di Domenico Copertino
L’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA 2024) descrive le caratteristiche della criminalità organizzata lucana: la mancanza di strutture verticistiche e unitarie; la presenza di sodalizi frammentati; l’influenza esercitata dalle mafie delle regioni confinanti [1]; l’infiltrazione in attività legali, attraverso figure di prestanome, soprattutto nei servizi di pulizie (ma anche in settori quali l’edilizia, la ristorazione, l’elaborazione dati, il trasporto merci, gli autobus turistici, il commercio all’ingrosso di prodotti non alimentari, il lavaggio di aree pubbliche). La relazione della DIA sottolinea che, nonostante la relativa debolezza dell’economia lucana, le consorterie criminali possono essere attratte dalle risorse della regione, sia da quelle naturali/paesaggistiche (idrocarburi, risorse idriche, forestali, montane) che da quelle collegate al patrimonio culturale (turismo, presenza dell’Unesco a Matera): è implicito quindi nella relazione un richiamo al rischio di radicamento ed espansione della criminalità all’interno di altri settori legali, attraverso l’accesso a queste importanti risorse del territorio lucano.
I temi del radicamento e delle risorse (materiali e immateriali) sono centrali nell’approccio alla criminalità delle scienze sociali (come l’antropologia, entro i cui quadri concettuali si colloca questo contributo, ma anche della sociologia). Queste discipline si sono infatti da tempo allontanate dalle prospettive che fino agli anni Settanta rappresentavano le mafie come un fatto di cultura e mentalità, per accedere a paradigmi e metodi più complessi, che si propongono di operare in modo complementare rispetto alle discipline giuridiche e storiche e, in termini di applicabilità della ricerca, di cooperare sia con le istituzioni giuridiche e con gli organi di sicurezza dello Stato, sia con la società civile impegnata nella lotta alle mafie.
Le scienze sociali infatti indagano soprattutto le zone di sovrapposizione tra la criminalità e la società più ampia, ovvero la zona grigia nella quale è difficile penetrare con gli strumenti dell’antimafia giuridica e civile [2]. Nella zona grigia si manifesta la natura politica del fenomeno mafioso, che prende forma all’interno del tessuto connettivo attraverso cui le mafie accedono all’economia legale. La zona grigia è il territorio di indagine di sociologi (come Rocco Sciarrone e Fortunata Piselli) e antropologi (come Berardino Palumbo, Maria Minicuci, Dorothy Louise Zinn, Francesca Scionti), alcuni dei quali hanno condotto le proprie ricerche in Basilicata e nelle regioni vicine, e che non si basano esclusivamente su fonti giudiziarie e altri documenti scritti, ma soprattutto sull’osservazione diretta, sulla partecipazione e condivisione. In tal modo queste discipline possono offrire un contributo sia teorico-metodologico all’indagine sulla criminalità in Basilicata, sia in termini di responsabilità sociale della ricerca.
Ad esempio, Palumbo (2020) ha indagato le zone di sovrapposizione tra l’economia materiale e morale delle cosche mafiose e aree sociali più ampie di alcuni contesti siciliani, nei quali anche persone e gruppi non affiliati alla mafia condividono alcuni valori e modelli culturali diffusi, come la virilità esibita, la violenza come strumento di autoaffermazione, la devozione cristiana come fattore unificante (ma anche distintivo di sottogruppi collegati alla giurisdizione di diverse parrocchie), che si esprime in rituali come la nota pratica degli inchini delle statue durante le processioni, in corrispondenza delle abitazioni di persone importanti localmente, e non necessariamente capimafia.
Minicuci (2012) ha analizzato in chiave etnografica l’intreccio tra reti familiari, di vicinato e cooperazione per l’accesso alle risorse e alle sfere politiche, nel contesto di Scanzano Jonico, in provincia di Matera. L’autrice mostra come pratiche ascrivibili alla categoria del clientelismo (richieste di favori, mediazioni, accesso a risorse pubbliche) funzionino concretamente e si configurino come modalità attraverso cui le persone cercano di ottenere diritti o risorse in contesti istituzionali non sempre efficaci. Pratiche di questo genere emergono in una zona intermedia – la zona grigia, appunto – fatta di pratiche informali, aggiramento delle regole, uso flessibile delle norme, che mostrano come il confine tra legale e illegale sia negoziato nella vita quotidiana.
