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Orizzonti culturali e identità dei luoghi. Musiche e culture popolari in una realtà museale del nord-est Sicilia

9791221084450di Alessandro D’Amato 

L’attenzione per la musica popolare siciliana ha radici piuttosto datate, risalenti ai primissimi anni del XIX secolo. In tale epoca, infatti, sono attestate le prime testimonianze di «viaggiatori, letterati e musicisti che includono esempi musicali all’interno di opere quali antologie di canti popolari, resoconti di viaggio, trattati di versificazione comparata» (Hoffmann 2025: 10). Non è un caso se le prime trascrizioni di musiche tradizionali siciliane siano state realizzate da appassionati provenienti dall’estero, più che altro attratti da una sorta di interesse per gli elementi del folklore locale interpretati in una chiave stereotipata ed esotizzante. Tra essi, vanno rapidamente citati il prussiano Jakob Salomon Bartholdy, il compositore tedesco Giacomo Meyerbeer, l’aristocratico francese Auguste de Sayve e il filologo tedesco Gustav Parthey. L’interesse “interno”, da parte di studiosi isolani, per il tema dei canti e della musica popolare va fatto risalire a una stagione immediatamente successiva, nel corso della seconda metà del secolo, quando studiosi come Lionardo Vigo, Giuseppe Pitrè, Salvatore Salomone Marino, Corrado Avolio e Serafino Amabile Guastella iniziarono a pubblicare raccolte di canti popolari siciliani, limitandosi prevalentemente alla trascrizione di testi raccolti dalla viva voce dei rispettivi esecutori [1].

Occorrerà attendere la «seconda metà dell’Ottocento inoltrata per imbatter[s]i in due musicisti considerati pionieri di quella che verrà poi chiamata ricerca etnomusicologica. Corrado Ferrara e Alberto Favara osservano e affrontano lo studio della musica tradizionale con uno sguardo sistematico che mette al centro dell’oggetto di indagine la trascrizione musicale come strumento di analisi, rendendo pertanto essenziale la ricerca sul campo per raccogliere i documenti» (Ivi: 22-23). In particolare, si deve alla figura di Alberto Favara il primo importante sforzo di raccolta e trascrizione di musiche popolari siciliane, attraverso una lunga ricerca etnomusicologica, effettuata «fra il 1898 e il 1905 in modo assiduo, e sporadicamente fino al 1920» (Ivi: 23), che alcuni anni dopo avrebbe dato vita al Corpus di musiche popolari siciliane, pubblicato postumo, a cura di Ottavio Tiby, soltanto nel 1957 [2].

D’altronde, come rilevato da Mario Sarica in un breve saggio del 2017, «l’universo culturale di tradizione orale (…) ha sempre posto al centro della sua narrazione di vita la voce e i suoni. (…) la voce e i suoni affidati all’oralità hanno goduto, nel tempo, di una straordinaria libertà espressiva e semantica, dando nome anche alle forme multiple e tangibili della natura, regolando il vissuto esistenziale individuale e collettivo» (Sarica 2017).

Museo

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Proprio gli anni cinquanta hanno rappresentato il vero momento di svolta nell’ambito delle ricerche etnomusicologiche [3]. Non soltanto in Sicilia ma per quanto riguarda l’intero territorio nazionale. Circoscrivendo l’attenzione al contesto isolano, si deve all’impegno di Diego Carpitella e Alan Lomax l’aver intrapreso, nel corso del 1954, una considerevole campagna di raccolta di musiche popolari italiane, «cominciando dalla Sicilia per poi risalire fino in Friuli, in un viaggio capovolto da sud verso nord» (Frasca 2024) [4]. Successivamente, siamo già negli anni sessanta, vi sarà l’importante stagione di denuncia del declino della cultura popolare, determinato da quel boom economico a sua volta conseguenza diretta e inarrestabile del pervasivo processo di industrializzazione del Paese. In tale contesto opererà Antonino Uccello, instancabile raccoglitore e già collaboratore dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e di quel Centro Nazionale Studi di Musica Popolare che, nel decennio precedente, aveva sostenuto la citata campagna condotta da Carpitella e Lomax. Ad Antonino Uccello si devono numerose iniziative legate alla raccolta di canti e musiche popolari del contesto isolano, anche grazie alla collaborazione di giovani ricercatori come Carlo Muratori e Luigi Lombardo (Sarica 2016) [5].

