di Massimo Jevolella
Sarà un caso se il vento risuona in parole come spavento, o evento? Lasciamo ai curiosi la ricerca etimologica. Fosse pure una mera assonanza, quel che è certo è che il vento, tra i fenomeni della natura, è quello che più di ogni altro ha impresso nelle menti umane il segno dell’imprevedibile, inafferrabile senso delle cose. È il misterioso soffio-spirito divino che troviamo nel secondo versetto della Genesi: «e lo spirito di Elohim aleggiava sulle acque», perché rûah, spirito, in ebraico vuol dire vento e anche respiro, come il greco pneuma.
Quell’essere tanto invisibile nella sostanza quanto visibile e perfino udibile e tangibile nei suoi effetti. E il vento, materiale o divino che sia, non solo soffia dove, come e quando vuole (to pneuma opou thelei pnei….spiritus ubi vult spirat, Giovanni 3, 8), ma ci può anche dare e dire tutto quello che vuole, nel bene e nel male, nella pace e nella guerra dei sensi e dell’anima. Come il mitico Eolo, possiede un otre colmo di sorprese: può spingere le navi a Itaca, ma anche travolgerle in una paurosa tempesta 1
Ecco il motivo per cui non potrebbe esistere la poesia se non esistesse il vento. Dall’origine della tradizione orale e della scrittura fino a oggi, sotto ogni cielo, in forma di lieve zefiro, brezza vivace, sibilo lamentoso o tremendo uragano, il vento ha invaso la fantasia e i versi dei bardi e dei poeti, offrendosi come cangiante e poliedrica metafora all’ansia gioiosa e al lirico abbandono dei loro sentimenti, al bisogno innato nell’uomo di descrivere con la parola la natura e l’origine delle bellezze e degli orrori della vita.
Parafrasando Qohèlet (“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire…”) potremmo dire che c’è un vento per chi nasce e un vento per chi muore, per qualsiasi momento e aspetto della vita. Tenendoci ancora al testo biblico, ecco ad esempio il rûah assolvere il compito del giustiziere, che purifica la terra spazzando via i rešâ’îm, i malvagi, «come pula che il vento disperde». 2 Ed ecco ancora il rûah mutarsi in immagine dell’umana vanità, quando proprio il saggio Qohèlet deride chi si affanna ad accumulare ricchezze «con fatica e correndo dietro al vento», cioè impegnandosi in azioni insensate.3 Migliaia di anni più tardi, un cantautore italiano, Fabrizio De Andrè, riprenderà quell’immagine in una delle sue canzoni più belle: «Quei giorni perduti a rincorrere il vento…».
E in De Andrè irrompe il tema dell’amore: è il vento della passione. Il più dolce e terribile di tutti. Quello che «riempie d’anime l’inferno», come scrive Alfonso de’ Liguori nelle sue puntigliose istruzioni per i confessori, molto ben documentate sulle molteplici forme dei peccati carnali 4.
E basta nulla per immaginare come il vescovo napoletano potesse avere in mente la visione struggente di Paolo e Francesca trascinati da un vento turbinoso e al tempo stesso pietoso nel secondo cerchio dell’inferno dantesco:
I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che insieme vanno,
e paiono sì al vento esser leggieri».5
Ahi, la lussuria! Chi mai ebbe per primo la stravagante idea di amputarla come un arto malato dal corpo sano del vero amore? La storia di quella passione lascia Dante tramortito per l’emozione. Alla fine perde i sensi, cade come un corpo morto: segno eloquente di una potenza mai estirpata dal fondo dell’anima (e quanto eros darà sangue e vita nei secoli alle estasi dei mistici!). Ma ora deve proseguire il suo viaggio, attraversare le tenebre dolorose dell’inferno, riemergere alla luce, risalire per le balze della purificazione, per trovare lassù sulla vetta del Purgatorio una prima visione di pace nel giardino del paradiso terrestre. Ed è qui che di nuovo il vento gli viene incontro. Ma è ormai l’arietta smaterializzata della gioia spirituale, che si dispiega tuttavia in una fioritura di straordinarie immagini rubate alla natura:
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando pronte,
tutte quante piegavano alla parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
Ed ecco, tra quelle fronde, di cui par di udire il fruscìo, prodursi a opera del vento e degli uccelletti cinguettanti un miracoloso concerto musicale, che al poeta ricorda lo stormire dei rami scossi dallo scirocco nella pineta di Classe vicino a Ravenna:
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogni lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone alle sue rime;
tal, qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in sul lito di Chiassi,
quand’Eolo scirocco fuor discioglie.6
Nella poesia medievale la metafora del vento oscilla costantemente tra questi due estremi: oscurità, timore e dolore da una parte; luce, speranza e gioia dall’altra. Vi sono due vividi esempi, in Francia, che ben documentano il primo (e forse il preponderante…) dei due aspetti: Rutebeuf e Villon.
