Niente è più certo del “mistero”, qualunque cosa riguardi la Sicilia. Anche il cuore della donna è un mistero, ma in questo caso è un vino a racchiuderne il fascino, il Principe dei vini siciliani, il Nero d’Avola.
Si sarebbe potuto chiamare Calabrese d’Agrigento come ampiamente dimostrato dal suo appassionato studioso, Joe Castellano, nel libro appena dato alle stampe per le Edizioni Sime Books: Per una vera storia del Nero d’Avola.
Il proposito è chiaro già dal titolo e dai sottotitoli che scorrono nitidi sulla bella copertina dove campeggia una vendemmia (splendida!) di Luigi Guerricchio, allievo di Renato Guttuso.
Una meticolosa e ispirata, a tratti vertiginosa ricognizione nel tempo e nella storia, svela, passo passo, la complessa fisionomia di un vitigno che dà lustro alla viticoltura siciliana e nazionale. «Un vitigno ‒ come scrive l’autore ‒ senza nome fino al 1696 (grazie all’opera dell’abate Francesco Cupani al tempo delle “Grance”) e quasi certamente non veniva da Avola e di cui non si conosce nemmeno l’origine dell’unico suo genitore a bacca rossa».
A riprova che la vite non può essere legata a un rigido e perciò distorto concetto di identità. Non ha patria in senso assoluto, anzi ne ha tante, e per natura e vocazione è girovaga ed errante e si adatta a tutte le ibridazioni che l’essere umano rende possibili.
Ci voleva il coraggio e il temperamento generoso di Joe Castellano per intraprendere un così paziente lavoro di spigolatura di fonti molteplici e, nella tessitura del testo, coglierne i punti di contatto e la reciproca armonizzazione.
Potevano anche bastare gli studi ampelografici più accurati e documentati, pensiamo ai spesso citati Antonio Mendola, nobile letterato e ampelografo vissuto nell’Ottocento e a Rosario Lentini, autore di opere di elevato valore scientifico, al quale va la nostra profonda stima e considerazione.
Di grande rilevanza si sono dimostrate le recenti scoperte in biologia molecolare e le informazioni diffuse dal team di studiosi del CREA di Conegliano che, esplorando i misteriosi recessi del genoplasma della pianta, ci hanno permesso di conoscere la genesi meridionale del Sangiovese di Toscana che un tempo si chiamava, guarda caso, Calabrese.
Ma per comprendere il senso delle origini, le recenti acquisizioni archeologiche permettono a Castellano di risalire con decisione all’epoca dei Fenici, mai abbastanza ricordati, con il loro primo e “democratico” alfabeto, mediatori eccelsi tra i popoli, i primi ad essere attivi in quel «triangolo di acclimatazione», come lo chiamano gli studiosi, l’areale compreso tra Lucania, Calabria e Sicilia, dove già avevano introdotto dal Libano la Vitis biblina, progenitrice del Perricone e del Moscato.
Con tali premesse, lo splendore della Grecia classica porta a sintesi le facoltà e le linee del pensiero, la sua articolazione, come si può percepire nella contemplazione, meglio se al tramonto, del Tempio della Concordia ad Agrigento, o all’ascolto di un verso omerico come quello opportunamente citato… «quell’isola dove tutto nasce senza mai essere stato seminato».
In quell’alveo di bellezze naturali e artistiche che daranno un impulso decisivo all’evoluzione dello spirito umano, un’umile vite dalla storia antica, il Calavrisi, troverà il suo destino e una compiuta affermazione in terra agrigentina, nonostante l’umiliazione (questa la parola) di dover realizzare «vini dozzinali» da taglio di più abbondante produzione.
Ma ecco offrirsi al lettore un regalo inaspettato, estremamente gradito, che completa e arricchisce il ricco apparato iconografico del libro, corredato da utilissime tavole storico/sinottiche, mappe e carte geografiche: è l’elenco dei numerosi vitigni pre-fillossera che per la prima volta riunisce e permette di riscontrare quasi tutte le tipologie varietali e relativi sinonimi.
Se ne può assaporare la musicalità e la fantasia stupefacente del genio della lingua e dei nomi dialettali antichi, purtroppo con un’ombra di dolore e di nostalgia, anche di rabbia per la loro perdita, dovuta a cause naturali e più ancora per opera degli umani, in occasione dei perniciosi espianti “comunitari” degli anni Settanta.
Non è finita, un’altra e non recente minaccia si va delineando all’orizzonte, più volte Joe Castellano ne fa menzione con un termine inequivocabile, “globalizzazione”, vale a dire la «reductio ad unum» di una realtà vitivinicola d’immenso potenziale che rischia di omologarsi e appiattirsi a logiche non più solo di mercato.
Nessuna resa è concessa e il libro ne è la prova. Siamo di fronte ad un’importante novità editoriale, un vero e proprio «Viaggio di Formazione» alla Goethe, di carattere scientifico e umanistico al tempo stesso, che infonde desiderio di conoscenza, predispone alla magia dei luoghi, all’incanto delle città dove perdersi, prepara all’incontro col bravo vignaiolo e ne condivide l’esultanza per un vitigno ritrovato. Un raro esempio di relazione virtuosa, coralmente rappresentata, tra identità e alterità, tradizione e innovazione, perdita e riscatto.
In ogni riga traspare insistentemente un amore per la verità che non consente deroghe, cosa che un vero siciliano sa da sempre. Lo zolfo è stato ed è ancora un efficace anticrittogamico, ma con un risvolto tragico in passato, lo sfruttamento nelle miniere dei bambini, dei “carusi” dagli otto anni in su, per più di duecento anni.
Era il tempo della Rivoluzione industriale, della guerra quale strumento, mai abbastanza contrastato, di espansione territoriale e coloniale delle grandi potenze. Tra i nomi illustri che Joe Castellano ricorda nel libro, a cominciare dal suo grande amico Leonardo Sciascia di Racalmuto, ce n’è uno a me molto caro, un nome di donna che dà respiro musicale a tutti i vini siciliani, quello di Rosa Balistreri.
Stupenda e forte, come ossidiana lucente, ha dato voce nell’antico suo canto, a chi non ha voce, al lamento, al grido di dolore che ancora scaturisce dalla terra se si porge l’orecchio «intra lu pettu dâ minera». Al canto dolente ma sublime di Rosa, esprimo la mia commossa gratitudine all’amico Joe Castellano per questo libro prezioso, un vero inno alla Sicilia, che onora il mondo del vino e la cultura italiana.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Giuseppe Mazzocolin ha insegnato filosofia nei licei fino a quando, nella seconda metà degli anni ’70, è entrato nell’azienda «Fèlsina», della famiglia della moglie, per occuparsi del settore commerciale. Veneziano di nascita, ha cercato di interpretare la realtà agricola toscana, valorizzandone gli aspetti più tradizionali. La sua cultura umanistica gli ha permesso di avere una visione più ampia delle questioni sociali del mondo agricolo, quali il rapporto con il personale, il rispetto del lavoro, la relazione tra uomo e natura.
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