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Nomi nascosti, memorie vive. I soprannomi della Valle del Salto: un progetto scolastico

Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 03:13 In Cultura,Società | No Comments

Scuola media di Borgorose (ph.I.O. Borgorose)

Scuola media di Borgorose (ph.I.O. Borgorose)

CIP

di Settimio Adriani, Tamara De Gasperis, Viviana Ranucci 

1. Un territorio e i suoi silenzi 

Il Cicolano è una delle aree interne del Lazio che la geografia amministrativa ha storicamente relegato ai margini: incastonato tra la provincia di Rieti e i confini con l’Abruzzo, attraversato dalla Valle del Salto e dall’omonimo lago, questo territorio appenninico combina una bellezza paesaggistica rilevante con una condizione di sostanziale invisibilità nelle strategie di valorizzazione culturale regionali e nazionali. I comuni che partecipano al progetto descritto in questo articolo – Borgorose, Fiamignano, Pescorocchiano e Petrella Salto, sedi dei plessi scolastici, Concerviano, Marcetelli e Varco Sabino – appartengono tutti alla VII Comunità Montana Salto Cicolano e condividono una storia di isolamento infrastrutturale, spopolamento progressivo e scarsa attenzione da parte delle istituzioni di ricerca.

Non si tratta di una condizione eccezionale nel panorama delle aree interne italiane: come ha mostrato la riflessione avviata dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), la contrazione demografica e dei servizi ha prodotto in questi contesti una duplice perdita – quella materiale delle attività economiche e dei presidi sanitari e scolastici, e quella immateriale dei saperi, dei linguaggi, delle pratiche simboliche che costituivano l’ossatura identitaria delle comunità locali (Barca, Casavola e Lucatelli 2014). Tra questi saperi, i soprannomi occupano un posto di rilievo: sistemi denominativi paralleli al registro anagrafico ufficiale, essi conservano memorie familiari, storie di migrazioni, tracce di mestieri scomparsi, caratterizzazioni fisiche e caratteriali cristallizzate nel tempo, rimandi a eventi fondativi della vita comunitaria.

Eppure, nonostante questa ricchezza potenziale, il Cicolano non è mai stato oggetto di una raccolta sistematica di soprannomi. La letteratura onomastica italiana, che pure negli ultimi decenni ha prodotto studi di qualità su contesti rurali e montani di varie regioni – dall’Alto Vastese chietino (Di Giacomo 2021) alla Tuscia viterbese (Pedica e Pedica 2018), dalla Sicilia (Caffarelli 2019) al Friuli (Fadelli 1996) – non registra interventi specifici su quest’area. La ricerca “ufficiale” ha guardato altrove, e le rare iniziative locali sono rimaste affidate a singoli appassionati, ad eccezione di alcuni casi specifici, senza sistematicità metodologica né diffusione scientifica.

Il progetto che presentiamo nasce precisamente da questa constatazione, e tenta di trasformare un’assenza in un punto di partenza. La sua originalità non risiede soltanto nell’oggetto – i soprannomi del Cicolano – ma nel metodo adottato: una ricerca condotta dagli studenti delle scuole medie del territorio, coordinata dalla dirigente, da insegnanti e supervisionata da ricercatori universitari, con l’obiettivo esplicito di restituire i risultati alle comunità che li hanno generati. 

2. Una cooperazione inedita: le scuole della Valle del Salto 

Uno degli aspetti più significativi del progetto – forse il più inatteso per chi conosce la realtà sociale del Cicolano – è la sua struttura cooperativa. Per la prima volta, tutti i plessi scolastici della valle afferenti alle scuole secondarie di primo grado partecipano congiuntamente a un’iniziativa comune: i plessi di Borgorose, Fiamignano/Petrella Salto e Pescorocchiano hanno aderito al progetto su basi di assoluta parità, senza che nessuno dei territori comunali coinvolti rivendicasse una posizione centrale o preminente rispetto agli altri.

Questa circostanza merita di essere sottolineata con nettezza, perché il campanilismo è storicamente una delle forze centrifughe più potenti nelle nostre comunità. Non si tratta di una patologia locale, né di un tratto folcloristico da esorcizzare con battute: è una struttura profonda dell’identità comunitaria in contesti dove le risorse simboliche e materiali sono state storicamente scarse, e la differenziazione rispetto al paese vicino ha rappresentato uno strumento di autoaffermazione collettiva. I soprannomi stessi – come mostreremo – sono spesso veicoli di questa differenziazione: denominare l’altro con un nomignolo beffardo è un atto di marcatura del confine identitario (Fresta 1997).