Rutebeuf è quasi un contemporaneo di Dante. La sua vita è quella di un giovane ribelle, studente alla Sorbona, estroso menestrello e intrepido gaudente – e come non pensare qui al nostro Cecco Angiolieri? – pungente nella satira dei finti religiosi corrotti, ma costretto col passar degli anni al pentimento per non morire di fame. Inutilmente, però, perché un destino implacabile lo condurrà a una vecchiaia di solitudine e di miseria, abbandonato dai finti amici e da ogni fiamma d’amore. Il suo celebre Compianto, che descrive questa condizione di sventura, è tutto un inno al vento, immagine del dolore che spazza via ogni illusione:
Que sunt mi ami devenu
que j’avoie si pres tenu
et tant amei?
Je cuit qu’il sunt
trop cleir semei;
[…]
Se sunt ami
que vens enporte,
et il ventoit
devant ma porte,
ces enporta.
[…]
L’amour est mort.7
Due secoli dopo, la sorte del maudit François Villon sembra quasi ricalcare, in forma perfino inasprita, quella del “povero Rutebeuf”. Anche lui studente a Parigi, anche lui estroso, ribelle, ma tormentato da un demone che lo trascina fino al delitto: all’età di 24 anni uccide un prete in una rissa. Per altri otto anni abbiamo ancora tracce della sua vita, e quindi il nulla. Incarcerato e poi bandito da Parigi, scompare per sempre il 5 gennaio del 1463.
Lascia un Testamento poetico di impressionante schiettezza e veridicità. Inizia a scriverlo in una notte d’inverno, pochi mesi dopo aver commesso quell’atroce delitto. Vi riversa i ricordi dell’umanità conosciuta, e il presentimento della sua oscura fine. E vi lascia cadere un verso che nell’evocazione del vento riesce a condensare in un lampo di pura invenzione tutto il senso della sua disperazione:
En ce temps que j’ay dit devant,
sur le Noel, morte saison,
que les lups se vivent de vent
et qu’on se tient en sa maison,
pour le frimas, pres du tison,
me vint ung vouloir de brisier
la tres amoureuse prison
qui souloit mon cuer debrisier.8
Dunque, per Villon l’inverno è «il tempo in cui i lupi vivono di vento». E subito la mente corre nel gioco delle associazioni, e vede che in realtà quel lupo sperduto nella tormenta, che annusa l’aria alla ricerca disperata di una traccia per sopravvivere, altri non è che il poeta stesso, il poeta che si nutre di vento, ossia di speranza e di illusione, ma anche di coraggio per continuare a sfidare le forze avverse della vita e della natura. E a questo punto, per altra associazione, ecco che il francese Villon confonde il suo aspetto con quello di un poeta arabo del deserto, uno di quei “pastori delle stelle” (ru’â an-nugiûm) dalla pelle bruciata, che nell’epoca preislamica cantavano epici duelli, fierezze, malinconie e amori sullo sfondo di una natura impietosa e selvaggia, dominata dalla vampa del sole e dal furore del vento. Poeti come il vagabondo Shànfara, vissuto nel quinto secolo, che paragonava se stesso a uno sciacallo, stremato dalla fame proprio come il lupo di Villon:
E parto al mattino dopo un magro pasto,
così come parte un grigio-argenteo sciacallo
dai magri fianchi, che passa di deserto in deserto,
incede errando affamato contro vento
calando sul fondovalle in trotterellante corsa..9
Dura a morire, questa immagine del vento legata alla paura della fame, o dell’inverno, e insomma al presentimento di tempi duri in arrivo (quell’assonanza con spavento-evento, a cui si accennava prima). Idea a tal punto radicata nella fantasia dei poeti che, ecco, la ritroviamo dopo molti secoli, allo stato puro, in una celebre lirica di Giovanni Pascoli, intitolata appunto Il vento:
Nell’aria grigia e morta
c’è un’onda di lamento.