Zinn (2001), a partire da una ricerca etnografica condotta in Basilicata (in una località indicata con il nome fittizio di Montecastello per proteggere i propri interlocutori e spostare l’attenzione dal singolo paese ai meccanismi sociali più generali), ha analizzato la raccomandazione come pratica sociale diffusa in Italia, al fine di comprendere il clientelismo contemporaneo. La pratica della raccomandazione emerge come una forma quotidiana e normalizzata di clientelismo, che non riguarda solo la politica in senso stretto, ma anche ambiti come lavoro, burocrazia e servizi. Zinn ha descritto le trasformazioni del clientelismo, distinguendo tra forme vecchie – più gerarchiche, legate a patroni politici – e forme nuove, più diffuse, meno visibili, inserite anche in contesti moderni e istituzionali. In questo contesto, la raccomandazione non è sempre chiaramente illegale, ma si colloca spesso in una zona ambigua tra lecito e illecito, non essendo formalmente proibita, pur violando principi come merito, imparzialità e uguaglianza.
Nella percezione sociale della raccomandazione, essa può emergere alternativamente come un comportamento scorretto, oppure come una pratica normale e necessaria per “far funzionare le cose”. In questa prospettiva, clientelismo e illegalità sono interpretati come pratiche sociali negoziate, che prendono forma nelle ambiguità tra regole ufficiali e relazioni personali e sono inserite in reti di interrelazioni, che consentono di capire il funzionamento reale delle istituzioni e il rapporto tra norme formali e pratiche informali.
Scionti (2011) ha analizzato una lunga faida tra famiglie nel Gargano attraverso un approccio etnografico e di antropologia giuridica. La faida è stata collegata dall’autrice a dinamiche tipiche della criminalità organizzata, sebbene non sovrapponibili pienamente con quelle mafiose; essa è intesa come una forma strutturata di conflitto tra gruppi, con regole e logiche che mostrano continuità nel corso del tempo, nella quale la violenza è parte di un sistema che regola rapporti di potere e controllo del territorio. In questo contesto, la vendetta emerge come un paradigma morale (i cui elementi sono l’onore, il sangue, il dovere familiare), che nel corso del tempo ha preso la forma di una strategia finalizzata a legittimare comportamenti violenti e illegali indirizzati al conseguimento di interessi e risorse economiche. La faida in questo modo è arrivata a configurarsi come una strategia d’impresa, agita da “capitalisti di faida” che usano il conflitto per accumulare e difendere ricchezza e che organizzano l’illegalità in funzione del profitto.
Sciarrone (2009), sul versante sociologico, ha indagato la natura politica della mafia in quanto struttura orientata principalmente alla ricerca e all’utilizzo di una specifica risorsa, ovvero il potere. Sciarrone ha individuato come principali sfere d’azione della mafia l’offerta di sicurezza, la creazione di ricchezza (tramite attività predatorie, ma anche forme di scambio basate su reciprocità e cooperazione), il controllo delle reti sociali e dei relativi codici culturali, le funzioni di mediazione e regolazione politica a livello locale.
Anche Piselli (1989) ha analizzato dal punto di vista sociologico i legami di scambio tra individui o gruppi basati su favori, protezione e vantaggi reciproci, distinguendo l’ambito delle clientele di mercato (ovvero le relazioni che nascono in contesti economici, nei quali lo scambio è di tipo contrattuale e si incentra su risorse come il lavoro e i servizi ma resta segnato da asimmetrie di potere e dipendenza personale), da quello delle clientele politiche (ovvero i rapporti tra cittadini e politici, in cui voti e consenso vengono scambiati con benefici concreti quali posti di lavoro, aiuti e risorse). Piselli mostra come queste due forme siano spesso intrecciate, soprattutto in contesti locali del Sud Italia, e come il clientelismo non sia solo una deviazione ma un vero e proprio modo di organizzare le relazioni sociali ed economiche quando le istituzioni formali sono deboli o poco accessibili. Da questa prospettiva, il clientelismo emerge come un sistema complesso di relazioni che può garantire l’accesso alle risorse attraverso la riproduzione di forme di disuguaglianza e dipendenza.
