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New Kush, Puntland e il regno di Axum. Miti e costruzione identitaria in Africa orientale

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Obelisco di Axum dopo il suo ripristino in Etiopia

di Nicola Martellozzo

Intrecci nel Corno d’Africa

Nonostante la tesi di Lyotard sulla condizione post-moderna, comunità e nazioni utilizzano ancora grandi narrazioni sul passato per costruire la propria identità. Da questo punto di vista il continente africano si presenta come un laboratorio geopolitico d’avanguardia, con la sperimentazione di nuove forme di potere e sovranità, dove l’eredità coloniale dialoga con i risvolti più drammatici del nuovo assetto globale (Mbembe 2001). In questo articolo ci concentreremo sulla zona del Corno d’Africa, allargandoci fino al Sudan per riflettere sulle diverse strategie impiegate nella costruzione dell’identità nazionale, un fenomeno importante per ogni entità politica contemporanea (Foster 1991).

Etiopia, Somalia e Sudan sono stati strettamente legati fin dall’epoca coloniale, e hanno affrontato insieme le trasformazioni del secondo dopoguerra. Dagli anni Novanta, in tutta quest’area assistiamo ad un progressivo frazionamento degli Stati ereditati dal colonialismo italiano e britannico, come esito di un processo iniziato decenni prima. Nel 1991 il Somaliland si dichiara indipendente dalla Somalia, mentre l’Eritrea si separa dall’Etiopia. Lo Stato di Puntland si separa a sua volta dalla Somalia nel 1998 mentre – più recentemente – il Sud Sudan ottiene l’indipendenza dal Sudan con il referendum del 2011. L’Etiopia gioca un ruolo chiave in tutta la regione: ad Addis Abeba furono firmati gli accordi che misero fine alla prima guerra civile sudanese (1955-1972), nonché un altro accordo per frenare il conflitto civile somalo (1993). Pochi anni dopo, nel 1996, i Paesi nati dal nuovo assetto geopolitico formarono l’IGAD, un trade block regionale che testimonia i loro forti legami socio-economici.

Non ci occuperemo delle cause storiche di questa riconfigurazione; piuttosto, analizzeremo come la nascita di questi nuovi Stati sia legata ad una precisa trama di riferimenti passati, che mescola storia e mito. Gli antichi regni africani di Kush, Punt e Axum sono modelli ideali cui si rifanno esplicitamente (e rispettivamente) il Sud Sudan, Puntland e l’Etiopia, seppur con modalità differenti. Si tratta di un immaginario ibrido, che comprende leggende e miti formati durante la fase coloniale: riferimenti biblici, esplorazioni europee e teorie razziali ottocentesche sono parte integrante di questa trama simbolica.

Cominciamo dal principio, letteralmente. Nella “tavola delle nazioni” (Gn 10, 1-32) viene fatto un lungo elenco dei discendenti di Noè, che nella tradizione biblica ripopolarono la terra dopo il diluvio. Sem, Cam e Iafet sono i tre capostipiti di tutti i popoli, distinti in semiti, camiti e iafetiti; questa divisione sarà successivamente impiegata dalle teorie razziali europee per distinguere tra macro-gruppi umani e gradi differenti di civiltà. Tuttavia, si trattava di una classificazione fragile, difficile da applicare. Come giustificare le società altamente sviluppate dell’Africa mediterranea, o le entità politiche di quella orientale? Tanto più che le caratteristiche antropometriche di molte popolazioni dell’area erano più vicine all’ideale europeo che a quello africano. Agli inizi del colonialismo, furono soprattutto gli esploratori alla ricerca delle fonti del Nilo (altro grande mito moderno) che, attraversando le regioni del Sudan e dell’Etiopia, si accorsero di questa “discrepanza razziale”.