Qualcuno urta alla porta:
Avanti! Passi! È il vento.
Vento del Nord che porta
e neve e fame e stento:
la macchia irta e contorta
ulula di spavento.10
Ma il potere metaforico del vento non si limita certo a rappresentare il lato oscuro e triste della vita dell’uomo e della natura. Già si è visto in Dante, abbagliato dalle dolcezze del paradiso terrestre, come il vento possa essere anche l’araldo della gioia, del rinnovamento, della primavera, così come l’evocatore dei più dolci ricordi. In tal senso lo troviamo diffuso nei versi dei poeti cinesi, come ad esempio in quelli del celebre Tu Fu della dinastia T’ang, vissuto nell’ottavo secolo. Così scrive in una notte di primavera:
Non so dormire, intento al suono della chiave d’oro,
il vento richiama al pensiero i pendagli di giada…
E poi ricordando l’amico Li Po, altro famoso poeta:
Fresco si leva il vento verso l’estremo orizzonte,
ma il pensiero di te, nobile amico, dove ti trova?
E in un’altra notte irrequieta, vagando per i campi:
Lieve l’erba, lieve il vento alla riva,
ma incerto vacilla l’albero della barca sola nella notte.11
Ma a questo punto non vorrei nemmeno io rischiare di “rincorrere il vento” con l’assurda pretesa di esaurire in un articolo un argomento così vasto e universale. Mi accontenterò, per finire, di spostare la mira verso il mondo anglosassone, perché è da lì che in età moderna il vento ha levato la sua voce poetica nel modo sicuramente più celebre e forse anche più efficace. Anche le pietre conoscono infatti la canzone Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, e molti hanno letto almeno al liceo la magnifica Ode to the West Wind, Ode al vento occidentale, di Percy Bysshe Shelley, capolavoro della lirica inglese del primo Ottocento.
La vita di Shelley, si sa, fu di per sé un poema e un romanzo. Idealista, sognatore, romantico anticonformista vagamente anarchico, trovò la morte a soli trent’anni nell’Italia che amava, annegando dopo un naufragio nel mare davanti a Viareggio. Nato alla fine del Settecento, egli certamente percepiva gli immensi cambiamenti che il mondo stava per affrontare dopo la Guerra d’Indipendenza americana, la Rivoluzione francese e la rivoluzione industriale iniziata da poco in Inghilterra (a tal punto che perfino Karl Marx avrebbe ammirato la sua voce profetica). Dall’Ovest soffiava dunque il vento della nuova storia che avrebbe trasformato il volto della società umana. Sentimenti eroici animavano la più sensibile gioventù europea (e ricordiamo che Beethoven finì di comporre la sua terza sinfonia, detta appunto Eroica, nel 1804). E a quel vento poderoso, che Shelley sente irrompere anche nella sua vita, il poeta dedica nel 1819 i suoi versi forse più famosi, imperniati sul paragone con l’impetuoso maestrale che in autunno sferza la costa tirrenica, foriero di inverno ma al tempo stesso preannunciatore di una nuova primavera:
O wild West Wind, thou breath of Autumn’s being,
thou, from whose unseen presence the leaves dead
are driven, like ghosts from an enchanter fleeing,
[...]