Questi approcci fanno comprendere in cosa consista il contributo delle scienze sociali all’analisi dei fenomeni mafiosi, che non va confuso con un generico relativismo giuridico/culturale, come potrebbe essere l’attribuzione del radicamento della criminalità organizzata in certi contesti alla diffusa “mentalità mafiosa” o al “familismo amorale” (Banfield 2006) e l’interpretazione della mafia come un fatto culturale o “antropologico” [3]. La specificità dell’approccio delle scienze sociali va invece individuata nella comprensione delle strutture socioculturali più ampie, all’interno delle quali si inseriscono le reti criminali, per contiguità, sovrapposizione, condivisione di modelli, comportamenti valori e interessi (Pine 2015).
Riprendendo le indicazioni della DIA sui possibili obiettivi della criminalità in Basilicata, un ambito che non viene menzionato, ma sul quale gli antropologi attivi nell’Ateneo lucano conducono ricerche da alcuni anni, è quello della mobilità dei gruppi umani, all’interno del quale si inseriscono le migrazioni interne e internazionali, in particolare in relazione ai processi di spopolamento e ripopolamento che interessano la regione. Queste dinamiche interrelate ruotano attorno a fattori attrattivi come la presenza di località in fase di abbandono o, secondo la Strategia Nazionale per le Aree Interne, destinate a scomparire (questione alla quale alcuni enti locali rispondono proponendosi di attrarre migranti internazionali e richiedenti asilo), la correlata disponibilità di un ampio patrimonio immobiliare (costituito da comparti svuotati intorno ai quali i Comuni organizzano progetti di riqualificazione, rilocazione e ospitalità diffusa), le risorse agrarie e la correlata esigenza di manodopera (principale ambito lavorativo della manodopera informale migrante).
La questione del lavoro agricolo come risorsa attrattiva per la criminalità è emersa in alcune ricerche condotte nell’area del Vulture (Raeymaekers 2024), del Metapontino (Santoro 2022) e in Capitanata (Mitola 2022, 2025); in quest’ultimo contesto si è constatato come il problema della subordinazione e dello sfruttamento della manodopera migrante informale non dipenda solo dal caporalato e dai trafficanti di esseri umani, e non sia determinato soltanto dagli interessi della criminalità organizzata. Il problema della riduzione in schiavitù dei cosiddetti migranti economici va inserito all’interno delle disuguaglianze strutturali del capitalismo agroalimentare, il cui funzionamento dipende dalla frammentazione del mercato del lavoro e dalla sua razzializzazione. In questo sistema produttivo, le disuguaglianze appaiono naturalizzate, ciò che trasforma – sia nel discorso xenofobo-sovraniste che in quello delle correnti progressiste-neoabolizioniste – il problema dello sfruttamento in una questione razziale e il tema della schiavitù in un problema specificamente africano.
Questo impedisce di vedere le zone grigie, sulle quali – come si diceva sopra – si concentra l’indagine delle scienze sociali, e cioè, in questo contesto, le aree di sovrapposizione tra legale e illegale, formale e informale, libertà e schiavitù. Oltre al lavoro regolare e al lavoro nero, esiste quello che viene definito “lavoro grigio”, una forma intermedia tra queste categorie, che si basa su contratti temporanei (o sull’assenza di contratti) e su strategie che consentono di ridurre i costi sociali del lavoro e che – pur non ricadendo nell’illegalità – contribuisce allo sfruttamento, alla negazione dei diritti e alla marginalizzazione dei lavoratori migranti. Questo fa sì che il nostro sistema sociale e produttivo, che apparentemente esclude i migranti irregolari, in realtà si poggi sulla loro “inclusione differenziale”, attraverso la definizione di status giuridici e razziali e di una stratificazione gerarchica che da una parte incorpora i migranti – riconoscendone il ruolo indispensabile –, e dall’altra li subordina collocandoli in posizioni di dipendenza, precarietà, segregazione e controllo.