Nel corso degli anni settanta, l’interesse per la musica popolare, dopo la crisi del decennio precedente, fu testimoniato da una vivace riproposizione della cosiddetta popolar music, all’interno di un più ampio contesto genericamente etichettato come folk revival; in tale quadro, va ricordato il ruolo e l’impegno di Elsa Guggino, del Folk Studio di Palermo e dell’Archivio Etnofonico Siciliano. Gli anni ottanta (e perlomeno i due decenni successivi), infine, segnano un ulteriore step nel processo di interesse nei confronti della musica di cultura popolare, con la capillare diffusione di una tradizione di studi etnorganologici, connessi cioè allo studio degli strumenti musicali popolari [6]. Ed è proprio all’interno di quest’ultima tradizione di interessi che, nel 1996, su iniziativa di Mario Sarica, etnomusicologo allievo di Roberto Leydi, nasce a Messina il Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani, in buona parte dedicato alla conservazione, valorizzazione e salvaguardia della cultura etnorganologica siciliana. Il piccolo Villaggio Gesso, alcuni chilometri a nord-ovest dal centro di Messina, è noto per essere stato, nella seconda metà del XIX secolo, il punto di partenza di una consistente comunità di emigrati, partiti alla volta del New Jersey per cercare fortuna al di là dell’Atlantico [7]. Oggi costituisce un presidio di resistenza e di cultura, oltre che un unicuum nel suo genere su tutto il panorama regionale e un centro di riferimento per l’organizzazione di eventi, laboratori, seminari e mostre. Il tutto, reso possibile grazie a una vasta rete di connessioni instaurate tanto con l’associazionismo privato quanto con enti e istituzioni pubbliche.

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Ed è proprio grazie alla compartecipazione di un’istituzione statale, qual è la Direzione Generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della Cultura che oggi, a quasi trent’anni dalla sua nascita, il Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani si è dotato di un proprio catalogo, corposo nella forma ma soprattutto nei contenuti, in gran parte scritti dallo stesso Sarica, che è anche curatore dell’opera e animatore infaticabile delle attività proposte e realizzate dallo stesso museo. Il volume, edito dall’Associazione Kiklos che si occupa della gestione della struttura museale, contiene anche una prefazione di Mauro Geraci e tre interessantissimi contributi di Maurizio Triscari, Domenico Staiti e Daniele Macris. Tra le altre cose, il catalogo si configura anche come utilissimo strumento di approfondimento multimediale, grazie alla possibilità di visitare virtualmente le relative sale, scansionando i QR-Code presenti in alcune pagine del volume.

Nel complesso, ne emerge una realtà vivace, dinamica, in continua tensione verso la multidisciplinarità e, al tempo stesso, in grado di porsi come strategico anello di congiunzione tra il territorio agro-pastorale e marinario dell’area peloritana, da un lato, e un complesso e variegato mondo esterno composto da accademici, ricercatori, appassionati, ma anche semplici curiosi e turisti, dall’altro. È così che gli strumenti ospitati ed esposti all’interno del museo sono «ogni giorno rivitalizzati da giovani suonatori, musicisti, compositori in uno spazio ricreativo concepito come moderno punto d’incontro, di studio, di dialogo, di nuove progettualità poetiche e musicali» [8].

Quello della “cultura e musica popolare dei Peloritani”, tuttavia, non va essenzializzato come un museo esclusivamente etnorganologico. Tutt’altro. Come già accennato, esso si configura infatti come realtà multidisciplinare, in cui all’etnomusicologia si affiancano saperi e contesti legati agli studi storici e geografici, al mondo delle religioni (sia ufficiale che popolare), all’ambito magico, per finire, naturalmente, con il complesso sguardo antropologico. Accanto alla ricchissima collezione di strumenti musicali di origine popolare, che «si compone di oltre seicento esemplari, ordinati per famiglie organologiche, ovvero aerofoni, cordofoni, membranofoni e idiofoni» [9], il Museo di Villaggio Gesso è un caleidoscopico viaggio tra costumi tipici, figure cerimoniali [10], maschere carnevalesche, pupi siciliani, testimonianze di filiere produttive, pratiche di lavoro, strumenti simbolo della modernità, libri e tecnologie multimediali.

