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Paesi morenti e nuovi re

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Vignetta di Vitaliano Fantoni, Biffe

CIP

di Pietro Clemente

Morti vecchi e nuovi a Gaza

Da tanti mesi aspettavo, al telegiornale delle sette, di sentire che le morti quotidiane a Gaza fossero cessate. Formalmente ora c’è la tregua che qualcuno chiama pace. Ora sono meno attento, ma so che ogni giorno ci sono morti e rivendicazioni di ripresa della guerra.

Non è certo un clima di pace quello in cui Stati potenti e bellicosi minacciano di “scatenare l’inferno”. Sempre in questa atmosfera di pace Trump ha addirittura modificato il nome del Ministero della Difesa in Ministero della Guerra. E pretenderebbe anche il premio Nobel per la pace.

Seguo meno le notizie su Gaza per una sorta di interdizione a capire, di silenzio della comprensione che le circostanze inducono. Si parla di tregua, ma i valichi per i soccorsi umanitari sono chiusi con la scusa che ancora non sono stati restituiti i corpi degli ostaggi morti. Mi domando se la mancanza di un morto debba produrre la moria dei viventi. E capisco che sono pretesti. Dicono che Hamas fa i conti in maniera brutale con altri gruppi locali a colpi di kalashnikov. Sarà vero?

La flottiglia, le cui barche sono state sequestrate da Israele, resta un atto non violento di disobbedienza civile, il sogno di rompere l’assedio, incontrare i civili e portare aiuti. Tutto quello che Meloni non può capire. Se, come rivendica, ha sempre mandato aiuti a Gaza, come mai la gente moriva e muore di fame? Non può capire un gesto collettivo e audace di volontà di rompere la guerra non usando la violenza. La sua limitatezza di orizzonti le fa concepire le critiche al governo come offese alla nazione italiana e da qui prende forma la sensazione che si vada verso un regime in cui sarà possibile dire solo ciò che il governo gradisce.

La cosiddetta pace non è che un insieme di parole, in un equivoco intermezzo pieno di minaccia. Intuisco che solo il peso dei Paesi arabi presenti nell’accordo potrà garantire un esito meno tragico di quello che si prefigura nelle parole dei fondamentalisti che reggono il governo israeliano. Questi ultimi sono – non di certo la sinistra italiana – più terroristi di Hamas. Circolano tante voci e si delineano strani retroscena anche tra i vari mondi dei palestinesi. Ora che tutto sembra fermo (in realtà di fermo c’è solo la chiusura del passo che dovrebbe portare cibo e farmaci), cerco di immaginare la mappa del territorio intorno a Israele. In questi due anni c’è stato davvero un incenerimento di esseri umani e di milizie, la distruzione di interi villaggi e di paesaggi, l’abolizione dei confini: non c’è che il vuoto intorno. Resta la paura del peggio. Visto che mancano alcuni cadaveri da riconsegnare a Israele, c’è la libertà di sparare a un pullmino e fare strage di una intera famiglia o di sparare a un bambino che lanciava un sasso. Per ogni morto vecchio ancora non consegnato, si fanno nuovi morti.

Trump Modok

Trump Modok

No crown for the clown

In questo clima di mancanza di senso, di interdizione del pensiero attivo in cui l’assurdo è la realtà e la realtà è l’assurdo, penso che la figura di Trump sia costruita come al contrario di una qualsiasi figura morale, una figura che pesca nell’immaginario del “cattivo” sul modello del male, mai su quella del bene. Ed è questo che disorienta continuamente. Questa costruzione potrebbe essere frutto di una ‘bestia’ (un apposito staff comunicativo, come quello di Salvini [1]) che lo vuole rappresentare in maniera negativa e disorientante. In effetti è davvero raro che nell’età moderna e contemporanea un leader si voglia deliberatamente presentare come ‘un cattivo’. Nemmeno dittatori come Franco, o Salazar, o Pinochet. Negli USA Trump, già dal primo mandato, è stato confrontato, e anche in parte incorporato, tra i supereroi nella parte del cattivo, se non addirittura come antagonista del bene. Tutto ciò aiuta a farci capire un presidente degli Stati Uniti così imprevedibile. Trump è già stato confrontato con Bane, uno dei peggiori nemici di Batman, e sembra che lo stesso Trump abbia addirittura ispirato la nuova edizione del cattivo “populista” Lex Luthor, il principale nemico di Superman. Nei fumetti di Spiderman vi è perfino un personaggio che è stato costruito pensando a Trump e ne ha i lineamenti. Si tratta del supercriminale MODOK (Mental Organism Designed Only for Killing), un’enorme testa mutante con un’intelligenza geniale e il corpo montato su un veicolo fluttuante.