Questa struttura assume una forma territoriale nei ghetti pugliesi e lucani, come quelli di Rignano, Borgo Mezzanone, Falandina, che sono strutture di controllo, marginalizzazione del resto del territorio e dei centri abitati, e di inclusione territoriale disuguale. Soggetti frequentemente a sgomberi, essi puntualmente si riformano, ciò che dimostra come le politiche repressive non risolvano il problema. I ghetti sorgono in lotti di proprietà terriera, ciò che evidenzia la sovrapposizione tra legalità e illegalità; alcuni sono meno insicuri di altri e meglio gestiti, sebbene da organi di controllo informale, come la “polizia del ghetto“ di Rignano; in molti casi i lavoratori preferiscono rivolgersi a figure di mediatori informali come i caporali, piuttosto che ad agenzie ufficiali di lavoro interinale, perché ritengono queste meno efficaci o perché sono privi dei documenti necessari per accedere alla mediazione formale. Alcuni di questi mediatori informali non sono neppure consapevoli di svolgere attività illecite, come dimostra il caso di una ricercatrice (Mitola 2022) che conduceva osservazioni etnografiche e operava all’interno di uno sportello sindacale per migranti, alla quale un migrante si rivolse per rivendicare i propri diritti dicendo (testualmente): “Sono un caporale!”. I ghetti si trovano vicino ai campi, ciò che consente il contenimento dei costi di produzione e che ha portato all’allontanamento di molti lavoratori migranti da insediamenti istituzionalizzati, come Casa Sankara nella zona di San Severo, proprio perché lontana dai luoghi di lavoro.
Questi casi dimostrano che questi lavoratori informali non sono solo soggetti passivi, sfruttati e schiavizzati dalla criminalità organizzata, ma mettono in atto delle forme autonome di agency territoriale, adottando pratiche di mobilità interna incontrollabile, organizzando i propri spazi sociali, rigenerando aree abbandonate e dismesse; ad esempio, sia in alcuni ghetti che in paesi e città vengono aperte delle moschee, sebbene le leggi italiane non permettano di riconoscerle come tali, ma che emergono come luoghi di sicurezza, welfare e controllo sociale autonomo da parte dei migranti provenienti da contesti a maggioranza musulmana (Copertino 2023).
Vorrei concludere facendo un salto indietro nel tempo, per ricordare la figura di un antropologo-criminale lucano degli anni Venti del Novecento, Michele Gerardo Pasquarelli, i cui lavori sono stati pubblicati nel 1987 a cura di Giovanni Battista Bronzini, uno dei fondatori dell’Ateneo lucano e degli studi demo-antropologici sulla Basilicata. Sebbene con una prospettiva molto lontana da quella che adottiamo oggi, dato che Pasquarelli seguiva i paradigmi ormai superati della scuola antropologico-criminale fondata da Cesare Lombroso, egli sviluppò dei ragionamenti molto attuali sulle relazioni tra forme di devianza (come la stregoneria e il brigantaggio) e questioni economico-sociali collegate alla questione meridionale, quali l’analfabetismo, la diffusione di malattie come il carbonchio e la malaria e le condizioni di vita delle masse contadine lucane e prospettò soluzioni positive derivanti dall’istruzione di massa, dall’emigrazione dalla Basilicata, dalle conseguenti rimesse e dall’ascesa sociale connessa.
