di Sergio Ciappina
Martedì 14 aprile 2025, mi trovo in una classe quarta di un liceo scientifico, ore 10, ora di Storia: il Risorgimento italiano, i garibaldini e Giuseppe Garibaldi, il loro condottiero ispiratore. Il manuale adottato per questo gruppo classe riporta, di spalla, un trafiletto di non più di 15 mezze righe dedicato ad Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita Garibaldi.
Sara, studentessa poco “scolarizzata” ma dotata di una intelligenza pronta e vivace, esordisce dicendo: “Prof mi scusi ma perché ci sono tante città con vie intitolate a Giuseppe Garibaldi e mi pare che non ce ne sia nessuna dedicata a Anita?”. L’osservazione interrompe la fin troppo tranquilla conduzione della lezione frontale, creando una momentanea imbarazzata sospensione finché una compagna, Giulia, una delle “prime” della classe, risponde con un pizzico di saccenteria: “Perché le donne hanno fatto poco o nulla nella Storia: Anita è famosa perché Garibaldi era famoso!”
Nota per le lettrici ed i lettori, tratta dalla voce “Anita Garibaldi” dell’Enciclopedia Treccani [1]:
«Anna Maria Ribeiro da Silva, prima moglie di Giuseppe Garibaldi (Morinhos, Brasile, 1821 circa – fattoria Guiccioli, presso Ravenna, 1849). Sposata (1835) a Manuel Duarte de Aguiaz, nel 1839 conobbe a Laguna Giuseppe Garibaldi e il 23 ottobre lo seguì sulla nave Rio Pardo, da allora in poi partecipando appassionatamente a tutte le sue imprese; lo sposò a Montevideo il 16 giugno 1842, dopo la morte del marito. Imbarcatasi nel dicembre 1847 per l’Italia con i figli Menotti, Ricciotti e Teresita, dopo un soggiorno a Nizza si recò improvvisamente a Roma il 26 giugno 1849, combatté a Porta S. Pancrazio accanto al marito e, dopo la caduta di Roma, lo seguì nella tragica ritirata, durante la quale perse la vita, stremata dalle fatiche».
Appena quindici righe. Interessante anche la seguente voce ricavata da “Wikipedia – Enciclopedia on-line”, ben più ricca e particolareggiata, ancorché non esente da stereotipi culturali facilmente riconoscibili di cui si riporta un significativo estratto [2]:
«Ricorda Garibaldi, nelle Memorie, come il giorno seguente i due si incontrarono nuovamente, e lui la fissasse intensamente dicendole «Devi essere mia». Questa frase, pronunciata in italiano (non conosceva ancora bene il portoghese), la legò a lui per sempre:
Con quelle semplici parole avevo creato un legame che solo la morte doveva sciogliere. Avevo trovato un tesoro nascosto, ma un tesoro di tale prezzo da indurmi anche a commettere un delitto per possederlo, purché tutta la responsabilità dovesse cadere sopra di me. (‘Le memorie di Garibaldi, Milano, 1860: 76.) .
Da quel momento, dopo aver verosimilmente abbandonato il marito, Anita sarà la compagna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e la compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre con gli uomini, e pare che venisse spesso assegnata alla difesa delle munizioni, negli attacchi navali e nelle battaglie terrestri. All’inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, Anita cadde prigioniera delle truppe imperiali brasiliane, ma il comandante, colpito dal suo temperamento indomabile, si lasciò convincere a concederle di cercare il cadavere di Giuseppe Garibaldi tra i morti sul campo di battaglia: intanto, approfittando della distrazione delle guardie, fuggì a cavallo e si ricongiunse con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande do Sul»
Anna Maria Ribeiro da Silva diventa quindi “Anita”, vezzeggiativo datole dal suo compagno di vita, madre dei suoi – di lui – figli e “compagna” di Giuseppe che la racconta nelle sue memorie. Sappiamo quindi della sua esistenza soltanto grazie al suo – di lei – compagno.