Il campanilismo si esprime anche sul piano istituzionale: le amministrazioni locali dei comuni coinvolti hanno raramente sviluppato iniziative culturali condivise, preferendo l’azione separata anche quando la cooperazione avrebbe prodotto risultati incomparabilmente superiori. In questo contesto, la decisione dei tre plessi scolastici di lavorare insieme su uno stesso progetto scientifico costituisce un fatto non banale, che va ben oltre il valore onomastico della raccolta. È un atto di costruzione comunitaria che usa la scuola – l’istituzione più capillare e meno divisiva del territorio – come spazio di convergenza. 

Scuola media di Fiamignano-Petrella Salto (foto I.O. Borgorose)

Scuola media di Fiamignano-Petrella Salto (ph.I.O. Borgorose)

3. Il quadro teorico: soprannomi come archivio sociale 

Secondo la definizione ormai consolidata nella letteratura onomastica italiana, il soprannome è un nome aggiunto o sostituito a quello proprio o al cognome ufficiale, attribuito da una comunità a un individuo o a una famiglia per ragioni di varia natura (Caffarelli 2019; Fresta 1997). Rispetto al nome anagrafico, esso si distingue per la sua origine consuetudinaria, per la sua funzione identificativa più precisa in contesti di piccola comunità, e per il suo carattere sovente trasparente sul piano motivazionale: il soprannome dice qualcosa di chi lo porta, o di chi lo ha portato per primo nella linea familiare.

La classificazione motivazionale dei soprannomi è stata oggetto di numerosi tentativi nella letteratura specialistica. Per il presente progetto si adotta la griglia proposta da Caffarelli (2019) e applicata efficacemente da Di Giacomo (2021) nel suo studio sui soprannomi dell’Alto Vastese: una classificazione che distingue tra soprannomi derivanti da caratteristiche fisiche del portatore, da tratti caratteriali o comportamentali, da mestieri o attività lavorative, da riferimenti topografici o di provenienza, da eventi biografici rilevanti, da relazioni familiari o parentali, da reminiscenze storiche o leggendarie, e da meccanismi puramente fonetici o deformazioni del nome proprio.

Questa griglia classificatoria non è mai neutrale: riflette le categorie cognitive con cui una comunità organizza la propria percezione dei suoi membri. La frequenza relativa delle diverse categorie motivazionali è essa stessa un dato antropologico: una comunità dove prevalgono soprannomi legati ai mestieri racconta qualcosa di diverso rispetto a una dove dominano i riferimenti fisici o topografici. Il repertorio dei soprannomi è dunque, come suggerisce il titolo del lavoro di Pedica e Pedica (2018) su Fabrica di Roma, un “archivio sociale”: un deposito non intenzionale di informazioni sulla struttura e sulla storia della comunità.

Questo carattere di archivio si fa particolarmente prezioso – e urgente – in contesti come questo, dove la rottura generazionale prodotta dall’emigrazione del secondo dopoguerra e dal successivo spopolamento ha creato soluzioni di continuità nella trasmissione orale della cultura locale. I soprannomi resistono più a lungo di molte altre forme del patrimonio immateriale: si trasmettono per via familiare anche quando la famiglia si è dispersa, si conservano nella memoria degli anziani come residuo semanticamente opaco di storie ormai dimenticate. Ma questa resistenza ha un limite: con la scomparsa dell’ultima generazione che ha vissuto in modo diretto la comunità tradizionale, molti di questi nomi rischiano di sparire senza lasciare traccia.

Il soprannome ha anche una dimensione sociolinguistica rilevante: esso è quasi sempre prodotto nel dialetto locale, e porta con sé tracce fonetiche e morfologiche della varietà parlata nel singolo paese o frazione. In questo senso, il censimento dei soprannomi è anche un contributo indiretto alla documentazione della parlata locale, varietà transitoria tra il dialetto sabino-laziale e le parlate dell’Abruzzo aquilano, ancora poco studiata nella sua specificità. La posizione liminale dell’area indagata tra Lazio e Abruzzo si rispecchia nella sua fisionomia linguistica, e i soprannomi ne sono una delle espressioni più vive e meno filtrate. 

4. Perché gli studenti: una scelta metodologica e civica 

La decisione di affidare la raccolta del corpus ai ragazzi delle scuole medie non è casuale, né esclusivamente motivata da ragioni pratiche – per quanto queste ragioni esistano e siano concrete. È invece una scelta che ha implicazioni metodologiche, pedagogiche e culturali che vale la pena esplicitare.