Abbiamo purtroppo visto il video con cui Trump (o la sua ‘bestia’/staff comunicativo) ha risposto alle manifestazioni americane che denunciavano il suo assumersi poteri che non ha come fosse un monarca assoluto. Il video vede Trump in persona che con la corona in testa guida un caccia da guerra e butta grandi quantità di merda sulla folla dei manifestanti. È quasi incredibile perché davvero sembra la risposta del cattivo dei cartoni animati e dei fumetti. Uno come il Jolly, the Joker, nemico di Batman, potrebbe fare qualcosa di simile e fare gigantesche e agghiaccianti risate dopo avere compiuto il fatto. Un modo di disprezzare, irridere, offendere manifestazioni di protesta di milioni di americani. Trump si è iscritto nella storia dei supereroi in una sintesi di tutti i cattivi. Ma lui non è un fumetto.

Harley

Harley Quinn

La somiglianza, quasi coincidenza, di Trump con i protagonisti del male, aiuta a meglio comprendere l‘impossibilità di immaginarlo e prevederlo. Il governo italiano oscilla tra l’Europa e Trump in modo assai marcato. Più volte Trump ha considerato Giorgia Meloni come un’amica di valore, quasi parte del suo staff. Per la Meloni può essere interessante sapere che in uno dei fumetti della Marvel ci potrebbe essere anche una parte per lei come donna cattiva. Si tratta di Harley Quinn, la compagna del clown Joker. Ci sono molte altre donne ‘cattive’ nei fumetti ma questa è la più adatta anche perché le somiglia.

imagesMi domando se gli elettori americani di Trump si rendano conto di avere un presidente che si ispira ai grandi personaggi del male. Non a quelli del bene, ovviamente, né ai grandi presidenti degli USA, né alla Costituzione americana. Un cattivo che cerca di vincere fregando tutti. E quando vince se la gode e ingiuria i perdenti, sghignazza e offende metà dell’elettorato americano. Mi domando se gli elettori di Trump lo sanno o si sono impersonati in un modello negativo. Che un capo di Stato di un Paese potente come gli USA possa essere come lui, è davvero una specie di mondo alla rovescia. Disorienta il pensiero che ne viene bloccato. Nella grande manifestazione degli Stati Uniti contro Trump che si proclama Re e si mette la corona, vedo un cartello self-made: No crown for the clown.

Ardone

In questo scenario mi conforta la lettura di una pagina di Ardone su Repubblica (16/10/2025) che cerca di capire la forma storica assunta dalla presenza dei giovani nelle manifestazioni per Gaza. Dà parole a quello che abbiamo visto tutti e così conclude

«E allora sì, Gaza è il nome di un trauma collettivo, ma anche di un esperimento di coscienza. Un punto in cui si è misurata la nostra capacità di essere umani nell’era digitale, fuori dal confort asettico e insincero della partecipazione da tastiera, manifestata a colpi di like e meme. E sono proprio loro, i cosiddetti “nativi digitali” a uscire dalle loro bolle social e a mettersi in cammino, alzare i cartelli, salire sulle navi, piazzarsi in faccia al genocidio e dire: siamo qui, i nostri corpi parlano più di mille slogan. Penso che il loro coraggio non stia nell’essere “più avanti” di noi, ma nell’essere più permeabili, nel lasciare che la realtà li attraversi. Hanno imparato, forse senza saperlo, la lezione più dura del secolo scorso: l’indifferenza è solo un modo per convivere con la ferocia, è l’altro nome della complicità. Noi li osserviamo come si guarda un mistero, ma dovremmo riconoscerci in loro, perché è sempre dai figli che arriva la lingua del tempo nuovo. È solo quando Telemaco si mette in viaggio che inizia l’Odissea».