John H. Speke fu tra i principali sostenitori della teoria hamitica (Sanders 1969). Nel suo viaggio in Africa orientale attribuì la presenza di società “civilizzate” alla presenza di una razza distinta, un ramo camitico del tipo europeo (Speke 1864: 241-43), degli africani superiori variamente definiti come nilotici, hamiti o cushiti. Quest’ultimo termine deriva dal biblico Cush, uno dei figli di Cam, attorno a cui si articola uno degli snodi centrali di questo immaginario. Infatti, Kush è anche il nome di un regno della Nubia, regione a sud dell’Egitto, che si sviluppò dal VIII sec. a.C. Dopo secoli di scontri con l’antico Egitto, venne inglobato nel IV sec. d.C. dall’Impero rivale di Axum (Török 1997: 483). Il regno axumita si affermò a partire dal I sec. d.C., intrattenendo importanti rapporti commerciali con l’Impero bizantino. Con il re Ezana (320-360 d.C.) adottò il Cristianesimo come religione ufficiale, ma questo non impedì al regno di dare ospitalità alla primitiva comunità musulmana durante la persecuzione dei Quraysh. Alcune tradizioni, raccolte e rielaborate dai viaggiatori europei, vanno oltre questa versione, proponendo che il regno di Kush sia stato fondato dagli stessi abitanti di Axum, alla ricerca di un territorio più salubre (Bruce 1790: 378-9). Ad ogni modo, il regno di Kush non fu l’unica delle regioni confinarie dell’Egitto a venire assorbita da Axum. La terra di Punt, regione strategica per l’economia egiziana, venne anch’essa inglobata parzialmente, ma in questo caso non possediamo una localizzazione precisa (O’Connor 1987: 114-18; Phillips 1997). Gli storici non sono d’accordo sulla posizione esatta di Punt, ma quasi sicuramente si tratta di una regione costiera.

Mentre gli archeologi riportavano alla luce antichi regni dimenticati, viaggiatori e studiosi ne facevano materia da leggenda, amalgamando le testimonianze storiche con il mito. Con l’Ottocento si accrebbe questo intreccio di riferimenti, un immaginario ibrido che ha influenzato le rappresentazioni e le auto-rappresentazioni del Corno d’Africa. A questo punto, cominciamo questa breve esplorazione partendo dall’Etiopia, le cui vicende storiche ci toccano da vicino.

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Distribuzione delle razze umane secondo la mappa di Meyers (da notare la sigla hamiten in Africa)

Axum: la rinegoziazione post-coloniale tra Etiopia e Italia

Il regno di Axum è uno dei riferimenti più interessanti per la regione del Corno d’Africa. Affermatasi come entità politica di rilievo intorno al III sec. d.C., Axum ha esercitato lungamente il controllo sulle rotte commerciali del Mar Rosso come intermediario tra l’Impero bizantino e l’India (Phillips 1997: 450). L’adozione del cristianesimo risale alla conversione del re Ezana (330 d.C.), lo stesso sovrano che conquistò definitivamente il vicino regno di Kush. L’immaginario religioso è particolarmente importante quando consideriamo il moderno Stato etiope.

Le testimonianze archeologiche nella regione mostrano una certa continuità tra le civiltà autoctone: in questa serie il regno di Axum costituisce una delle società più complesse e durature, capace di esercitare un peso geopolitico notevole in tutta l’area (Phillipson 1998). L’autorità del regno etiope viene riaffermata in un mito di fondazione, dove l’eroe civilizzatore è Menelik, figlio del biblico Salomone e della regina di Saba. La sua storia è raccontata nel Kebra Nagast, un testo etiope che – pur redatto intorno al XIV sec. d.C. – incorpora materiali molto più antichi. Considerato testo sacro dal Rastafarianesimo, il libro racconta di come Menelik abbia portato l’Arca dell’Alleanza ad Axum, fondando la dinastia regale etiope cui si ricongiunge Menelik II, fondatore dell’Etiopia moderna.