Non credo di affermare niente di nuovo scrivendo che nelle narrazioni storiche [3] dei manuali di scuola le donne non compaiano mai o quasi, salvo che in quelli editi in tempi recenti, per ovvie ed evidenti esigenze commerciali politically correct; nella maggior parte dei casi le troviamo sempre come “mogli di”, “figlie di” e “madri di” e comunque, anche in questi ultimi manuali, sempre all’interno di appositi riquadri a corredo della narrazione principale. Se ne potrebbe dedurre che, in effetti, le donne non siano quasi mai coprotagoniste dell’evoluzione socioculturale della specie umana, se non come semplici mezzi di (ri)produzione, per dirla con la storicistica di campo marxista.
Non fa eccezione il caso di Paola Lombroso, come suggerito dal patronimico, che nella nostra società non è mai matronimico, se non nel caso scandaloso di figlia/figlio di “ragazza madre” o, con accezione nuovamente politically correct, “madre single”. Eppure, la sua figura, il suo pensiero e le sue opere, a ben guardare, poco o nulla hanno a che fare con la figura, il pensiero e le opere del proprio genitore. Opere, queste ultime, che a causa della per niente scientifica operazione di destorificazione, vengono indicate al mondo come exempla di teleologico razzismo ed esecrabile pregiudizio.
Ma questa volta, in attenzione allo spirito che vuole informare il presente scritto, liquidiamo in tre righe la menzione di Cesare Lombroso, del quale chi volesse approfondire pensiero, opere ed omissioni, può, nonostante la velleitaria damnatio memoriae occorsagli, trovare amplissime e documentatissime narrazioni.
Di Paola Lombroso invece se ne trovano molte meno, in quanto nei suoi confronti la sopracitata damnatio memoriae possiamo considerarla endemica alla nostra cultura soventissimamente molto ma molto patriarcale: un esempio eclatante? Eccolo: come molti bambini e molte bambine della mia generazione, sono cresciuto culturalmente anche grazie alla piacevole compagnia del “Corriere dei Piccoli” prima e, una volta progredito nella crescita, del “Corriere dei Ragazzi”.
Il primo numero di questa vera e propria testata giornalistica, fatta di parole e disegni a colori, vede la luce il ventisette dicembre 1908. Come ha scritto Delfina Dolza nel suo Essere figlie di Lombroso. Due donne intellettuali tra ‘800 e ‘900 [4] – ecco, appunto come si diceva un po’ più sopra “figlie di” – la quasi totalità dei testi e dei disegni è stata prodotta e pensata da Paola Lombroso. Purtroppo, il suo nome non compare in alcun modo né nel primo numero né tantomeno nei successivi, se non, a partire da qualche anno dopo, che con lo pseudonimo di “zia Mariù”. Tutto questo nonostante Paola Lombroso sia stata l’ideatrice, la fondatrice, nonché l’autrice di molti dei testi e la prima disegnatrice delle tavole illustrate del “Corriere dei Piccoli”.
Per evitare di dover riscrivere una storia già scritta, riporto integralmente la parte dell’articolo di Wikipedia, dedicato alla testata giornalistica, che racconta la genesi del settimanale [5]:
«L’idea di realizzare una pubblicazione per bambini ricca di immagini è della giornalista Paola Lombroso (la figlia del fondatore della criminologia Cesare Lombroso), che ne elaborò il progetto editoriale a partire dal 1906, affiancando all’attività giornalistica l’impegno in una serie di iniziative culturali finalizzate alla concretizzazione dei suoi ideali riformatori nei confronti dell’infanzia. La Lombroso arrivò all’ideazione di un giornale rivolto ai bambini analizzando delle testate europee dell’epoca, nelle quali l’uso massiccio delle immagini a corredo dei contenuti era molto diffuso, unito alla considerazione che per garantire un’adeguata diffusione a prezzi contenuti fosse necessario appoggiarsi a un grande quotidiano con le sue specifiche professionalità redazionali e la relativa organizzazione editoriale. Lo spirito del progetto era quello di diffondere cultura agli strati della popolazione che fino ad allora ne erano stati esclusi, rivolgendosi ai bambini in maniera adatta all’età, e acculturandoli divertendo, in quanto all’epoca le poche pubblicazioni per ragazzi erano di scarsa qualità e soprattutto non avevano alle spalle una solida organizzazione editoriale e diffusa distribuzione, condizioni queste necessarie per garantire prezzi accessibili anche per i meno abbienti.
