Stampa Articolo

Non una biografia ma una interpretazione dell’anima di Rosa

xaifxrju-717x1024di Paolo Licata

Voglio esprimere un sincero ringraziamento a tutti i critici che hanno dedicato il loro tempo e il loro impegno nell’analizzare il mio film. Ne sono davvero lusingato. Ricevere un riscontro così articolato e sentito su “L’amore che ho” è per me un onore, un privilegio e una responsabilità.

 Le recensioni che mi sono state presentate, oltre a essere scritte da penne sapienti (nonostante alcune siano giovanissime), sono un interessante spunto di riflessione sul valore artistico e sociale della pellicola.

La figura di Rosa Balistreri non è semplice da raccontare. È una donna fiume, una corrente di dolore, rabbia, amore e riscatto che attraversa più generazioni, più geografie e più codici espressivi. Sapere che il film è stato letto in modo così profondo e partecipe è un segnale che quel fiume scorre ancora, e che abbiamo forse fatto bene a seguirne il corso, pur con tutti i rischi del caso.

Rossana Salerno evidenzia giustamente la mia scelta di non seguire un percorso biografico fedele alla vita di Rosa Balistreri, ma piuttosto di creare una narrazione poetica e romanzata. Questo approccio non è stato una mera scelta stilistica, ma una decisione consapevole per dare il giusto spazio alla simbologia del personaggio di Rosa. La sua vita, costellata di sofferenze, non può essere ridotta solo a un elenco di eventi. La sua forza, il suo messaggio, la sua lotta, sono raccontati attraverso una struttura che, pur lasciando da parte i dettagli biografici, si concentra sul cuore pulsante della sua esistenza: il canto come forma di resistenza e denuncia.

È un film che mira più a fornire una nostra interpretazione (mia e di tutta la squadra artistica e tecnica) dell’anima di Rosa, piuttosto che una cronologia rigorosa della sua vita. Così come la sua musica, il film non si limita a un semplice racconto, ma si propone come un grido, un atto politico, una riflessione sulla condizione delle donne in una Sicilia patriarcale.

da "L'amore che ho" di Paolo Licata

da “L’amore che ho” di Paolo Licata

Il mio obiettivo non è mai stato quello di fare una ricostruzione fedele della vita di Rosa, come evidenziato da Rossana. Questo ammirevolissimo compito lo lascio ai documentaristi. Ho voluto fare prima di tutto un buon film, che sicuramente voleva omaggiare Rosa, ma che ancor prima voleva assolvere alla funzione primaria che il cinema deve avere secondo me, ovvero emozionare lo spettatore. Che si parta da una storia vera o da una inventata, il cinema ha per me questo scopo fondamentale per cui lo spettatore viene in sala e paga il biglietto: provare un’emozione. Emozione che ahimè recentemente riesco a ricevere piuttosto raramente dai film che guardo. E il fatto che il mio film, per molti, riesca in questo intento, mi gratifica oltre ogni dire.  

Riguardo al ritmo discontinuo e le transizioni temporali, Bianca Navarra ha giustamente notato come questi elementi possano confondere lo spettatore inizialmente. Mi preme dire che ho scelto una struttura corale per raccontare le fasi della vita di Rosa, affidando a diverse attrici il compito di rappresentare le varie età della protagonista, con lo scopo di enfatizzare il cambiamento, ma anche di riflettere sulla frammentazione della sua esistenza. La difficoltà di orientarsi all’inizio del film non è solo un espediente narrativo, ma una scelta per sottolineare la complessità e la sofferenza di una vita segnata da eventi violenti e da una costante ricerca di identità. E non è un caso che questo “disorientamento” rispecchi anche l’impatto che la vita di Rosa ha avuto su chi l’ha vissuta. 

Da vero maniaco di cinema, non amo le storie troppo semplici e troppo facili da seguire, in cui allo spettatore sia spiegato bene tutto. Viviamo in un’epoca, quella dei social, in cui stiamo già andando in una direzione che tende a spiegare tutto all’utente, portandolo via via ad impigrirsi sempre più. Sono invece un grande appassionato del cinema del “non detto”, del “lasciato intendere”, un cinema in cui viene richiesto allo spettatore non necessariamente uno sforzo, ma almeno una partecipazione attiva nella ricostruzione dei fatti, o addirittura nel formulare delle ipotesi sul mistero da risolvere o sul segreto da scoprire.  

sddefaultMi piace vedere la struttura a mosaico della sceneggiatura come una metafora dell’anima stessa della protagonista: disorientata, complessa, sfaccettata, apparentemente confusa, irruente, violenta, spesso in balia degli eventi, quasi una barchetta di carta nel mare in tempesta. Ma di contro, appassionata, verace, sanguigna, innamorata, emozionante e commovente. E come Rosa alla fine della sua tormentata esistenza cerca di fare i conti col passato e mettere insieme i pezzi della sua vita, così la sceneggiatura rimette a posto i tasselli del puzzle, mettendo infine lo spettatore nella condizione di ricostruire il quadro completo.   

