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Oltre il «borgo-presepe»: coesistenze e resistenze nei “Territori in movimento” di Letizia Bindi

snai_aree-selezionatedi Elisabetta Dall’Ò

Lillusione della rigenerazione e la critica al mantra del «ri-»

Il dibattito contemporaneo sulle aree interne italiane sembra essere scivolato in una pericolosa deriva semantica. Come osserva Letizia Bindi nel suo volume Territori in movimento (2025), siamo immersi in quello che l’autrice definisce il «mantra del ri-» (Bindi 2025: IX): un affastellarsi di concetti come rigenerazione, resilienza e riabitazione che spesso occultano, sotto una patina di ottimismo istituzionale, nuove forme di marginalizzazione. Il rischio, denunciato con forza, è la trasformazione di intere vallate in «borghi-presepe», scenografie per il consumo metropolitano che ignorano la «nuda vita» di chi quei luoghi non ha mai smesso di presidiarli.

Questa prospettiva critica si inserisce nel solco teorico tracciato da Antonio De Rossi e Filippo Barbera (Riabitare l’Italia 2018, Contro i Borghi 2022), a cui Bindi aggiunge una densità etnografica e storica che permette di leggere la fragilità non come un dato geografico inerte, ma come l’esito di complessi processi storici di periferizzazione. La marginalità non è un destino biologico, ma l’esito di politiche che hanno spinto questi territori ai margini della cittadinanza, trasformandoli in «terre estreme» proprio mentre venivano svuotate di servizi e sovranità. Abitare questi margini significa dunque confrontarsi con un’assenza che si fa presenza politica:

«Il progetto di riabitare non può limitarsi a un maquillage estetico dei centri storici, ma deve passare per il riconoscimento di soggettività politiche che abitano la soglia tra l’abbandono e la riconquista, tra la marginalità subita e la restanza attiva» (Bindi 2025: 42).

Questa deriva estetizzante è ciò che Bindi definisce altrove «piccoloborghismo»: una narrazione che nobilita i territori minori attraverso il termine “borgo”, ma che rischia di trasformarli in scenografie museali funzionali al marketing territoriale. La patina antiquaria applicata ai centri storici – con le loro rievocazioni medievali, i palii in costume, la mise en théâtre della comunità – occulta le criticità strutturali che hanno prodotto lo spopolamento: la mancanza di servizi, l’isolamento, la dismissione delle economie tradizionali. Il rischio è che il “ritorno ai borghi” diventi una prospettiva elitaria, accessibile solo a un ceto medio intellettuale e garantito (insegnanti, professionisti dello smartworking, artisti) che può permettersi di utilizzare le aree interne come rifugio salubre, senza però affrontare i nodi della sostenibilità economica per chi in quei luoghi risiede stabilmente.

i__id6227_mw600__1xCome l’autrice scrive in Oltre il piccoloborghismo, senza una pianificazione attenta dello sviluppo territoriale rischia di essere improbabile la continuità di questo momentaneo ritorno ai piccoli borghi, e il riabitare rischia di scivolare in nuove forme di folklorizzazione che reificano il patrimonio rurale senza restituire dignità e sovranità ai suoi abitanti. Si tratta di una critica che attraversa l’intero volume e che impedisce di cadere nelle retoriche consolatorie della rigenerazione, ponendo invece al centro la necessità di politiche concrete sui servizi, sulla mobilità, sulla connettività digitale e sulle economie locali.

Ontologie dell’ambiente e diplomazie interspecie

Un nucleo centrale del volume è la pastorizia estensiva, vista come pratica di coabitazione attiva. Qui il lavoro di Bindi entra in risonanza con le riflessioni di Gaetano Mangiameli (2025) sulla necessità di un’antropologia dell’ambiente che sappia ascoltare le ontologie locali. Se per Mangiameli l’ambiente è un campo di relazioni in cui si negoziano significati e forme di vita, per Bindi la pastorizia diventa una forma di «resistenza bioculturale» contro l’estrattivismo.

