente il problema, provenendo proprio da quell’area in cui era affermata più che in altre parti della Sardegna la cosiddetta “poesia” sarda.
Ma andiamo per gradi per capire come si era creata la nostra conoscenza. Non era facile avere notizie di Paolo Cherchi negli ambienti consueti dell’emigrazione italiana e sarda e ancora meno arrivarci. Ne avevo avuto per la prima volta notizia da un Assistant Professor della University of Nevada di Reno, Franco Manca, e poi da Mario Aste, direttore del Dipartimento di lingue romanze all’University di Lowell, grazie quindi al loro ruolo di italianisti. Il primo sassarese e il secondo carlofortino erano stati importanti punti di approdo e di riferimento in generale per la ricerca mia e di altri miei colleghi, quando nella metà degli anni Ottanta coordinavo un’indagine internazionale sull’emigrazione sarda promossa dalla Regione in collaborazione con le università sarde. Mi era stata segnalata l’esistenza in Usa di un’“Associazione di studi sardi”, composta da giovani professori universitari di italiano nelle università americane di provenienza isolana, la cui attività consisteva prevalentemente nel presentare dei paper (comunicazioni scientifiche) su Grazia Deledda e altri autori corregionali nei convegni letterari americani. Esponenti che uno dopo l’altro gradualmente ero riuscito in qualche modo a raggiungere. Tuttavia, mi spiegarono gli interessati, questa associazione non pretendeva esaurire tutto l’orizzonte della presenza culturale sarda negli States tanto che ne rimaneva fuori proprio colui che ne era ritenuto il suo più prestigioso esponente, il prof. Paolo Cherchi appunto, Full Professor di italianistica alla University of Chicago.
Grazie a Franco Manca riuscimmo a creare un contatto e un appuntamento tra il professore e me proprio nella capitale dell’Illinois. Non essendo ancora l’era degli smartphone in quei tardi anni Ottanta e la comunicazione via internet si trovava ancora nella fase pionieristica, il nostro incontro fu fissato un po’ alla paesana, si direbbe oggi, con i segnali di fumo: attenderò l’illustre ospite, scrisse il professore, nell’ingresso principale dell’università e la mia fisionomia di sardo mi renderà facilmente identificabile. E così il giorno stabilito scorsi la sagoma di un uomo inconfondibilmente sardo, appunto, che mi attendeva leggermente in anticipo sull’orario nel sito convenuto, intento a ripararsi dal pungente freddo autunnale, pure in una giornata priva di nuvole, con un maglione a collo alto e uno spesso giubbotto color beige. L’assenza di pomposità e il mostrarsi subito senza preamboli e trafile, preludeva a quell’autoironia e semplicità che sulle prime un po’ contrastava col ruolo rivestito da un così importante cattedratico, ma che è la vera caratteristica dei “grandi”, lato che mi si sarebbe rivelato sempre più caratteristico di quell’uomo a mano a mano che progrediva la nostra conoscenza.
Il nostro rapporto comunque si rivelò diretto e proficuo fin dall’inizio: nessun prego passi avanti lei o trafila con la segretaria o l’assistente che ti invitano ad attendere perché il professore sta concludendo la lezione o finendo di presiedere una commissione, così ti rendi meglio conto di essere un seccatore. Il Professore mi introdusse subito nel suo ambiente di lavoro, che era costituito da un ampio locale in cui in un angolo accampava la scrivania del docente, alcuni scaffali intorno e al centro un lungo tavolo smussato agli angoli che poteva ospitare fino a una ventina di allievi, tanti erano quelli che in genere seguivano il suo corso riservato ai dottorandi.
Inizialmente la nostra conoscenza rispettò i criteri dell’assoluta formalità perché la missione era di mettere le basi per un rapporto foriero di qualche risultato con questo importante accademico americano di origine sarda e un rappresentante del governo regionale e, più nello sfondo, ancora di più tra due mondi dalle prospettive di incontro tutte da esplorare ed eventualmente da valorizzare, anche se questi rimanevano tutti progetti sulla carta la maggior parte delle volte senza seguito. Naturalmente al prof. Cherchi non erano inconsueti ruoli formali giacché rientrava sicuramente tra i suoi compiti partecipare a momenti topici sia dell’attività accademica sia della comunità italiana, per cui in qualche modo faceva parte dei suoi doveri di ufficio la capacità di relazionarsi e adattarsi senza difficoltà alle varie situazioni. Ma già la forma tra di noi incominciò cedere il passo alla sostanza quando lo stesso giorno dallo studio si passò al Quadrangole Club, la caffetteria dell’università riservata ai professori e loro eventuali ospiti modellata sullo stile dei club inglesi con ambienti caldi e ovattati in cui il legno pregiato e intarsiato fungeva da materiale prevalente favorendo con tutto l’ambiente conversazioni più rilassate davanti a una tazza di caffè fumante.
