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Panorama Genet, il nomadismo come spinta vitale

Jean-Genet

Jean Genet

di Ilaria Guidantoni [*]

Il tema della mia relazione è l’intreccio tra l’identità fluida esistenziale e quella linguistica, nella convinzione che ho portato avanti anche nel mio pamphlet sul Mediterraneo Lettera a un mare chiuso per una società aperta (Albeggi Edizioni, 2016) che la lingua non sia solo uno strumento del pensiero ma una visione del pensiero e che la lingua “mediterranea”, o meglio la rispondenza delle lingue del Mediterraneo in un intreccio che talora diventa un cortocircuito storico, evidenzia un continente fluido – non un mare aperto – che oggi è una somma di mari, una stratificazione di civiltà e quindi di lingue perché alla base di un mare chiuso esiste un sistema di vita migratorio. Parliamo di una forma di migrazioni interna, quasi di pendolarismo perché se nell’identità dell’uomo c’è la spinta a muoversi, ad essere in viaggio dunque nomade e a contaminarsi, nel Mediterraneo diventa una condizione di fatto. L’idea della razza e della lingua pura non è solo abominevole moralmente ma assurda ontologicamente, in questo territorio più che altrove.

Nello specifico: l’idea di avvicinarmi a Genet è nata dal lavoro di traduzione e curatela di Jean Sénac, algerino di origine andalusa e di espressione francese, che rappresenta perfettamente quest’idea di identità multipla e fluida mediterranea, che supera ad esempio le divisioni nazionali e religiose e crea linguisticamente un affascinante pastiche linguistico. Ora il solo romanzo di questo poeta è dedicato al poeta René Char e a Jean Genet, giudicato il miglior scrittore contemporaneo. La lettura di questi autori conferma l’idea di un punto di vista originale sull’appartenenza plurale del primo e di un’idea diffusa di mediterraneità che paradossalmente si è persa proprio con la decolonizzazione.

René-Cha

René Char

Non è un caso che René Char (poeta e partigiano francese nato nel 1907 e morto nel 1988) parli della lingua come di un arcipelago e quindi di un mosaico di realtà diverse, di una complessità interna elevata alla base della ricchezza espressiva. La contaminazione o l’intreccio è quello tra linguaggio, poesia e arte; realtà e sogno: per un periodo è stato prestato al Surrealismo e poi l’approdo a una qualche assolutezza della parola come ricerca di verità, non in senso tradizionale. «La parole en archipel […] è poesia esplosa e ricomposta: forme ellittiche, contratte, nella stilizzazione irripetibile e folgorante», secondo la definizione del critico Marchetti. E non è un caso che l’ellissi sia la cifra stilistica caratteristica di Char: che testimonia la sua volontà di eliminare dall’opera d’arte tutto ciò che non è essenziale, e dunque legato all’effimero e al contingente. La ricerca poetica di Char si propone infatti di creare una riserva di bellezza e verità autentica, trascendente ed eterna. Questa ricerca presuppone la possibilità di attingere, attraverso una “comunione aperta”, alla totalità delle cose (Ricœur), a quella che Char definisce la Commune présence, ovvero la modalità originaria secondo cui le cose esistono.

È un momento nel quale l’identità non è separazione, neppure tra le arti e questa è anche la visione di Sénac [1]: così come non ci sono confini tra impegno politico e intellettuale artistico: la poesia è rivoluzione perpetua, afferma in una composizione. Lo spirito è lo stesso del Capitain Alexandre, nome di battaglia di Char.

Jean Genet, in particolare, più che un intellettuale, per quanto di spicco, noto soprattutto per le sue opere teatrali, prima tra tutta Le Bonnes, è un mosaico incompiuto che aspira a diventare “panorama”. Il termine panorama deriva dal greco e indica la tendenza alla conoscenza, all’essere in viaggio. Secondo questa visione a tutto tondo, per avere la quale l’uomo è costretto a girare su se stesso, il nomadismo diventa una proprietà intrinseca dell’esistere (e dell’essere artista, letterato in particolare), mettendo a dura prova ogni tentativo di fissare irrevocabilmente persone, nazionalità, etnie, professioni in categorie gerarchiche e immutabili perché ogni identità è in divenire come la vita, altrimenti è fossilizzazione.