Sul piano metodologico, gli studenti delle scuole secondarie di primo grado rappresentano la risorsa di rilevamento più capillare disponibile su questo territorio. Essi abitano nelle frazioni, frequentano i loro nonni; sono, letteralmente, dispersi in quel reticolo di piccoli insediamenti che costituisce il vero volto del Cicolano e dove risiedono i parlanti più anziani. Nessun ricercatore esterno – per quanto motivato – potrebbe raggiungere con la stessa densità le oltre ottanta frazioni dei comuni coinvolti. Gli studenti non sono semplici esecutori di una raccolta predisposta da altri: sono essi stessi parte della comunità che studia se stessa.

Questo approccio si inserisce in una tradizione consolidata di ricerca etnografica “partecipante” che ha trovato nelle scuole uno strumento privilegiato, soprattutto nei contesti dove la distanza culturale tra ricercatore esterno e comunità locale rischia di produrre distorsioni nella lettura dei dati (Marzano 2006). La scuola, in questo schema, non è soltanto un’istituzione che apprende: è un attore di produzione di sapere locale. Come hanno mostrato esperienze analoghe condotte in altri contesti italiani – dal progetto NADIR coordinato da Sobrero agli studi etnografici scolastici promossi in Sardegna e in Sicilia – la ricerca condotta dagli studenti sul proprio territorio produce dati di qualità alta, purché siano garantiti strumenti standardizzati e supervisione scientifica adeguata (Sobrero et al. 1991).

Sul piano pedagogico, il progetto risponde a una critica che è opportuno formulare senza attenuanti: le strategie didattiche prevalenti nelle scuole italiane – incluse quelle del Cicolano – hanno storicamente trascurato il territorio come oggetto di apprendimento. La scuola ha insegnato la grammatica dell’italiano standard ignorando sistematicamente il dialetto; ha proposto esempi tratti da contesti urbani e nazionali trascurando le storie locali; ha formato i ragazzi come consumatori di saperi prodotti altrove, senza mai proporli come produttori di saperi sul proprio ambiente. Il progetto sui soprannomi inverte questo schema: mette gli studenti nella posizione di ricercatori, valorizza la loro conoscenza diretta del territorio e delle famiglie, e produce – come risultato tangibile – un contributo scientifico autentico, non un esercizio simulato.

Sul piano civile, il coinvolgimento delle scuole risponde a un’esigenza di democratizzazione della ricerca. Quest’area non è mai stata studiata sistematicamente, e le ragioni di questa assenza non sono solo scientifiche: riflettono una gerarchia dei saperi e dei luoghi che tende a concentrare le risorse della ricerca nei contesti urbani e nei territori già “visibili” sulla mappa accademica. Fare ricerca qui, con i ragazzi di qui, è anche un atto di resistenza a questa gerarchia. 

Scuola media di Pescorocchiano (foto I.O. Borgorose)

Scuola media di Pescorocchiano (ph. I.O. Borgorose)

5. Gli strumenti di rilevamento 

La progettazione degli strumenti di rilevamento ha rappresentato una delle fasi più delicate del lavoro preparatorio. L’obiettivo era disporre di un sistema di raccolta sufficientemente rigoroso da produrre dati comparabili e scientificamente utilizzabili, ma abbastanza accessibile da poter essere maneggiato da studenti di undici-quattordici anni senza richiedere una formazione specialistica preliminare.

Sono stati predisposti due strumenti distinti ma complementari. Il primo è una scheda di rilevamento scientifica, destinata agli insegnanti e ai ricercatori, articolata in ventisette campi distribuiti in otto sezioni tematiche: dati anagrafici dell’intervistato, identificazione del portatore del soprannome, caratteristiche formali del soprannome (forma dialettale, eventuale variante italiana, pronuncia), motivazione dichiarata dal testimone, contesto d’uso (chi usa il soprannome, in quali situazioni, con quale frequenza), trasmissibilità (il soprannome si trasmette ai figli? alla moglie?), localizzazione (frazione e comune di riferimento), e note libere per informazioni non codificabili nelle categorie precedenti.

Il secondo strumento è una scheda semplificata per gli studenti, ridotta a una singola pagina A4 in modo da non risultare intimidatoria. Essa chiede le informazioni essenziali: il soprannome nella forma in cui viene usato nella famiglia, chi lo porta, da quante generazioni è attestato, la motivazione come la racconta il testimone, e il comune e la frazione di appartenenza. La semplicità della scheda è intenzionale: il contesto e le istruzioni sono forniti dall’insegnante verbalmente, in modo da non trasformare la raccolta in una somministrazione burocratica di questionari.

