Antefatto
Mi piace la scrittura narrativa di Giacomo Mameli. Si addentra nella Storia e nelle storie con grande capacità di rappresentare protagonisti minori, contadini e marginali. Si muove con la bussola del “foghesu” [1], ovvero del cittadino di Perdasdefogu (Pietredifuoco), il suo paese natale e di ritorno. Un paese di curve e di salite, di panorami stupendi in cui sono protagonisti i taccus [2], ma anche di grandi contraddizioni tra basi militari [3] e longevità [4].
Scrittore che viene dal giornalismo, Giacomo Mameli usa la “foghesità” per misurare il mondo, o meglio per raccontarlo in forma di umanità foghesina. È uno dei modi per “restare umani” in un tempo davvero difficile. I suoi personaggi sono sempre persone reali che ha intervistato e che restituisce in chiave narrativa.
Ho presentato i suoi libri in varie iniziative in Continente. Il libro Le chiavi dello zucchero (Maestrale, Nuoro, 2019) è stato presentato in Toscana (Siena, Firenze, Grosseto) negli istituti storici della Resistenza perché l’argomento trattato riguardava la Seconda Guerra Mondiale e la partecipazione dei sardi nella Resistenza toscana. Ho presentato il libro, Le ragazze sono partite (CUEC, 2015), al Circolo dei Sardi di Siena. Qui, Giacomo ha raccolto le voci delle donne che andavano a lavorare in continente come domestiche e poi come colf e ha saputo dare polifonia a storie importanti per il cambiamento della Sardegna nel momento del suo ingresso nella modernità.
E ancora ho presentato La ghianda è una ciliegia (CUEC, 2006), nel Giorno della Memoria a Siena. Il volume è il racconto di “foghesi” che hanno avuto la sfortuna di essere portati nei campi di concentramento tedeschi. Da questo libro è nato “Storia di un uomo magro”, un monologo teatrale di Paolo Floris, che è stato rappresentato in varie sedi toscane e in diverse scuole.
Hotel Nord America (Maestrale, 2020, è un testo di forte memoria autobiografica, come del resto è anche Le chiavi dello zucchero. Qui, oltre ai “foghesini” vi è la storia del padre ma soprattutto della madre di Giacomo, una delle prime ostetriche venute dal continente, negli anni 50, per esercitare la professione nei poveri paesi della Sardegna interna.
Sul web Mameli viene classificato come “memorialista” e in fondo gli sta bene, ma mi pare riduttivo perché la sua perlustrazione delle storie marginali è un modo per far emergere il mondo della vita quotidiana. Quel mondo che, secondo E. de Martino, voleva entrare nella Storia e che Nuto Revelli ha reso protagonista con le sue interviste riorganizzate e trascritte. Mameli si iscrive dunque nella storia dei valorizzatori delle voci del mondo popolare – una corrente con ampia presenza anche negli studi italiani demo-etno-antropologici – prediligendo la narrazione che deriva dalla memoria orale.
L’attenzione e la passione di Giacomo Mameli per gli orizzonti più ampi in cui Perdasdefogu è coinvolta sono testimoniate da “SetteSere Settepiazze SetteLibri”, un festival estivo (che si tiene a luglio) giunto alla quindicesima edizione che connette i libri con i problemi del mondo.
Il nuovo romanzo di Giacomo Mameli si intitola per esteso Pedrito – Lamette a Caracas, fiori a Orgosolo (Maestrale, 2025). La storia ruota attorno alla figura di Pietro (o Perdu), un giovane calzolaio sardo (“sabateri”) di Perdasdefogu che, in cerca di lavoro e fortuna, decide di emigrare in Venezuela. Lì viene chiamato Pedrito e continua il suo mestiere di “zapatero” (calzolaio) a Caracas in una grande azienda avviata da un italiano che aveva precedentemente lavorato in Sardegna, L’arrivo in Venezuela avviene nel 1958, un periodo storico cruciale segnato dalle violenze del dittatore Pérez Jiménez. Pedrito viene coinvolto, arrestato e fatto oggetto di violenze.
Il testo ha uno svolgimento molto complesso nella articolazione di vari nuclei narrativi. Una parte si concentra sulle tragiche realtà della dittatura in Venezuela dove la violenza contro gli oppositori politici era brutale tanto da arrivare all’uso delle “lamette” per tagliare la giugulare degli avversari del regime. La ditta Zapatero Industria Mormino Giuseppe per cui Pedrito lavorava fallisce dopo la morte del titolare in un incidente d’auto. Pedrito, dopo varie altre vicende lavorative, rientra in Italia, a Perdasdefogu. Con un salto temporale e di luogo, il libro si colloca poi a Orgosolo per raccontare un episodio di banditismo avvenuto nel 1953, culminato sia colla morte dell’ingegner Capra, sequestrato da una banda, sia del giovane bandito che lo custodiva. Un delitto anomalo. La connessione con Pedrito sta nel fatto che Lillino, che era il suo fratello maggiore, lavorava con l’Ing. Capra. E fu testimone minacciato e silente del sequestro. Lillino scriverà in seguito le sue memorie dal titolo Come eravamo 90 anni fa. Su questo strano delitto si sono fatte varie ipotesi non tanto legate al banditismo, quanto al mondo della concorrenza nelle committenze pubbliche.