Propose pertanto il progetto prima al più venduto quotidiano del periodo, Il Secolo, ma al rifiuto di questo provò con il Corriere della Sera, diretto allora da Luigi Albertini che si mostrò interessato. Su richiesta di Albertini, la Lombroso elaborò un progetto culturale e educativo per la futura rivista documentandosi sui periodici anglosassoni e francesi per ragazzi, individuando una prima rosa di collaboratori e identificando la possibile struttura editoriale della rivista. La nuova pubblicazione avrebbe dovuto avere un’articolazione ancora classica, simile in tutto nella forma a quella di un quotidiano per adulti, ma con tavole disegnate: i fumetti, chiamati al tempo «storie illustrate a colori» (la stessa parola “fumetto” al tempo non esisteva ancora), che sarebbero diventati il mezzo per attirare l’attenzione. Il materiale proposto è di origine anglosassone e statunitense, dal quale vennero rimosse le nuvolette non solo per un pregiudizio culturale, ma anche per risolvere problemi tecnici legati alla riproduzione delle tavole.
Completato e approvato il progetto, Albertini ne affidò la direzione non alla Lombroso stessa, come da lei atteso, ma a Silvio Spaventa Filippi, che ricoprirà la carica fino al 1931, preferendolo alla Lombroso in quanto uomo e interno alla redazione nonché, probabilmente, per via delle idee vicine al socialismo della giornalista. Alla Lombroso venne invece affidata soltanto la redazione della rubrica di corrispondenza coi lettori, per la quale scelse lo pseudonimo di «Zia Mariù» e che diventerà uno spazio importante per l’identità della testata. In questo ruolo, la Lombroso coinvolse i lettori in un’attività correlata ai suoi obiettivi pedagogici, che col tempo porteranno a contrasti con la direzione e alla successiva interruzione della sua collaborazione alla fine del 1911».
Ma chi era Paola Lombroso e qual è stato il suo apporto alla cultura scientifica italiana del XX secolo?
Nel panorama culturale e pedagogico italiano, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la figura di Paola Lombroso Carrara (1871–1954) rappresenta un caso emblematico di intellettuale poliedrica, capace di coniugare riflessione scientifica, impegno educativo e responsabilità civile. Per lungo tempo relegata a una posizione marginale nella storiografia ufficiale, spesso oscurata dalla travagliata fama del padre Cesare, Paola Lombroso emerge oggi come una delle protagoniste più originali del dibattito pedagogico e culturale sull’infanzia.
Scrittrice, divulgatrice, pedagogista e attivista sociale, Paola elaborò una visione dell’educazione profondamente innovativa per il contesto italiano dell’epoca, fondata sul riconoscimento della centralità del bambino come soggetto di esperienza, di pensiero e di diritti. La sua opera si colloca all’incrocio tra positivismo scientifico, sensibilità umanistica e istanze democratiche, anticipando temi che diventeranno centrali nella pedagogia del Novecento, quali l’educazione attiva, la valorizzazione dell’esperienza infantile e l’accesso alla cultura come strumento di emancipazione.
Quseto scritto vuole offrire una ricostruzione articolata della vita, delle opere e del pensiero di Paola Lombroso, collocandone il contributo nel più ampio quadro storico, culturale e pedagogico dell’Italia liberale e fascista. Attraverso un’analisi critica delle sue principali produzioni teoriche e divulgative, cercherò di evidenziare l’attualità del suo pensiero e la sua rilevanza per la riflessione educativa contemporanea.
Paola Lombroso nasce a Verona il primo marzo 1871, in un’Italia da poco unificata, segnata da profonde fratture sociali, economiche e culturali. Il nuovo Stato nazionale si confrontava con un diffuso analfabetismo, con la povertà delle classi popolari e con una concezione dell’infanzia ancora largamente funzionale alle esigenze produttive e familiari [6]. Crescere all’interno della famiglia Lombroso significava invece essere immersi in un ambiente intellettuale di straordinaria vivacità. Cesare Lombroso, padre di Paola, era una figura centrale del positivismo europeo e uno dei fondatori dell’antropologia criminale. La sua visione deterministica del comportamento umano, basata su presunti caratteri biologici e atavici, esercitò un’influenza significativa sul dibattito scientifico dell’epoca [7].