Il collegamento tra l’antico Israele e Axum permette da un lato di affermare il primato del regno etiope su quello bizantino, suo rivale nel Mediterraneo (Phillipson 1998; 2012: 66), e dall’altro di agganciarsi direttamente alla fons biblica del cristianesimo, eludendo l’autorità della comunità cristiana europea. Non a caso, gli imperatori etiopi e la stessa Etiopia avevano come simbolo il leone di Giuda, stemma dell’omonima tribù israelita che annovera tra i suoi esponenti di spicco re Davide e Gesù. La dinastia di Axum viene così strettamente legata a quella dei più importanti monarchi ebraici, e allo stesso fondatore del cristianesimo.

Tutti questi riferimenti religiosi si legano al regno storico di Axum in una grande narrazione mitica, che prende forma nei monumenti e nell’architettura sacra. È attraverso questi oggetti che la trama dell’immaginario diventa operativa all’interno del contesto contemporaneo; vale a dire, che tutti questi riferimenti entrano nei processi culturali di costruzione dell’identità nazionale, diventando parte di un immaginario pubblico e diffuso (MacDonald & Richard 2015). Tra tutti, l’obelisco di Axum è sicuramente il monumento più rappresentativo e importante per l’identità nazionale etiope; la sua storia incrocia quella del colonialismo italiano.

L’occupazione fascista dell’Etiopia (1936-41) comportò la sottrazione illegale di molti monumenti e oggetti d’arte, portati in Italia come trofei di guerra o bottino personale. Il trattato di pace del 1947 sancì la restituzione di tutti i manufatti trafugati, ad eccezione dell’obelisco di Axum, che tornò in Etiopia solo nel 2008. Nel tempo, l’obelisco ha assunto nuovi valori simbolici e implicazioni sociali, rimandando per sessant’anni il ritorno all’antica capitale del regno axumita, nonostante le numerose proteste popolari e della comunità internazionale. Le spoliazioni fasciste non avevano il solo scopo di arricchire i gerarchi del regime, ma facevano parte di una strategia di colonizzazione, giocata attraverso le persone (come governo dei corpi) ma tramite la stessa cultura materiale. Il governo fascista insistette per la rimozione di tre monumenti in particolare: il Leone di Giuda, la statua di Menelik II, e l’obelisco di Axum. Da una parte si cancellavano i simboli più importanti dell’Etiopia indipendente, dall’altra venivano emulate le conquiste dell’Impero romano (Pankhurst 1999: 234). Monumenti ed opere d’arte furono così “assorbiti” e ricontestualizzati all’interno dell’immaginario fascista italiano.

Solo negli anni ‘60 la statua del Leone venne riconsegnata al governo etiope. Il monumento bronzeo era stato creato nel 1930 per festeggiare l’incoronazione di Hailé Selassié, ultimo imperatore d’Etiopia, e proprio per tale riferimento venne spostato al cadere della monarchia (1974). In Italia, invece, il Leone venne apposto all’obelisco ai caduti di Dogali, una delle peggiori sconfitte militari fasciste durante la guerra con l’Etiopia.

Sorte diversa toccò al monumento eretto a Menelik II, principale antagonista del Regno d’Italia. Il suo nome rimanda direttamente al mitico fondatore della dinastia etiope e sovrano del regno di Axum, presentato come un’età dell’oro per l’Etiopia. La statua di Menelik II venne rimossa di notte per evitare proteste, nonostante l’opposizione del generale Graziani che temeva l’entità delle sollevazioni. Quando avvennero, furono soffocate in fretta con la violenza. A differenza del Leone, la statua dell’imperatore non venne più ritrovata dopo la guerra.