A supporto della raccolta e dell’archiviazione, è stato costruito un database Excel strutturato in quattro fogli: un foglio di istruzioni per l’operatore, un foglio di immissione dati con menù a tendina per la selezione della frazione di appartenenza (con oltre ottanta voci distribuite tra i quattro comuni, ciascun gruppo introdotto dal capoluogo seguito dalle frazioni in ordine alfabetico), un foglio di vocabolari di controllo per la normalizzazione delle forme dialettali, e un foglio di statistiche automatiche per il monitoraggio in tempo reale della distribuzione del corpus per comune, per categoria motivazionale e per tipologia di portatore.

La costruzione del database ha richiesto un lavoro non banale di mappatura delle frazioni: per ciascuno dei quattro comuni sono state censite tutte quelle ufficialmente riconosciute, verificando le denominazioni attraverso le fonti istituzionali disponibili. Questo lavoro preparatorio è di per sé un piccolo contributo alla documentazione toponomastica locale, che presenta – come spesso accade nei territori appenninici – una notevole instabilità delle denominazioni ufficiali rispetto a quelle d’uso corrente nella comunità. Vale precisare che alcune delle frazioni censite risultano oggi completamente disabitate: ciononostante, sono state deliberatamente incluse nell’elenco perché alcune denominazioni soprannominali del corpus traggono la propria origine da quegli insediamenti nel periodo in cui erano ancora vitali. La loro presenza nel database non risponde a un criterio anagrafico, ma a uno storico e onomastico: permettere di contestualizzare i soprannomi che vi si riferiscono e, al tempo stesso, non disperdere la memoria di quei luoghi nel momento in cui scompaiono anche dall’orizzonte della denominazione.

L’intera attività di rilevazione sarà condotta nel pieno rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali e dei principi etici della ricerca. Le informazioni raccolte saranno utilizzate esclusivamente per finalità scientifiche e didattiche, limitandosi ai dati strettamente necessari all’indagine. Ogni fase della raccolta, dell’archiviazione e dell’elaborazione sarà improntata alla tutela della riservatezza dei partecipanti, evitando la diffusione di elementi che possano consentirne l’identificazione. 

6. La supervisione scientifica: la Sapienza nel Cicolano 

Un elemento qualificante del progetto è il coinvolgimento, in qualità di supervisori scientifici, della professoressa Alessandra Broccolini e della dottoressa Daria De Grazia, entrambe afferenti alla Sapienza Università di Roma. La loro partecipazione non è meramente formale: rappresenta un ancoraggio disciplinare che garantisce la solidità metodologica dell’iniziativa e la sua riconoscibilità nel panorama della ricerca accademica italiana.

Alessandra Broccolini è antropologa culturale con una lunga esperienza di ricerca sui patrimoni immateriali, sulle pratiche di memoria collettiva e sui processi di patrimonializzazione in contesti locali e periferici. Essenziale è il suo apporto teorico: permette di collocare la raccolta dei soprannomi all’interno di un quadro interpretativo che va ben oltre la registrazione lessicografica, e di leggere i soprannomi come oggetti culturali complessi, carichi di storia e di relazioni sociali.

Daria De Grazia porta nel progetto una competenza specifica nell’ambito della ricerca etnografica sul territorio laziale e nelle pratiche di ricerca partecipante con i giovani. Il suo contributo è particolarmente rilevante nella fase di progettazione degli strumenti di rilevamento e in quella di analisi dei dati, dove la prospettiva onomastica e quella etnografica devono dialogare per produrre interpretazioni non riduttive.

La presenza della Sapienza nel Cicolano è anche – lo diciamo senza ipocrisie – un segnale di riequilibrio dell’attenzione scientifica verso il territorio. Le università italiane hanno storicamente concentrato la loro attenzione di ricerca sulle aree urbane e sui contesti già inseriti nei circuiti scientifici internazionali. Le aree come questa hanno ricevuto sporadica attenzione da singoli ricercatori mossi da interessi personali, raramente da programmi di ricerca istituzionali (uno di questi è il PRIN 2020: Abitare i margini, oggi. Etnografie di paesi in Italia – Sito 1). Il fatto che una delle maggiori università italiane presti la propria supervisione a un progetto scolastico in un’area periferica della provincia di Rieti non è un dettaglio organizzativo: è un segnale, per quanto piccolo, di un possibile riorientamento delle priorità della ricerca. 

Studenti al ballo nella Corte di Palazzo Martelli (foto I.O. Borgorose)

Studenti al ballo nella Corte di Palazzo Martelli (ph. I.O. Borgorose)

7. Un progetto interdisciplinare: onomastica, antropologia, storia e didattica 

Uno dei punti di forza del progetto – e al tempo stesso una delle sue sfide principali – è la sua natura schiettamente interdisciplinare. La raccolta dei soprannomi non può essere letta attraverso una sola lente disciplinare senza perdere parte essenziale del suo significato.