La presenza del predatore o la gestione dei pascoli d’alta quota non sono solo problemi tecnici, ma atti politici che ridefiniscono il senso della comunità multispecie. Richiamando Baptiste Morizot (2020), l’autrice evidenzia come abitare l’Antropocene richieda una nuova «diplomazia» con il non-umano. In questa prospettiva, l’agency non è prerogativa esclusiva dell’umano: il gregge, il lupo e il paesaggio stesso sono attori di una possibile rigenerazione che sfida la logica della recinzione e del controllo totale. Come nel caso delle «rovine del capitalismo» descritte da Anna L. Tsing (2015), i territori in movimento sono spazi dove la vita fiorisce tra gli interstizi di sistemi in crisi, producendo forme di adattamento che non rispondono più alle metriche del profitto globale.

Questi temi trovano sviluppo nel progetto di ricerca WilDebate che Bindi coordina, dedicato proprio alle coesistenze fragili e ai conflitti che attraversano gli spazi interstiziali tra pastorizia estensiva, agricoltura e aree protette. Come l’autrice evidenzia in Fragili interstizi, il confronto tra istanze di tutela della wilderness, pratiche produttive tradizionali e governance istituzionale dei parchi non può essere ridotto a una valutazione tecnica a favore o contro questa o quella soluzione. Piuttosto, richiede un’antropologia capace di farsi mediatrice, di attraversare i conflitti senza neutralità ma con consapevolezza critica, costruendo «condizioni intellettuali e umane di confronto aperto» tra attori diversi. La pastorizia diventa così un banco di prova per ripensare la relazione tra protezione ambientale ed economie bioculturali, tra rewildinge presidi territoriali umani, superando tanto l’estrattivismo produttivista quanto la retorica conservazionista che esclude l’umano dalla gestione del vivente.

Al tempo stesso, le economie pastorali e agricole di montagna si confrontano oggi con un’ulteriore minaccia: i cambiamenti climatici. Come evidenziato in ricerche recenti condotte nelle Alpi (Dall’Ò, Giuffrè 2025), la crisi idrica legata al ritiro glaciale, l’aumento delle temperature e la distribuzione ineguale delle risorse d’acqua colpiscono in modo sproporzionato le piccole aziende familiari, gli alpeggi d’alta quota e le giovani allevatrici prive di accesso a tecnologie di adattamento costose. Mentre l’acqua per l’innevamento artificiale destinato al turismo sciistico si trova sempre, per irrigare i pascoli e abbeverare il bestiame diventa ogni anno «un’incognita». La riduzione della disponibilità di foraggio di qualità, lo stress termico sugli animali, la necessità di spostare le greggi a quote sempre più elevate non sono solo problemi tecnici, ma trasformazioni che ridefiniscono la possibilità stessa di continuare a praticare la pastorizia estensiva.

In questo senso, i territori in movimento di cui parla Bindi sono anche territori climaticamente instabili, dove le comunità montane e rurali – come quelle delle piccole isole e delle terre alte alpine analizzate da Dall’Ò e Giuffrè – diventano «sentinelle della crisi climatica», costrette a negoziare quotidianamente con un ambiente che muta sotto i loro occhi e a reinventare pratiche millenarie in condizioni ecologiche inedite.

9788858154113La progettualità dell’incolto e il pluriverso della cura

Particolarmente suggestivo è il dialogo implicito con la «progettualità dell’incolto» esplorata da Adriano Favole (2024). In un’epoca che vorrebbe ogni metro quadro di suolo messo a valore o «riordinato» secondo canoni estetici urbani, l’incolto – lo spazio selvatico, il pascolo abbandonato, la zona d’ombra – diventa un luogo di possibilità politica. Favole ci invita a guardare a questi spazi non come a «vuoti» in attesa di civilizzazione, ma come a territori dove si esercita un’agency diversa, una progettualità che non risponde alle logiche del profitto immediato ma a quelle della coabitazione e della libertà.

