di Giuseppe Sorce
C’è chi dice che saper attendere è un’arte. Quella dimensione temporale, che è quindi anche spaziale, di sospensione in cui, per qualche ragione, ciò che deve o potrebbe accadere non succederà per una qualche misura. Spesso l’attesa è qualcosa che ci viene imposto da qualcun altro, dalla contingenza delle cose, dal caso, dalla vita che semplicemente accade e non dipende da noi. Alle volte, per esempio si aspetta una persona e sembra che la si aspetti da sempre. Alle volte si aspetta un esame, oppure una partenza, l’arrivo, un grande evento, o semplicemente si aspetta che il tempo scorra nel modo meno dannoso possibile e che quel giorno, quel mese, quell’anno, quel momento finisca il più presto possibile. Alle volte si aspetta qualcuno che sappiamo mai verrà.
E in molti casi quindi l’attesa diventa più una sorta di condizione dell’animo, che bisogna saper affrontare, digerire, domare, disciplinare anche. Perché come detto, molte delle cose che ci accadono sono fuori dal nostro controllo o dalla nostra intenzione. E questo, per fare un salto a qualcosa di più concreto, i palermitani lo sanno bene.
Palermo è la città in cui si aspetta, sempre. L’attesa è una dimensione endemica, dagli uffici, ai mezzi pubblici, passando per le visite, nell’ufficio postale, in banca, a scuola, all’università, dal panettiere, in macchina in mezzo al traffico. È banale, lo so. Ma questo è, e non solo in realtà. Ora, se si vuol andare fuori dalla banalità, Palermo è una città di attesa. La mia generazione lo sa bene. Siamo cresciuti aspettando di diventare grandi e quando lo siamo diventati abbiamo aspettato che il futuro che ci avevano raccontato accadesse. Stiamo ancora aspettando. Molti però nel frattempo hanno deciso che non volevano aspettare e se ne sono andati. Quanti di noi hanno amici emigrati al nord o all’estero, fratelli, sorelle.
La Sicilia tutta è una terra dalla quale oggi si parte per non tornare, se non per le vacanze. Attraverso gli occhi di chi a 16 anni sessant’anni fa da Palermo è emigrato in America ed è tornato questa estate, un mio lontano parente, che strabuzzando gli occhi di fronte al porticciolo della Bandita, dice “non la riconosco più se passo e guardo, ma guardo bene, ma mi sembra tutto uguale… che bella Palermo, non me ne andrei mai”. Palermo è l’attesa che un giorno potremmo non dover partire per forza, penso. Ma questa è un’altra storia.
Palermo è in qualche modo, comunque, l’attesa di sé. L’attesa che la città cambi, e quando cambia non va bene, l’attesa che la città diventi più europea (qualsiasi cosa voglia dire), che diventi più moderna (qualsiasi cosa voglia dire), che diventi più ricca (chissà per chi poi). Palermo è l’attesa di futuro, in generale, un circolo vizioso da cui mai si uscirà poiché l’atto in sé di aspettare racchiude quello di futuro – qualcosa che accadrà – e viceversa, in un eterno disperato e ridente loop nostalgico e melanconico che è anche il fascino di questa città.
Dall’attesa, a Palermo non si scappa, neanche da morti. Questo brutalmente e dolcemente insieme ci vuole dire il film “Morire a Palermo” di Caterina Pasqualino. Quest’opera dell’attesa e di Palermo, nelle sue storture e nel suo intimo sublime, ne dipinge un affresco con un tratto delicato, rispettoso, e insieme mistico e duro. Le inquadrature ci fanno sentire lì spettatori e insieme attori della stessa commedia amara che è, a volte, Palermo e le sue personali tragedie.
Durante la narrazione documentaria veniamo accompagnati in luoghi, fra visi e storie, che magari già conosciamo, che abbia sentito forse una volta, forse due o tre, ma che sotto la luce di uno sguardo rinnovato, da spettatori appunto, attraverso uno schermo, riscopriamo nella loro purezza che è cruda, tagliente eppure luminosa, chiara, innegabile nella sua carnalità e sacralità. Cosa è carnale e cosa è sacro? Beh!, l’immaginario. L’immaginario delle persone, specie se ne condividiamo la città, la cultura, l’origine o i luoghi, ci sorprende sempre. Può risultare infatti simile al nostro oppure molto lontano. Eppure ne rintracciamo sempre una radice comune, un sostrato ancestrale – che è culturale – che ci riporta a una dimensione comunitaria ove ad essere in comune sono i sogni alti e gli incubi più profondi.