Da lì mi presentò, come si suol dire, alla famiglia, introducendomi nella sua abitazione. Un’usanza anche questa che per i sardi e un po’ per tutti i meridionali italiani rappresenta la consacrazione definitiva dell’ospitalità, chiaramente riservata solo ai familiari e ai corregionali, esperienza che rinnovavo costantemente tutte le volte che incontravo esponenti dell’emigrazione sarda che, dopo avermi conosciuto magari nel circolo, insistevano a invitarmi a casa loro, farmi conoscere la famiglia e mostrare in qualche modo come si era “sistemati”. In taluni casi gli ospiti erano invitati anche a trattenersi in casa, quando vi era la “stanza dell’“ospite” sempre pronta per il familiare che veniva a trovarli (evento che se non si ripeteva con costanza lasciava delusi e amareggiati). Un dettaglio dell’ospitalità sarda questo che più di tanti discorsi fungeva e funge da testimonianza e da riprova della riuscita del processo migratorio, con l’autorizzazione implicita, se si vuole, anche di certificarne a chi di dovere nel ritorno in patria.
Dunque, Paolo viveva in un decoroso e tranquillo appartamento, molto coerente con la sua personalità, isolato acusticamente dai rumori della downtown che, sordi e rocchi, facevano da sottofondo rap al solenne compound universitario edificato a imitazione dei college inglesi fastigiato di guglie di chiara reminiscenza greca e romana, ma soprattutto medievale. L’abitazione si trovava nel Cloyster, un complesso all’interno del campus che si articolava in un paio di grattacieli che svettavano dai lati di un antico chiostro, donde appunto il nome, di forma rettangolare circondato a sua volta da una fuga, se non ricordo male, di piccole colonne corinzie residuo di antichi conventi in quella che era forse la destinazione originaria. Si tratta di una serie di abitazioni di proprietà, credo ancora, dell’università destinate a ospitare i suoi più illustri docenti e che avevano alloggiato tra gli altri personaggi come Enrico Fermi e Milton Friedman.
Poiché, nella narrazione e nell’esperienza di Paolo vi era sempre una singolare circolarità con continui rimandi e agganci con quanto accadeva o era accaduto, dagli incontri casuali alle piccole vicende della quotidianità che lui intrecciava e incastrava amabilmente o con distacco nelle considerazioni più generali sulle peripezie esistenziali, in un’altra occasione quando ormai la nostra confidenza era divenuta totale, uscendo dall’ascensore del suo grattacielo salutatosi con un corpulento collega mi spiegò di chi si trattasse: «Questo signore ha appena scritto un saggio in cui sostiene che agli americani non porterà certo bene perdere la memoria storica, libro che è divenuto rapidamente un best seller trasformando il suo autore da sconosciuto e isolato cultore di Shakespeare in un opinion leader nazionale». Accennavamo spesso nelle nostre conversazioni alle incursioni degli accademici nel campo del lustro e della fama a buon mercato, in Italia e in America, quando danno vita a una sorta di inversione dei ruoli in cui invece di essere più importante per un docente avere raggiunto elevati obiettivi nello studio, nella società, nella vita, nel lavoro in modo da trovare spazio nell’università in quanto portatore di conoscenze più solide da trasmettere, in Italia più frequentemente ma anche in America può capitare che il titolo universitario serva al professionista per rendere più salata la propria parcella e al non professionista per candidarsi alle elezioni, arrotondare lo stipendio come opinionisti di importanti giornali, fare il presentatore televisivo o scrivere libri gialli o offrire al gran pubblico in forma divulgativa le cose di cui è competente.
Delle svariate centinaia di pubblicazioni di Paolo certamente poche possono essere utilizzate per fare audience e ancora di meno per dare consigli di vita sulla salute, la convivenza e la convenienza sociale oltre che l’interpretazione del presente che oggi vede all’opera tanti profeti. Questo, dunque, era uno spaccato di mondo, quello del professore sardo di Chicago, che impersonava al massimo grado la figura dello studioso che dedicava tutta la sua attività all’insegnamento, alla ricerca e alla produzione e che, anche a conti fatti, non avrebbe avuto il tempo per occuparsi di quelle altre cose che abbiamo accennato. Da lì appunto cadeva l’opportunità di coinvolgerlo in un discorso che avrebbe potuto ricomprendere un eventuale impegno a favore della sua terra di origine. Poi, per fare che cosa?
