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Nelle Mappe il “cuore di tenebre” della geografia e della storia della Palestina

9788833946474_92_0_0_75di Giuseppe Sorce 

Ci sono sogni e ci sono terre. Ci sono coste e ci sono canti che le raccontano. Ci sono bandiere, volti, parole che non si comprendono. C’è il mare, la vastità delle onde distese, ora calme, ora agitate. Ci sono salite fra le pendici dei monti, sentieri, gallerie e poi le colline, come quelle nelle campagne di tutto il mondo, sotto la volta senza scampo piena di stelle. C’è il perdersi fra vecchie vie, nessuno ricorda più lo svincolo giusto. La curva cieca dietro la buganvillea, lo sterrato sotto il ponte ancora in piedi. Perché alcune mappe sono fatte solo di parole, abitudini, l’amico che ti spiega la strada, tu che rimanevi sveglio durante il tragitto da bambino. Nient’altro.

D’altronde raccontare un luogo, camminare un paesaggio, tatuare una roccia in una coscia, incidere un animale in una grotta, sono tutti tentativi di far proprio un mondo. Spazi, simboli, storie si intrecciano indissolubilmente, diventano una massa informe in perenne metamorfosi, anche se carsica nella plasticità acronica della nostra mente. La vocalità della parola e la materialità del tratto, poiché per alcune cose l’esistenza prescinde dalla memoria e per altre la facoltà dell’essere ricordate ne è l’essenza stessa.

C’è lo sguardo che osserva e deduce e c’è lo sguardo che si distoglie per dimenticare e rinnovarsi. C’è la lettera che non arriva a destinazione e la lettera che pur arrivando non verrà mai aperta perché è più bello così. C’è il conflitto e c’è la risoluzione e c’è chi sceglie di non scegliere perché ha paura. Il coraggio, o la vigliaccheria, del tratto che dice fine anche quando non vorrebbe, il coraggio, o la vigliaccheria, dello sguardo rivolto verso qualcosa che non è giusto guardare. In ogni caso, qualsiasi scena ci ritragga, sappiamo che a un certo punto, qualora solcassimo anche l’oceano più profondo e sterminato, basterebbe conoscere la più antica tecnica di navigazione astronomica per giungere, prima o poi, a una riva.

In generale, il saper guardare e il saper tracciare una linea sono infatti i requisiti essenziali per le prime mappe. Viaggi, osservazioni, solo più avanti la triangolazione con gli astri, le prime mappe nascono così. Perché le mappe sono da sempre gli oggetti culturali insieme più immediati e più complessi, più semplici e più stratificati. 

«Una mappa può essere molte cose: memoria, analisi, propaganda, racconto, preghiera, celebrazione, guida, evasione, intrattenimento, fuga, attesa, descrizione, rituale, arma, messaggio, monumento, previsione, speranza, arte. E molte altre cose. Ma una mappa è sempre un’entità irriducibile, con vuoti e zone d’ombra che da un lato ci impediscono di appiattirla a un’unica funzione, dall’altro la rendono porosa a interpretazioni sempre nuove, proprio come accade con i libri. Catalizzatrice di proiezioni, spugna della nostra emotività variabile, la mappa dice a volte più di chi la legge che di chi l’ha fatta. Quando poi ci sono in gioco la politica, le radici, l’identità e l’autonarrazione dei popoli, un oggetto del passato, incompleto, laconico, dalla voce originale danneggiata, quasi sempre viene fatto parlare prestandogli le urgenze del presente». 

Scrive così Matteo Meschiari nel nuovissimo Mappe di Palestina, Una controgeografia per la pace edito da Bollati Boringhieri (2026: 33), un testo che si innesta nel mondo contemporaneo come un tool indispensabile per ripensare ciò che sta accadendo non lontano dalle nostre coste e i cui riverberi continuano a scuotere da sempre il destino dell’Europa tutta e non solo. Mappe di Palestina arriva infatti in un momento cruciale che riguarda il cosa vogliamo essere da grandi come civiltà.

9788833943848_92_0_0_75Questo testo non è solo un dispositivo conoscitivo sulla questione millenaria, come impariamo da esso, che riguarda quella particolare area del mondo, ma si prende anche la responsabilità di dire qualcosa sul come pensiamo lo spazio e i luoghi in quanto specie. Mettere in discussione la geografia come ambito del pensiero, e non solo come disciplina, è la costante degli ultimi lavori di Meschiari (si veda a tal proposito, pubblicato sempre da Bollati Boringhieri, Terre che non sono la mia, del 2025) [1].