L’obelisco di Axum fu portato a Roma nel 1937, ed eretto per commemorare il quindicesimo anniversario della Marcia (Pankhurst 1999: 236). Di nuovo, assistiamo ad una ricontestualizzazione simbolica funzionale al regime fascista. Ultimo dei monumenti etiopi a tornare in patria, nel 1991 ci fu una nuova forte rivendicazione, intrapresa dagli abitanti di Axum ed estesisi progressivamente alle personalità accademiche e politiche. Tuttavia, solo nel 2008 l’obelisco venne riassemblato nel parco archeologico di Axum, come monumento nazionale e simbolo dell’antico regno dell’antichità.

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Situazione politica della Somalia, mappa di James Dahl in the puntland state, 2010

Punt: l’inefficacia del mito

Come i miti, a volte anche le nazioni collassano. La crisi che ha colpito la Somalia nel 1991 portò alla formazione di due nuove entità regionali indipendenti: Somaliland e Puntland. Se la prima ricalca il territorio dell’ex-Somalia britannica, per la seconda il discorso è diverso. Mentre il Somaliland può essere classificato come uno stato de facto, in cerca dell’approvazione internazionale, l’obiettivo di Puntland è stabilire un governo federale che riporti la Somalia alla situazione pre-1991. Nonostante la profonda differenza di prospettive, Somaliland e Puntland sono molto simili sotto il profilo strutturale e di politica interna. Hoehne mostra come questa vicinanza sia frutto della scelta politica “mimetica” adottata da Puntland (Hoehne 2009: 262), e come lo stesso conflitto tra le due entità regionali sia parte di uno scontro più ampio per la formazione di una nuova realtà nazionale in Somalia.

In questo scenario, Etiopia ed Eritrea sono attori geopolitici di primo piano, capaci di influenzare l’andamento dei conflitti nelle zone contese. L’Etiopia è particolarmente rilevante: pur presentandosi come arbitro neutrale durante gli accordi di Sodere (1996), in Somalia viene ancora percepita come una potenza coloniale. Puntland e Somaliland sono, di fatto, due suoi “Stati-clienti” (Hoehne 2009: 273), con obiettivi politici ben distinti. Il Somaliland si è formato per primo, e ricopre il territorio dell’ex-colonia britannica (Hoehne 2015: 36), basandosi sui vecchi trattati tra Italia e Regno Unito. Il suo processo di costruzione nazionale ha tutte le caratteristiche di uno Stato de facto: il richiamo alla guerra civile e al nemico comune, l’investimento in politiche di securizzazione, la democratizzazione delle istituzioni per favorire l’appoggio internazionale, e ovviamente il mancato riconoscimento della propria indipendenza (Johnson & Smaker 2014: 5). Quest’ultimo punto è assente per Puntland, il quale adotta e persegue una one-state solution in Somalia. Come entità regionale, Puntland nasce anche in risposta alla formazione del Somaliland, applicando una strategia mimetica che modella la propria organizzazione politica – e perfino il nome – su quella dello Stato gemello.

Il Somaliland ha mostrato fin da subito una forte identità nazionale, legata al riferimento storico verso la Somalia britannica, di cui eredita territori e abitanti. La spinta separatista, la volontà di costituire uno Stato indipendente, è frutto di un’ampia volontà popolare, con la creazione di partiti politici e gruppi armati. Puntland non ha sviluppato un’identità collettiva altrettanto forte, e per diversi motivi. Il suo riferimento è Punt (Hoehne 2009: 263), l’imprecisa regione-corridoio tra il Mar Rosso e il Nilo, attestata dalle fonti storico-archeologiche in un’area estesa dall’Etiopia alla Somalia. Dominata prima indirettamente dall’Egitto, e poi direttamente dal regno di Axum, Punt costituisce un riferimento tra la storia e il mito, una terra incognita ricca e fertile, tra Africa e penisola araba. Tutto considerato, Punt è un riferimento decisamente più povero rispetto al regno di Axum o di Kush; nello scenario contemporaneo è sufficiente a svolgere il ruolo di marcatore geografico, limitandosi a suggerire un rimando tra l’antica regione e lo Stato di Puntland, senza tuttavia risultare molto efficace.