2La questione è sempre e solo una: la percezione della diversità come risorsa, ricchezza e non come attentato al proprio stato di benessere e alla propria identità culturale. La vera identità è l’appartenenza che può essere anche multipla e in qualche modo contraddittoria. In tal senso Jean Genet, rappresenta l’intellettuale nomade e impegnato nel senso più alto, contemporaneo per eccellenza. Anche il suo impegno infatti non è etichettabile, ma fluido, legato agli ultimi, agli umiliati ed offesi per dirla con il titolo di un romanzo di Dostoevskij. L’idea della partecipazione, della compassione plurale comporta un’identità fluida che è all’origine e a supporto della convivenza civile. Ecco perché chi ha colto la lezione greca della democrazia, può veleggiare libero nel Mediterraneo e affrontare qualsiasi mare, perché è a casa ovunque, dove trova ascolto (simpatia, συν παθεια).

Per questo Genet, francese ha scelto di essere seppellito in Marocco nel cimitero di Larache, ha passato anni di viaggi in Palestina e poi con la stessa passione si è interessato del movimento americano delle Black Panthers. La sua opera anche sotto il profilo linguistico mostra bene questa complessità e fluidità che non riesce mai a cristallizzarsi, sia a livello di singolo, sia a livello di popolo: chi è in bilico sull’orlo del precipizio è più veritiero perché più vitale, in cerca e non in posa. Così nasce l’esaltazione paradossale dell’assassino, del migrante dell’identità sessuale, del profugo nel suo essere come sospeso.

3 Forse la definizione migliore di Jean Genet e del suo paradigma è quella dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, suo amico per dodici anni e ammiratore, consulente per le traduzioni in arabo, lingua che Genet conosceva, che gli ha consacrato un’opera dal titolo Le menteur sublime. Curioso il fatto che la prima volta che sentì parlare di Genet fu nel 1969 al primo Festival panafricano di Algeri da Jean Sénac, per l’appunto. Ben Jelloun ha tra l’altro lavorato proprio sul dialogo tra i due mondi, maghrebino ed europeo, utilizzando le sue due lingue madri come ponte. L’ossimoro, menteur sublime, mette in luce la grandezza dell’autore francese non nella sua ricerca della verità, spesso un’ostinazione, legata ad un’idea rigida, assoluta, scientifica, quanto dell’autenticità della vita che è di per sé contraddittoria.

In Genet d’altra parte c’è un rigore formidabile che è quello della passione per la causa, per l’umanità, prima più che per gli uomini, senza sentimentalismi nella sua lotta. Visse e massacrò i suoi ultimi anni, sacrificandosi totalmente, proprio per portare a termine l’opera che avrebbe voluto anche tradotta in arabo Le captif amoureux, straordinario viaggio di grande attualità tra gli “Occidenti”, dove la fluidità della lingua risponde alla condizione umana per eccellenza: l’essere nomade sulla terra. Uscito postumo (Genet muore nel 1986), nel giro di pochi mesi con Gallimard; il libro non è ancora stato tradotto in italiano [2].

Il caso del popolo palestinese e la questione della Palestina che Genet chiama Rivoluzione, diventano un simbolo della condizione umana universale che travalica i confini e, anche se i palestinesi sono pochi, hanno creato ad esempio uno stimolo e una forte condivisione nel popolo algerino. Sono due gli elementi sui quali Genet appoggia la propria idea di identità come appartenenza: la terra non nel senso di nazione ma di un luogo dove vivere in pace e la lingua: in tal senso la conoscenza dell’arabo e delle lingue classiche aiuta lo scrittore a riflettere sul senso di profonda appartenenza linguistica. Si è francesi non tanto perché si è nati in Francia, vi si risiede o si è cittadini francesi ma perché si appartiene alla lingua francese, che non ha frontiere. Nelle lingue classiche il vantaggio che rappresenta una caratteristica tutta mediterranea consente di rintracciare la matrice, la vicinanza all’origine e per questo il rapporto è più viscerale come quello tra la oumm e la oummah.

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Poesia autografa di Senac

A proposito delle lingue Genet era molto attento al valore della traduzione di prima mano per capire i testi e in questo loda l’abete di Cluny che aveva tradotto il Corano per studiarlo e Georges Dumézil – linguista, storico delle religioni e antropologo francese morto nel 1986 come Genet – che recuperava le lingue moribonde e con esse la memoria. Parlando di traduzione cita il tradimento che però sostiene sia dovunque e faccia assolutamente parte della vita, come ricerca di autenticità, e sia pertanto un rischio da correre.