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Esso si compone di quattro sale più altri spazi espositivi, luoghi di riflessione e incontro. Nella prima sala, denominata “Luna, lunedda” si viene accolti, all’ingresso, da un fantoccio raffigurante «il padre-suonatore dei Peloritani con la sua zampogna “a paro”, il bastone (…), e il tipico mantello con cappuccio, detto “scapularu” in siciliano, per difendersi dai rigori dell’inverno» (Sarica 2025: 37). Due sono le sezioni principali che contraddistinguono la sala. Da una parte, la collezione di strumenti musicali-giocattolo, tipici del linguaggio sonoro-musicale dell’infanzia, costituita prevalentemente da fischietti di terracotta, sia antropomorfi che zoomorfi, a contraddistinguere «una memoria rituale e cerimoniale antica condivisa da molte culture mediterranee, dal momento che tali fischietti monotonali o bitonali facevano parte dei corredi funebri dei bambini defunti, in segno di nuova vita ultraterrena» (Ibidem). Dall’altra parte, a far da contraltare alla connotazione ludica di questa sezione della sala, vi è quella connessa al ciclo produttivo del gesso, che dà il nome al paesaggio circostante: realtà economica di origini molto antiche, che in questa zona dei Peloritani rimase in vita perlomeno fino a cinquant’anni fa, grazie all’estrazione dalle cave circostanti e alla successiva cottura e polverizzazione di tale minerale.

Accedendo alla seconda sala, si viene accolti da un suono caratteristico e ben conosciuto dalla gente di mare: quello della brogna (detta anche trumma), conchiglia utilizzata in passato come segnale acustico da parte dei marinai durante la navigazione nelle giornate di nebbia o foschia. Non a caso, a sancire quel viscerale legame con il mare da parte delle popolazioni peloritane, la Sala II è denominata “Poseidone”, ed ospita una ricca collezione di flauti (con anche alcuni pezzi estremamente rari), ma anche maschere carnevalesche e figure penitenziali tipiche della Settimana Santa. Inoltre, a testimoniare l’eterogeneità produttiva e storica del territorio, essa ospita una «ricca esposizione di oggetti di lavoro riferiti al ciclo del vino, dove lavoro contadino e festa s’incontrano e si esaltano anche con suoni e canti, in occasione della festosa e attesa vendemmia» (Ivi: 38). Infine, si segnala la presenza di uno spazio documentario che intende fungere da memento di quella parentesi migratoria negli USA che, all’indomani dell’unificazione dello Stato italiano, caratterizzò una consistente parte della comunità di Gesso.

La terza sala, dedicata a “Pan e i suoi figli” si riconnette a quella che, forse, è la principale espressione della cultura tradizionale del territorio immediatamente circostante: quella realtà agro-pastorale che tanto sui Peloritani quanto sui vicini Nebrodi costituisce un patrimonio di conoscenze, saperi ed esperienze dalle remote origini e, tutto sommato, ancor oggi vivido in alcune espressioni della realtà quotidiana.

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Accedendo alla Sala IV, «ecco l’incontro con altri suoni e strumenti, dunque orizzonti musicali ben lontani dai fiati pastorali» (Ivi: 41), all’interno di ambienti dedicati ad “Apollo e le sue armonie[11]. Qui sono poi esposti grandi tamburi a bandoliera, tradizionalmente utilizzati durante le processioni religiose, e i tamburi a cornice, che rimandano a un utilizzo tipicamente femminile di questo strumento a percussione. Il ciclo del grano, a testimonianza del preminente ruolo esercitato dalla Sicilia nella produzione cerealicola del passato, è infine rappresentato ancora all’interno di tali spazi.

La visita del museo prosegue attraverso altri ambienti, come la Sala multiverso, che ospita un variegato ventaglio di strumenti di riproduzione musicale: dal maestoso grammofono di inizio ‘900 ai più moderni dispositivi digitali. Quindi, si annovera la Sala dei Paladini, contenente una cinquantina di pupi siciliani appartenuti a Ninì Cocivera, «uno dei più importanti opranti messinesi, attivo fino alla seconda metà del Novecento» (Ivi: 48), oltre a due cartelloni dell’opra, utilizzati in passato durante le relative rappresentazioni.

Al primo piano, l’immobile dà ospitalità a una fornita biblioteca, intitolata a Giuseppe Cavarra [12] e dedicata alla cultura siciliana. Attraverso un ricco patrimonio costituito da oltre tremila titoli, i fruitori hanno la possibilità di intraprendere un percorso all’interno della storia, del territorio e della cultura siciliana, con una particolare predilezione per i testi della tradizione demoetnoantropologica. Accanto alla possibilità di consultare l’accennato patrimonio librario, la biblioteca contiene anche una importante collezione multimediale, esito dell’attività di raccolta, ricerca e stampa portata avanti dallo stesso Museo nel corso degli anni. Un ampio catalogo di CD e DVD, infatti, è stato realizzato e implementato nel corso del trentennio di attività museale, dando vita alle due collane “Phoné” e “Tracce”, rendendo così fruibile un vasto patrimonio vocale e strumentale tipicamente ancorato alla tradizione isolana [13].

