di Tiziana Sparacino
La Dea Lakshmi è la Dea indiana dell’abbondanza, del destino, della saggezza e soprattutto della fortuna, della bellezza e della fertilità. È venerata da coloro che vogliono guadagnare o mantenere i propri guadagni.
Si crede che Lakshmi visiti solo case pulite e abitate da gente che lavora, mentre si tiene lontana dalla sporcizia e dai pigri. Questa Dea è venerata perché è il simbolo della purezza e della santità, oltre che della conoscenza divina (Brahma-vidya). È a Lei che ci si rivolge per chiedere felicità in famiglia, amicizia, matrimonio, bambini, cibo e ricchezza, bellezza e salute.
Questi scatti in giro nell’India del nord cost to cost, da Jaisalmer fino a Calcutta, passando per Jaipur, Jodhpur, Agra, New Delhi, Varanasi, sono un invito a conoscere alcuni dei molteplici aspetti di questo complesso mondo umano e culturale assai diverso da quello occidentale.
Da qui il titolo: non tutte le mucche hanno la fortuna di nascere in India. Infatti per la religione Indù la mucca è considerata un animale sacro e per questo intoccabile e venerabile. Mucche che pascolano per le strette viuzze delle città, che si aggirano indisturbate per le autostrade in mezzo a corsie trafficatissime, mucche che vengono cibate dai passanti. Una vera fortuna se le paragoniamo alle nostre, fonte di supporto alimentare a noi umani.
Questo ci riporta agli “odori” per così dire, dello sterco, delle fogne a cielo aperto, del fango dopo un giorno di pioggia, delle spezie prorompenti, accompagnate dall’assordante rumore dei clacson dei motorini, dei risciò a motore, dei bus e delle macchine. Anche le biciclette fanno rumore, come a sottolineare che esistono anche loro per le strade e per la verità sono la maggioranza. Tutto un caos. Un caos vorticoso che inebria, che inspiegabilmente rende vivi.
Se pensiamo al nostro caos lo associamo alla rabbia di automobilisti che pretendono di avere sempre ragione, mentre in India la gentilezza, la garbatezza del suo popolo, manifesta quel self control che ha dell’inspiegabile.
Cosa dire di Varanasi? La città della Morte. O meglio dire della vita con medesimo valore della morte.
Tutto si svolge in diretta dal brusio vorticoso della gente al mattino ai funerali in diretta nei Ghat, uno dietro l’altro, come una catena di montaggio, quasi come se il Dolore non ha forma, si affievolisce e diviene, ai pochi familiari che assistono alla cerimonia, come il fumo che si respira.
Nessun pianto, nessun dolore, nessuno sconforto: ma sarà poi vero? Che dire dei personaggi che tutto il giorno inalano le polveri dei cadaveri?
Tutto il giorno intrisi di quel pulviscolo misto a cenere, ossa disintegrate, aromi, quel pulviscolo attaccato alla pelle e indelebile da essa.
Per noi, osservatori occidentali, un pugno allo stomaco che fa rimanere senza fiato. Un morso velenoso di serpente che paralizza anche l’anima.
Chissà se l’antico concetto cristiano della vita dopo la morte è racchiuso in questo rito per noi incomprensibile?
In conclusione: meglio forse nascere in India con le sembianze di una mucca che nascere uomo/donna in Occidente.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Tiziana Sparacino, nel 1990 si laurea in Medicina e Chirurgia a Catania, conseguendo nel 1995 un Dottorato di Ricerca e nel 1998 la specializzazione in Chirurgia Generale. Accanto alla passione per la medicina, coltiva anche quella per l’architettura e nel 2009 si laurea a Enna in “Scienze dell’Architettura”. Iscritta a “medici volontari all’estero”, presta servizio come volontaria soprattutto in Africa e Brasile. Uno di questi viaggi la porta nel Sahara occidentale, dove trascorre un mese nel deserto al confine tra Mali, Mauritania e Marocco, seguendo l’esodo del Popolo Saharawi. Da questa esperienza trae spunto per la sua prima mostra personale, dal titolo “La mia Africa”, curata dall’AFC di Catania e il patrocinio della FIAF nel 1993. Nel 1996 propone, sempre su circuito FIAF, con l’ausilio dell’AFC di Catania, una seconda mostra personale dal titolo “Canguro crossing”, scatti fotografici eseguiti in Australia, attraverso i deserti e in mezzo agli aborigeni. Segue nel 2015 una mostra personale dal titolo “Silenzi”, che, traendo spunto dal silenzio del deserto africano, indaga il silenzio interiore, fatto di solitudine, di omertà, di compromessi, di ingiustizie. Ha partecipato a numerose mostre collettive e ha ricevuto non pochi riconoscimenti per il suo lavoro.
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