Dal punto di vista onomastico, i soprannomi sono oggetti linguistici che richiedono un’analisi formale (morfologica, fonetica, etimologica) e una classificazione motivazionale. La griglia adottata – quella di Caffarelli (2019), articolata nelle categorie descritte nel paragrafo teorico – permette di ricavare informazioni sulla struttura del sistema denominativo locale, sulle categorie cognitive prevalenti, sulle interferenze tra italiano e dialetto nella formazione dei nomignoli.

Dal punto di vista antropologico, i soprannomi sono pratiche sociali prima ancora che fatti linguistici. Essi rivelano le gerarchie interne alla comunità, le forme di inclusione e di esclusione, i meccanismi di trasmissione dell’identità familiare, i confini tra gruppi. Un soprannome che deride una caratteristica fisica, ad esempio, non è soltanto un dato lessicale: è un atto di categorizzazione sociale che ha effetti reali sulle relazioni tra le persone. Un soprannome legato a un mestiere scomparso è invece un frammento di storia economica locale, un residuo di un ordine del lavoro che non esiste più ma che continua a strutturare l’identità familiare.

Dal punto di vista storico-microstoriografico, i soprannomi offrono accesso a livelli della storia locale che le fonti documentarie ufficiali non raggiungono. I registri parrocchiali e gli atti notarili conservano i nomi anagrafici; i soprannomi vivono fuori da questi registri, nelle conversazioni quotidiane, nei racconti familiari, nelle lapidi cimiteriali dove a volte compaiono come unica identificazione del defunto. Essi custodiscono storie di emigrazione (il soprannome che ricorda il paese di partenza o il paese dove si è andati a lavorare), di conflitti e riconciliazioni, di tratti fisici o caratteriali che una comunità ha ritenuto abbastanza salienti da cristallizzarli in un nome.

Dal punto di vista didattico, infine, il progetto valorizza competenze trasversali che i curricula scolastici tradizionali difficilmente attivano in modo integrato: la competenza di ascolto attivo nell’intervista, la competenza di scrittura documentaria nella compilazione delle schede, la competenza di analisi critica nella discussione delle motivazioni, la competenza di riflessione metalinguistica nel confronto tra forma dialettale e forma italiana del soprannome. Non è un caso che molti dei più interessanti esempi di didattica attiva e situata si siano costruiti attorno a progetti di ricerca locale: l’apprendimento è più solido e più significativo quando avviene in un contesto reale e produce risultati tangibili (Dewey 1938; Freire 1970). 

8. Le ricadute antropologiche attese 

Al di là del valore documentario immediato – la costituzione di un corpus soprannominale che non esisteva – il progetto è atteso produrre ricadute di ordine antropologico che vale la pena anticipare, anche se la loro piena valutazione sarà possibile solo a raccolta completata e dati analizzati.

La prima ricaduta attesa riguarda i contatti intergenerazionali. Il progetto chiede ai ragazzi di intervistare i propri nonni o i parenti anziani del paese: questa situazione crea un’occasione strutturata di incontro tra generazioni che il quotidiano contemporaneo tende a rendere sempre più rara. L’intervista non è solo uno strumento di raccolta dati: è un atto relazionale, uno spazio in cui il giovane si pone in posizione di ascolto e il vecchio in posizione di portatore di sapere. Questo rovesciamento della gerarchia cognitiva – in una società che tende a svalutare la conoscenza degli anziani in favore della competenza tecnologica dei giovani – ha un valore formativo che trascende il contenuto specifico dell’intervista.

La seconda ricaduta attesa riguarda l’emersione di storie ignote. L’esperienza di ricerche analoghe condotte in altri contesti mostra regolarmente che la raccolta di soprannomi innesca una catena narrativa: il nonno non si limita a fornire il soprannome, ma racconta la storia che gli sta dietro, e quella storia apre su altre storie, altri personaggi, altri episodi della vita comunitaria che non avrebbero trovato spazio in nessun altro tipo di ricerca. I soprannomi funzionano come chiavi di accesso a una memoria narrativa altrimenti inaccessibile.

La terza ricaduta riguarda i processi di costruzione dell’identità locale. Il Cicolano è un territorio che fatica a riconoscersi come tale: la frammentazione comunale, le divisioni campanilistiche, la mancanza di un racconto condiviso rendono difficile la costruzione di un’identità collettiva sovracomunale. Un progetto che produce un repertorio comune di soprannomi – che mostra, ad esempio, le somiglianze nei meccanismi denominativi tra Fiamignano e Borgorose, tra Petrella Salto e Pescorocchiano – contribuisce a costruire quella conoscenza reciproca che è la base di qualsiasi identità territoriale condivisa.