514669201_1124682336351982_1618600720119388095_nIl destino dei paesi morenti

Sembra il titolo di un film. In realtà è l’immagine che viene da un codicillo di un progetto ministeriale sulla strategia delle aree interne, un’immagine che ha prodotto grande risonanza giornalistica ed è suonata come un campanello d’allarme. Ha anche sollecitato la presenza in campo delle zone interne di un nuovo soggetto, la comunità ecclesiale. La “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”, è stata sottoscritta a conclusione dell’annuale convegno dei Vescovi delle Aree Interne, e firmata al momento da 141 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati. Il testo sarà consegnato all’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili”. Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali – e in particolare i piccoli centri periferici – alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta. S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione.

La recente pubblicazione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, che aggiorna la Strategia Nazionale per questi territori, delinea per l’ennesima volta il quadro di una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, ritenuti oramai una condanna definitiva, tale da far scrivere agli esperti che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive» (ivi: 45). Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di «combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità» (ivi). Sono molti gli indicatori che fanno prevedere all’ISTAT un destino delle aree interne che, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo 4 della Strategia Nazionale s’intitola: «Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile». In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse». In sintesi, il sostegno per una morte felice [2].

Un benvenuto va alla Chiesa e speriamo che in questo mondo difficile, si faccia sempre più protagonista.

270125_logouncemlombardia_425x200UNCEM e altri

In questo numero 76 del CIP vi è il contributo di Gianpiero Lupatelli che fa il punto sullo stato dell’arte delle aree interne, in un momento in cui il Rapporto Montagne Italia | 20 ottobre 2025. dell’UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) viene presentato e valutato in diversi luoghi d’Italia. Lupatelli scrive che vi sono segnali molto positivi di ripresa abitativa per il Nord e anche per il Centro Italia:

«Sempre nel 2024 hanno trasferito la propria residenza in uno dei comuni montani del Paese oltre 265mila persone, a fronte delle 231mila circa che dalla montagna si sono trasferite altrove; il saldo positivo di quasi 35mila unità rappresenta il 13,0% del valore totale del flusso in ingresso, valore che sale al 16,2% quando si misuri un saldo di quasi 15mila unità su un flusso totale di ingressi nelle montagne del Nord (quelle di più rilevante e sistematica attrattività, come si è detto) su un flusso totale in ingresso di circa 153mila unità in quelle regioni e in quell’anno. Una frazione (da 1/6 a 1/5 del flusso totale) decisamente significativa per attribuire al saldo il valore di una tendenza strutturale e non di una oscillazione probabilistica».

Si tratta anche di migranti ma in buona parte soprattutto di cittadini italiani. Mentre è nel Sud e centro-sud che ancora si presenta e permane un esodo senza compensazione statisticamente significativa di ritorni.

I contributi successivi confermano la vivacità dei contesti locali. Per il Lazio montano vengono segnalate le iniziative di Fiamignano, uno dei comuni di altura che più spesso è stato presente nel CIP e che costantemente promuove processi di condivisione e di democrazia, nel desiderio di non soccombere attraverso costanti invenzioni partecipative (Adriani – Paris). Nell’estate vi è stato un ’evento che connetteva una serie di dischi a 33 giri di memoria collettiva a un’offerta gastronomica di prodotti locali. L’iniziativa dal titolo Un disco alla volta ha superato il ruolo di semplice evento ed è diventata una forma di rigenerazione dal basso attraverso il coinvolgimento diretto della comunità. Sostenuta da una solida rete – associazioni locali, volontari, famiglie e giovani imprenditori – la manifestazione ha preso forma in ogni fase, dalla logistica alla comunicazione. In assenza di sostegno istituzionale, la comunità ha colmato le lacune, trasformando il format in una risposta concreta a esigenze vissute (Adriani-Paris).