Un canto popolare raccolto da Pasquarelli a Marsico Nuovo recitava: “Viva viva la muntagna / che ci dai la mugliera / scarpe a punta alla sciampagna / macarune matina e sera” (Pasquarelli 1987). Il canto, incomprensibile al di fuori del contesto in cui era stato composto, faceva riferimento a un fatto accaduto nel 1814, quando i contadini si impadronirono di un tratto montuoso del demanio (che nel canto diventa “la muntagna”), lo dissodarono e ne fecero dei terreni agricoli. In questo modo, a partire da un’azione illecita, trasposta sul piano mitico dal canto, i braccianti speravano di conseguire il benessere desiderato, che consentisse loro di accedere al matrimonio (“la muntagna che ci dai la mugliera”), a un abbigliamento elegante (le scarpe a punta “alla sciampagna”, ovvero di stile francese) e a un’alimentazione adeguata (i maccheroni, al posto delle solite patate, peperoni, cavoli e legumi). Come nel caso della mitizzazione del brigantaggio, la cultura contadina celebrava pertanto le azioni dirette, anche illecite, condotte dal popolo contro lo Stato o il municipio, visti come nemici perché appannaggio di “galantuomini”, e trasponeva sul piano del mito le cause storico-sociali della disuguaglianza.
Naturalmente le questioni odierne sono molto diverse e ad esempio la Basilicata è diventata anche recentemente una regione di immigrazione, come ho riferito più sopra; i braccianti sfruttati non sono più i cosiddetti “cafoni” ma migranti internazionali; tuttavia l’approccio antropologico alle questioni della marginalità, della criminalità, ma anche della salute e del malessere psico-fisico può seguire le tracce segnate da studiosi come Pasquarelli e Bronzini, che intendevano porre le proprie ricerche principalmente al servizio della società, assumendosi la responsabilità di indicare possibili soluzioni ai problemi di marginalità e criminalità, che per essere superati andavano prima compresi, secondo la prospettiva antropologica, attraverso la profonda immersione all’interno dei contesti sociali e culturali in cui essi si manifestavano.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Ad esempio, l’alleanza tra consorterie materane e clan ndranghetisti attivi nel Tarantino per il controllo del territorio necessario ai traffici tra Puglia e Basilicata, soprattutto di stupefacenti, supportati anche da organizzazioni albanesi; e ancora l’alleanza tra la criminalità dell’entroterra potentino, la criminalità campana e le cosche calabresi, dedite ad attività illegali quali estorsioni, traffico di droga, rapine, usura, traffico di rifiuti, commercio di armi.
[2] Naturalmente in questo articolo non si intendono sminuire i risultati dell’azione istituzionale e civile, che ha conseguito il risultato – ritenuto un tempo impossibile da raggiungere – di rovesciare lo stereotipo della mafia come invincibile e intangibile. Tuttavia, il contributo delle scienze sociali e in particolare dell’antropologia e della sociologia, mostra come nella zona grigia permangano problematiche irrisolte, considerando la difficoltà degli organi giuridici ad agire su questa zona di sovrapposizione – come se arrivassero segnali d’arresto quando ci si avvicina ad essa (Sciarrone 2009) –, nella quale emergono le responsabilità politiche, oltre che penali, e prende forma il ruolo del pizzo e dei rapporti di collusione.
[3] Un esempio simile, noto in antropologia, è l’interpretazione “culturalista” (o peggio la giustificazione) di crimini come le violenze di genere commesse da migranti in Europa, sulla base di superficiali considerazioni etnologiche che attribuiscono certi comportamenti alla “loro cultura”.
Riferimenti bibliografici
Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 2006.
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DIA (Direzione Investigativa Antimafia), Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento. Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia Gennaio – Giugno 2024 Luglio – Dicembre 2024, s.l., s.e., 2024.
Maria Minicuci, Scanzano politica. Politica e politiche. Etnografia di un paese di riforma. Roma, CISU, 2012.
Emanuela Mitola, Ghetto e caponero: le rappresentazioni del caporale tra i lavoratori agricoli sub-sahariani in Capitanata, tesi di laurea magistrale in Scienze Antropologiche e Geografiche per i Patrimoni Culturali e la Valorizzazione dei Territori, Università degli Studi della Basilicata, s.l., s.e., 2022.