Wild Spirit, which are moving every where;
destroyer and preserver; hear, oh, hear!
[…]
Be thou, spirit fierce,
my spirit! Be thou me, impetuous one!
Drive my dead thoughts over the univers
like withered leaves to quicken a new birth!
And, by the incantation of this verse,
scatter, as from an unextinguished hearth
ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawakened earth
the trumpet of a prophecy! O, wind,
if Winter comes, can Spring be far behind? 12
Ma passa più di un secolo e mezzo, e cosa rimane dell’eroica profezia di Shelley? Solo un’ombra, si direbbe. Dopo due immani conflitti mondiali, il vento dell’odio e delle stragi scuote nuovamente l’Est e l’Ovest con la guerra del Vietnam, che per i giovani americani ed europei, cresciuti nella democrazia e nel benessere materiale, torna a rappresentare il male assoluto, e a prefigurare la possibile fine di ogni speranza di redenzione per l’umanità. Alle esplosioni delle bombe al napalm che inceneriscono interi villaggi in quella landa remota dell’Oriente fa eco l’esplosione del pacifismo rivoluzionario in Occidente. E un giovane ribelle americano – menestrello e poeta come lo furono gli antichi provenzali, o Rutebeuf e Villon – compone una canzone destinata a diventare la bandiera di milioni di giovani in tutto il mondo: Blowin’ in the Wind, Soffia nel vento. È una sequela di domande martellanti che pongono il tema di una possibile, o forse utopica, conversione dell’umanità alla giustizia e alla pace, alla messa al bando dell’odio, delle armi e della guerra. Ma a quelle domande nessuno sa rispondere, perché, appunto, the answer is blowin’ in the wind, la risposta soffia nel vento.
E sono i primi versi quelli che pongono la questione più radicale: quando l’uomo diventerà veramente umano?
How many roads must a man walk down
before you call him a man? 13
Poi, ecco subito il tema della guerra:
Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly
before they’re forever banned?
[…]
Yes, ‘n’ how many ears must one man have
before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
that too many people have died? 14
Il vento, stavolta, è tornato a essere il simbolo dell’illusione, o della disillusione, e la sua corsa folle, che trascina con sé tutte le risposte e tutto il senso della nostra vita, ha ripreso in qualche modo l’aspetto dell’antico rûah biblico, il vento-spirito inafferrabile che soffia dove vuole e quando vuole, lasciando nelle nostre mani solo il possesso di un’incerta speranza. Perché nel mitico vaso di Pandora, che tanto ricorda l’otre dei venti di Eolo, dopo la turbinosa fuga di tutte le sventure che affliggono l’umanità era rimasta pur sempre, tenacemente abbarbicata sul fondo, un’invincibile creatura chiamata Elpìs, la Speranza. Quella che, secondo Esiodo, ebbe il coraggio di raccontare ai mortali un sacco di bugie, evitando così che tutti si uccidessero per la disperazione 15.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Odissea X, 1-74.
[2] Salmi 1, 4.
[3] Qohèlet 4, 6. Ma nella Vulgata latina la metafora poetica della fatica e del correre dietro al vento (‘amal u-r’ùt rûah in ebraico) diventava cum labore et afflictione animi, perdendo l’immagine poetica del vento che vanifica gli sforzi umani.
[4] Alfonso de’ Liguori, Istruzione, e pratica per li confessori, Bassano 1780, t. I: 273.
[5] Inf. V, 73-75.
[6] Purg. XXVIII, 7-21.
[7] «Che fine han fatto i miei amici,/ quelli che mi erano così vicini/ e così cari?/ Io credo che siano troppo dispersi/…/ Sono amici che il vento porta via,/ e come soffiava/ davanti alla mia porta/ e li portava via!/…/ L’amore è morto.» (Mia traduzione). Questi versi hanno ispirato nel 1986 una bellissima canzone di Léo Ferré, interpretata poi anche da Joan Baez.