Bindi declina questa progettualità attraverso le «genealogie femminili» e le pratiche di restanza. La ri-gener-azione non passa dai bandi ministeriali, ma da una cura quotidiana che somiglia al «pluriverso» di Arturo Escobar. Le donne delle aree interne, custodi di forme di riproduzione sociale che sfuggono alla logica della crescita infinita, trasformano la periferizzazione in una postura di resistenza. Abitare l’incolto significa allora presidiare la soglia tra umano e selvatico, tra locale e globale, rifiutando la riduzione del territorio a merce. In questo senso, la perifericità diventa un vantaggio epistemologico:

«Le donne che restano non sono superstiti di un mondo che scompare, ma pioniere di un nuovo modo di abitare la fragilità, capaci di trasformare la cura del vivente in una forma di sovranità territoriale non negoziabile» (Bindi 2025: 115).

31ku3vl-sl-_sy445_sx342_ml2_Solvitur ambulando: un metodo per l’incertezza

Infine, la scelta metodologica di Bindi – un’etnografia «pedestre» che unisce l’Appennino alla Patagonia – risuona con il wayfaring di Tim Ingold (2007). Camminare non è un vezzo, ma una scelta epistemologica: significa stare nel flusso delle trasformazioni senza la pretesa di fissarle in una fotografia statica. È un metodo necessario per cogliere le interconnessioni tra territori fragili che, pur nella loro diversità geografica, condividono simili sfide di adattamento e simili percorsi di resilienza critica di fronte alla crisi climatica. Come suggerito nei recenti dibattiti filosofici sulla «società degli individui» (2025), lo sguardo del ricercatore deve farsi mobile per intercettare i processi di periferizzazione laddove essi si manifestano come ferite ma anche come varchi.

Conclusioni: un orizzonte immaginativo

Territori in movimento ci consegna una bussola per navigare l’incertezza del presente. Grazie al dialogo con le voci più sensibili dell’antropologia, della filosofia, della sociologia, dell’architettura — da Mangiameli a Favole, da De Rossi a Escobar — Letizia Bindi ci ricorda che riabitare non significa colonizzare o abbellire, ma riconoscere la dignità e l’agency di chi abita i margini. Il volume è un invito a passare dalle retoriche rassicuranti della rigenerazione a una politica reale del vivente, capace di guardare alle aree fragili non come a «vuoti a perdere», ma come a spazi vitali di sperimentazione per una necessaria democrazia ecologica.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Riferimenti bibliografici
Barbera, F., Cersosimo, D., De Rossi, A. (a cura di) (2022), Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli, Roma.
Bindi, L. (2025), Territori in movimento. Ri-gener-azioni in aree fragili, Donzelli, Roma.
Dall’Ò, E., Giuffrè, M. (2025), «Piccole isole e territori di montagna: percorsi di resilienza critica», in La Società degli individui, 83, 2025/2.
De Rossi, A. (a cura di), Barbera, F., Barca, F., Carrosio, G., Cersosimo, D., Donzelli, C., Lanzani, A., Mascino, L., & Sacco, P. L. (2018). Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Collana Progetti). Donzelli Editore. ISBN 9788868438494. 
Favole, A. (2024), «Popoli dell’incolto», in Il Tascabile, [online]. 
Ingold, T. (2007), Lines: A Brief History, Routledge, London.
Mangiameli, G. (2025), «Ontologie dell’ambiente e antropologia del vivente», in La Società degli individui, 83, 2025/2.
Morizot, B. (2020), Manières d’être vivant, Actes Sud, Arles.
Tsing, A. L. (2015), The Mushroom at the End of the World. On the Possibility of Life in Capitalist Ruins, Princeton University Press, Princeton. 

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Elisabetta Dall’Ò, Ph.D, è antropologa culturale, docente al Politecnico di Torino e Associate Resercher al CMCC. Si occupa principalmente di antropologia ambientale e dei processi di adattamento sociale e culturale ai cambiamenti climatici nelle aree montane e nei territori fragili. Tra le sue ultime pubblicazioni Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi (Rosenberg&Sellier 2025) vincitore del premio Costantino Nigra per l’Antropologia e l’Ecologia.

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