Pedrito nella bottega della Industria zapatera Mormino a Maracay (Archivio famiglia Demontis, Perdasdefogu)
Interconnessa con le storie di Pedrito e di Lillino appare ad un certo punto la figura di Garibaldi, eroe del Venezuela che ha combattuto a fianco di Simón Bolívar. Pedrito verrà a conoscenza della vicenda avvenuta nell’800 del navigatore italiano Troccoli,’ideatore di un progetto ambizioso che, con la nave Leone di Caprera, sfiderà l’oceano, salperà dal Venezuela e navigherà verso Caprera dove incontrerà l’eroe dei due mondi, progetto che andrà a buon fine. La conoscerà dalla stampa che, alla morte del Troccoli, rammentava gli eventi. Ma un’altra connessione con Garibaldi riguarda il fatto che l’imprenditore Gianbattista Capra-Litzu, antenato del già citato Ing. Capra, rapito e ucciso, era stato garibaldino. Su richiesta di Garibaldi stesso, ritiratosi a Caprera, il Capra-Litzu aveva inviato 250 vitigni di Malvasia di Monserrato e 250 di Quartu da piantare a Caprera. L’imprenditore dal canto suo, chiese e ottenne che Garibaldi battezzasse suo figlio (cosa che Garibaldi fece per procura notarile).
Questi percorsi interni e imprevisti del romanzo sono molto vicini al tessuto narrativo di Mameli, che, trovando nei suoi percorsi innesti interessanti, apre squarci e favorisce connessioni che si spostano tra l’Ottocento e il Novecento. Mameli usa Pedrito come l’“ego” di riferimento del racconto, come connettitore di storie, un po’ come il mouse del computer che cliccando apre diversi scenari.
Uno degli episodi più interessanti e più gustosi che Mameli si è divertito a ricostruire riguarda la vicenda dell’arrivo a Perdasdefogu nel 1927 di Leopold Wagner, famoso dialettologo tedesco. Mameli lo colloca nella memoria indiretta e paterna di Pedrito e dà un grande rilievo a questo nuovo “innesto” nella narrazione, che racconta con gusto e ricchezza di episodi esemplari. Il paesaggio torna a essere quello di Foghesu dove Pedrito torna molti anni dopo, anche per amore. Ma è inutile raccontare i romanzi, vanno letti, anche quelli che sono romanzi-testimonianza. Il libro è un libro di migrazioni, di successi e insuccessi, di identità che vengono plasmate nei viaggi, che incontrano il male del mondo, parla di ritorno al paese e anche di “restanza” per usare il termine di Vito Teti.
Raccontando Pedrito a Giovanni Floris nella trasmissione di martedì della 7, di cui è ospite frequente, Giacomo ha tenuto soprattutto a mettere in evidenza del suo romanzo il tema della dittatura del Venezuela passato, che continua in modi diversi con la dittatura di Maduro, come parte di una storia di violenza del potere, nata e rimasta nel Paese di Bolívar. Forse la commissione del Nobel lo ha ascoltato, o ha letto il libro, perché il Premio per la Pace del 2025 è andato alla principale oppositrice politica di Maduro, María Corina Machado Parisca. Figura assai controversa.
Un’ultima nota sulla scrittura: Mameli ricorre nella redazione del testo ad una scrittura il più possibile conversativa, narrativa, con momenti in cui lo stile orale viene evidenziato anche con espressioni in sardo. Il rapporto di Giacomo con il sardo è prudente: non prova a creare una lingua italo-foghesina come ha fatto Camilleri con l’agrigentino, ma ne tiene traccia, la cita, la sceglie traducendo, al rovescio usa nei nomi e nella toponomastica la traduzione letterale in Italiano di soprannomi e toponimi locali molto fantasiosi: La vigna Vittorio La Volpe, la sorgente Pelle di cane, la Forra del fantasma di Gairo, il rio dell’Impiccato, il valico delle Corna del bue, la fonte dell’Acqua che bolle. In questi casi il senso di alterità si ottiene non usando il sardo ma nella tradizione fedele in italiano delle figuralità dei nomi e soprannomi del territorio.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Tra le 10 isole dello Stato africano di Capoverde ce ne è una che si chiama Fogo e i cui abitanti sono anche loro ‘foghesi’, una somiglianza interessante cui si aggiunge anche un nesso tra colf sarde e capoverdiane: quando le sarde chiusero quel tipo di attività a Roma le capoverdiane furono le prime a sostituirle
[2] Taccu: è il nome dato a particolari affioramenti di roccia, tipicamente di calcare e dolomia, che si elevano sull’area circostante. Simili ad altopiani dalle ripide pareti, rappresentano una forma di erosione selettiva.
[3] Si tratta del poligono sperimentale di addestramento interforze di Salto di Quirra: è un poligono delle forze armate italiane costituito nel 1956
[4] La più alta concentrazione di centenari al mondo e di famiglie longeve.
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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