Non vi era certo invidia o impianto nelle sue pacate osservazioni su come va questo genere di cose in cui tante volte domina la casualità, per cui un conto è la vita che ti costruisci con fatica, un altro è il modo quasi casuale in cui evolvono le vicende cui non avevi mai riservato troppe attenzioni. Se vogliamo tutto ciò presenta anche profili paradossali, sembra essere il messaggio di Paolo, che si relazionava al mondo cui si riferiva e al quale rispondeva semplicemente col carico del suo lavoro, pesante e attinente, come risultava dal ricco curriculum che mi sottopose nei primi momenti del nostro incontro e che poi si è dilatato quasi all’infinito, come ricorda Roberta Morosini su questa rivista, rispetto a quando io probabilmente gli ero apparso come il solito burocrate che raccoglieva pezzi di carta probanti da esibire in qualche sede istituzionale. Dal mio punto vista, alimentato da giovanili studi classici, l’unica cosa che compresi dai titoli era che il prof. Cherchi aveva sondato e arato un’infinità di campi della cultura italiana. Cosa che mi appariva ancora più sbalorditiva quando la rapportavo alla naturalezza del suo approccio, quasi indifferente e irriverente talvolta verso gli stessi autori che studiava laddove, come compresi a mano a mano che ci si conosceva meglio, il non prendersi mai troppo sul serio e mettere le cose al suo giusto posto, se vogliamo, costituivano gli strumenti che denotavano in lui più di ogni altra cosa il perfetto controllo del campo.
Già, il controllo del campo! L’idea che mi dava quest’uomo il cui aspetto fisico ricordava un po’ il contadino sardo che trascorre tutta la giornata in campagna e non crede di avere mai finito di lavorare, facendo una cosa dietro l’altra fino al termine della giornata. In buona sostanza uno che avendo conosciuto in lungo e in largo un certo fenomeno si può permettere di girarlo rigirarlo come e quanto crede come si fa con la propria terra per renderla più produttiva. Forse la sua impressionante produttività può essere spiegata parafrasando Schubert quando, essendogli stato chiesto come facesse a comporre una quantità così vasta di lieder rispose: “Semplice, finito uno passo a farne un altro”.
Paolo non era uno che si dilungasse in lunghe analisi sui vari aspetti dell’esistenza e della cultura, anche se si capiva che dietro ogni affermazione c’era uno studio e una riflessione. Perciò cercavo di non perdere in Paolo gli incisi, le sottolineature e i commenti, molto arguti e talvolta salaci le volte che ci incontravamo, anche perché, un po’ più anziano di me, lo percepivo come un maestro di vita dal momento che non vi era episodio, fatto di cronaca, incontro casuale che la sua esperienza non gli consentisse di collocare nel suo più appropriato ambito e non gli attribuisse il significato più adeguato. In tutti i casi mi dava la sensazione che esercitasse un controllo su tutto ciò che appariva al suo orizzonte benché da tutti e da tutto comunque non cessasse mai di apprendere, fin dalle cose e le persone quasi insignificanti, nei minimi dettagli, mosso da una grande curiosità e ampia indulgenza sulla natura umana.
A casa appresi come la sua esistenza si intrecciava con un altro importante filone culturale, quello ebraico. Era sposato con una donna di origine ebraica con fisionomia più anglosassone della sua, magra e di statura ben più elevata del marito (molto tempo dopo incontrando in un convegno un professore dell’Università di Forlì con cui, essendosi laureato a Chicago, finimmo di parlare di Paolo Cherchi, suo maestro, mi raccontò che il Prof talvolta divertiva gli studenti raccontando come “noi sardi” fossimo “i nani più alti del mondo”). La sua variegata composizione familiare irrobustiva senza dubbio il nucleo in cui si rifugiava l’accademico di Chicago. Una volta approfittai per chiedergli per quali ragioni, secondo lui, l’etnia ebrea avesse partorito un numero sterminato di filosofi, letterati, scienziati, imprenditori, pensatori, artisti, ecc. La risposta di uno come Paolo, abituato a cogliere sempre l’essenza delle cose e non accontentarsi mai di spiegazioni superficiali, fu che fin da bambini, avviati a leggere e studiare la Bibbia, gli ebrei acquisiscono per tempo un abito mentale ispirato al rigore scientifico, accanto a una forte propensione per il gusto letterario e artistico che, accompagnandoli per tutta l’esistenza, pone solide basi culturali per tutto il resto dell’esistenza.