Mappe di Palestina è quindi l’espressione operativa di una pratica controgeografica, cerca cioè di liberare la geografia dalla dittatura della cartografia [2], e il pensiero geografico dalla geografia di stampo accademico. Mappe di Palestina ci racconta la storia di una regione e di un popolo attraverso delle mappe tutte diversissime fra loro (dalle più antiche a quelle cartografiche del potere coloniale). Facendo questo il volume ci racconta parallelamente quindi anche la storia del pensiero geografico culturale che ha accompagnato, plasmato, influenzato e orientato quella regione e quel popolo. Ciò che emerge dall’esperienza di questo libro è quindi una continua ridiscussione di quello che pensiamo di sapere, di come lo pensiamo e di quando.

Attraverso le pagine il dispositivo-mappa viene svelato in tutte le sue implicazioni cognitive, retoriche e politiche e nelle pagine troviamo per ogni mappa-capitolo un paradigma nuovo per ripensare sia la Palestina che, di rimando, noi stessi che leggiamo e osserviamo in un flusso continuo di pensiero, anche alle volte, aspramente e drammaticamente critico.

Le storie e gli spazi che Meschiari ci rappresenta e ci narra diventano perciò molteplici, nel tempo come detto, ma anche nei protagonisti: chi le mappe le fa e chi le “subisce”. Arriviamo pertanto al citato “cuore di tenebra” della geografia e delle mappe riscoprendone la vocazione simbolica, metafisica e politica. Se le mappe sono solite essere delle condensazioni dell’immaginario di chi e del quando si fanno, le mappe ci parlano anche molto spesso, e molto di più, di ciò che scelgono di non rappresentare, di ciò cioè che ne rimane fuori [3]. Per esempio:

«Alla Bodleiana di Oxford si conserva una delle varie copie medievali della Notitia dignitatum, un documento cancelleresco dei primi anni del v secolo d.C. che contiene mappe e liste dettagliate delle risorse militari dell’Impero romano d’Oriente. Di 336 guarnigioni romane destinate a vigilare sul limes orientale, ben 95 erano attestate in Siria-Palestina. Dalla mappa dedicata al Dux Palaestinae si ricava la fotografia di una terra di caserme, castellieri, fortezze, accampamenti, presidi e torri di guardia distribuiti strategicamente di qua e di là dal Giordano. La mappa, schematica e in stile pittoresco, si limita a registrare i luoghi pertinenti per la presenza di guarnigioni, nessuna strada, nessun sito a bassa rilevanza strategica, nessuna peculiarità geografica tranne il nastro azzurro del fiume. In basso, però, dove finiscono le icone delle cittadelle, sono raffigurati tre cani randagi, come a dire che là cominciava il deserto e che il confine tra l’Impero e i popoli nomadi della Penisola Arabica era una banda incerta, una geografia indefinita piena di lacune perturbanti. È appunto lì che lievita l’invenzione del Nemico, in una zona dove l’immaginazione incontra un volano invisibile. Ed è lì che la Guerra prepara le sue narrazioni di sangue, che la precedono e le spianano la strada» (ivi: 31). 
Una vecchia mappa del XIX secolo incisa e stampata in Inghilterra

Una vecchia mappa del XIX secolo incisa e stampata in Inghilterra

Non si tratta quindi di semplice aneddotica o di storia dell’arte o di speculazione liberal. Fare controgeografia significa scavare sotto, sopra e attorno una mappa, nel tempo e nello spazio passato, futuro e contemporaneo alla sua realizzazione. Significa inoltre prendersi il rischio di rievocare processi i cui esiti scomodi ci riguardano in prima persona, sia nel tempo che nello spazio, sia come complici di un colonialismo virtuale di un pensiero, una terra, un popolo. È difficile infatti sottrarsi a certe retoriche paternalistiche, vittimistiche, interventiste o meno che siano, quando invece il contatto diretto con la realtà culturale di una mappa ci mette in contatto con l’operato di forze storiche, razzistiche e ideologiche che tendono a porre noi occidentali sempre su una distanza (anche qui temporale e spaziale) safe. 

«Siamo al cuore, qui, di una questione ineludibile per leggere nei millenni e nei mesi le trasformazioni geografiche di una terra, la Palestina, in cui agiscono non solo forze politiche ma anche ontologiche, metafisiche. Ogni discorso storico e geografico su questo tormentato fazzoletto di terra, ogni prodotto cartografico che, spazializzando eventi e idee, ha tentato di renderlo visibile, è immerso nel liquido amniotico in cui galleggiano concetti come “identità”, “memoria”, “origini”, “territorio”, “appartenenza”, una specie di calderone o di laboratorio mitico in cui nascono lei ideologie più violente» (ivi: 18). 