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Gli spazi esterni del museo, infine, regalano al visitatore un’immersione in un microcosmo naturale, il cosiddetto giardino officinale, in cui l’abbondante presenza d’acqua – resa possibile da un canale e da una vasca che richiamano le saie e le gebbie di araba memoria – consente al verde di vegetare rigogliosamente, fianco a fianco con il tradizionale pagghiaru, «architettura arcaica abitativa che ci riporta all’età del bronzo, incredibilmente presente ancora oggi sui Peloritani e sui Nebrodi» (Ivi: 46).

Suoni, versi, canti, tradizioni musicali si mescolano, pertanto, in un luogo speciale, unico nel panorama regionale ed esito di anni di appassionato lavoro di ricerca e raccolta da parte di Mario Sarica e degli esponenti dell’Associazione Kiklos. Presidio di cultura e di resistenza, è stato definito. Perché di questo si tratta: in un contesto periferico, che di certo non rende agevole “il fare”, il Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani è riuscito a lasciare una traccia della propria presenza territoriale, attraverso una multidimensionalità in grado di dar voce ancora oggi, a trent’anni dalla sua fondazione, alle mille realtà rappresentate, agli innumerevoli suoni e alle molteplici voci che da Gesso sono transitate, anche solo idealmente, lasciando tracce tangibili e intangibili.

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani

La visita al Museo di Villaggio Gesso garantisce, è proprio il caso di dirlo, un’esperienza multisensoriale, in cui si potranno ascoltare suoni e voci di un tempo, riconoscere canti e proverbi, annusare gli aromi tipici della flora peloritana e nebroidea, toccare con mano e ammirare i colori di abiti cerimoniali e strumenti della cultura musicale del popolo, sfogliare un patrimonio librario importante, veder dialogare la cultura popolare con quella colta: «una vera e propria “isola peloritana” di memoria parlante e sonante, dal carattere fortemente dialogante, che pone ripensamenti anche sui criteri del collezionare esporre e rigenerare, magari trasfigurandoli, i beni demoetnoantropologici e soprattutto quelli intangibili musicali» (Sarica 2025: 23).

È un patrimonio variegato ed eterogeneo di saperi, ad essere rappresentato. Un patrimonio in cui il saper fare del lavoro artigiano e agro-pastorale si intreccia con le memorie dell’oralità e il perpetuarsi di suoni, ritmi e armonie. Un tesoro che, nell’affermazione forte della propria esistenza, intende ribellarsi a quell’estetica omologante che tende all’oblio. Uno scrigno di valori e identità in grado di rappresentare una pluralità di culture e di forme varie di umanità, in un viaggio in cui la Sicilia si riconferma come cuore pulsante del Mediterraneo. Un orizzonte, di per sé frammentato, presso cui compiere un’esperienza di immersione diacronica in un mondo fatto di sapere, conoscenze, testimonianze e preziose, infrangibili memorie. 