Il rimbombo di questa appartenenza familiare, secondo me, gli causò un problema per così dire di diplomazia culturale proprio all’università di Cagliari, l’ultima volta che ci incontrammo, in un convegno in cui lui ebbe a intervenire accennando incidentalmente alla questione israelo palestinese (mi riferisco agli inizi di questo millennio quando questo argomento ancora non era stato caratterizzato dalla marea anti israeliana che ha visto mobilitarsi anche la popolazione studentesca americana). L’intervento di Paolo, rivolto a sottolineare alcuni aspetti in generale poco trattati del problema, suscitò la reazione risentita di un medico palestinese presente, personaggio abbastanza noto in città per l’impegno che profondeva a difendere in ogni occasione la causa del suo popolo, e che questa volta aggredì verbalmente il professore di Chicago per le sue presunte posizioni filoebraiche (che comunque non erano né contro la Palestina e neppure contro lo Stato ebraico, ma a favore della soluzione dei due Stati, il problema secondo la controparte è che non andava fatta alcuna concessione a Israele). Paolo lo ascoltò con la consueta pacatezza senza replicare, come dire “tanto a che serve? Io ho la mia opinione e tu la tua, magari impariamo a rispettarci”.
Dopo il nostro primo incontro avevamo stabilito di vederci più regolarmente. Sentivo che per lui, col pretesto del nostro rapporto, era importante ricostruire una rete con una Sardegna che non aveva mai dimenticato, sebbene ormai si limitasse a qualche visita sporadica ai suoi familiari nella cittadina natale di Oschiri, in Gallura. In generale avevo capito che fosse alieno a stendere reti eccessive di contatti e preferiva vivere immerso nei suoi studi e nei relativi circuiti in cui trovava il giusto appagamento e la serenità di spirito, e sicuramente apprezzava la discrezione quando tornava nella sua isola posto che giornali e le tivù locali, se avessero avuto qualche notizia in più sul suo conto, sicuramente si sarebbero affrettati a rincorrerlo nella piazza di Chiesa. Rischi che valutava dal momento che preferiva non autopromuoversi.
Questo tratto della personalità serve anche a spiegare la sua idiosincrasia alla mondanità convegnistica che contagia il mondo accademico e che spesso costruisce i personaggi in questo campo, come si è visto anche in questo caso, ma soprattutto è funzionale a costruire cordate, collaborazioni e scambi, cui lui era interessato fino a un certo punto. Probabilmente sarebbe stato d’accordo con il prof. Drucker, illustre economista dell’università di San Diego, inventore del “management per obiettivi” che, rimproverato dai suoi colleghi per la scarsa propensione a presenziare ai convegni di settore, si giustificava con la frase “Or study or meet”, vale a dire o ti dedichi a studiare oppure vai in giro per convegni, le due attività non sempre sono compatibili. Come ha magistralmente dimostrato la sua allieva Roberta Morosini nell’articolo del numero 79 di “Dialoghi Mediterranei” in ricordo di Paolo Cherchi, la produzione qualitativa e quantitativa del professore di Chicago sta a dimostrare una vita trascorsa a studiare e a ricercare avendo di mira i più elevati obiettivi dell’impegno culturale inteso come professione e non solo come diletto.
Certamente lo spessore intellettuale di questo studioso non era conosciuto come avrebbe meritato anche nel suo ambito, conseguenza forse anche di una personalità così schiva e riservata, come ho premesso nella presentazione. Il direttore del Dipartimento di italiano dell’Università di Toronto, presso il quale mi indirizzò una volta lo stesso Paolo, mi spiegò che l’oschirese era considerato il più grande italianista non solo d’America ma del mondo per quanto egli nulla facesse per mettersi in evidenza, giacché si era permesso di rifiutare la cattedra all’Università di Harward preferendo risiedere nella sua città e nel suo mondo, uno spaccato di esistenza nel quale aveva trovato oltre che il suo nido anche, come si diceva in America, la sua confort zone. Giusto, per un uomo che si riteneva al servizio della cultura e della ricerca e non viceversa.
Avevamo continuato a vederci quasi tutte le volte che mi recavo negli States, cioè negli ultimi due decenni del secolo scorso in cui vivevo a pieno la mia dimensione “americana” trascorrendo in Usa ciascun anno dal mese al mese e mezzo del mio tempo (una volta addirittura tre mesi) interessato a conoscere a fondo quella società che dava un’impronta al mondo e su cui la sociologia diceva che una sorta di “ritardo culturale” facesse sì che tutto colà avvenisse almeno quindici anni prima che in Europa, figuriamoci in Italia (e ancora di più in Sardegna, secondo me). Poiché in genere prendevo biglietti aerei circolari molto convenienti (i cosiddetti Visit Usa), non mi costava più di tanto inserire nel piano di volo una breve sosta a Chicago. Quando lo venivo a trovare, lui piantava tutto in asso e ce ne andavamo in giro per la città del più alto grattacielo d’America come due compari per locali e luoghi di interesse parlando di tutto ma soprattutto di sardi e di Sardegna, su cui era sempre curioso, ma anche osservando e commentando quella fetta di mondo americano, che anche lui accettava e viveva fino a ciò che riteneva condivisibile.