La quarta ricaduta attesa riguarda la documentazione del dialetto. Come si è già accennato, i soprannomi sono quasi sempre prodotti in dialetto. Il loro censimento è quindi anche un contributo indiretto alla conoscenza della fonetica, della morfologia e del lessico della parlata locale. Un contributo non sistematico – la raccolta non è progettata come un’inchiesta dialettologica – ma comunque significativo, soprattutto in assenza di altri strumenti di documentazione recenti. 

Recita di fine anno nella Corte di Palazzo Martelli (foto I.O. Borgorose)

Recita di fine anno nella Corte di Palazzo Martelli (ph. I.O. Borgorose)

9. La fase di restituzione: la scuola come mediatore culturale 

Un principio insieme metodologico ed etico fondamentale del progetto è quello della restituzione: la comunità che ha fornito i dati deve poter accedere ai risultati della ricerca in forma comprensibile e utile. Questo principio, consolidato nell’antropologia applicata contemporanea (Marzano 2006), assume nel caso del Cicolano una valenza particolarmente forte, perché la comunità locale ha storicamente ricevuto ben poco dalla ricerca che la riguardava – quando questa ricerca c’era.

La fase di restituzione è concepita come un processo in più livelli. Al livello più immediato, i risultati della raccolta saranno presentati nelle scuole stesse, in incontri aperti alle famiglie degli studenti: un’occasione per mostrare il lavoro svolto, per condividere i risultati con i portatori dei soprannomi e con le loro famiglie, per aprire una conversazione pubblica sul significato culturale di questo patrimonio.

A livello istituzionale, i dati raccolti saranno messi a disposizione delle amministrazioni comunali interessate, che potranno utilizzarli e decidere come valorizzarli nell’ambito delle proprie attività di valorizzazione culturale. Si auspica – anche se non si dà per scontato – che questa disponibilità di dati stimoli iniziative di valorizzazione del patrimonio immateriale locale che finora non sono state avviate: mostre, pubblicazioni locali (uno strumento di livello assolutamente adeguato è già attivo – Sito 2), segnaletica culturale nelle frazioni.

Al livello scientifico, il corpus sarà reso disponibile attraverso pubblicazioni accademiche, e si prevede di costruire nel medio termine un archivio digitale accessibile che permetta sia la consultazione pubblica sia l’integrazione progressiva di nuovi dati. L’obiettivo di lungo periodo è costruire uno strumento che possa sopravvivere al progetto che l’ha generato e continuare ad accogliere contributi dalla comunità stessa.

La restituzione non è solo un atto di cortesia verso la comunità: è anche un atto di responsabilità pubblica. Restituire alla comunità la conoscenza prodotta a partire dalla sua stessa esperienza significa affermare che quella conoscenza appartiene prima di tutto a chi l’ha generata, e non ai ricercatori che l’hanno raccolta e formalizzata. In un territorio in cui le comunità locali hanno raramente beneficiato di una restituzione sistematica dei risultati delle ricerche che le hanno riguardate, questo gesto assume un valore che va oltre la sua dimensione puramente scientifica. 

10. Questioni critiche: ciò che mancava e ciò che ancora manca 

Sarebbe disonesto presentare questo progetto senza affrontare alcune questioni critiche che ne costituiscono il retroterra e che il progetto stesso non può risolvere da solo.

La prima questione riguarda il ritardo. Il progetto arriva tardi: molti dei portatori di soprannomi che avrebbero potuto fornire le testimonianze più ricche – gli anziani nati nei primi decenni del Novecento, con le loro memorie dirette della vita comunitaria tradizionale – non ci sono più. L’emigrazione interna degli anni Cinquanta e Sessanta ha disperso le comunità; il progressivo svuotamento delle frazioni ha interrotto le catene di trasmissione orale. Ciò che raccoglieremo sarà comunque prezioso, ma sarà inevitabilmente meno ricco e meno contestualizzato di ciò che si sarebbe potuto raccogliere vent’anni fa.

La seconda questione riguarda l’assenza storica delle istituzioni. Né le amministrazioni locali né quelle regionali hanno mai promosso iniziative sistematiche di documentazione del patrimonio immateriale del Cicolano. Non esistono archivi sonori delle parlate locali, non esistono repertori di tradizioni orali se non alcuni rari esempi dovuti a studiosi autonomi locali (Cavicchi e De Gasperis 2004; Adriani 2024), non esistono censimenti dei toponimi d’uso. La scuola sta cercando di colmare, con le risorse che ha – principalmente il tempo e la buona volontà della dirigente e degli insegnanti – un vuoto che le istituzioni competenti avrebbero dovuto affrontare da decenni. Questo non è un merito della scuola: è un indicatore della gravità del deficit istituzionale.