Dialoghi Mediterranei, n, 75, settembre 2025
 Note
[1] Su tale, pionieristico, periodo della ricerca etnografica musicale nell’isola, si rimanda al fondamentale Bonanzinga 1995.
[2] «Nel Corpus di musiche popolari siciliane Favara trascrive 1090 repertori e generi musicali vocali e strumentali, arrivando a toccare tutte e nove le province dell’Isola pur restando l’area nordoccidentale quella con il maggior numero di documenti raccolti. Diversi sono gli aspetti che, a ragion veduta, portano a considerare il Corpus un lavoro innovativo per l’epoca, nonché insuperato almeno fino all’avvento nel 1948 della registrazione sul campo per mezzo di strumenti elettromeccanici. Favara trascrive ritmi di lavoro dei fabbri, suoni di campane, ritmi della pesca, grida di venditori, richiami pastorali che in seguito saranno o ignorati o non più attestati in ulteriori indagini sul campo. Il suo lavoro è inoltre ricco di annotazioni etnografiche quali informazioni sugli esecutori e sulle occasioni in cui una musica veniva eseguita, testimonianze sul lessico specifico, raccolta di prima mano di testimonianze sulle pratiche musicali, che troviamo riordinate in una Appendice al volume I del Corpus. Uno sguardo quindi che tende a una maggiore oggettività scientifica e porta negli studi di folklore musicale un vento di sprovincializzazione» (Hoffmann 2025: 25).
[3] «oltre al singolare e cospicuo contributo di conoscenza sul patrimonio siciliano di tradizioni musicali che ci deriva dal corpus di Alberto Favara che, in piena stagione demologica, operando un’inevitabile mediazione culturale, trascrive con grafia musicale colta le melodie del popolo, trascurando tuttavia in gran parte la pratica strumentale, per ascoltare i primi documenti sonori della tradizione isolana registrati sul campo dobbiamo risalire nel tempo fino al secondo dopoguerra» (Sarica 2016).
[4] «Difficoltà di ogni tipo non arrestarono i due pionieri galvanizzati dalla scoperta di mondi lontanissimi e incollocabili fino a quel momento nel panorama nazionale volto al progresso industriale e per il quale il mondo delle classi subalterne costituiva un trascurabile sedimento arcaico. Il calabrese Diego Carpitella, primo docente di Etnomusicologia in Italia presso La Sapienza, era allora un giovane assistente del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare di Roma e aveva partecipato all’importante indagine in Lucania con l’etnologo napoletano Ernesto de Martino. Era la persona più adatta, forse l’unica in quegli anni, a poter accompagnare l’etnomusicologo americano che già dal 1950 si era trasferito in Europa allo scopo di ampliare le sue indagini sulle musiche di tradizione orale. L’innovativo grand tour dei due studiosi consentirà di proporre la prima documentazione sonora condotta in tutte le province della Sicilia con 160 audioregistrazioni rilevate in 18 località e corredate da ampie note di campo, disegni e un importante corpus fotografico di 223 scatti, noti solo in parte» (Frasca 2024).
[5] Sull’attività etnomusicologica di Antonino Uccello, si rimanda a Pennino 2004.
[6] «Il successivo e maturo interesse nei confronti dell’etno-organologia, ovvero per gli strumenti musicali popolari – siamo ormai negli anni Ottanta – unito ad un approccio interdisciplinare alla “materia sonora” della tradizione siciliana (linguistica, strutturalismo, semiologia, antropologia) apre un ventennio di studi e ricerche sul campo che vede impegnati un gruppo di giovani ricercatori (Pennino, Garofalo, Macchiarella, Staiti, Sarica, Bonanzinga, Fugazzotto), che fanno capo, oltre che al Folk Studio di Palermo, alle due sole cattedre di etnomusicologia universitarie attive in quegli anni a Bologna e Roma, rette rispettivamente da Roberto Leydi e Diego Carpitella. A loro si deve l’aggiornamento della mappa etnomusicologica siciliana che evidenzia, nonostante gli effetti devastanti dell’omologazione culturale, un paesaggio di musica tradizionale davvero insospettabile. E non solo di memoria e decontestualizzata, ma in parte attiva o “rifunzionalizzata”, soprattutto negli ambiti di festa di ogni singola comunità» (Sarica 2016).
[7] Nella seconda metà del XIX secolo, un nucleo piuttosto consistente di gessoti (o “ibbisoti”, secondo il dialetto locale) partirono alla volta del New Jersey andando a costituire, nella cittadina di Hammonton, una comunità coesa e aggregata: un interessante case study che attirò le attenzioni di Emily Fogg Mead, madre della celebre antropologa Margaret, la quale dedicò a tale comunità l’interessante saggio The Italian on the Land: A Study in Immigration, ospitato nel maggio 1907 dal «Bulletion of the United States Bureau of Labor». Tra i numerosi emigranti si annoverava anche la famiglia Giacoppo, alla quale appartennero i bisnonni di Jill Tracy Jacobs (americanizzazione del cognome originario), moglie di Joe Biden, ex presidente degli Stati Uniti.