Di certo condivideva l’organizzazione e la professionalità del Nuovo Mondo rispetto alla realtà che si era lasciato alle spalle, la nostra Italia soprattutto. Una realtà che mi dipingeva con un’espressione pittoresca ancora troppo condizionata “dalla violenza del francobollo”, definizione che ho riportato in un altro libro traducendo il suo pensiero come violenza della marca da bollo giacché non condivideva il funzionamento di una società dominata pesantemente dalla formalità e dalla burocrazia che, come effetto indiretto, portava appunto diritto alla deresponsabilizzazione dell’individuo. Una concezione questa, se vogliamo singolare nella città che è stata la culla della sociologia americana, ma nel caso di Paolo più che di derivazione ideologica era legata al fatto che era riuscito anche a improntare la sua esistenza grazie alla tenacia personale in un contesto, come quella americano, che attribuisce una maggiore importanza all’impegno dell’individuo rispetto alle dinamiche collettive che presiedono alle azioni umane. Certo mondi diversi e cose che andavano in direzioni non sempre a favore di una cosa o dell’altra. Come quella volta che condivise il mio entusiasmo per avere trovato in un bookshop vicino all’università, che mi aveva consigliato, una serie di volumi che cercavo da tempo, libri che erano stati pubblicati molti anni prima e che non trovavano più alloggio negli scaffali delle normali librerie, fenomeno questo del libro che esce per un poco dopo la prima pubblicazione per poi ricomparire nella linea di quelli “usati”, che lo spinse a commentare: «In Europa le librerie sono ancora templi della cultura, in America invece sono negozi che vendono l’ultimo libro pubblicato e tutto il resto lo mettono in saldi o lo mandano al macero» (forse occorre precisare che vent’anni dopo queste affermazioni, anche le librerie italiano hanno colmato il “ritardo culturale” rispetto agli Usa funzionando allo stesso modo).
Difficile, quindi, fare paragoni per cose molto diverse e società pure. Certamente i benefici di un’organizzazione sociale superiore non tardavano a farsi vedere e non potevano essere negati, come quella volta che ci trovavamo a casa sua e il figlio gli comunicò che nel campus universitario gli avevano rubato la macchina, cosa che peraltro aveva segnalato alla polizia universitaria. Io vissi quei momenti compartecipe di un’ansia che esisteva solo in me come italiano che era già incappato in faccende di questo genere: non può essere solo il danno ad alterare il tuo equilibrio ma lo stress che deriva dal dovere andare in questura o dai carabinieri a stendere la denuncia, poi l ‘assicurazione, ecc. Capii subito dopo perché non si mostrasse affatto preoccupato: non era tanto l’imperturbabilità del filosofo greco o dell’uomo distaccato dai problemi reali a ispirarlo, un moderno Talete caduto in un pozzo mentre è intento a contemplare il cielo stellato, ma il fatto che dopo una mezzora bussò a casa sua un sergente della polizia che, cortese e professionale, raccolse la denuncia, lo fece firmare e se la portò appresso, sollevandolo almeno di questo problema.
Nella complicità che si era creata tra di noi, spesso vi erano momenti in cui la sua ironia poteva risultare assolutamente dissacrante, rivolta com’era a sottolineare anche i lati più divertenti e paradossali del suo lavoro, che comunque voleva far capire che non era un mondo di eroi. Certo non si parlava troppo della sua attività, anche perché probabilmente ero frenato dal fatto di apparire come un dilettante davanti al professionista che prova disagio a dover spiegar tutto dalla a alla zeta a un “borghese”. Così, quando un giorno gli chiesi un po’ alla larga, come fanno generalmente gli amici, di che cosa si stesse occupando in quel periodo la risposta fu un giusto adattamento alla mia curiosità di profano, che magari appare più interessato se gli dai in pasto qualcosa di piccante: «Di un imbroglione che nel Seicento ha scritto un libro presentandolo come farina del suo sacco mentre in realtà aveva fatto solo un collage di diversi altri autori coevi e che io sto tirando fuori uno per uno per dimostrare come dietro quel lavoro ci fosse solo una truffa». Era chiaramente un’operazione poco onesta, ma certamente non si sarebbe espresso in quei termini parlando con suoi pari o nelle carte finali del suo lavoro che rispettavano l’esigenza del porgere convenzionale paludato, ma sicuramente ciò testimonia come anche nelle vicende più serie tutto per Paolo potesse essere adattato e ricondotto alla sua dimensione effettiva.
Altre volte usciva con battute occasionali che ti facevano divertire per il contesto in cui erano pronunciate e la “nonchalance” con cui cadevano sull’ascoltatore, come quando mi chiese di avere pazienza che si faceva un salto alla biblioteca dell’Università per controllare un documento e mentre spulciava il relativo registro se ne uscì: «Certo che se uno non conosce l’alfabeto, qui è fregato», battuta più che da accademico compreso del suo ruolo, in cui ogni uscita è controllata, è più tipica di una sceneggiatura cinematografica tra complici o colleghi che infarciscono un’operazione seria con intercalari buffi o commenti fuori luogo pensati dallo scrittore per alleggerire la suspence rispetto a ciò che stanno facendo.