Tuttavia, Paola Lombroso seppe progressivamente prendere le distanze da molte delle posizioni paterne, sviluppando una prospettiva più attenta ai fattori educativi, ambientali e relazionali. In questo senso, il suo percorso intellettuale può essere letto anche come una rielaborazione critica del positivismo, orientata verso una concezione più complessa e meno riduzionista dell’essere umano.
L’educazione ricevuta, non rigidamente formalizzata ma ricca di stimoli culturali, permise a Paola Lombroso di sviluppare precocemente competenze linguistiche, capacità di scrittura e una sensibilità verso i problemi sociali, in particolare quelli legati all’infanzia e alla condizione femminile. La sua formazione si svolse in un contesto ancora fortemente segnato da limitazioni relative all’accesso delle donne agli studi superiori e alle professioni intellettuali. Nonostante ciò, ella riuscì a costruire un solido percorso di autoformazione, avvalendosi della biblioteca paterna e dei contatti con il mondo scientifico e culturale nazionale e internazionale.
Fin dagli esordi, Paola mostrò un interesse privilegiato per la psicologia dell’infanzia, un ambito ancora poco sistematizzato in Italia. A differenza di molti studiosi del tempo, ella non considerava il bambino come un adulto incompleto, ma come un soggetto dotato di una propria logica, di una propria emotività e di specifiche modalità di relazione con il mondo [8]. È interessante sottolineare che queste considerazioni vedono la luce, siamo nel 1894, ben vent’anni prima delle identiche considerazioni del pedagogista, scrittore e medico polacco Janusz Korczak [9], assassinato dai tedeschi nazisti a Treblinka il 6 agosto del 1942 e addirittura trent’anni prima dell’uscita del libro di Maria Montessori che riprende e amplia concetti e idee dello stesso tipo, nel suo libro dedicato allo studio dell’infanzia [10].
Questa impostazione la avvicina, pur senza un riferimento diretto, ad alcune correnti europee coeve, come la psicologia dello sviluppo di matrice francese e le prime riflessioni sull’educazione attiva. Paola attribuiva grande importanza all’osservazione diretta del comportamento infantile, ritenendo che solo un contatto autentico con l’esperienza dei bambini potesse fondare una pedagogia realmente efficace. Uno degli elementi più innovativi del pensiero di Paola Lombroso è la sua concezione dell’infanzia come fase autonoma e qualitativamente distinta dello sviluppo umano. Il già citato Janusz Korczak, nel suo testo più conosciuto edito in Polonia nel 1929 [11] enunciava: «Non ci sono bambini, solo persone. Ma con un’altra scala di nozioni, un altro bagaglio di esperienze, altre passioni, altri giochi di sentimenti».
In un contesto culturale che tendeva a interpretare l’educazione in chiave prevalentemente normativa e disciplinare, Lombroso sottolineò la necessità di rispettare i tempi e le modalità proprie della crescita infantile. Secondo lei, l’educazione non deve mirare a plasmare il bambino secondo modelli precostituiti, ma piuttosto a creare le condizioni affinché egli possa sviluppare liberamente le proprie potenzialità. In questo senso, la pedagogia assume una funzione eminentemente etica, fondata sul riconoscimento della dignità della persona fin dall’infanzia [12].
Particolarmente significativa è la sua attenzione alla dimensione affettiva: ella riconosce il ruolo centrale delle emozioni e delle relazioni nella costruzione della personalità, anticipando temi che saranno ripresi dalla psicologia e dalla pedagogia del Novecento. L’educazione, per lei, è innanzitutto una relazione, e come tale richiede empatia, ascolto e responsabilità.
Come più sopra ricordato il nome di Paola Lombroso è indissolubilmente legato alla figura di “Zia Mariù”, pseudonimo con cui ella firmò, obtorto collo, numerosi interventi sul “Corriere dei Piccoli”, a partire dal 1908. Questa esperienza rappresenta uno dei contributi più originali e duraturi della sua attività culturale. Attraverso racconti, lettere e rubriche, Zia Mariù istituì un dialogo diretto con i bambini, parlando loro di scienza, morale, vita quotidiana e cittadinanza. Il linguaggio utilizzato era semplice ma rigoroso, capace di rendere accessibili concetti complessi senza ricorrere a semplificazioni banali e infantilizzanti [13].