La terza questione riguarda la sostenibilità. Un progetto come questo richiede tempo, coordinamento e risorse. Il tempo degli insegnanti è già occupato da obblighi curricolari stringenti; il coordinamento tra tre plessi in un territorio con infrastrutture di comunicazione non ottimali è comunque un’impresa. E le risorse economiche disponibili per iniziative di questo tipo nelle scuole italiane sono notoriamente esigue. Ciò che tiene in piedi il progetto è essenzialmente la motivazione dei protagonisti – dirigente, insegnanti, ricercatori, studenti, associazioni non profit operanti nel territorio – ma la motivazione non è un sostituto strutturale delle risorse. Senza un sostegno istituzionale e finanziario adeguato, iniziative come questa restano fragili e difficilmente replicabili.

La quarta questione riguarda la ricerca accademica. La decisione della Sapienza di coinvolgersi in questo progetto è meritoria, ma rimane un’eccezione. La struttura della valutazione della ricerca universitaria italiana – basata sull’impatto internazionale delle pubblicazioni, misurato su riviste indicizzate e con alta citazione – non premia questo tipo di ricerca locale, radicata nel territorio, prodotta in lingua italiana, destinata a un pubblico non necessariamente specialistico. I ricercatori che si dedicano a studi come questo lo fanno spesso a scapito della propria carriera accademica. Finché questa struttura incentivante non cambierà, questi contesti continueranno a restare ai margini dell’attenzione accademica. 

11. Un caso concreto: il metodo a partire dalle frazioni 

Per rendere più concreta la descrizione del progetto, vale la pena illustrare il percorso operativo attraverso un esempio tipico. Uno studente della scuola di Borgorose che abita nella frazione di Corvaro – una delle più popolose del comune – porta come testimone suo nonno, residente nella stessa frazione. Il nonno riferisce che la famiglia è conosciuta nel paese con il soprannome dialettale “Éllu Craparéllu”, identificativo di suo padre: lo studente trascrive il soprannome sulla scheda semplificata, registra il nome del portatore (il bisnonno), la durata attestata (almeno tre generazioni), la motivazione fornita dal testimone (un avo che viveva dei frutti di poche capre), e la trasmissibilità (il soprannome si usa ancora per indicare tutta la famiglia, ma non la moglie entrata per matrimonio).

L’insegnante riprende questa scheda e la inserisce nel database: “Éllu Craparéllu” viene registrata sotto la categoria motivazionale “professione del capostipite”, con la forma italiana equivalente (“Del Piccolo capraio”), la nota sulla trasmissibilità limitata alla linea maschile, e il riferimento alla frazione. Il soprannome entra così nel corpus, dove potrà essere messo in relazione con altri soprannomi analoghi raccolti nelle altre frazioni – magari uno stesso tipo motivazionale ricorrente – o confrontato con i repertori di altre aree appenniniche.

Questo esempio – ovviamente semplificato e anonimizzato – mostra come la raccolta non sia un atto di pura trascrizione: è un’operazione interpretativa che richiede la collaborazione tra il testimone anziano, lo studente che raccoglie, l’insegnante che codifica e il ricercatore che analizza. Ogni passaggio introduce una possibilità di perdita di informazione, ma anche una possibilità di arricchimento: lo studente può chiedere chiarimenti che un ricercatore esterno non avrebbe pensato di chiedere; l’insegnante può cogliere connessioni che lo studente non ha notato; il ricercatore può individuare strutture ricorrenti che i singoli testimoni non percepiscono. 

Attività formative di gruppo in classe (foto I.O. Borgorose)

Attività formative di gruppo in classe (ph. I.O. Borgorose)

12. Prospettive: un’agenda aperta 

Il progetto è in corso, e i risultati definitivi – il corpus dei soprannomi, la loro classificazione, l’analisi comparativa tra i quattro comuni – saranno oggetto di pubblicazioni successive. Ciò che questo articolo presenta è il progetto nella sua fase di avvio: la sua architettura, le sue motivazioni, i suoi strumenti, le sue premesse teoriche. È una comunicazione di metodo prima ancora che di risultati.