Naturalmente cercavamo di mettere sul tavolo tutte le nostre esperienze e conoscenze. Poiché in quegli anni tenevo corsi all’università sui temi sociali dello sport, oltre che farmi domande che incrociavano il suo campo – come quale fosse secondo me la funzione del corpo in epoca rinascimentale, per esempio – mi confidava assilli fisici personali, come quando incontrandolo per l’ennesima volta a Chicago mi comunicò che si era dedicato da poco al nuoto chiedendomi se faceva bene a fare vigorose bracciate la mattina presto prima della colazione. Gli dissi che teoricamente non era pienamente salutare, ma fintanto che non doveva attendere alla preparazione olimpica e non si sentiva male poteva continuare. Una delle ultime volte, invece, si rivelò un po’ imbarazzato perché stava attraversando un periodo in cui si ritrovava a guardare continuamente partite di baseball e football americano, si sentiva un po’ troppo tifoso…che stesse invecchiando? Niente, lo tranquillizzai da sociologo che aveva appena scritto un libro sullo sport americano: solo maggiore identificazione con il contesto geografico cui si sentiva definitivamente di appartenere, laddove le compagini sportive nascono proprio in Usa con la funzione di esaltare ancora di più il legame tra il cittadino e la sua città, ma che non tenesse birre e coca cola con noccioline davanti al televisore come usano fare gli americani che avrebbero vanificato gli sforzi del nuotatore.
Pensavo a queste cose mentre qualche giorno fa leggevo un divertente articolo sul New York Times su come la squadra di baseball degli White Sox di Chicago, dopo vent’anni che stava in fondo alla classifica, è risalita alle prime posizioni allorché il suo più antico tifoso, papa Leone, era stato pregato di fare qualcosa per migliorarne il rendimento (alla fine il giornalista del Nyt, due volte divertito, una che avessero chiesto al Vicario di Cristo di fare qualcosa per migliorare la classifica e poi che ciò era effettivamente avvenuto, dopo essersi recato nello stadio e accomodatosi nel posto riservato al Cardinale Prevost, stabilita l’ottima visione delle partite, dice di aver chiesto al Vaticano di fare una piccola intervista sull’argomento al Pontefice ma che gli era stata cortesemente negata). Mi sarebbe piaciuto parlare con Paolo di questo fenomeno, perché se non se ne faceva corruccio il papa di questo problema di tifoseria ancora meno se ne sarebbe dovuto fare lui. Sicuramente ci saremmo divertiti, sì perché alla fine ci comportavamo e ci confidavamo le cose come due amiconi in perfetta libertà davanti a un bicchiere convinti di non essere visti e ascoltati da nessuno nei locali del Magnificent Mile di Chicago.
Cercai anche di farlo un po’ scoprire nei rapporti con la comunità italiana. Ma anche in questo mi sembrò abbastanza sardo, nel senso che in genere i miei corregionali non sono troppo propensi a frequentare gli altri italiani, non solo per le ragioni che ho evidenziato prima: uno studio fatto a Melbourne tempo fa mise in luce la loro relativa autoemarginazione attribuendola al fatto di considerarsi alla stregua di minoranza etnica per cui ricercavano la compagnia di quelle analoghe a loro più delle più rumorose e presenti come quella italiana. Constatazione confermata dal fatto che sono pochi i sardi che fanno parte delle istituzioni dell’emigrazione italiana, dai Comites al Cgie. Analoghe considerazioni si possono fare più che altrove in America dove la comunità italo americana costituisce un’importante lobby politica ed economica. Anche a Chicago, dove peraltro un personaggio così in vista come Paolo Cherchi nella cultura italiana non si poteva permettere di estraniarsi. Ma anche in questo caso lo stretto necessario. Mi raccontò che frequentava appena un giro di italiani creato da un ingegnere in cui si affacciava di tanto in tanto anche Luciano Pavarotti che per un certo periodo e prima di divenire una star internazionale viveva nella città dell’Illinois. Il suo distacco o la casuale compartecipazione al mondo italiano, quindi, mi sembrava coerente con la sua personalità e anche col suo non prendersi mai troppo sul serio e dare sempre il giusto peso alle cose.