Apprezzo molto il modo in cui Flavia Schiavo ha sottolineato il ruolo di Licata non solo come luogo di origine, ma come vera e propria cornice simbolica e reale che plasma la vita di Rosa. Benché si stesse aprendo ai rapporti commerciali nel Mediterraneo, la piccola cittadina siciliana con le sue rigide convenzioni, la chiusura sociale, la violenza patriarcale e l’emarginazione, diventa un personaggio a sé nel racconto. È lì che Rosa vive le sue prime difficoltà più drammatiche, un ambiente che le nega libertà e protezione, ma che allo stesso tempo ne segna profondamente l’identità e la forza di reazione. Sono lieto che abbia colto come il trasferimento a Firenze rappresenti non solo un cambio geografico, ma una vera e propria svolta storica e culturale, quasi un passaggio da un mondo immobile e soffocante a uno in fermento e aperto, dove Rosa può finalmente costruirsi uno spazio e una voce. Tuttavia, Licata rimane sempre nel racconto come quel luogo che, con tutte le sue contraddizioni, continua a influenzare la memoria e le radici di Rosa. Anche la drammaticità del femminicidio della sorella Maria e la reazione della comunità di Licata sono momenti che ho voluto evidenziare per raccontare la durezza delle dinamiche sociali dell’epoca, che non prevedevano vie d’uscita per le donne vittime di violenza. L’accento che Flavia pone su questo passaggio mostra quanto sia stato importante trasmettere una testimonianza storica sincera e potente.

da "L'amore che ho" di Paolo Licata

da “L’amore che ho” di Paolo Licata

Sono molto contento che quasi tutti i lettori del film abbiano lodato le performance delle attrici, che le stesse siano state particolarmente apprezzate per la loro capacità di incarnare la fragilità e la forza di Rosa. È emerso con forza come tutte loro abbiano saputo trasmettere le sfaccettature del personaggio, dalla bambina fragile ma già consapevole della sua sofferenza, alla donna che non cede mai, nonostante tutto. Il passaggio dalla piccola Ziami, che porta la delicatezza della giovinezza e della scoperta della musica (ma già con una innata forza interiore), fino a Lucia Sardo, che incarna la Rosa matura e finalmente liberata, mostra l’evoluzione di una donna che ha imparato a essere sé stessa, a usare la sua voce come forma di resistenza.

Rosa non è solo una cantante: è una donna che, attraverso la musica, sfida un ordine sociale ingiusto, denuncia l’oppressione delle donne e di chi non ha voce. Questa visione politica della musica trova la sua espressione in una serie di scene che non sono solo momenti melodici di intrattenimento. Qui, come giustamente sottolineato da Sarica, Schembri, Zicari e altri, la musica è un grido di rivolta, un lamento che scuote l’anima. Il film vuole, infatti, fare della musica non solo un veicolo di emozioni, ma anche di consapevolezza.

E la Sicilia rurale e patriarcale che emerge dalle immagini non è un semplice sfondo pittoresco, ma una parte integrante della storia di Rosa, che la vive, la respira e la combatte con la sua arte. «Ciò che Rosa canta al suo pubblico – scrive opportunamente Orietta Sorgi – non è altro che la trasposizione sul piano musicale e narrativo di eventi dolorosi vissuti in prima persona. La vita e l’arte si fondono infatti l’un l’altra»,

Il cast di "L'amore che ho" di Paolo Licata

Il cast di “L’amore che ho” di Paolo Licata

Nonostante le difficoltà, le perdite, le umiliazioni, Rosa non si arrende mai alla sua condizione. La sua musica, quindi, diventa un atto di libertà e di amore incondizionato, una dichiarazione di indipendenza.

Credo che Rosa Balistreri, oggi più che mai, abbia qualcosa da dire. In un’epoca in cui le voci femminili vengono ancora marginalizzate, in cui la giustizia sociale è troppo spesso un ideale e non una realtà, il suo canto è una resistenza. Una donna che ha urlato contro la miseria, contro la mafia, contro la violenza domestica e sociale. Un’artista che ha scelto di non stare zitta.

“L’amore che ho” è stato un film necessario per me come regista, per chi lo ha interpretato e costruito con me, e, spero, per chi lo ha visto. Ricevere critiche così sentite mi ricorda che il cinema può ancora toccare le viscere. E che il racconto di Rosa, finché sarà ascoltato, continuerà a cambiare le cose.

Grazie di cuore a chi ha saputo leggere tutto questo e molto di più! 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025

______________________________________________________________

Paolo Licata, ha ricoperto il ruolo di assistente alla Regia in molte opere liriche del grande repertorio italiano quali “Rigoletto”, “Cavalleria Rusticana” e “Pagliacci”, “Turandot”, “Boheme” negli Stati Uniti, Australia, Spagna, Polonia ecc…. Dopo la laurea, ha frequentato l’Università di Cinema a Cinecittà. Ha realizzato diversi cortometraggi presentati in varie rassegne cinematografiche: “Il debutto”, “Answer”, “Falsa Realtà”. Ha ricoperto il ruolo di assistente alla regia in diversi set cinematografici, tra cui quello de “Il sole nero” di Krzysztof Zanussi e “Rosso Malpelo” di Pasquale Scimeca. È stato Assistant Director sul set di CSI:Miami. Ha scritto diverse sceneggiature per lungometraggi (“TWINGE”, “Figlio di Carta” con Heidrun Schleef e “Picciridda” con Ugo Chiti). Ha diretto 5 spot per la campagna del Ministero contro la violenza negli stadi, con gli attori Martina Stella e Lorenzo Flaherty. Nel 2011 ha realizzato il mediometraggio “The Novel”, in qualità di autore, produttore e regista. Tra il 2018 e il 2019 è sul set del lungometraggio Picciridda – con i piedi nella sabbia, in qualità di sceneggiatore, produttore e regista. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello e la sceneggiatura è scritta con la collaborazione di Ugo Chiti. Uscito nelle sale nel 2020, e ancora in piena commercializzazione anche all’estero, Picciridda è uno dei film più visti e apprezzati dell’anno (per diverso tempo ai primi posti al box office italiano), e ha ottenuto svariati riconoscimenti, tra cui 5 candidature ai Globi D’oro (2 vinti) e ai Nastri d’Argento. Nel 2024 ha sceneggiato e diretto il film per il cinema “L’amore che ho”, uscito al cinema nel 2025. È stato il miglior incasso italiano nelle prime settimane di uscita. 

______________________________________________________________

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Immagini. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>