Un altro dato di straordinaria vivacità è quello di un’associazione locale, Liquilab di Tricase (LE) che, divenuta ONG UNESCO, connette il paese e il mondo e contrasta – come abbiamo documentato in passato – il sindaco che anziché valorizzare l’associazione ha cercato di annientarne le attività (Ricchiuto). Liquilab è stato invitato a un incontro internazionale a Barcellona di Mondacult, sul tema “Potenziare la cultura per ottenere uno sviluppo sostenibile”.

In questa cornice, il nuovo ruolo di Liquilab in qualità di ONG mira a rafforzare la mediazione con le comunità locali, facilitando programmi di salvaguardia e processi partecipativi, e contribuendo al tempo stesso alla creazione di un terreno comune, a livello globale, attraverso discorsi, approcci, metodologie e pratiche tra gli esperti e le comunità stesse.

«Entrare a far parte della rete internazionale connessa con l’Intangible Cultural Heritage (ICH) significa acquisire consapevolezza del valore della diversità culturale come fondamento di una cultura del dialogo e della pace. La partecipazione all’UNESCO rappresenta, dunque, un riconoscimento del percorso di patrimonializzazione dal basso avviato da Liquilab e, al tempo stesso, un’opportunità per ampliare la riflessione sul ruolo delle comunità come protagoniste della salvaguardia e della rigenerazione culturale» (Ricchiuto).

Nel suo testo Rossano Pazzagli, uno degli storici più impegnati nella tematica delle aree interne, richiama i problemi della scena generale da cui nasce il Centro in periferia ritrovandone la mission in Nuto Revelli, uno dei grandi ispiratori della riflessione sulle montagne e il mondo dei contadini.

«La vita in campagna e nei piccoli centri può rappresentare il laboratorio di una nuova libertà, lo spazio comunitario dove si può tornare a respirare. È una nuova tendenza, in qualche misura già in atto. Affinché ciò non resti un fenomeno transitorio, una fuga mossa dalla paura o dalle ossessioni, una parentesi, è importante capire che bisogna cambiare paradigma, che i problemi delle campagne o delle aree interne non possono essere affrontati e risolti applicandovi lo stesso modello che le ha marginalizzate. Occorre un lavoro educativo, formativo e capillare di promozione culturale e politica di nuovi stili di vita, che coniughino salute, dignità e libertà» (Pazzagli).

1738225068942Recensioni ed emozioni

Nel testo di Broccolini e De Grazia dal titolo “Impronte, segni, territori. Tra semiotica, antropologia e politica”, si trova la proposta di introdurre la nozione teorica di impronta nell’area del paesaggio umano, termine che viene dal libro di Philippe Pesteil, Pour une anthropologie de l’empreinte. Approche cognitive et phénoménologique d’une forme, che qui di seguito cito: «assumendo l’“impronta” come figura-soglia e oggetto di studio multidimensionale tra corpo, conoscenza e ambiente-mondo». Mi sembra un buon contributo al nostro lessico, spesso i nuovi concetti teorici aprono nuovi sguardi, sia a chi fa ricerca sia a chi fa pratica di riabitazione. Le autrici fanno dialogare il concetto con gli approcci territorialistici di A. Magnaghi in modo interessante e utile.

«L’impronta diventa … l’emblema del processo trasformativo attraverso cui lo spazio si fa luogo: una costruzione sociale e sensibile che incorpora esperienze e presenze. In questo senso, il soggetto che “incorpora” lo spazio agisce nel mondo producendo impronte corporee e cognitive. L’impronta, dunque, è insieme gesto percettivo e narrazione, forma attraverso cui l’esperienza si deposita nella materia, dando consistenza alle memorie e alle relazioni che abitano i luoghi» (Broccolini – De Grazia).

Acquanegra è un paese di pianura del mantovano, contiguo al cremonese. È il luogo nativo di Gianni Bosio, una figura rilevante degli studi e della promozione della cultura popolare nel secondo dopoguerra. fondatore del Nuovo canzoniere Italiano e dell’Istituto de Martino.