Per concludere mi pare significativa la frase del collega, giornalista e scrittore, Amin Zaoui sul quotidiano Liberté Algérie, a proposito del mancato premio Nobel alla letteratura amazig, berbera: «Toute langue est belle par sa littérature renouvelée d’abord et par ses femmes et ses hommes qui la portent dans leur quotidien et dans leur cœur, sans divinisation aucune. Il n’y a pas de langues grandes et d’autres petites. Seule cette littérature amazighe d’Afrique du Nord échappe, grâce à cette relation fusionnelle entre la langue-mère et la langue-écrivaine, à l’aliénation». La traduzione suona più o meno così: «Ogni lingua è bella, rinnovata (vivificata) innanzitutto grazie alla sua letteratura e alle sue donne e ai suoi uomini che la portano nel loro quotidiano e nel loro cuore, senza alcuna divinizzazione. Non ci sono lingue grandi e altre piccole. Solo questa letteratura amazigh dell’Africa del Nord sfugge, grazie a questa relazione fusionale tra la lingua-madre e la lingua-scrittrice, all’alienazione». Mi sembra un grande augurio al Mediterraneo perché sia un chiasmo di popoli, non una torre di Babele.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
[*] Relazione presentata alla quinta edizione 2019 del Convegno di Studi internazionali mediterranei organizzato a Tunisi dalla sezione d’Italianistica della Facoltà di Lettere dell’Università della Manouba (Tunisi), la Presidenza Africa dell’AISLLI (Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua Letteraratura Italiana) e la Cattedra V. Consolo per il dialogo di culture e civiltà si focalizza sul tema le “Identità Fluide Transnazionali”.
Note
[1] La Méditerranée di Jean Sénac, alla cui traduzione sto lavorando all’interno della raccolta Pour une terre possible, mi sembra ben riassunta nei versi di questa poesia: À Mouky, méditerranéenne
«Méditerranée c’est une mer/ qui vous boit de l’intérieur/ c’est ce qui lui donne sa couleur/ son espace têtu et ses enfants amers/ Méditerranée c’est une eau qui vous use par grand fond, on garde le pied/ les distraits ne se noient jamais/ la mort est le fruit d’une longue ruse/ Méditerranée c’est ton visage/ perdu, c’est mon rire sur la page/ où commence chaque mois la merci/ Méditerranée c’est un bon souci/ c’est une écume qui fixe/ à jamais l’aube sur tes cuisses/ Pour coudre le soleil/ Méditerranée c’est une aiguille/ la corsage d’une jeune fille/ et la main de ma mère». [Alger, 23 Mars 1953]
«Mediterraneo è un mare/ che vi beve dall’interno / è chi gli dà il suo colore/ il suo spazio testardo e i suoi bambini amari/ Mediterraneo è un’acqua che vi consuma con un grande fondo, si custodisce il piede/ i distratti non annegano mai/ la morte è il frutto di una lunga astuzia/ Mediterraneo è il tuo visto/ perduto è il mio riso sulla pagina/ dove comincia ogni mese la grazia/ Mediterraneo è una buona preoccupazione/ è una schiuma che fissa/ per sempre l’alba sulle tue cosce/ Per cucire il sole/ Mediterraneo è un ago/ il corsetto di una giovane ragazza/ e la mano di mia madre».
[2] Secondo le mie fonti dirette i diritti sono stati ceduti al Saggiatore, editore di Genet in Italia.
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 Ilaria Guidantoni, fiorentina di nascita, vive e lavora tra Roma, Milano e Tunisi. Giornalista e scrittrice, si dedica alla conoscenza e alla scoperta dei temi legati alla mediterraneità, in particolare si occupa del dialogo interreligioso e interculturale, dell’evoluzione del femminile, delle rivolte arabe e della cooperazione tra le due sponde. Laureatasi in Filosofia Teoretica all’Università Cattolica di Milano con una tesi sul filosofo Wladimir Jankélévitch, è autrice di diverse pubblicazioni. Ha collaborato con il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (SERItaliAteneo, 2014). Nel 2015 sono usciti Il potere delle donne arabe (Mimesis editore) e Marsiglia-Algeri. Viaggio al chiaro di luna, un reportage sull’attualità algerina (Albeggi edizioni). Nel 2016 per Albeggi Edizioni ha pubblicato la riedizione del libro sulla transizione tunisina, Senza perdere il coraggio. Tunisi, viaggio in una società che cambia e il pamphlet sul Mediterraneo Lettera a un mare chiuso per una società aperta. Sue sono la traduzione e la curatela dell’opera del poeta algerino di espressione francese Jean Sénac, Ritratto incompiuto del padre.
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