Le prospettive che il progetto apre sono molteplici. Sul piano onomastico, la costituzione di un corpus documentato permetterà per la prima volta confronti sistematici con i repertori delle aree limitrofe – l’Alto Vastese abruzzese, la Sabina laziale, la Marsica – e con i modelli di classificazione motivazionale dei soprannomi (ovvero le categorie ricorrenti – fisiche, professionali, biografiche, topografiche e simili – entro cui la letteratura onomastica organizza i repertori locali) identificati nella letteratura nazionale. Sul piano antropologico, i dati raccolti potranno alimentare riflessioni sulla costruzione dell’identità locale in un territorio di confine, sui meccanismi di trasmissione della memoria familiare, sulle forme di resistenza culturale in un’area soggetta a spopolamento.

Sul piano didattico, l’esperienza potrà essere documentata e condivisa come modello replicabile in altri contesti di aree interne italiane che si trovano di fronte alle stesse sfide – la scomparsa dei parlanti anziani, la rottura della trasmissione orale, l’assenza di ricerca istituzionale – e che potrebbero trovare nella scuola lo stesso strumento di documentazione capillare e democratica.

Sul piano delle scelte istituzionali in materia culturale, infine, il progetto è già – prima ancora che i dati siano analizzati – un argomento concreto per sollecitare le istituzioni locali, regionali e nazionali a investire nella documentazione del patrimonio immateriale delle aree interne. Il costo di non farlo non è astratto: è la perdita irreversibile di strati di memoria che nessuna digitalizzazione futura potrà recuperare. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Riferimenti bibliografici e sitografici 
Adriani, S. (2024). «Eptastiche in consonanza. Una peculiarità compositiva popolare del Cicolano». La Ricerca Folklorica, 79: 231–249.
Barca, F., Casavola, P., e Lucatelli, S. (a cura di) (2014). Strategia nazionale per le Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance. Materiali UVAL, 31. Roma: Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica.
Caffarelli, E. (2019). Che cos’è un soprannome. Roma: Carocci.
Cavicchi, I., e De Gasperis, T. (2004). Cultura popolare del Cicolano. Canti e narrazioni della Valle del Salto. Roma: Datanews.
Dewey, J. (1938). Experience and education. New York: Macmillan.
Di Giacomo, M. (2021). I soprannomi di Liscia e dell’Alto Vastese. Contributo alla conoscenza onomastica e antropologica di un’area appenninica. Chieti: Edizioni Qualevita.
Fadelli, I. (1996). I soprannomi del Friuli. Udine: Edizioni Messaggero Veneto.
Freire, P. (1970). Pedagogy of the oppressed. New York: Herder and Herder.
Fresta, M. (1997). «I soprannomi». In La cultura popolare in Sicilia. Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani. Disponibile online [https://www.academia.edu/33277050/I_soprannomi_pdf]
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Settimio Adriani, laureato in Scienze Naturali e Scienze Forestali, si è specializzato in Ecologia e ha completato la formazione con un Dottorato di ricerca sulla Gestione delle risorse faunistiche, disciplina che ha insegnato a contratto presso le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (facoltà di Scienze della Montagna, sede di Rieti), di Roma “La Sapienza” (facoltà di Architettura Valle Giulia) e dell’Aquila (Dipartimento MESVA). Per passione studia la cultura del Cicolano, sulla quale ha pubblicato numerosi saggi.  
Tamara De Gasperis, laureata in Lettere con indirizzo Demo-Etno-Antropologico alla Sapienza di Roma, ha conseguito due Master di II livello in Leadership e Management (Roma Tre) e in Governance della Scuola dell’Autonomia (IUL). Docente di Lettere all’Istituto Onnicomprensivo di Borgorose, dal 2012 è collaboratrice del Dirigente scolastico. Affianca all’attività didattica la ricerca antropologica e la valorizzazione del territorio. È coautrice con Ivan Cavicchi di Cultura popolare del Cicolano (Datanews, 2004), membro del Comitato editoriale di Di Questa e d’Altre Terre e da circa vent’anni presenta il Festival Internazionale del Folklore di Pescorocchiano. 
Viviana Ranucci, è laureata e Dottore di ricerca in Pedagogia. È dirigente scolastica da diciannove anni e, nel corso della sua carriera, ha diretto nove istituzioni scolastiche. Già docente di Filosofia e Storia, affianca all’attività educativa un costante impegno nella ricerca e nella promozione delle pari opportunità. È stata membro delle Commissioni Giovani e Donne del CNEL. Inoltre, è giornalista pubblicista ed è stata capo ufficio stampa e sito web dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio, ruolo nel quale ha messo a disposizione competenze culturali, organizzative e comunicative al servizio delle istituzioni scolastiche e del pubblico.

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