In questo caso “Morire a Palermo” interroga dolcemente quei volti che impariamo a scoprire proprio sul tema che tocca tutti, indistintamente, gli esseri umani: la morte e l’aldilà. Riscopriamo allora che in fondo l’amore, la paura, la disperazione, il distacco e l’amaro sarcasmo di fronte la perdita di un caro ci ritroviamo tutti di fronte a una forma di vuoto inconoscibile. Questo vuoto è riempito dall’immaginario, a prescindere dalla fede o dalle credenze, ognuno sviluppa il proprio e lo tramanda. L’immaginario di “Morire a Palermo” è in larga parte quello del Purgatorio che l’autrice e regista ci fa riscoprire. Regno dei cieli raramente al centro di grandi narrazioni – d’altronde si sa che l’inferno è sempre il più interessante e il paradiso difficile da raccontare senza sfociare in tentativi pacchiani, blasfemi o fin troppo fantasiosi – il Purgatorio è contraltare simbolico e narrativo di uno dei temi su cui il film riflette e vuole farci riflettere: l’attesa.
La voce fuori campo lo dice a un certo punto. A Palermo le persone aspettano, come detto, come alle poste, negli uffici pubblici, dal medico, così come aspettano anche quando non ci sono più. Se il film infatti da un lato vuole parlarci di un’emergenza vera e propria verificatasi fra il 2018 e il 2023 che ha coinvolto il cimitero dei Rotoli, dall’altro vuole dirci come questa perenne condizione di attesa coinvolga direttamente l’immaginario di un’intera città, nella sua dimensione carnale (i corpi dei defunti) e sacrale (i corpi dei defunti sono persone – “sono persone” dice a un certo punto uno dei parenti di qualche essere umano la cui bara si trova accatastata da qualche parte nel caos dell’emergenza spazio).
Nei suoi riti, nei suoi culti, nei suoi drammi e speranze, neanche la morte riesce a mettere una parola fine all’attesa. L’attesa che qualcosa di migliore accadrà, l’attesa che le cose si risolveranno, l’attesa che staremo bene e troveremo pace. In tale senso una scena su tutte riesce a evocare con carnalità e sacralità, appunto, questo senso infinito di attesa che trascende l’assenza e la presenza, l’immanenza del tempo e l’ineffabilità del sogno. Un uomo che ogni giorno sotto un ombrellone a strisce sta seduto accanto la tomba della moglie e che ci confessa che non ancora ha sognato la compianta amata, che sta aspettando di incontrarla, in sogno, di parlarle, in sogno. Ma niente. La moglie ha parlato solo con la figlioccia “digli al padrino che qui sto bene”. Ma lui si dispera, attende, vuole parlare con lei in sogno.
Il film torna poi all’emergenza, alle bare accatastate l’una sull’altra sotto bianchi tendoni che occupano le vie del cimitero. È un’attesa perenne. Fra i sentieri del sogno e le vie di pietra del cimitero. Ci muoviamo poi verso altre storie insieme allo sguardo del regista che si confonde col nostro. Ci muoviamo verso altre vite, altri fini, altri microspazi di sogno, speranza e perdita. C’è chi tiene le foto del figlio scomparso lontano da quelle degli altri cari andati via, perché “lui c’è, è qui, mi aiuta a sollevare le casse… vedi… questa cassa peserebbe venti chili, invece con lui che mi aiuta ne pesa dieci…”; c’è chi invece intercede con le preghiere per quei cari che si trovano in purgatorio e non possono più aspettare, devono ascendere verso il paradiso così da avere in cambio la gioia di una gravidanza in questa vita terrena. Si attende quindi sempre e quando non basta ci si proietta nell’attesa anche di qualcosa che sappiamo potrebbe non accadere mai: che qualcuno torni, che qualcuno ritorni, che qualcosa che non dipende da noi cambi.
È difficile, in fondo, per un palermitano come me che quella crisi ai Rotoli l’ha vista di persona, recensire diversamente un film che restituisce alla memoria queste storie e queste scene che il film, inevitabilmente in quanto medium, ha trasposto in una dimensione estetica ben più gradevole dell’amara realtà. La quale però grazie a questo lavoro ci si augura rimarrà nella memoria di tutti come un monito. Aspettare, infatti, anche dopo la fine certa di qualcosa è forse l’illusione più grande ma è forse la cosa che ci rende più umani e che testimonia sia la carnalità sia il sacro di cui siamo, in qualche modo testimoni, attori e spettatori. D’altronde, l’attesa, di qualsiasi cosa attesa, è sempre una forma di attesa di sé. E cosa c’è di più umano di questo.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof. Franco Farinelli.
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