Un giorno gli chiesi quanto fosse vero ciò che si raccontava in Usa negli ambienti che si dicono solitamente bene informati, e cioè che quando il Presidente Cossiga giunse a visitare il suo omologo Carter quest’ultimo lo salutò con un’espressione sarda che, si diceva, fosse stata scritta dallo stesso Cherchi. Anche in questo caso dimostrò che tutte le cose hanno un lato umano e la sua ricerca di quello più dissacrante non finiva mai: «Si è vero. Un giorno mi chiamò un siciliano tuttofare, uno che aveva le mani in pasta dappertutto ed era collegato al giro della Casa Bianca che mi chiese se potevo preparare al Presidente Carter un saluto in sardo perché sapeva che Cossiga teneva molto alla sua identità regionale. E così gli scrissi due righe». Tutto, quindi, per Paolo era normale e relativo. Anche quando poteva rivestire ruoli e illustrarsi le penne, come in questo caso in cui qualche altro magari avrebbe chiesto di consegnare lui personalmente le due righe al Presidente, preferiva porgersi col ruolo della comparsa, dell’osservatore occasionale, del protagonista per caso, all’occorrenza indulgente o severo e soprattutto rispettava una gerarchia di valori in cui in testa vi era il suo lavoro di studioso mentre il resto, comprese le ambizioni e il successo mondano, che ne derivava non lo poteva interessare più di tanto. Con un po’ più di pubbliche relazioni (una foto mentre stringe la mano a Carter nella consegna della nota con il saluto non sarebbe stata certo difficile da ottenere), magari sarebbe potuto diventare come quel professore suo coinquilino che riteneva di avere individuato il vero male del popolo americano in The closure of American Mind, ma di cui non si parla più.
Il mondo dello studio e della ricerca era il suo anche nelle dimensioni più minute e lo appagava non facendosi sfuggire gli aspetti più rilassanti e curiosi. Un mondo e una vita che non gli pesava affatto, anzi che gli calzava bene, questo era il senso e anche la ragione che lo spingeva a non allontanarsene, anzi a immergendosi il più possibile anche a costo di sacrificare altre cose importanti, come la carriera. Dopo di che la ragione per cui quando mi recavo a Chicago si divertiva a farmi da automedonte era che rappresentavo per lui quel collegamento con quella Sardegna che, secondo me, al di fuori dei familiari gli mancava più di quanto non facesse credere la sua ritrosia, e sulla quale avrebbe voluto fare qualcosa di più. D’altro canto, i familiari degli emigranti sono sempre gelosi dei propri affetti. Dover dividere col resto della comunità un congiunto celebre o celebrato in qualche modo costituisce un sacrificio, soprattutto in un ambito come quello sardo dove si vorrebbe che il congiunto che torna periodicamente dall’emigrazione deve essere conscio prima di tutto di essere un familiare e di far parte per conseguenza di una gerarchia in testa alla quale vi sono figure più importanti (nonni, padri, fratelli e sorelle maggiori) per cui è doveroso vivere per tutto il tempo dello suo soggiorno segregato nella famiglia di origine senza troppo concedersi ad alcun altra persona od occasione, a fare o ascoltare racconti e aggiornamenti sulle vicende familiari come se così dovesse compensare la lunga assenza (e, in qualche caso, anche a manifestare di tanto in tanto molto opportunamente il proprio pentimento per la decisione di avere abbandonato la famiglia). In questi casi quasi tutti adeguano e abbassano il proprio profilo riducendosi generosamente a discorsi e considerazioni che mai si sognerebbero di fare negli ambiti più elevati in cui vivono all’estero. Evidentemente c’è anche un piacere dell’informalità in tutto ciò, dei discorsi e delle narrazioni della cerchia parentale stando un po’ in pigiama. Queste considerazioni sui nostri ambienti non mancavano tra me e Paolo.
Insieme provammo a vedere che cosa si poteva fare anche in ambito letterario e accademico per la Sardegna, posto che, mi fece notare per esempio, che la biblioteca della University of Chicago, raccoglieva più volumi sulla Sardegna di quanto potessero avere le biblioteche e le librerie sarde messe insieme. Ma il problema non era facile da risolvere. Io stesso avevo appena parlato di lui nel mio libro I sardi nel mondo. Poco o nulla riuscii a fare e meno ancora a promettere mentre lui preparava il libro, poi edito dalla Einaudi, Tirante il Bianco, forse il più rilevante come immagine letteraria della sua produzione scientifica, se non acquistarne una copia e divorarlo.