[8] «In quel tempo che già ho detto,/ verso Natale, morta stagione,/ quando i lupi vivono di vento/ e ognuno se ne sta nella sua casa,/ per il gelo, presso un tizzone,/ mi venne la voglia di spezzare/ l’amorosissima prigione/ che soleva il mio cuore schiantare.» (Mia traduzione)
[9] Traduzione di Francesco Gabrieli.
[10] Dalle Poesie varie, edite a Bologna nel 1913.
[11] Le trecento poesie T’ang, Torino 1961, ed. Mondadori Oscar 1972: 146-148.
[12] «O selvaggio vento dell’Ovest, tu respiro dell’essenza dell’autunno,/ tu, dalla cui invisibile presenza le foglie morte/ sono scosse come fantasmi in fuga da un incantatore/ … / Selvaggio spirito, che giri in ogni luogo,/ distruttore e preservatore, ascolta, o, ascolta!/ … / Sii tu, spirito fiero/ il mio spirito! Tu sii me, tu impetuoso!/ Guida i miei morti pensieri per l’universo/ come foglie appassite che affrettino una rinascita!/ E per l’incantamento di questi versi,/ diffondi, come da un cuore inesausto,/ ceneri e scintille, le mie parole fra tutta l’umanità!/ e sii per le mie labbra alla terra assopita/ la tromba d’una profezia! O vento,/ se l’inverno arriva, può essergli la primavera così lontana?» (mia traduzione).
[13] «Quante strade deve percorrere un uomo/ prima che lo si chiami un uomo?»
[14] «E quante volte devono volare le palle di cannone/ prima di essere bandite per sempre?/ … / E quante orecchie deve avere un uomo/ prima che possa udire il pianto della gente?/ E quanti morti ci dovranno essere affinché egli sappia/ che troppa gente è morta?»
[15] Le opere e i giorni 42-105; Teogonia 565-616.
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Massimo Jevolella. Si laurea in filosofia nel 1974 con Remo Cantoni con una tesi sull’utopia surrealista. Fin dal 1979 si dedica allo studio del pensiero islamico ed ebraico medievale. Negli anni ‘80 collabora con la rivista “Studi cattolici” e con l’Istituto di Storia della Filosofia dell’Università Statale di Milano. Pubblica articoli sulla rivista “Acme” della Facoltà, traduce testi filosofici dall’arabo (come il Libro dei cerchi di Ibn As-Sid al-Batalyawsi, Arché Editore), ed entra in contatto con i professori Giuseppe Sermoneta e Shlomo Pines dell’Università Ebraica di Gerusalemme (dove nel 1985 partecipa a un convegno internazionale su Maimonide, con uno studio sulle fonti arabe della profetologia nella Guida dei perplessi). Inizia lo studio dell’ebraico biblico con il Rabbino capo di Milano Giuseppe Laras. Negli anni ‘90 dirige la collana di libri “Spazio interiore” della Red di Como. Nel 1991 pubblica il libro di saggistica-narrativa I sogni della storia (Mondadori Oscar). Seguono i saggi: Non nominare il nome di Allah invano (Boroli 2004, con postfazione di Franco Cardini); Le radici islamiche dell’Europa (Boroli 2005); Saladino eroe dell’Islàm (Boroli 2006); Rawà, il racconto che disseta l’anima (Red 2008); la traduzione dall’arabo e curatela del Collare della colomba di Ibn Hazm (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2010); l’antologia coranica Corano, libro di pace (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2013). La traduzione integrale in prosa e curatela del Romanzo della Rosa di J. De Meun e G. De Lorris (Feltrinelli UE 2016). Torna sul tema dell’utopia con uno studio sulla “città ideale” dei filosofi arabi, pubblicato nel 2012 sui “Quaderni di studi Indo-Mediterranei”. Intensa la sua attività di conferenziere, fin dai primi anni ‘80 e in molte città d’Italia, indirizzatasi sempre più sul versante del dialogo interreligioso e interculturale. Di recente, ha fatto dono degli oltre 700 volumi della sua biblioteca di cultura islamica ed ebraica alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Mazara del Vallo (Fondo Jevolella).
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