Emanuela Mitola, Mai più ghetti? La Capitanata al tempo del PNRR: riflessioni e prospettive, in Archivio di Etnografia, 2025, in stampa.
Berardino Palumbo, Piegare i santi: inchini rituali e pratiche mafiose, Bologna, Marietti 1820, 2020.
Michele Gerardo Pasquarelli, Medicina, magia e classi sociali nella Basilicata degli anni Venti : scritti di un medico antropologo, a cura di Giovanni Battista Bronzini, Galatina, Congedo, 1987.
Jason Pine, Napoli sotto traccia: musica neomelodica e marginalità sociale, Roma, Donzelli, 2015.
Fortunata Piselli, Clientele di mercato, clientele politiche, Cosenza, Periferia, 1989.
Timothy Raeymaekers, The natural border: bounding migrant farmwork in the black Mediterranean, Ithaca; London, Cornell University Press, 2024.
Vita Santoro, Dentro e fuori. Creatività dei margini, transiti migranti e pratiche di home-making tra perimetrie mobili e internità immaginarie, in Archivio di Etnografia, 17, 1: 2022: 131-150.
Rocco Sciarrone, Mafie vecchie, mafie nuove: radicamento ed espansione, Roma, Donzelli, 2009.
Francesca Scionti, Capitalisti di faida: la vendetta da paradigma morale a strategia d’impresa, Roma, Carocci, 2011.
Dorothy Louise Zinn, La raccomandazione: clientelismo vecchio e nuovo, Roma, Donzelli, 2001.
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Domenico Copertino, è dottore di ricerca in Antropologia culturale e professore associato presso l’Università degli Studi della Basilicata, dove insegna Antropologia delle religioni, Antropologia del mondo musulmano, Antropologia medica e Antropologia culturale. Ha condotto ricerche etnografiche in Siria e in Tunisia, studiando in particolare il patrimonio storico-culturale in Medio Oriente, la diffusione dell’associazionismo islamico dopo le rivoluzioni del 2011, le politiche islamiche contemporanee, le migrazioni internazionali dei musulmani. Tra gli interessi di ricerca più recenti, c’è la diffusione della religione islamica in Europa e in particolare in contesti dell’Italia meridionale. È referente scientifico di diversi progetti di ricerca in corso al Dipartimento di Culture Europee e del Mediterraneo (PRIN “Abitare i margini, oggi. Etnografie di paesi in Italia”; progetto “PROSSIMA-Percorsi di rafforzamento, orientamento e supporto ai servizi di inclusione, mediazione, accoglienza” – Fondo FAMI 2014-2020 Ministero dell’interno). È membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Antropologia Culturale e dell’Accademia Pugliese delle Scienze, membro del Comitato Editoriale di «Archivio di Etnografia» e della Redazione di «Antropologia» (riviste di Classe A, GSD 11/SDEA-01). È membro del Collegio del dottorato di ricerca associato in Patrimonio immateriale nell’innovazione socio-culturale (Unibas-Unimib-Unipg) e del Collegio del dottorato di ricerca in Cities and Landscapes: Architecture, Archaeology, Cultural Heritage, History and Resources (Unibas). Oltre a numerosi articoli comparsi in riviste di antropologia e volumi collettanei, ha pubblicato Cantieri dell’immaginazione. Vita sociale e forme dello spazio in Medio Oriente (2010), Antropologia politica dell’Islam. Da‘wa e jihad in Tunisia e nel Medio Oriente contemporaneo (2017; nuova edizione riveduta e corretta: Antropologia politica dell’islam: islam pubblico in Tunisia e nel Medio Oriente, 2021), Rituali, migrazioni, territorialità. L’Islam e i musulmani a Bari, oggi (Bari, Pagina, 2023), Rituali invisibiil. Il pluralismo religioso a Bari (con Ferdinando Mirizzi, Lecce, Argo, 2025).
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