La Regione, sì, comprava i libri, anche in numero di copie esorbitante che poi rimanevano stoccate per anni nei magazzini regionali smaltite nel tempo in regalo agli amici e agli amici degli amici che poi magari li rimettevano in circolazione come libri usati ricavandone qualche insignificante profitto, ma la pressione dell’editoria locale, in gran parte assistita dal settore pubblico, metteva fuori gioco chi non presentasse una dimensione editoriale locale; quindi o pubblicavi in regione divenendo una gloria locale ma fuori dei grandi circuiti, solo così potevi aspettarti un po’ di soldi a buon mercato. Il quadro era ed è tale che anche gli interessi degli amministratori e degli alti burocrati sono stati sempre tali da promuovere solo lavori su soggetti locali, a prescindere dalla qualità del prodotto ( e del fatto che chi acquista non fa alcun controllo sul prodotto e l’autore), magari presentati in lussuosa e sproporzionata veste editoriale ma con un tema limitato al villaggio da cui proveniva l’autore e il suo sponsor politico, il quale ultimo in tutti casi faceva bella mostra, sia pure il più delle volte stonando, nella prefazione o nell’introduzione.
Si, perché il vantaggio di questo italianista, così mi sembrò capire, derivava non solo dal possesso pieno della lingua di Dante, ma di tante altre che si legavano ai suoi percorsi di vita oltre che alla sua applicazione. Per primo conosceva il francese che, come tutta la nostra generazione, lo aveva appreso nei banchi della scuola media quando l’inglese non era ancora la lingua franca. A questo ebbe ad attaccare lo spagnolo di cui si impossessò, quando rivestì l’incarico, se non ricordo male, di addetto culturale all’ambasciata italiana a Madrid. Dopo di che il passaggio in Usa con laurea a Berkley che lo consacrò definitivamente all’inglese. Poi, per conto proprio apprese il tedesco e il rumeno. Quindi era un linguista, a fronte degli italianisti che al massimo conoscono una lingua straniera. A che serve conoscere tante lingue? Da qui la spiegazione che solo Paolo poteva dare: «Serve, serve perché in questo modo io stano tutti i saccenti e gli irriverenti che, nelle diverse parti del mondo, ritenendosi al riparo della loro lingua e del fatto che gli italianisti conoscono solo l’italiano, si permettono di scrivere ciò che vogliono nelle loro riviste. Io, invece, quando meno se lo aspettano li controbatto proprio in casa loro». Nessuno potrebbe credere che questo spirito competitivo sia la sola ragione di una conoscenza talmente estesa delle lingue, ma era nello stile di questo linguista ripararsi dietro ragioni secondarie o addirittura inesistenti, in cui finezza e arguzia si mescolavano con l’autoironia.
L’ultima volta che ci incontrammo in America fu nel 1997 a Los Angeles, dove io guidavo una missione della Sardegna volta a far conoscere la cultura e l’economia della nostra isola. In quell’occasione soddisfai il suo desiderio di conoscere Franco Columbu, attore, chiropratico e bodybuilder (amico e compagno di avventure migratorie e politiche di Arnold Schwarznegger), che era il sardo più conosciuto d’America. Paolo, invece, si trovava sul posto come Visiting Professor alla University of California, Los Angeles (UCLA). Naturalmente lo invitammo a prendere parte a un incontro sulla Sardegna all’Istituto di Cultura italiano che, in ragione del suo prestigio, vide la mobilitazione del Console, del direttore dell’Istituto e dei professori del Dipartimento di italiano della Ucla e altri non meno importanti, attratti dall’illustre studioso di Chicago.
Infine, una decina di anni fa festeggiammo la nostra amicizia in quell’incontro che si tenne a Cagliari di cui ho parlato all’inizio. Ci aggiornammo sulle nostre cose, mi fece sapere che il figlio aveva deciso di prendere la via più pratica della medicina per cui faceva il dottore a Chicago. Francamente rimasi un po’ deluso che l’Ateneo sardo si fosse fatto sfuggire un simile conterraneo, ormai Professor Emeritus dell’università di Chicago che invece aveva messo le tende in qualche altra università del “Continente”, anche perché vedevo che quando era possibile correva a ogni evento della sua terra di origine. In realtà non ci furono altre occasioni di incontro, anche perché lo consideravo inafferrabile facendo un po’ il pendolare tra l’Italia e l’America. L’unico punto di incontro lo trovai su “Dialoghi Mediterranei”, dove lui con grande generosità metteva a disposizione la sua vasta cultura anche perché, come dice Roberta Morosini, si sentiva veramente accolto.
E qui la finisco, perché sono sicuro che Paolo dopo aver sentito tutte queste elucubrazioni sul suo conto, da buon allievo dell’University di Berkeley, da dove partì la rivoluzione sessantottina, direbbe: «Fermatevi, perché sento che più delle belle parole sarà una risata a seppellirmi!»
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Aldo Aledda, studioso del fenomeno migratorio in particolare quello sardo ed esperto di problemi di politica estera ha ricordato Paolo Cherchi nei suoi libri sull’emigrazione sarda, in particolare I sardi nel mondo (Sassari, Dattena 1991) e Sardi in fuga in Italia e dall’Italia (Angeli, 2022).
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