Questa forma di divulgazione educativa si fonda su una profonda fiducia nelle capacità cognitive e morali dei bambini. Lombroso rifiuta ogni forma di paternalismo, proponendo invece un modello comunicativo basato sul rispetto e sulla reciprocità. In tal senso, l’esperienza di “Zia Mariù” può essere considerata una delle prime espressioni di educazione informale consapevole rivolta all’infanzia in Italia.
Accanto all’attività giornalistica, Paola Lombroso promosse la creazione della “Biblioteca dei ragazzi”, un progetto editoriale e sociale volto a diffondere la lettura tra i bambini, in particolare quelli provenienti da contesti socialmente svantaggiati. La lettura per lei non è solo uno strumento di apprendimento, ma un mezzo fondamentale di crescita personale e di partecipazione culturale. Garantire l’accesso ai libri significa, in questa prospettiva, contribuire alla formazione di cittadini consapevoli e critici [14]. Il progetto della Biblioteca si inserisce in una più ampia visione democratica dell’educazione, in cui la cultura diventa un bene comune e non un privilegio riservato a pochi. Tale impostazione anticipa molte delle istanze che saranno proprie dell’educazione popolare e della pedagogia sociale del Novecento.
La riflessione pedagogica di Paola Lombroso è inscindibile dal suo impegno civile. L’attenzione all’infanzia si traduce in una critica esplicita alle condizioni sociali che impediscono a molti bambini di accedere a un’educazione adeguata. Lombroso denunciò più volte il lavoro minorile, la povertà educativa e l’abbandono scolastico, sottolineando come tali fenomeni rappresentassero non solo un problema sociale, ma una responsabilità morale collettiva. In questo senso, la sua pedagogia può essere definita una pedagogia della responsabilità sociale, orientata alla trasformazione delle strutture educative e culturali [15].
Durante il periodo fascista, pur muovendosi in un contesto sempre più difficile, Lombroso continuò a difendere una visione dell’educazione fondata sulla libertà di pensiero e sul valore della cultura come strumento di emancipazione. Il suo pensiero si distingue per la sua capacità di integrare elementi scientifici, umanistici ed etici. Tuttavia, esso non è esente da limiti, legati in parte al contesto storico e alle categorie concettuali disponibili all’epoca. Alcune sue posizioni risentono ancora di un’impostazione moralistica e di una fiducia talvolta eccessiva nel ruolo educativo della cultura. Nonostante ciò, la sua opera rappresenta un importante superamento del determinismo positivista e un’apertura verso una concezione più relazionale e dinamica dello sviluppo umano.
La riscoperta critica dell’operato di Paola Lombroso, avvenuta soprattutto negli ultimi decenni, ha permesso di valorizzarne il contributo come figura chiave della storia dell’educazione italiana, restituendole un ruolo autonomo rispetto alla tradizione familiare. L’attualità del suo pensiero risiede pertanto nella sua capacità di parlare ai problemi educativi contemporanei: una riemergente povertà educativa, la messa in pericolo del diritto all’istruzione, il ruolo della cultura nella formazione della cittadinanza democratica.
In un’epoca segnata da nuove forme di disuguaglianza e di marginalità, la sua insistenza sull’accesso alla cultura e sull’ascolto dei bambini appare quanto mai rilevante. Lombroso ci invita a ripensare l’educazione come pratica relazionale, etica e politica, capace di incidere concretamente sulla qualità della vita individuale e collettiva.
Alla luce di queste considerazioni, Paola Lombroso emerge come una figura centrale nella storia della pedagogia e della cultura italiana tra Otto e Novecento. Attraverso una produzione intellettuale ampia e diversificata, Lombroso ha contribuito in modo significativo alla costruzione di una nuova immagine dell’infanzia, fondata sul rispetto, sull’ascolto e sulla responsabilità educativa.