Antonella Tarpino ha letto e recensito un libro recente intitolato Dopo il trattore al quale ho partecipato insieme ad altri ricercatori. Il libro nasce per iniziativa dell’Istituto Cervi nel centenario della nascita di Bosio (1923) e si è concluso poco prima del 55° della morte. La ricerca muove dall’opera di Bosio dal titolo Il trattore ad Acquanegra, un testo paradigmatico tra microstoria e ricerca antropologica, pubblicato postumo nel 1981 a cura di Cesare Bermani. La ricerca lo ha rivisitato, in un tempo in cui il trattore non è scomparso ma si è raffinato tecnologicamente ed esteso anche a nuovi mondi rurali.

«Dopo il trattore dunque. Ma ecco che, attraverso un simbolo ambivalente come il trattore, culture e civiltà lontane, Europa e India, si ritrovano legate evocando una dimensione materiale ma anche culturale del lavoro e della cura degli animali che si va smarrendo nel contesto del post-agricolo, dell’agribusiness e della finanziarizzazione delle campagne. Così da produrre ovunque una forte ostilità, solo in apparenza desueta, alle politiche decise – il caso dell’Europa è esemplare – senza la costruzione di un consenso dal basso» (Tarpino).

A tutto questo si connette un approccio al patrimonio in chiave etnografico- ecologica nel libro Elisabetta Dall’Ỏ, Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi, recensito da Chiara Dallavalle, che esplora la complessità degli scenari tra oggettività e soggettività e coinvolge anche il tema della percezione del rischio e della volontà di contrastarlo da parte degli abitanti di queste zone alpine.

In conclusione:

«Ciò che manca oggi non sono le informazioni sul global warming e i suoi effetti bensì la capacità di integrarle all’interno di un quadro di senso collettivo, al centro del quale stanno le reti di interdipendenza tra umani e non umani. Tutti possiamo diventare attori capaci di portare cambiamento in questo scenario globale, e ciascuno deve assumersi la propria agency, consapevole del fatto che ogni azione ha un impatto, magari invisibile ai propri occhi ma non per questo meno reale» (Dallavalle).
Teatro di Montichiello

Teatro di Montichiello

La recensione di Mariano Fresta su un evento-luogo ricco di ‘impronte’, nel senso appena riferito, apre un dibattito all’interno del paese di Monticchiello, una delle comunità del riabitare che hanno accompagnato anche la nascita de ‘Il centro in periferia’. Fresta osserva che la configurazione attuale dei locali ha coinvolto il Museo Tepotratos e la cooperativa del teatro povero, la cui intersezione fisica ha quasi annullato lo spazio e il progetto del Museo.

«La crisi dei musei etnografici è tale che quattro degli studiosi che più si sono spesi nell’idearli e farli nascere, hanno distribuito un volantino in cui si parla sia delle «molte sconfitte subite», ma anche delle «nuove resistenze museali, già attive o possibili»; basandosi su queste vogliono ripartire con un seminario nazionale dedicato “al lavoro, alle battaglie e ai tanti cantieri aperti da Gianfranco Molteni” Se il Museo di Monticchiello fosse stato in attività, sarebbe stato un punto di partenza molto importante per questa coraggiosa volontà di riprendere il lavoro interrotto da un atto burocratico e da un mancato rispetto della storia, degli studi e degli studiosi che ne sono stati i creatori» (Fresta).

Il testo di Fresta è molto critico. Ma apre un dibattito. Meglio dirsele apertamente, fa crescere.

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] “La Bestia” di Salvini è il sistema di comunicazione social ideato da Luca Morisi che ha usato strategie digitali e social per costruire una comunità di follower e influenzare il dibattito pubblico. Si basa su un mix di contenuti mirati, interazione in tempo reale con i follower, sfruttamento dei trend e della cronaca, e la creazione di un “nemico” comune, per amplificare il consenso e mantenere alta l’attenzione mediatica.
[2] https://www.google.com/search?q=aree+interne+il+suicidio+assistito 

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.

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