Le ragioni di questa debolezza nella trama dell’immaginario sono da ricercarsi prima di tutto a livello storico. L’amministrazione britannica adottò una politica coloniale di contrasto al nomadismo dei clan somali, con strategie per stanziarli stabilmente, distribuendo a ciascun clan una parte del territorio (Hoehne 2009: 29); l’Italia seguì l’esempio inglese. Dopo il 1991 arrivò una nuova percezione dell’identità clanica da parte della popolazione, con il recupero o la ricostruzione (Spear 2003) delle genealogie tribali, usate ora in chiave politica. Puntland trova nel clan Harti il proprio centro d’aggregazione identitario, a livello di comunità locale e regionale, che tuttavia risulta inefficace a livello nazionale.

Il riferimento al clan non può essere utilizzato nell’ottica di una one-state vision, e non gode neppure di sufficiente considerazione da parte della comunità internazionale. Il richiamo a Punt è perciò doppiamente inefficace: da una parte non possiede una ricchezza simbolica sufficiente per essere “operativo” nello scenario contemporaneo, dall’altra è frutto di una scelta artificiosa, priva di legami effettivi con l’immaginario popolare. Il riferimento “implicito” del clan Harti ha inoltre delle conseguenze negative sulle relazioni tra i due Stati; mentre il Somaliland utilizza i trattati coloniali per stabilire i propri confini, Puntland li considera nulli, usando un criterio territoriale basato sulle genealogie dei clan.

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John Garang (aljazeera. com)

Kush: costruire una nazione

Lo Stato del Sud Sudan nasce nel 2011, dopo due lunghe guerre civili e un referendum che ne ha sancito la separazione dal Sudan. La sua realizzazione deve molto alla figura di John Garang, comandante dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army) e leader del movimento indipendentista. La costruzione dell’identità nazionale è stata una delle maggiori sfide per il Sud Sudan (Deng 1995; Arnold & LeRiche 2012). La nuova identità collettiva doveva affrontare e gestire le tensioni etniche, mediandole attraverso una rappresentazione comune (Idris 2013: 121) accettabile da tutti i sud-sudanesi. Tra i possibili nomi proposti per la nazione uno dei favoriti era proprio “Cush”, per il suo doppio riferimento (ambiguo) all’antico regno della Nubia e al biblico discendente di Noè.

Il regno di Kush seppe resistere per secoli alla conquista egiziana, ribellandosi e approfittando della situazione critica del VIII sec. a.C per imporre una propria dinastia di faraoni (Török 1997: 131). Da allora la civiltà kushita attraversò varie fasi, affermandosi politicamente nella regione e spostando nel III sec. a.C. la capitale a Meroë (Török 1997: 409). Fonti storiche e archeologiche permettono di localizzare il principale territorio occupato da Kush tra la terza e la sesta cateratta del Nilo, fino alla zona dell’attuale Khartoum.

Durante le guerre civili in Sudan, Kush divenne un simbolo di resistenza, un riferimento per i ribelli che si identificavano come successori ideali di quel regno, vedendo nell’amministrazione anglo-egiziana prima, e nel Sudan successivamente, l’antico oppressore egizio. Il collegamento con l’antico Egitto ritorna anche attraverso i riferimenti biblici, dove stavolta sono gli israeliti a rappresentare il popolo oppresso che infine, dopo lunghe sofferenze, ottiene l’indipendenza e lascia il Paese tiranno.

 «[T]he name Kush would tap into the belief among many South Sudanese Christians that the story of the Israelites leaving Egypt in a 40-year search for their homeland finds its modern-day expression in their own liberation struggle, with John Garang in the role of Moses and Salva Kiir as his deputy Joshua» (Frahm 2012: 38).