Mappe di Palestina, in definitiva, ci conduce verso una presa traumatica di coscienza. Quanto c’è di nostro nella storia e nel presente tormentato di quella regione è di quel popolo. Non mi riferisco qui a nessun tipo di delirio woke bensì alla responsabilità politica che il pensare quei luoghi e quei popoli oggi orienta il pensare i nostri luoghi che progressivamente stanno ritornando alla Storia man mano che la bolla di pace della globalizzazione post guerra mondiale si sgretola sempre più e man mano che il cambiamento climatico ne mostra le fragilità. La precarietà di uno spazio geografico nell’Antropocene manifesto è anche la sua precarietà civile, è il sentirsi sotto attacco dal futuro del clima, dal collasso degli ecosistemi e dei suoi funzionamenti che tanto abbiamo dato per scontato, e dalle pressioni sociopolitiche dei popoli che siamo stati abituati a pensare come subalterni, privi, e in qualche maniera abituati ad esserne, dei diritti che diamo per scontato per noi stessi e che quindi in prima persona rischiamo di perdere.

Mappe interne al libro

Mappa interna al libro

In conclusione, questo volume prova a mostrarci una strada per provare ad abitare con l’immaginazione un luogo e una storia scomoda, quella della Palestina e dei palestinesi, che da sempre drammaticamente funge da metonimia delle storture di cui l’umanità e i suoi popoli sono capaci e del loro mai neutrale modo di abitare i luoghi. «Per leggere una mappa bisogna sempre cercare il fantasma che la abita, e le mappe di Palestina, nascondendosi, mostrano un cuore di tenebra» (ivi: 47), scrive Meschiari, perché alle volte, bisogna proprio reimparare a guardare per scoprire un modo nuovo di scrivere una storia diversa, possibile. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 
Note
[1] Lo stesso autore ci confessa che proprio nel 2025 «il 29 ottobre di quell’anno, presentando Terre che non sono la mia, Franco Farinelli disse che avevo scritto un libro romantico, che non faceva abbastanza i conti con il cuore di tenebra della cartografia. Aveva ragione, qui ho provato a rimediare» (ivi: 10). La lezione di Farinelli la rivediamo anche nella particolare composizione di Mappe di Palestina, dove ogni mappa è seguita da la medesima porzione di testo Sul lavoro controgeografico di Meschiari si veda per esempio anche Neogeografia: Per un nuovo immaginario terrestre, Milieu, 2020.
[2] Si veda Farinelli F. 2009, La crisi della ragione cartografica, Torino, Einaudi.
[3] Ecco, a tal proposito cosa scrive Meschiari nelle prime pagine del volume: «che cosa si può fare allora per dare pace a una terra così maledetta e così benedetta? Una terra complessa fin dall’Out of Africa, dove una piccola città-Stato come Megiddo, teatro di battaglie dal 7000 al 500 a.C., ha condensato in sé così tante cancellazioni di guerra da ipotecare il futuro narrativo del mondo intero, diventando Armageddon, il luogo che per la Bibbia dei cristiani sarà il ground zero dell’Apocalisse. Ora, la Storia e la Geografia della Palestina hanno riempito tonnellate di carta, l’impressione è che il lavoro degli studiosi non abbia tralasciato nulla, ma le lacune, che solo l’immaginazione speculativa e narrativa può colmare, sono infinite come gli spazi tra i granelli di sabbia. Prendiamo l’immagine satellitare di quell’area scontornata e traforata che alcuni chiamano ancora Cisgiordania. Posizioniamoci leggermente a sinistra del Giordano un po’ più a nord della metà ideale tra il Lago di Tiberiade e il Mar Morto. Cominciamo a zoomare. Ci stiamo avvicinando a un triangolo vagamente rossiccio, riconoscibile subito come arido, roccioso, semidisabitato. Se zoomiamo un po’ di più cominciamo a vedere le piccole rughe di montagne e colline erose, le strade sterrate, qualche campo fantasma. A un certo punto appare un nome, Khirbet Samra, due case, alcune baracche, verosimilmente delle stalle, una macchina bianca. Un minuscolo villaggio che ai primi di luglio del 2025 è stato distrutto dai coloni israeliani, obbligando cinquanta famiglie ad andarsene. Anche l’immagine che vediamo corrisponde a una realtà che non esiste più. Ecco la Palestina. Per questa come per nessuna altra terra vale l’adagio «la mappa non è il territorio», perché un conto è la gestione dello spazio reale e l’intricata questione geopolitica, un altro è la dimensione dell’immaginario, del desiderio, della narrazione, che producono geografie della mente. In questo senso non esiste una sola Palestina, ce ne sono molte, forse infinite, che convivono in maniera instabile e che proprio per questo, per questa molteplicità irriducibile, alimentano e a volte generano conflitto e incomprensione» (ivi:9).

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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