[8] M. Geraci, Il Museo della continuità, in Sarica 2025: 7 (7-9).
[9] D. Staiti, Luogo elettivo dei suoni della tradizione siciliana, in Sarica 2005: 170 (169-171).
[10] «Le figure cerimoniali, quelle quotidianità e del lavoro, unite in gran parte fra loro perché “produttori di suoni” funzionali alle diverse occasioni d’uso, che accolgono, sala dopo sala, il visitatore, costituiscono un altro carattere distintivo del palinsesto di segni e simboli della cultura di tradizione narrato dal Museo» {M. Sarica, Quando la tradizione va in scena, in Sarica 2025: 50 (35-55)}.
[11] La figura di Apollo è ricordata in quanto «è proprio lui, il dio luminoso, dopo aver sottratto al fratello Hermes la lira ricavata da un carapace, due corna bovine e corde di minugia – l’archetipo degli strumenti a corde pizzicate con le dita o plettri – a fare prevalere le armoniose vibrazioni delle corde, consonanti con la musica delle sfere, ai lascivi e lussuriosi suoni degli strumenti a fiato» {M. Sarica, Quando la tradizione va in scena, in Sarica 2025: 41 (35-55)}.
[12] «acuto studioso di cultura popolare e raffinato poeta, originario di Limina, nella Valle d’Agrò dell’area jonica messinese, docente nei Licei messinesi, autore di pubblicazioni e fondatore di riviste, oltre che impegnato nella produzione di spettacoli, incontri di studio e seminari, di cui la Biblioteca conserva ampie testimonianze, compresi premi e riconoscimenti ricevuti nel corso della sua lunga e rilevante attività di studioso e poeta» {M. Sarica, Leggendo, ascoltando e vedendo, in Sarica 2025: 143 (143-145)}.
[13] Più dettagliatamente, le due collane hanno, ad oggi, espresso la seguente produzione:Collana Phoné → Cd: 18 titoli; Cofanetti e Cd + booklet: 6 titoliCollana Tracce → Dvd: 12 titoli; Libri: 9 titoli. 
Riferimenti bibliografici 
S. Bonanzinga, Etnografia musicale in Sicilia. 1870-1941, CIMS, Palermo 1995. 
A. D’Amato, Quando il Museo è un’opera autobiografica di una piccola comunità, in «Dialoghi Mediterranei», 1° novembre 2022 (https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/quando-il-museo-e-unopera-autobiografica-di-una-piccola-comunita/). 
A. Favara, Corpus di musiche popolari siciliane, a cura di O. Tiby, Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, Palermo 1957. 
S. Frasca, Armonie e tradizioni. Sicilia 1954: il viaggio musicale di Alan Lomax e Diego Carpitella, in «il Manifesto», 6 luglio 2024 (versione on-line disponibile su https://ilmanifesto.it/armonie-e-tradizioni-sicilia-1954-il-viaggio-musicale-di-alan-lomax-e-diego-carpitella). 
L. Hoffmann, La riproposta della musica popolare in Sicilia. Dal folklorismo nazionalista dell’Opera Nazionale Dopolavoro al revival progressista di Giuseppe Ganduscio, Tesi di dottorato in Musica e Spettacolo – Curriculum Storia e analisi delle culture musicali, XXXVII Ciclo, Sapienza Università di Roma – Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo (S.A.R.A.S.), 2025. 
G. Pennino, a cura di, Antonino Uccello etnomusicologo. Documenti sonori degli Archivi di etnomusicologia dell’Accademia di Santa Cecilia, con introduzione di Giorgio Adamo e un saggio di Sergio Bonanzinga, Regione Siciliana – Assessorato dei Beni culturali e ambientali e della Pubblica istruzione, Palermo 2004. 
M. Sarica, La ricerca etnomusicologica in Sicilia e l’universo sonoro della tradizione nel Val Demone, in Dialoghi Mediterranei», 1° maggio 2016 (https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-ricerca-etnomusicologica-in-sicilia-e-luniverso-sonoro-della-tradizione-nel-val-demone/). 
M. Sarica, Voci e suoni di una Sicilia perduta, in «Dialoghi Mediterranei», 1° gennaio 2017 (https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/voci-e-suoni-di-una-sicilia-perduta/). 
M. Sarica (a cura di), Catalogo Museo della cultura e musica popolare dei Peloritani. Villaggio Gesso – Messina, Kiklos, Messina 2025.

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Alessandro D’Amato, dottore di ricerca in Scienze Antropologiche e Analisi dei Mutamenti Culturali (Università L’Orientale – Napoli), dopo alcune collaborazioni con le Università di Roma e Catania, oggi lavora per il Ministero della Cultura. Tra i suoi ambiti privilegiati di ricerca, la storia degli studi demoetnoantropologici italiani e i simbolismi animali e vegetali nelle culture del sud Italia. Ha recentemente pubblicato il volume Tortuosi percorsi. Giuseppe Cocchiara negli anni della formazione (1922-1945), Edizioni Museo Pasqualino, 2023.

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