Garang e Kiir sono stati i principali leader dell’SPLA, rivestendo successivamente importanti incarichi politici. Mentre Kiir è l’attuale presidente del Sud Sudan, Garang partecipò alla prima guerra civile sudanese (1955-1972), diventando generale dell’esercito sudanese per poi guidare la ribellione nella seconda guerra civile (1983-2005). In proposito, Giuseppe Flavio racconta che lo stesso Mosè servì come generale egiziano, prima di abbracciare la causa del suo vero popolo. Tutti questi riferimenti non hanno solo una funzione interna, di costruzione identitaria, ma permettono anche un dialogo con attori esterni: l’immaginario cristiano propone un terreno d’incontro con Stati e organizzazioni internazionali che condividono tali simboli. Un esempio tra tutti, quello delle missioni pentecostali americane che operano tra Sudan e Sud Sudan.

Se parliamo di luoghi simbolici, New Cush (o New Site) è uno dei più importanti nel panorama sud-sudanese. Conosciuto al secolo come Himan, per lungo tempo è stato il centro operativo dell’SPLA, punto di addestramento e di formazione dei ribelli, nonché il luogo in cui morì lo stesso Garang (ST 2015). Le circostanze della morte del fondatore dell’SPLA, a pochi mesi dagli accordi di Naivasha, hanno rinforzato il suo accostamento a Mosè. Come quello, anche Garang non vide mai realizzato il suo sogno di entrare nella terra promessa, il Sud Sudan liberato. La sua missione fu portata a termine da Salva Kiir, come fece Giosuè, primo leader della nazione ebraica, combattente contro i nemici degli israeliti e instauratore dell’ordine terreno.

Questo nuovo ordine è stato seriamente minacciato dalla guerra civile scoppiata nel 2013, che ha opposto il vicepresidente Machar al governo di Kiir, portando ad un drastico riassestamento dei confini interni. Nonostante i richiami all’unità nazionale, la nuova identità pubblica ha dovuto scontrarsi con gli interessi delle singole comunità, mobilitate dall’élite politico-militare attraverso la retorica etnica (Bayeh 2014; Öhm 2014). A queste tensioni bisogna aggiungere la delicata situazione lungo i confini settentrionali con il Sudan, territori contesi come la regione di Abyei per i ricchi depositi petroliferi. In questo caso, è interessante osservare come le stesse incongruenze tra attestazioni archeologiche del regno di Kush e l’attuale Stato sud-sudanese possano diventare utili in questo scenario. Il territorio del regno nubiano si estendeva fino a Khartoum, ben lontano dal Sud Sudan, che tuttavia usa il riferimento a quell’eredità storica e può rivendicare il possesso di quelle regioni contese.

Tuttavia, bisogna considerare anche altri attori in gioco, come per esempio la compagnia mineraria sudafricana New Kush, che ha scelto di concentrare le sue operazioni proprio in Sud Sudan. Il nome scelto dalla società è piuttosto esplicito, ed entra nella trama contemporanea dei riferimenti simbolici che abbiamo descritto finora. Il caso di questa compagnia illustra bene la pluralità dei soggetti politici che costruiscono la propria identità pubblica (come ad esempio entità nazionali o internazionali) nel contesto del Corno d’Africa, esprimendo una progettualità precisa attraverso un immaginario complesso, riconfigurato dal loro stesso agire.

Dialoghi Mediterranei, n. 38, luglio 2019
Riferimenti bibliografici
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Nicola Martellozzo, laureato in Antropologia culturale ed etnologia presso l’Università di Bologna, nel 2018 ha partecipato come relatore ai principali convegni nazionali di settore (SIAM; SIAC; SIAA-ANPIA), e di recente alla conferenza internazionale “Peoples and Cultures” dell’Università di Palermo. Ha condotto ricerche etnografiche nel Sud e Centro Italia. Con l’associazione Officina Mentis conduce un ciclo di seminari sulla figura e l’opera di Ernesto de Martino.
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