Nella nostra attualità, contraddistinta da una sterile superfetazione di immagini, siano esse statiche o incorniciate in filmati di una durata che varia dai quindici ai sessanta secondi, spesso senza neanche un commento parlato, va scomparendo la capacità di produrre testo e contesto. Ed è per tale motivo che il suo fondamentale contributo, a lungo trascurato, merita oggi una piena valorizzazione non solo per il suo valore storico, ma per la sua capacità di offrire strumenti concettuali utili alla riflessione educativa contemporanea, ripartendo appunto dalle immagini e consentendo così alle nuove generazioni di sviluppare nuovamente le proprie abilità e di trasformarle in vere competenze comunicative.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/anita-garibaldi/ (01/26)
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Anita_Garibaldi (01/26)
[3] Per la comprensione dell’opera storica come opera “letteraria”, le tecniche retoriche, le strategie linguistiche e tutti quegli elementi di costruzione del discorso storiografico si veda Hayden White, Metahistory – Retorica e storia, Meltemi, Sesto San Giovanni – Milano, 2019 e anche dello stesso autore Forme di storia. Dalla realtà alla narrazione, Carocci, Roma, 2018
[4] Delfina Dolza, Essere figlie di Lombroso. Due donne intellettuali tra ’800 e ’900, Franco Angeli, Milano, 1990
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Corriere_dei_Piccoli (01/26)
[6] Per una ricognizione storiografica e sociologia della realtà culturale italiana dell’Italia della prima parte del XX secolo si veda: Antonio Gibelli, Il popolo bambino, Einaudi, Torino, 1989
[7] Su tale dibattito si può consultare: Stephen Jay Gould, The Mismeasure of Man, Norton, New York, 1981
[8] Paola Lombroso, Saggi di psicologia del bambino, L. Roux e C., Torino, 1894
[9] Janusz Korczak, Come amare il bambino, prefazione di Bruno Bettelheim, Luni Editrice, Milano, 2013
[10] Maria Montessori, Il segreto dell’infanzia, Istituto Editoriale Ticinese, Bellinzona, 1938
[11] Janusz Korczak, Il diritto del bambino al rispetto, Luni Editrice, Milano, 2013
[12] Franco Cambi, Storia della pedagogia, Laterza, Roma-Bari, 2005
[13] Pino Boero, Carmine De Luca, La letteratura per l’infanzia, Laterza, Roma-Bari, 1995
[14] Paola Lombroso, La biblioteca dei ragazzi, L. Roux e C., Torino, 1912
[15] Antonio Santoni Rugiu, Storia sociale dell’educazione, Principato, Milano, 1980
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Sergio Ciappina, siciliano di nascita, toscano d’adozione; si occupa di ingegneria dei sistemi informatici e networking strutturale e fornisce consulenza su revisione dei processi decisionali, tecniche della contrattazione e gestione dei conflitti. Ha ottenuto il diploma di laurea in Storia presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi sulle «Radici e evoluzione del pregiudizio antiebraico: un’analisi storico-semantica» pubblicata dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC ETS; successivamente ha proseguito gli studi e la ricerca conseguendo il diploma di laurea magistrale in Scienze Storiche con una tesi sulla «Repressione del dissenso intellettuale sotto il fascismo: Giuseppe Rensi e Ernesto Rossi nelle carte della polizia». Nel 2024 ha conseguito il diploma di laurea magistrale in Intermediazione Culturale e Religiosa con la tesi «Il controllo della Chiesa Cattolica sul corpo e sulle libertà delle donne come strumento per la rigenerazione del patriarcato: Venere e Imene al tribunale della penitenza» e concluso il percorso di Perfezionamento in Didattica della Shoah su un progetto dal titolo: «Quello che i libri non dicono e che è importante conoscere». Fa parte della redazione del progetto di ricerca gestito dalla Firenze University Press ‘Intellettuali in fuga dall’Italia fascista’ e del comitato scientifico del nuovo percorso di Perfezionamento in didattica della Shoah «Valori e sfide etiche del XXI secolo nella Didattica della Shoah: memoria intergenerazionale tra Storia, Arti e Nuove Tecnologie». Dal 2025 Cultore della materia in Pedagogia generale per la formazione docenti presso l’Università di Firenze.
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